8 luglio 2014

Ecologia profonda - Nozioni di base essenziali

Documenti
a cura della redazione del sito Ecologia profonda.com

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Ecologia profonda
Nozioni di base essenziali









Questo documento riporta le nozioni essenziali per cercar 
di far comprendere i concetti basilari dell’Ecologia profonda





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Si ringrazia sentitamente Guido Dalla Casa per il suo indefesso impegno volto a diffondere quanto più possibile i nobili principi dell’Ecologia profonda. In questo documento sono stati inserite molti dei suoi scritti, fondamentali per la comprensione dell’argomento di cui trattasi.

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NB. Leggete il libro di Ecologia profonda (1996) di Guido Dalla Casa, pubblicato in esclusiva online dal nostro sito Ecologia profonda.com. CLICCARE QUI



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Cosa è l’Ecologia profonda

“L’ecologia profonda è radicalmente tradizionale dal momento che collega una corrente antichissima di minoranze religiose e filosofiche dell’Europa occidentale, del Nordamerica e dell’Oriente e ha anche forti legami con molte posizioni filosofiche e religiose dei popoli nativi (compresi gli indiani d’America). In un certo senso essa può essere considerata come la saggezza che conserva il ricordo di ciò che gli uomini sapevano un tempo” (Devall & Sessions, 1989).

Il pensiero dell’Ecologia profonda focalizza, più di ogni altro, il valore in sé della natura e il valore globale olistico di tutte le cose anche perché “l’imprecisione sulla ‘origine’ dell’ecologia profonda è poca cosa rispetto ai giudizi sommari, denigratori, ironici che si leggono assai spesso sulla stampa di largo consumo”(Salio, 1994). L’iniziatore esplicito di questa visione della realtà naturale e vitale è il filosofo norvegese Arne Naess che nel corso degli anni settanta tramite uno specifico e rivoluzionario articolo distinse categoricamente l’ecologia in superficiale (Shallow ecology) e in profonda (Deep ecology). L’ecologia profonda, come è implicito nella sua stessa definizione letterale, va ben oltre l’analisi superficiale e asettica dei problemi ambientali propria della scienza ecologica classica, manifestando, al contrario, solo una visione completa e totalizzante del mondo. “Si tratta dell’idea che non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza: che non c’è alcuna biforcazione nella realtà fra l’uomo e i regni non umani.... nel momento in cui percepiamo dei confini, la nostra consapevolezza ecologica profonda viene meno” (Fox, 1983 in Devall & Sessions, 1989). Tuttavia l’essenza dell’ecologia profonda è ben antecedente alle idee di Arne Naess in quanto già nelle epoche storiche remote (cultura indiana, animista, ecc.) si sono evidenziati atteggiamenti mentali e pratici unificatori dove ogni elemento aveva valore in sé ed era universale. “Sono una pietra, ho visto vivere e morire, ho provato felicità, pene ed affanni: vivo la vita della roccia. Sono parte della Madre Terra, sento il suo cuore battere sul mio, sento il suo dolore, la sua felicità: vivo la vita della roccia. Sono una parte del Grande Mistero, ho sentito il suo lutto, ho sentito la sua saggezza, ho visto le sue creature che mi sono sorelle: gli animali, gli uccelli, le acque e i venti sussuranti, gli alberi e tutto quanto è in terra e ogni cosa nell’universo” (Preghiera Hopi).“Mentre l’ecologia superficiale si può considerare prevalentemente ispirata a un’etica del valore strumentale, seppure intesa in chiave ‘riformista’ (conservazione e preservazione) e non di puro e semplice sfruttamento, l’ecologia profonda sostiene tesi del valore intrinseco degli oggetti naturali” (Salio, 1989). Ottima anche la definizione del termine fatta da Capra (1997): L’ecologia superficiale è antropocentrica, cioè incentrata sull’uomo. Essa considera gli esseri umani al di sopra o al di fuori della Natura, come fonte di tutti i valori, e assegna alla Natura soltanto un valore strumentale, o di ‘utilizzo’. L’ecologia profonda non separa gli esseri umani - né ogni altra cosa - dall’ambiente naturale. Essa non vede il mondo come una serie di oggetti separati, ma come una rete di fenomeni che sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. L’ecologia profonda riconosce il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi e considera gli esseri umani semplicemente come un filo particolare nella trama della vita”. Naess dichiara che “l’essenza dell’ecologia profonda sta nel porsi domande più radicali”, cioè nel porsi domande che mettono in discussione le certezze “superficiali” della nostra concezione del mondo, concezione che vede l’uomo protagonista assoluto della Terra, dominatore di tutte le creature. L’ecologia profonda, valica questo paradigma e sfocia nell’impersonale spostando l’uomo da motore centrale a semplice elemento della “trama della vita di cui siamo parte” (Capra, 1997). L’ecologia profonda ricondiziona lo stile della vita umana, pone quesiti su ogni atteggiamento del quotidiano e tenta di radicare nel pensiero una nuova etica universale ed onnicomprensiva. In altri termini un ecologo profondo avrà un atteggiamento positivo in qualsiasi settore dei rapporti sociali e “naturali” perché universalizza un principio che sin dall’origine è impostato su una visione monistica, radicale e paritetica. Scrive ancora Capra (1997): “Il potere del pensiero astratto ci ha condotto a considerare l’ambiente naturale - la trama della vita - come se consistesse di parti separate, che diversi gruppi di interesse possono sfruttare. Inoltre, abbiamo esteso questa visione frammentata alla società umana, dividendola in differenti nazioni, razze, gruppi politici e religiosi. Il fatto di credere che tutte queste parti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separate ci ha alienato dalla Natura e dai nostri simili, e ci ha quindi sviliti. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, religio in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda”. 
Continua ancora Capra (1997): “Per l’ecologia profonda, la questione globale dei valori è decisiva; è, infatti, la caratteristica centrale che la definisce....... E’ una visione del mondo che riconosce il valore intrinseco delle forme di vita non umana. Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa concezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo.
Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita ne a preservarla, ma a distruggerla......
Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda, o spirituale, che la Natura e l’Io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la Natura è il fondamento dell’ecologia profonda....
Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora vorremo (e non dovremo) essere inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura. In effetti, non possiamo fare a meno di reagire in questo modo”.


I principi basilari dell’ecologia profonda possono essere così riassunti (da Devall & Sessions, 1989):

1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuizione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuizione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.


Gli otto punti schematici testé riportati pongono in evidenza come l’ecologia profonda, sia una delle poche concezioni che ha ricollocato l’uomo nella giusta armonia con la natura (in linea con una nuova etica della terra). Ecco un semplice parallelo tra i principi della cultura dominante e quella “profonda” dell’Ecologia profonda (da Devall & Sessions, 1989):

Cultura dominante: CD
Ecologia profonda: EP

CD: Dominio sulla natura
EP: Armonia con la natura

CD: L’ambiente naturale è una risorsa per l’uomo
EP: Tutta la natura ha un valore intrinseco/uguaglianza delle biospecie

CD: Crescita economica/materiale per l’aumento della popolazione umana
EP: Bisogni materiali semplici

CD: Fiducia nell’abbondanza delle risorse
EP: Risorse limitate della Terra

CD: Progresso e soluzioni ad alta tecnologia
EP: Tecnologia appropriata: scienza non dominatrice

CD: Consumismo
EP: Sobrietà/riciclaggio

CD: Comunità centralizzata/nazionale
EP: Tradizione minoritaria/bioregione

Livingston (in Devall & Sessions, 1989) afferma giustamente che gli argomenti inerenti alla protezione della natura sono sempre stati impostati verso interessi umani diretti ed indiretti, tanto che senza una mutazione integrale della consapevolezza e della profondità dello spirito, non è possibile connettersi in verità con il mondo naturale e quindi “non c’è alcuna speranza di ribaltare la situazione e di proteggere i boschi e gli animali selvatici dalla distruzione umana”.
Per esempio l’istituzione di un’area protetta è un classico intervento dell’ecologia superficiale, sempre, come detto, in chiave antropocentrica. Non si mettono mai in dubbio le “certezze” della società e della scienza moderna, ma si criticano esclusivamente gli aspetti negativi apparenti di superficie senza andare mai al nocciolo della questione. E’ doverosamente giusto un intervento protettivo, si badi bene, ma deve essere integrato da quella visione “profonda” della realtà naturale dove l’uomo è un elemento indistinto in un tutto unico e dove ogni atteggiamento è sempre spontaneamente in armonia con l’altro.
Fermiamoci per un attimo a riflettere. Proviamo a cambiare la nostra vita. Entriamo nella spiritualità profonda della natura e perdiamoci entro le sue forze, senza pensare ad una meta né ad un nostro particolare interesse. Scrivono Lombardo & Olivetti (1991) “Un passo dietro l’altro. L’importante è non anticipare, non pensare a ‘quanto manca per arrivare’. Camminare, dentro le proprie scarpe, senza considerare il tempo esterno. Lo sanno bene quelli che hanno imparato a farlo, in montagna o più genericamente nell’ambiente naturale.....Camminare è, in primo luogo, andare alla ricerca del tempo perduto....Il tempo è perduto perché il presente pieno non esiste più, nella nostra vita, neanche nei momenti di svago e disimpegno. Viviamo in una dimensione in cui il passato è cancellato.....ma anche il presente è morto, sostituito da una continua anticipazione di quello che faremo fra dieci minuti, un’ora, due giorni. Un limite continuamente spostato in avanti”.
Proviamo allora a ricongiungerci alla natura, proviamo a raggiungere l’essenza delle cose nel loro profondo, anche nel più profondo di noi stessi, e spegniamo finalmente la bramosia delle sensazioni esterne. “Alla lunga, per partecipare con gioia e con tutto il cuore al movimento dell’ecologia profonda, bisogna prendere la vita molto seriamente. Chi mantiene un basso tenore di vita e coltiva un’intensa, ricca, vita interiore, riesce, meglio di altri, ad avere una visione ecologica profonda e ad agire di conseguenza. Mi siedo, respiro profondamente e sento esattamente dove sono “ (Arne Naess).
Scrive Dalla Casa (1996): “Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco ed unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita........Il mondo naturale non è ‘patrimonio di tutti, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa........ In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché”.

Tuttavia, come precedentemente detto, anche l’ecologia di superficie è importante, soprattutto per gli interventi che devono avere un immediato riscontro nel campo della conservazione. Tenuto altresì conto che per raggiungere una visione profonda dell’ecologia è necessario avviare un radicale mutamento del proprio pensiero, non si esclude che le acquisizioni mentali dell’ecologia di superficie siano una delle tappe fondamentali verso quelle profonde. Sperando che l’ecologia di superficie non sia un ennesimo spettacolo della “civiltà” occidentale!
“Per la prospettiva ecologica profonda, vivere la natura selvaggia significa:
a) sviluppare il senso del luogo;
b) ridefinire il ruolo dell’uomo nel sistema naturale: da conquistatore della terra a persona che sperimenta un contatto pieno con la natura;
c) coltivare la modestia e l’umiltà; e infine,
d) comprendere il ciclo vitale delle montagne, dei fiumi, dei pesci, degli orsi........
Come ecologista profondo........ Muir indagava la natura e non si limitava ad ammirarla. Cominciò a capire che le cavallette o i pini e le pietre non dovevano essere intese come entità separate perché erano strettamente connesse”
(Devall & Sessions, 1989).

Occorre infine ricordare che un’ idea anche se sostenuta da una minoranza può nel tempo produrre degli effetti sostanzialmente positivi. Scrive infatti Kaczynskj (1997): “Prima della lotta finale i rivoluzionari non dovrebbero aspettarsi di avere la maggioranza dalla loro parte. La storia è fatta di minoranze attive e determinate, non dalla maggioranza, che raramente ha una idea chiara e precisa di quello che realmente vuole. Nel tempo necessario per arrivare allo sforzo finale verso la rivoluzione il compito dei rivoluzionari sarà quello di costituire un piccolo nucleo di persone profondamente coinvolte piuttosto che cercare di guadagnarsi il favore della massa. Per quanto riguarda la maggioranza, sarà sufficiente renderla consapevole dell’esistenza della nuova ideologia e ricordargliela con frequenza...“.

“Quello che conta non è solo l’idea, ma la capacità di crederci fino in fondo” (Ezra Pound).

"Solo se riusciremo a vedere l'universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo del pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo" (Tiziano Terzani).


L’ECOLOGIA  PROFONDA
di Guido Dalla Casa

  
 La presunta mancanza di diritti negli animali, l’illusione che le nostre azioni verso di loro siano senza importanza morale o non esistano doveri verso gli animali, è una rivoltante grossolanità e barbarie dell’Occidente.
Arthur Schopenhauer

   Se non si è capaci nemmeno di entrare in contatto con il proprio spirito, come si può sperare di entrare in contatto con lo spirito di un albero?
Rarihokwats

   In contrasto con la concezione meccanicistica cartesiana del mondo, la visione del mondo che emerge dalla fisica moderna può essere caratterizzata con parole come organica, olistica ed ecologica. Essa potrebbe essere designata anche come una visione sistemica, nel senso della teoria generale dei sistemi. L’universo non è visto più come una macchina composta da una moltitudine di oggetti, ma deve essere raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo cosmico.
Fritjof Capra

   Riferire tutti i giudizi di valore all’umanità è una forma di antropocentrismo filosoficamente indifendibile.
Arne Naess

   Questo mondo è davvero un essere vivente fornito di anima e di intelligenza…un unico vivente visibile, contenente tutti gli altri viventi, tutti quanti per natura gli sono congeneri...
Platone
Dio dorme nella pietra,
sogna nel fiore,
si desta nell’animale,
sa di essere desto nell’uomo.
(proverbio asiatico)

Fondamenti dell’ecologia profonda
Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio Lakota e Oglala: “La terra è del Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun significato universale.
Il concetto di progresso è un’invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso soltanto se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane.
Invece nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione di equilibrio.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia. 
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”, in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.
Per usare le parole di Fritjof Capra:

La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’”uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa. (8)


Alcuni aspetti della crisi attuale
Nell’ecologia profonda non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.
Il problema non è soltanto pratico, ma soprattutto filosofico. Infatti, solo come esempio, le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
Infatti con la concezione di un mondo fatto di polarità complementari ed equivalenti (Taoismo) o di un mondo privo di qualunque “ego” individuale o collettivo (Buddhismo) non avrebbe avuto alcun senso l’idea di “dominio” su qualcosa, come si vedrà nel Capitolo 6.
Invece il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso la Natura. Ne parleremo nel prossimo capitolo.
Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita della civiltà industriale.....
...... Tutta la nostra cultura “ottocentesca” di oggi è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato l’ambiente c’è anche più crisi umana, con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra “l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada. Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo, se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta, ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili. Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura” di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che: più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è dell’ordine dell’uno o due per cento.
Dall’articolo di un esperto:

I nostri parenti più stretti sono gli scimpanzè. La differenza genetica è soltanto circa dell’uno per cento. Noi siamo più strettamente simili agli scimpanzè di quanto probabilmente siano simili fra loro due rane qualsiasi che vi càpiti di incontrare.  (9) 

In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa esclusivamente della specie umana.
L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Etica e diritto nell’ecologia profonda 
Gli studi di un’etica non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
Fra questi possiamo certamente ricordare Aldo Leopold che, nel suo A Sand County Almanac affermava che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza della comunità biotica nel suo complesso (per comunità biotica si intende il complesso di tutti gli esseri viventi e del loro habitat). Una cosa è sbagliata quando manifesta la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
Se sentiamo usare per elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si tratti di accostamenti arditi. Oltre che più rispetto, potremmo avere nella Natura un arricchimento spirituale più completo.
“Lo spirito dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate, ma rispecchiano l’anima del mondo, che era ben riconosciuta da quelle culture umane che dedicavano gran parte del tempo al magico e al sacro.
Inoltre, per confronto con le concezioni dell’ecologia di superficie, ricordiamo che rispettare il naturale non-umano solo nella misura in cui è simile a noi è una concezione ben misera del rispetto, che dovrebbe invece fondarsi su una filosofia che riconosca i diritti dei non-umani in quanto entità che ne sono degne.
Anche rispettare la foresta amazzonica perché “appartiene agli indios” è già una concezione da ecologia di superficie ed è assai riduttivo, perché ribadisce che - per l’Occidente - la Natura vale qualcosa in quanto appartiene a qualcuno. Probabilmente l’affermazione stupirebbe alquanto le culture originarie locali, per le quali risulta invece evidente il fatto che sono loro ad “appartenere” alla foresta, come totalità più grande. La foresta deve esistere integra perché ne ha il diritto etico, in quanto ha un valore in sé.

La famosa risposta del capo indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti (1854)
Come potete comperare o vendere il cielo,
il calore della terra?
L’idea per noi è strana.
Se non possediamo la freschezza dell’aria,
lo scintillio dell’acqua, 
come possiamo comperarli?
Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo.
Ogni ago di pino che brilla, ogni spiaggia sabbiosa,
ogni vapore nelle scure foreste,
ogni radura e ronzio d’insetto
è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo.
La linfa che scorre attraverso gli alberi
porta i ricordi degli uomini…
Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
I fiori profumati sono le nostre sorelle;
il cervo, il cavallo, la grande aquila,
questi sono i nostri fratelli.
Le cime rocciose, la linfa dei prati,
il corpo caldo del cavallo, e l’uomo:
tutto appartiene alla stessa famiglia…
I fiumi sono i nostri fratelli, e ci dissetano.
I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri bambini.
Se noi vi vendessimo la nostra terra,
voi dovreste ricordare ed insegnare ai vostri figli
che i fiumi sono nostri fratelli, e vostri;
e voi dovreste d’ora in poi dare ai fiumi la gentilezza
che dovreste dare ad ogni fratello…
non c’è nessun posto tranquillo nelle città dell’uomo bianco.
Non c’è nessun posto
per udire il dispiegarsi delle foglie in primavera,
o il frusciare delle ali di un insetto.
Ma forse c’è, perché io sono un selvaggio e non capisco.
Solo il fracasso sembra un insulto all’udito.
E che cosa è vivere
se un uomo non può udire il lamento di un caprimulgo
o le conversazioni delle rane intorno ad uno stagno di notte?
Io sono un pellerossa e non capisco.
L’indiano preferisce il soffice suono del vento
che vibra sulla superficie dello stagno, 
e l’odore del vento, pulito da una pioggia del mezzogiorno,
o profumato dall’odore del pino.
L’aria è preziosa per il pellerossa,
poiché tutte le cose hanno lo stesso respiro;
l’animale, l’albero, l’uomo,
condividono insieme lo stesso respiro.
L’uomo bianco non sembra accorgersi dell’aria che respira.
Come un uomo morente,
per molti giorni, è insensibile al fetore.
Ma se noi vi vendessimo la nostra terra,
vi dovreste ricordare che l’aria è preziosa per noi,
che l’aria condivide il suo spirito con ogni vita che sostiene.
Il vento che fu dato a nostro nonno al suo primo respiro
ha anche accolto il suo ultimo respiro.
E se noi vendessimo la nostra terra,
dovreste tenerlo a parte in un posto sacro,
come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare
per sentire il vento addolcito dai fiori del prato.
A queste condizioni noi considereremo la vostra offerta
di comperare la nostra terra.
Se noi decidessimo di accettare, io porrei una condizione:
che l’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra
come suoi fratelli…
Cosa è l’uomo senza gli animali?
Se tutti gli animali se ne andassero,
l’uomo morirebbe per la grande solitudine dello spirito.
Poiché qualsiasi cosa accada agli animali,
presto accade all’uomo.
Tutte le cose sono collegate.
Potreste insegnare ai vostri bambini
Che la terra sotto i loro piedi è la cenere dei nostri nonni.
Affinché loro rispettino la terra,
dite ai vostri bambini
che la terra è ricca delle vite dei nostri amici.
Insegnate ai vostri bambini
quello che noi abbiamo insegnato ai nostri,
che la terra è nostra madre.
Qualsiasi cosa accade alla terra, accade ai figli della terra.
Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su sè stessi.
Questo noi lo sappiamo: la terra non appartiene all’uomo;
l’uomo appartiene alla terra.
Questo noi sappiamo.
Tutte le cose sono collegate
come il sangue che unisce una famiglia.
Tutte le cose sono collegate.
Qualsiasi cosa accada alla terra, accade ai figli della terra.
L’uomo non ha intrecciato il tessuto della vita:
egli è semplicemente un filo di essa.
Qualsiasi cosa faccia al tessuto, la fa a se stesso…
Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.
C’è una cosa che noi sappiamo,
e che l’uomo bianco un giorno scoprirà:
il nostro Dio è lo stesso.
Potete pensare ora che il vostro “Lui” come voi
desideri possedere la nostra terra; ma non è possibile.
Egli è il Dio dell’uomo e la Sua compassione è uguale
sia per il pellerossa che per l’uomo bianco.
Questa terra per lui è preziosa,
e danneggiare la terra è disprezzare il suo Creatore.
Anche l’uomo bianco passerà.
Ma nella vostra discesa brillerete luminosamente,
infuocati dalla forza di Dio che vi ha portati in questa terra
e per qualche scopo speciale
vi ha dato dominio su questa terra e sopra l’uomo rosso.
Questo destino è un mistero per noi,
poiché non capiamo quando i bufali
vengono completamente massacrati,
i cavalli selvaggi sono addomesticati,
gli angoli segreti della foresta sono appesantiti
con l’odore di molti uomini
e la vista delle colline in fiore
rovinata dai fili del telegrafo.
Dov’è il boschetto? E’ andato.
Dov’è l’aquila? E’ andata.
La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza.   (10)

Qualche esempio
Per richiamare la differenza fra ecologia di superficie ed ecologia profonda riprendiamo, per esempio, il problema delle foreste:
- l’ecologia di superficie vuole salvare le foreste perché senza di esse l’umanità non può vivere e l’atmosfera terrestre ne resta alterata;
- l’ecologia profonda vuole salvare le foreste, oltre che per la ragione precedente, perché sono sacre, sono una mente: la foresta è soprattutto un’entità spirituale.
Alcune culture amazzoniche avevano l’albero cosmico, attorno al quale si organizzava l’universo, fisico e metafisico.
Oggi l’umanità occidentalizzata è sempre più chiusa in sé stessa: l’antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. Un tempo, la natura aveva un significato che ognuno percepiva nel suo intimo, nel suo inconscio. Persa questa percezione, l’uomo distrugge la natura e con ciò si condanna.
Naturalmente pensieri di ecologia profonda sono prodotti anche nella nostra cultura, come quelli scritti dalla ineguagliabile penna di Ceronetti:

Ci sono degli eroi, gli eroi continueranno ad esserci sempre, qualcuno che va a coprirsi di piaghe per versare sabbia sul reattore di Cernobil, o gli impressionanti pompieri del Golfo che in un anno sono riusciti a spegnere i pozzi gettati da Saddam all’attacco della biosfera, o i Chico Mendès uccisi dai rami di foreste condannate che si convertono in pistole assassine, o quelli di Greenpeace che sfidano radiazioni, odii e botte per documentare i crimini ambientali dei governi: ma tutti questi eroi sono figli dei disastri, il loro numero aumenterà soltanto in proporzione ai disastri, una vocazione eroica non chiama che dal dolore e dal fuoco…
Gli altri sono autori o complici dei disastri, siamo qualche miliardo su questo piatto della bilancia, e tutti abbiamo lasciato fare, anzi siamo tuttora in qualche modo tutti sterminatori attivi di terra-madre, deicidi di Cibele, pur d’ingozzarci di consumi che sono chiodi piantati nella carne della vita… E basta accennare a ridurli perché si sfreni il panico: Borse con l’infarto, folle imbestialite, il muraglione vacuo delle proteste cieche.
…Le devastazioni etiche e mentali prodotte da dollari-macchine-medicina nell’oscura substantia umana, sono molto più da considerare di qualsiasi ristagno di un’economia che porta in sé, nella sua fatale idolatria della percentuale e dell’espansione, il genio intero, vergine, della distruzione.  (11)

Ricordiamo comunque che l’ecologia profonda - come filosofia di vita – non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o da qualche movimento di minoranza di oggi: da tremila anni in India, e da tempi ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”. In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.
Anche nel nostro mondo classico ci sono state voci in tal senso, come Pitagora, ma la corrente principale dell’Occidente ha condotto all’attuale mentalità antropocentrica e materialista, ha portato l’odierna civiltà industriale, e con essa l’inquinamento, la deforestazione, l’esplosione demografica, la denutrizione, la tossicodipendenza e la criminalità.
La nostra società è incapace, per numerose ragioni, di risolvere questi problemi.
La prima ragione dipende dal nostro sapere frammentato in discipline e compartimenti stagni e dalla metodologia riduzionistica della scienza ufficiale, entrambi fattori che concorrono a farci vedere i nostri problemi isolati l’uno dall’altro.
Un’altra ragione è quella di considerare i problemi alla luce della brevissima esperienza della nostra civiltà industriale, una frazione minima dell’esperienza umana complessiva sul nostro pianeta.
Ma forse la ragione principale è che dovremmo affrontare la conclusione inaccettabile che i nostri problemi sono inevitabili fattori concomitanti di quello che siamo abituati a chiamare “progresso”, e che quindi possono essere risolti soltanto invertendo questo tipo di sviluppo: “ponendo il progresso all’opposizione”.
Deve perciò essere trasformato il nostro sistema politico-economico e, per applicare soluzioni reali, è necessario allora individuare quali siano state le caratteristiche principali delle società tradizionali del passato che si dimostrarono capaci, per migliaia di anni, di evitare di creare i terribili problemi che ora ci troviamo di fronte.
Postulare una società ideale per la quale non ci siano precedenti nell’esperienza umana, come hanno fatto molti dei nostri teorici della politica, è molto simile a postulare una biologia alternativa senza riferimento alle strutture biologiche del tipo di quelle che finora si sono dimostrate vitali. 
Non si vuole sterilmente cercare di riproporre il passato, ma per individuare le caratteristiche indispensabili di società stabili e capaci di risolvere i problemi attuali dobbiamo trarre ispirazione dalle società tradizionali del passato.

Da un essere vivente lontano da noi
Quando un’ape trova una fonte di nettare, ritorna all’alveare e comunica alle altre api la sua scoperta spiegando dove si trova la fonte di cibo, attraverso la cosiddetta “danza”, cioè formando in volo una figura composta da una circonferenza e da un suo diametro. In questa danza: 
- l’angolo formato dal diametro percorso con la direzione del sole è funzione della direzione dei fiori;
- il valore del raggio della circonferenza è proporzionale alla distanza dei fiori.
In altre parole, l’ape fornisce alle sue compagne la posizione dei fiori in coordinate polari. Dopo questa comunicazione, le altre api sono in grado, da sole, di trovare facilmente i fiori e quindi il nettare.
Resta aperta ogni considerazione sul significato di questo fatto: se cioè le api siano in grado di “misurare” le distanze e gli angoli, anche in rapporto al nostro concetto di misura. Probabilmente questa constatazione, dati anche i suoi aspetti geometrici, avrebbe fatto felice Pitagora.

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Note
(8) Fritjof Capra – Il punto di svolta – Ed. Feltrinelli, 1984.

(9) Da una risposta del Dr. Milford Wolpoff riportata nell’articolo The Search for Modern Humans  di J. Putman- National Geographic, ottobre 1988.

(10) Questo è il discorso pronunciato dal Capo indiano Seath, meglio conosciuto come Capo Seattle, durante l’assemblea tribale del 1854, in preparazione dei trattati fra il governo federale e le tribù indiane dell’Oregon e dello stato di Washington, in cui le autorità federali promettevano una riserva, rendite e servizi in cambio di cessioni di terra. Capo Seattle parlò sempre nella sua lingua nativa Duvamish e il Dott. Smith, che prese nota del suo discorso, insistè molto nel dire che il suo inglese era inadeguato per rendere nella traduzione la bellezza del pensiero e dell’immaginazione di Seattle. Infatti ogni lingua riesce ad esprimere appieno solo la visione del mondo della cultura che l’ha prodotta.
Il discorso di Seattle è riportato in molte pubblicazioni riguardanti l’ecologia o le popolazioni native. Questa traduzione è stata pubblicata sul periodico Paramita n. 42, aprile-giugno 1992, con il titolo Questa terra è sacra.

(11) Guido Ceronetti – Clinton, così non salverai la Terra Madre, pubblicato sul Corriere della Sera del 23 novembre 1992.


Sul concetto del valore in sé della natura
Il noumeno naturale


“Un filosofo ha definito questa essenza imponderabile il noumenon delle cose materiali. Esso è in opposizione al phenomenon, che è ponderabile e prevedibile, fin nel moto delle più lontane stelle” (Aldo Leopold, 1949-1997). La conoscenza di un fenomeno è puramente empirica, cioè frutto della mediazione sensibile del soggetto. Tale acquisizione però, non può essere elevata a concetto universale, essendo del tutto arbitrario generalizzare un’esperienza strettamente individuale. Una personale esperienza, poi, presenta dei limiti anche verso se stessa, perché è il frutto di un “momento” empirico continuamente variabile.
Il “valore in sé o intrinseco” di un fenomeno (noumeno), valore privo di esperienze e mediazioni soggettive, assume invece carattere duraturo, universale e reale. Il “valore in sé” è qualcosa di superiore, qualcosa di non definibile forse non conoscibile, che trascende il soggetto per divenire essenza dell’oggetto: “il Tao definito non è l’eterno Tao” (Lao Tse). Ecco dunque apparire nella mente un profondo concetto universale e “nobile”.
Solo in una fase successiva potremo “interpretare” il noumeno trasformandolo in un “fenomeno” cioè oggetto dei sensi. Nasce quindi la contrapposizione tra le “cose in se stesse” e le “cose rispetto a noi”. Questo dualismo è un concetto fondamentale, come vedremo, anche per la protezione e conservazione della natura. La visione dualistica del mondo naturale si impose in larga misura in occidente grazie ad una negativa influenza religiosa (p.e. il cristianesimo poneva l’uomo dominatore da una parte e la natura soggiogata dall’altra), ed era propria, tra l’altro, della filosofia greca che collocava l’uomo, soggetto pensante e sensibile, all’esterno di una natura oggettivata e subalterna. Solo nel pensiero orientale sarà possibile discernere, almeno in parte, una filosofia vitale non antropocentrica e quindi mancante del dualismo. Nell’occidente si esalta l’io a danno del tutto, in oriente si esalta il tutto a danno dell’io.”Il controllo della natura è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo definire l’Età di Neanderthal, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo” (Carson, 1963). La filosofia di vita della maggior parte degli indiani d’America è un altro vivido esempio di globalità e di assoluta assenza di dualismo. “E’ una cultura del rispetto per la natura, per tutte le forme in cui si manifesta; una visione del mondo come globalità, scambio continuo e reciproca dipendenza; una concezione della vita come partecipazione incessante alla creazione” (Kaiser, 1992). Citando ancora Kaiser si evidenzia che “Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura......Una concezione dualistica della relazione dell’uomo con il suo prossimo implica che l’individuo si senta innanzi tutto separato dall’altro, contrapposto a lui......Il pensiero dualistico divisore vede l’uomo come opposto alla natura, per cui l’uomo sarebbe chiamato a dominare sulla natura, sottomettendola al proprio volere. La natura non ha alcuna rilevanza etica e l’uomo non ha quindi nessuna responsabilità morale nei suoi confronti....Sotto questo aspetto, il pensiero indiano tradizionale ruota intorno ai concetti di una grande famiglia cosmica e della solidarietà col tutto....”.
Occorre tuttavia evidenziare la differenza che intercorre con il concetto di dualità. Scrive a tal proposito Kaiser (1992): “Nella nostra riflessione è necessario distinguere nettamente la ‘dualità’ dal dualismo. La confusione tra questi due concetti, che possiamo rilevare assai spesso, impedisce, infatti, una chiara differenziazione tra il dualismo occidentale e il modo di pensare, in termini di equilibrio, tipico delle culture asiatiche e degli indiani d’America.
L’idea del bilanciamento, dell’equilibrio, della compensazione, che contraddistingue l’interpretazione indiana del mondo, si basa interamente sul concetto di ‘dualità’. Abbiamo accennato alla dualità uomo-donna, ma è la realtà intera a essere ordinata sulla base di quel concetto: giorno-notte; estate-inverno; terra-cielo; attrazione repulsione; amore-odio; gioia-tristezza.......
Nell’idea di equilibrio è fondamentale considerare la dualità non come formata da realtà opposte, di valore diverso, dominate dalla discordia, ma da realtà di pari valore, esistenti in un rapporto complementare e che pertanto si integrano a vicenda. Il vero motore del mondo è quindi il desiderio delle contrapposizioni di riunirsi e riconciliarsi. E’ importante, inoltre, non intensificare o protrarre all’infinito le divisioni e le dissonanze all’interno delle dualità, perché altrimenti esse si trasformano in dualismi. Il dualismo, infatti, è indice di una dualità intesa antagonisticamente e non in modo complementare........
La fisica moderna, pertanto, interpreta determinate contraddizioni non più come realtà che si escludono a vicenda, ma come aspetti diversi di un’unica realtà”. Scrisse J. Muir: “…….Ci è stato detto che il mondo è stato creato per l’uomo. E’ una supposizione completamente smentita dai fatti. Sono in molti a stupirsi quando nell’universo di Dio trovano qualcosa, vivo o morto, che non è commestibile o non è, come si dice, utile per l’uomo. Non contenti di prendere tutto dalla natura, pretendono anche lo spazio divino come fossero le uniche creature per le quali è stato progettato questo insondabile impero...
E’ molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione?…..”.
Si ricorda quindi che la compenetrazione degli opposti pur nella diversità genera sempre unità all’interno della dialettica della natura a patto che la visione del mondo sia unificatoria e centripeta.
Il “valore in sé o intrinseco” della natura (noumeno naturale), è l’espressione più alta del pensiero. Affermare quindi che la sostanza naturale (nel senso generale del termine) debba essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, senza nessuna nostra mediazione o intuizione, è la massima elevazione concettuale di conservazione che possa essere formulata. Ogni azione deve sempre essere fine a se stessa senza attribuirgli un valore positivo o negativo in relazione alle eventuali conseguenze che genera.
Al contrario, nella comune speculazione mentale della conoscenza, ci si riferisce “sempre” a concetti “rispetto a noi”. Infatti si stimolano interventi solo se portano  “guadagni” materiali o spirituali o in ogni caso utilitaristici. Traducendo, avremo: proteggiamo un bosco secolare affinché nella presente e nelle future generazioni l’uomo possa goderne materialmente e spiritualmente.
Ecco, invece, un concetto superiore: “La natura deve essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse materiale o spirituale che sia”.
Un fenomeno naturale ha la sua massima valenza in sé stesso, e si manifesta indipendentemente dalla conoscenza e dalla mediazione sensibile. E’ fondamentale comprendere che un “luogo” ha qualcosa in sé che noi non possiamo e non dobbiamo cercare di interpretare. Solo in tal guisa riusciremo a dare al mondo naturale quel giusto valore che gli appartiene. Un tempo lo spirito umano aveva in se stesso, nell’inconscio, questo concetto, come lo possiede un lupo selvaggio o un orso delle foreste, ma il distacco traumatico dalla natura ce ne ha privato. Ogni essere ha in fondo una propria “visione” della vita e inconsapevolmente pone se stesso (soprattutto come individuo) al “centro” della realtà. Ma questa centralità è solo apparente, utile alle esigenze della sopravvivenza del momento. L’uomo invece trasforma quella centralità in una subordinazione totale di tutta la realtà esterna da lui, facendo prevalere unicamente i diritti universali e assoluti della propria specie. Il tutto con il massimo della consapevolezza. 
Quando si “studia” un fenomeno naturale è impossibile conoscerlo senza essere influenzati dalle speculazioni personali di chi opera tale indagine. La pretesa della scienza occidentale di capire asetticamente gli “oggetti” della natura senza considerare l’apporto del soggetto, è una pura illusione cartesiana. J. Wheeler, fisico della Princeton University ci ricorda che “non c’è nessuna legge tranne la legge che non c’è nessuna legge”.
Se, come abbiamo visto, l’uomo è stato in passato membro a tutti gli effetti della wilderness del mondo, progressivamente è diventato l’unico soggetto, è uscito dal palcoscenico della natura, ha falsificato la verità, e ha condizionato verso i suoi subdoli interessi quasi tutti gli elementi della natura.
Dinanzi a questa profonda dialettica così articolata e ricca di variabili, nasce la necessità, all’interno dello stesso pensiero umano, di invertire lo stato delle cose, mentali e materiali, per ricondizionare l’uomo ad una “equilibrata e giusta” dimensione. Questa “giusta” dimensione, era propria, come accennato, nei popoli selvaggi o in coloro che vivevano in ogni caso in “essenza” con la natura.
Se l’uomo rimaneva in connessione con il mondo selvaggio, come elemento indistinto nell’ordinato ed imprevedibile caos naturale, non sollevava nessun problema di distruzione e di invadenza e, quindi, conseguentemente, di tutela, di rispetto o di conservazione della natura. Ma la sua ribellione alla verità naturale lo ha portato ad estinguere dentro se il senso dell’armonia e della purezza originaria, trasformandolo in un vorace essere accecato dalla propria affermazione e dal proprio egocentrismo. Ecco, dunque, che l’essenziale diventa superfluo e il vacuo diventa essenziale. Avviene il distacco totale dalla natura, avviene la sopraffazione verso le cose e l’annientamento del mondo esterno da sé. L’uomo si considera allora il centro di tutto e il solo metro delle cose. “La Natura può aver destinato la terra fertile anche ad altri scopi che al nutrimento degli esseri umani”. (J. Muir).
Il pensiero conservazionistico, visto nella sua globalità, ha spesso ignorato il concetto del “noumeno” nel proporre una nuova impostazione mentale verso la natura, ribadendo invece ancora una volta la centralità dell’uomo come fine ultimo della protezione (etiche antropocentriche). Solo le etiche ecocentriche hanno introdotto questo nuovo paradigma sia in forma di valore intrinseco non utilitaristico che transpersonale (deep ecology). Molto importante è invece quello che si ravvisa nel “concetto di wilderness”, nel quale viene dato molto rilievo alla preservazione di un territorio per il suo valore in sé e non utilitaristico, diffondendo proficuamente questi principii, compiendo passi fondamentali in direzione di una nuova e reale filosofia della conservazione.
L’ecologia superficiale, esclusivamente antropocentrica, è nettamente incline verso una valutazione utilitaristica della natura (la natura rimane strumento, risorsa al servizio dell’uomo - Naess, 1994). L’ecologia profonda, invece, tende ad attribuire un valore intrinseco alle cose della natura (viventi e non) universalizzando il senso di identificazione.
Andare oltre il valore intrinseco della natura, significa perdersi in speculazioni conservazionistiche che si allontanano dall’assunto di questo valore e si snaturano in un profitto soggettivo ed egocentrico. Il passo successivo, ma già contenuto nel noumeno, è quello di riconnettersi con l’uno naturale valicando e disperdendo la weltanschauung dualistica della vita. Occorre dimensionarsi al di sopra delle parti e della mente soggettiva. Ciò non vuol dire che l’io personale debba essere sopraffatto, ma al contrario deve praticare una vera e propria rivoluzione soggettiva per confluire nell’infinito mare dell’impersonale.
“Sarebbe una grave ingiustizia liquidare il pensiero utopico come pura fantasia, immaginaria e irrealizzabile; relegarlo alla letteratura definita utopistica significa sottovalutare la sua ampia diffusione a molti livelli in tutte le culture. In qualsiasi modo venga espresso, il pensiero utopico è essenzialmente una critica dei difetti e dei limiti della società ed espressione di qualcosa di migliore” (P. Sears, 1965 in Devall e Sessions 1989).
Non è possibile prescindere dalla wilderness e, aggiungo, ancor più dal suo valore in sé. Chi recepisce il valore intrinseco delle cose, avrà una visione totalizzante della vita che sarà nuova e profonda (nel lavoro sarà onesto, nell’amicizia sarà sincero, nell’amore sarà leale, nel respiro sarà profondo, con il prossimo sarà gentile, e così via).
Giustamente Aldo Leopold asseriva che i problemi ambientali sono fondamentalmente di matrice filosofica, nella quale va ricercata la soluzione di un nuovo rapporto con la natura (Hargrove, 1990).
“Abbiamo cercato di metterci in relazione con il mondo intorno a noi soltanto attraverso il lato sinistro della nostra mente, e stiamo chiaramente fallendo. Se intendiamo ristabilire un rapporto vivibile, ci sarà necessario riconoscere la saggezza della natura, consapevoli che il rapporto con la terra e il mondo naturale richiedeva l’intero essere” (Dolores LaChapelle in Devall & Sessions, 1989).
Disse John Muir: “Ero uscito solo per fare una passeggiata ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto: perché mi resi conto che l’andar fuori era, in realtà, un andar dentro”.

“Dichiaro di capire
cosa c’è di meglio
che dire il meglio.
E lasciare sempre il meglio inespresso. (W. Whitman, A Song on the Rolling Earth)


L’ Ecosofia T di Arne Naess
di Mariella Guarraci

(Guarraci M., 2004. Tesi di Laurea “La Deep Ecology come sfondo per l’educazione ambientale” 
Unversità di Milano-Bicocca. Milano)


L’introduzione da parte del filosofo norvegese Arne Naess dell’espressone “Ecologia profonda” esprime la consapevolezza che la semplice lotta contro l’inquinamento e lo spreco delle risorse sia utile ma limitata, in quanto non affiancata e supportata da una visione d’insieme che concepisce l’Uomo come parte di quel tutto organico che è l’Ambiente. Secondo Naess per superare le crisi ambientali l’Uomo deve riuscire a ritrovare quella sua collocazione nella Natura che il riduzionismo e il meccanicismo gli
hanno fatto perdere e affinché questo possa accadere occorre che “ogni persona adulta si assuma la responsabilità di elaborare la propria risposta ai problemi attuali dell’ambiente secondo una prospettiva globale”. Ogni soggetto è dunque chiamato a prendere coscienza delle idee ecologiche e a sviluppare la propria proposta, la sua personale Ecosofia, ovvero un codice individuale di valori che orienti le proprie scelte:
“una ecosofia non è altro che una visione globale di tipo filosofico che trae ispirazione dalle condizioni di vita nell’ecosfera. Dovrebbe quindi costituire la base filosofica che permette a un individuo di informare la sua azione ai principi dell’Ecologia profonda.”
L’Ecosofia di Arne Naess, da lui definita Ecosofia T, dove T sta per Tvergastein, il rifugio di montagna in Norvegia dove venne elaborata, propone di riorientare la nostra civiltà agendo dall’interno del sistema politico, cogliendo ciò che c’è di positivo e cambiando ciò che non lo è. L’Ecosofia T infatti non si allinea con nessuna ideologia classica e non risparmia critiche alla religione cristiana e all’economia occidentale. L’egualitarismo biosferico affermato dall’Ecosofia T non rappresenta tuttavia una prospettiva estremista: non nega le grandi capacità di homo sapiens ma “propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono né capire né condividere”.
Le regole ecosofiche sono chiare: l’Uomo deve limitare l’uccisione degli altri esseri viventi, non deve infliggere loro inutili sofferenze e non deve usarli mai solo come mezzi. L’Uomo deve coltivare un nuovo concetto olistico dove tutti gli esseri viventi sono considerati parte della Natura, ricordando che:
“prendere le distanze dalla Natura e da ciò che è naturale significa prendere le distanze da ciò che è elemento costitutivo dello stesso Io. In questo modo si demolisce la propria identità, ciò che l’individuale è, e pertanto il senso d’identità e dignità. Alcuni fattori ambientali, per esempio la madre, il padre, la famiglia, i primi amici, hanno un ruolo”.[….]
Così scrive Naess: “se un topo fosse collocato nel vuoto assoluto non sarebbe più un topo. Gli organismi presuppongono un ambiente” centrale nello sviluppo dell’Io, e lo stesso si può dire della casa e dell’ambiente che la circonda. La ricerca ecologica e quella psicologica hanno messo in luce i rapporti che il nostro sé stabilisce, nel corso del suo sviluppo, con un’infinita ricchezza e varietà di fenomeni naturali, soprattutto con la vita organica, ma anche con la natura inorganica. [...] Il bambino cresciuto, il naturalista in senso filosofico, allarga i propri sentimenti positivi a tutta la Natura in base all’intuizione che tutto sia interconnesso.”
Ogni essere vivente ha un valore intrinseco e ha il diritto alla vita, al dispiegamento delle proprie potenzialità, pertanto l’Uomo ha il diritto di realizzarsi, ma nel farlo deve tenere conto delle realizzazioni altrui. Naess chiarifica che: “L’uguaglianza del diritto a realizzare le proprie potenzialità, affermata in via di principio, non è una norma pratica che ci impone una condotta identica nei confronti di tutte le forme di vita. Piuttosto suggerisce, come criterio guida, di limitare l’uccisione di altri esseri, e più in generale di eliminare gli ostacoli alla loro realizzazione.”
Ad esempio Naess respinge l’affermazione: “io ti uccido perché valgo di più” ma non: “io ti uccido perché ho fame”. È come se la seconda affermazione contenesse una implicita richiesta di scusa : “mi dispiace, ma devo ucciderti perché ho fame.” Questo non implica una classificazione dei viventi in base al loro valore ma giustifica in qualche modo il fatto che si agisca in modo differente nei confronti di esseri viventi diversi.
Questo porta anche ad abituarsi a distinguere i meri desideri dai reali bisogni appagando questi ultimi con il minimo impatto sulla Natura.
Uno degli aspetti che possono influire notevolmente sul cambiamento di mentalità promosso dall’Ecologia profonda è rappresentato dalla capacità di identificazione con gli altri esseri viventi. L’identificazione dipende dall’ambiente, dalla cultura e dalle condizioni economiche in cui si vive e si trova alla base della percezione della Natura come unità complessa. La prospettiva ecosofica tende a sviluppare processi identificativi così profondi “che i confini del proprio sé non sono più indicati in modo adeguato dall’io personale o dall’organismo. Allora ci si sente profondamente parte della totalità della Vita. [...] Ciò implica anche una transizione da un atteggiamento del tipo io-lui a uno del tipo io-tu.”
Al contrario l’incapacità di identificarsi conduce all’indifferenza, porta a relegare oggetti o avvenimenti lontani su uno sfondo privo di importanza e di conseguenza a non intervenire fino a quando un problema non ci riguarderà direttamente, forse essere troppo tardi. Scrive Naess: “Più riusciamo a comprendere il legame che ci unisce agli altri esseri, più ci identifichiamo con loro, e più ci muoveremo con attenzione. In questo modo diventeremo anche capaci di godere del benessere degli altri e di soffrire quando una disgrazia li colpisce. Noi cerchiamo il meglio per noi stessi, ma attraverso l’espansione del sé ciò che è meglio per noi è meglio anche per gli altri. La distinzione tra ciò che è nostro e ciò che non lo è sopravvive solo nella grammatica, non nei sentimenti.”
Ancora una volta è chiamata in causa l’Educazione per promuovere l’empatia, l’espansione del proprio sé, la percezione delle interdipendenze su cui si fonda la vita e l’identificazione con la Natura. Questo non implica la rinuncia dell’uomo moderno alla propria eredità culturale ma il recupero e la valorizzazione di quella sua tendenza, o, meglio, di quel suo bisogno definito vita all’aria aperta.
In Norvegia per esprimere questo concetto si usa la parola friluftsliv che indica “una sorta di stato positivo della mente e del corpo a contatto con la Natura che ci avvicina ad alcuni dei molti aspetti dell’identificazione della realizzazione del Sé nella Natura che abbiamo perduto.”
Promuovere la friluftsliv significa incrementare un divertimento sano che ricorda le occupazioni dell’uomo preindustriale e consente di trascorrere più tempo a contatto con la Natura. Grazie a queste attività è possibile promuovere il rispetto per la Natura ed educarsi a combattere gli sprechi, valorizzare le risorse disponibili, riconoscere la bellezza e il valore della diversità, sviluppare il pensiero intuitivo e identificativo, sperimentare le interconnessioni tra e con tutto ciò che ci circonda, criticare gli interventi umani di maggiore impatto ambientale dopo averne personalmente sperimentato l’aggressività nei confronti del paesaggio. Passare più tempo immersi nella Natura consente anche di discernere i bisogni concreti da quelli superflui e di cominciare a considerare la qualità della vita anziché badare esclusivamente alla quantità di ciò che può offrire. Solo vivendo tutto questo concretamente, sulla propria pelle, è possibile sviluppare la propria Ecosofia, interiorizzare i principi dell’Ecologia profonda e modificare il proprio stile di vita, non per seguire l’ennesima proposta new-age ma perché se ne comprende il valore.
Non sarà facile raggiungere tale risultato perché spesso si attende che la situazione raggiunga livelli critici prima di intervenire per un miglioramento. Può essere di grande utilità entrare in contatto con istituzioni politiche ed economiche, ONG, ma soprattutto con insegnanti e specialisti della comunicazione di massa che possano veicolare i nuovi valori ecologici e spingere ogni persona a sostenere uno stile di vita meno miope che favorisca l’intera ecosfera di cui essa stessa è parte.


L’ECOLOGIA DI SUPERFICIE
di Guido Dalla Casa


Premesse
In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero ancora esiguo ma rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.
Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.
In sostanza non si intaccano mai le concezioni globali dell’Occidente, il paradigma dominante resta lo stesso. Sia l’ecologia nata dalla problematica dei “limiti dello sviluppo”. Sia quella che cerca di tenere “bello” l’ambiente e abitabile la Terra lo fanno soprattutto per il benessere dell’uomo, la cui posizione centrale e particolare non viene minimamente scossa.
Anche l’idea di conservare la Terra in buono stato per le generazioni future attribuisce valore alla Natura soltanto in funzione della nostra specie: l’antropocentrismo non viene messo in discussione.

I limiti dello sviluppo
Il tipo di pensiero ecologista cui accennerò ora è nato all’inizio degli anni Settanta con la pubblicazione del famoso rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”, titolo in cui è già evidente l’impostazione dello studio: lo sviluppo va arrestato lentamente, perché ha dei limiti fisici, oggettivi. Quindi non possiamo fare a meno di fermarlo: occorre frenare per l’uomo, anche se con grande dispiacere.
Non si intacca alcun principio dell’Occidente, anzi il mondo è considerato un sistema meccanico straordinariamente complesso: la concezione meccanicista non è minimamente messa in dubbio. La spinta all’equilibrio globale è una necessità fisica, la Terra deve essere rispettata perché diversamente non consentirà la vita dell’uomo.
Il rapporto era stato impostato semplificando il sistema mondiale con cinque grandezze: le risorse naturali, la popolazione umana, gli alimenti, l’inquinamento e la produzione industriale. Erano poi stati schematizzati i tipi di interazione fra queste grandezze su scala mondiale e si erano studiate le tendenze future estrapolando gli andamenti verificatisi dall’inizio dell’era industriale.
Come noto, il risultato dello studio fu che il sistema sarebbe collassato attorno agli anni 2020-2030, naturalmente se non si fossero modificati gli andamenti e le interazioni, cioè il modo di vivere. Attorno al 2030, quando i cinque diagrammi dello studio “impazziscono”, la Terra avrà livelli di degradazione intollerabili: però questo fatto non era preso in considerazione come disastro “in sé”. 
A coloro che non si preoccupano più di quel rapporto perché finora non è successo niente pur essendo continuato l’andamento precedente delle grandezze in esame, è opportuno ricordare che mancano ancora trenta o quaranta anni prima che si debba notare qualcosa di macroscopico. Anzi, gli indici presi in esame stanno procedendo secondo le curve uscite allora dall’elaboratore.
Lo scienziato Paul Ehrlich ha proposto a tale riguardo una parabola che mi sembra molto istruttiva. Supponiamo, scrive Ehrlich, di trovarci a salire su un aereo e di vedere che c’è una persona che sta tranquillamente schiodando i rivetti, che sono un tipo speciale di chiodi che tengono insieme le lamiere dell’ala. Naturalmente allarmatissimi ci mettiamo a gridare all’uomo di smetterla: ma lui ci risponde di stare tranquilli perché non è la prima volta che lo fa (li rivende ad una ditta) e non è mai successo niente; anzi lui stesso sta per partire col medesimo volo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ovviamente l’uomo non si rende conto che a furia di schiodare arriverà a togliere quel bullone che segna la soglia massima di resistenza dell’ala privata dei bulloni medesimi, e a quel punto succederà la catastrofe. La stessa cosa accade per il nostro pianeta: continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto.
Ricordiamo anche il paragone di Bateson con la rana messa a bollire in una pentola con acqua fredda: se si aumenta lentamente la temperatura dell’acqua, la povera rana non riuscirà ad accorgersi quando è arrivato per lei il momento di saltar fuori e finirà lessata.
Il rapporto del Club di Roma ebbe sostanzialmente tre grossi pregi:
- di introdurre il problema con un linguaggio scientifico-matematico, che viene di solito abbastanza accettato dagli ambienti ufficiali, anche se soltanto come metodo;
-  di evidenziare l’idea di crescita esponenziale, cioè invitare alla meditazione su cosa significano i fenomeni che hanno un simile andamento nel tempo;
- di richiamare l’attenzione sulla gravità del problema demografico: se non si arresta l’attuale esplosione della popolazione mondiale, ogni altro provvedimento diventa inutile; oggi l’umanità aumenta di un milione di individui ogni quattro giorni
A questo proposito à bene ricordare che l’area del mondo più sovrappopolata -anche se non cresce quasi più - è l’Europa, con alte densità e con impatto altissimo, dato l’insostenibile livello di consumo pro-capite dei suoi abitanti.

La crescita esponenziale
Ritengo utile richiamare con un paio di esempi cosa significa l’andamento esponenziale, che è il modo di procedere della civiltà industriale.
Il primo esempio è un aneddoto:
Un Maragià indiano, per saldare un debito di riconoscenza verso un suo saggio suddito, gli promise di soddisfare un suo desiderio.
Il saggio chiese un certo quantitativo di grano: quello che si ottiene mettendo un chicco sulla prima casella della scacchiera, due chicchi sulla seconda, poi quattro, otto, sedici, e così via raddoppiando. Il maragià restò stupito dalla modestia di quella richiesta e ordinò che venisse portata una scacchiera ed un sacco di grano. L’incaricato a deporre i chicchi si accorse ben presto, già nella seconda fila di caselle, che si preparavano guai e che il sacco non sarebbe bastato, anche se la prima fila era andata via con quantità di grano molto modeste.
Per avere il totale dei chicchi, basta moltiplicare due per sé stesso sessantaquattro volte; provate e vi divertirete: con i calcolatorini in commercio farete prestissimo, ma il numero uscirà presto dal visualizzatore delle cifre. Il numero risultante sull’ultima casella della scacchiera ha una ventina di zeri e corrisponde al raccolto mondiale di grano per duemila anni! Secondo l’aneddoto, il maragià si trovò nell’alternativa di non mantenere la parola data o far tagliare la testa al vecchio saggio. (2) 

Un altro esempio classico può illustrare ancora meglio il tipo di rapidità nel tempo dei fenomeni che avanzano con l’andamento “del raddoppio”, che equivale ad aumentare di una percentuale annua costante il valore già raggiunto.
Supponiamo che un microorganismo in crescita esponenziale con raddoppio giornaliero “uccida” la superficie di un lago e ci metta sessanta giorni a farla fuori tutta. Se un gruppo di esperti, notando la moltiplicazione del microorganismo, si recasse a visitare il lago al 56° giorno, cioè a quattro giorni dalla morte totale, vedrebbe soltanto un sedicesimo del lago già “morto” e tutto il resto bel tranquillo: probabilmente se ne andrebbe proponendo solo qualche blando correttivo e scagliandosi contro gli “allarmisti” che ritenevano urgente un rimedio.
E’ forse istruttivo seguire l’andamento di tale fenomeno (i valori sono arrotondati):
Se il microorganismo ha la superficie di un micron (3) quadrato e la superficie totale del lago è di un Km quadrato, si ha:
- inizialmente l’area ricoperta dal microorganismo è di un micron quadrato;
- dopo 20 giorni il microbo ha infettato un millimetro quadrato di superficie, cioè dopo un terzo del tempo totale il fenomeno non è ancora percepibile; 
- dopo 40 giorni, cioè due terzi del tempo totale, la superficie ricoperta è un metro quadrato, cioè il fenomeno è rilevabile solo con grande difficoltà; comunque nessuno darebbe importanza alla cosa;
- dopo 56 giorni, come si è detto, è ricoperto un sedicesimo del totale, cioè il fenomeno è visibile ma per molti “non ancora preoccupante”.
Dopo altri quattro giorni è tutto finito.
Alla luce di tale andamento esponenziale del fenomeno “civiltà industriale”, appare perfettamente logico che per un paio di secoli non si sia notata la vera natura distruttrice di tale civiltà. Infatti i suoi effetti reali sulla Vita non possono evidenziarsi se non pochissimo tempo prima della sua fine: ritornando all’esempio del microorganismo nel lago, chi potrebbe effettivamente accorgersi di un metro quadrato inquinato se è sparso su una superficie di un Km quadrato, cioè un milione di volte più grande? Eppure in quel momento il fenomeno ha già “lavorato” per due terzi del tempo totale a sua disposizione.
Quindi la persistenza del modello attuale per due secoli, fatto su cui poggia l’idea di continuazione della civiltà industriale sempre-crescente, costituisce invece un’ulteriore prova della sua fine imminente: come si è visto, il modello può esistere senza manifestare la sua vera natura per un tempo quasi uguale a quello della sua esistenza complessiva.
E’ utile comunque ricordare che l’impostazione al problema ecologico data dai “limiti dello sviluppo” non è stata sostanzialmente contestata sul piano scientifico, è stata soltanto ignorata dal mondo ufficiale, impossibilitato ad arrestare una spinta che persiste da due o tre secoli, proprio perché non si può cambiare il modo di vivere senza modificare il pensiero filosofico.
A questo punto viene da chiedersi che senso ha un modello culturale che non può durare per un tempo indefinito, cioè che ha in sé la certezza della propria fine.
Secondo i sacerdoti della crescita, succederà “qualcosa” che consentirà di crescere sempre. A parte che non si capisce cosa possa essere, viene da chiedersi perché questi economisti non portino subito in Banca mille lire e le lascino su un conto al sette per cento annuo di interesse, visto che - per il fenomeno esponenziale sopra accennato - dopo circa cinque secoli la somma depositata sarà diventata un milione di miliardi di lire che faranno felice qualche diretto discendente, neanche troppo lontano. Il bello è che - secondo gli stessi sacerdoti, che adorano la crescita come una divinità - se centomila persone fanno la stessa operazione, tutti si ritrovano il loro milione di miliardi dopo cinque secoli. Ancora soltanto qualche secolo in più, e la quantità di denaro di quei “conti in Banca” supera il volume di una sfera che comprende tutto il sistema solare.
Non possono accorgersi di questa assurdità proprio perché la crescita viene considerata intoccabile, cioè una divinità. 
E’ istruttivo riportare la conclusione dell’aggiornamento del famoso rapporto del Club di Roma eseguito venti anni dopo:

Abbiamo ripetuto più volte che il mondo non si trova di fronte un futuro preordinato, ma una scelta. L’alternativa è tra modelli. Uno afferma che questo mondo finito non ha, a tutti i fini pratici, alcun limite. Scegliere questo modello ci porterà ancora più avanti oltre i limiti e, noi crediamo, al collasso.
Un altro modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che non vi è abbastanza tempo, e che gli esseri umani non possono essere moderati, né responsabili, né solidali. Questo modello è tale da autoconfermarsi: se il mondo sceglie di credervi, farà in modo che esso si riveli giusto, e ancora il risultato sarà il collasso.
Un terzo modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che c’è esattamente il tempo che occorre ma non c’è tempo da perdere. Ci sono esattamente l’energia, i materiali, il denaro, l’elasticità ambientale e la virtù umana bastanti per portare a termine la rivoluzione verso un mondo migliore.
Quest’ultimo modello potrebbe essere sbagliato. Ma tutte le testimonianze che abbiamo potuto considerare, dai dati mondiali ai modelli globali per calcolatore, indicano che esso potrebbe essere corretto. Non vi è modo per assicurarsene, se non mettendolo alla prova. (4)
E’ comunque evidente che il terzo modello comporta una modifica profonda e radicale dei valori attuali della cultura occidentale, cioè un sistema di vita ben diverso.

I Parchi naturali
Una delle politiche dell’ecologia di superficie è quella di tenere isolate alcune aree naturali del Pianeta salvandole dall’invadenza del cosiddetto progresso. Tale pratica, pur non intaccando i fondamenti che causano il dramma ecologico e lasciando a volte il sospetto che fuori da queste aree sia consentito ogni sfruttamento, è comunque da sostenere in ogni modo. Infatti è uno dei modi concreti in tempi brevi per salvare specie ed ecosistemi altrimenti destinati all’estinzione: essi potranno riprendersi nelle aree adatte del Pianeta quando saranno cambiati i paradigmi dominanti.
Spesso la finalità pubblicizzata per i Parchi è piuttosto antropocentrica, cioè essi verrebbero creati per il “godimento dell’uomo”, ma questo è l’unico modo - date le premesse della cultura dominante -  perché tali Parchi possano essere accettati. 
Facciamo alcuni esempi:
Una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per scopi ricreativi e di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo” non viene messa in discussione.

La questione etica e il problema dei “diritti”
Se portiamo il problema in termini giuridici, nell’ecologia di superficie la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di proprietà, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si può e si deve utilizzare o godere da parte di qualcuno o di tutti. L’uomo è sempre al centro, è il riferimento di tutto, vivente o non vivente.
Gli ecosistemi, gli animali, le piante non sono soggetti morali né di diritto, ma hanno valore solo in funzione umana (proprietari, gruppi, collettività, ecc.): l’animale o l’ecosistema sono evidentemente considerati “non coscienti” o “non senzienti”. Non si capisce proprio come venga stabilito il confine, o quale sia la caratteristica che fa attribuire la qualifica di “soggetto morale” o “soggetto di diritto”. Se fosse qualunque forma di “intelletto” o di facoltà intelligente - a parte la solita difficoltà di stabilire la “quantità di soglia” - non si capirebbe proprio come vengano assegnati diritti ben precisi (come soggetti) a un pugno di cellule o ai menomati o cerebrolesi gravi, o a persone in coma, purchè si tratti esclusivamente di umani.
E’ evidente la derivazione biblica e cartesiana di questi atteggiamenti: la distinzione nasce da un pregiudizio metafisico, di cui si parlerà in seguito.
L’etica religiosa dell’Occidente ha riservato scarsa attenzione ai non umani, escludendoli da ogni considerazione morale, o semplicemente umanitaria e relegandoli, in quanto privi di anima, nella sfera dei mezzi al servizio dell’uomo. L’ascesa della filosofia dello scientismo tecnologico, che degrada tutto a oggetto, ha ulteriormente peggiorato l’atteggiamento collettivo.
Invece non c’è nulla che impedisca di essere soggetto morale e dotato di diritti non solo a un animale, ma anche a un fiume, a una montagna, a una palude.
Oggi comunque sappiamo dall’etologia - ma anche dal senso comune - che almeno gli animali provano piacere e dolore e hanno interessi preferenziali: insomma non esistono differenze rilevanti fra umani e altri animali. Anche gli studi di neurobiologia non rivelano differenze qualitative fra le strutture umane e quelle di altri animali. Quindi non ci sono ragioni plausibili per escluderli da considerazioni etiche.
Poiché inoltre non è possibile stabilire confini fra animali e vegetali, né fra individui e “ambiente circostante” e comunque con la visione olistica e sistemica che vedremo, non c’è motivo per escludere qualunque entità naturale dall’essere soggetto etico e giuridico.
Anche per l’ecologia di superficie, cominciamo allora a vedere che cosa significa “etica ambientale”. Essa è stata definita come l’insieme dei princìpi che regolano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente: princìpi che determinano specifici doveri a carico dell’uomo. Per mondo naturale si intende “l’intero complesso degli ecosistemi naturali del nostro pianeta, assieme a tutte le popolazioni animali e vegetali che compongono le comunità biotiche dei singoli ecosistemi”. E’ chiaro dunque che parlando di tutela delle specie in via di estinzione si parla necessariamente anche della conservazione dell’ambiente in generale; anche perché purtroppo le specie minacciate non sono poche, non si limitano a qualche uccello esotico, qualche grosso carnivoro o ad animali dalla pelliccia particolarmente pregiata o ad altri casi sporadici del genere. Si parla ormai di migliaia di specie animali e vegetali scomparse nel corso degli ultimi anni, e di decine di migliaia in immediato pericolo di estinzione. Si arriva ad ipotizzare la loro scomparsa nell’immediato futuro al ritmo di una all’ora. E’ difficile quantificare in maniera precisa, ma è evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno di dimensioni tali da coincidere, in definitiva, con la sparizione stessa del mondo naturale.

L’illusione dei due sistemi
Il nostro mondo occidentale è quasi sempre spaccato in due in tutti i campi, date le sue premesse. Facciamo qualche esempio accennando alla sostanziale uguaglianza di atteggiamento verso la Natura di alcune correnti di pensiero che si credono “opposte”, ma nascondono in realtà le stesse concezioni di fondo.
Sia il dualismo metafisico credente-ateo sia quello economico capitalismo-collettivismo non sono rilevanti agli effetti del problema ecologico. Tutte le parti dicono di “difendere la natura” e accusano il polo “opposto” di essere la causa del male. Fino a qualche anno fa una fetta dell’Occidente ha sbandierato l’illusione che il dramma ecologico fosse dovuto al profitto, pur avendo il materialismo e il progresso addirittura come valori assoluti e metafisici. 
Per portare un esempio pratico, è nota la disastrosa situazione ambientale degli ex-Paesi socialisti: il prosciugamento del lago d’Aral e le sue drammatiche conseguenze, l’inquinamento del lago Bajkal, i folli piani di alterazione planetaria programmati per i fiumi siberiani.
I detentori della cultura occidentale a Ovest hanno sterminato gli amerindiani, a Est hanno distrutto tutte le culture asiatiche e artiche. L’Occidente ha mostrato lo stesso volto a Est e a Ovest, verso la Natura come verso le altre culture umane.
Non si capisce che differenza comporti - anche sul piano teorico - il fatto di perseguire “lo sviluppo” per ottenere il profitto o per avere i risultati previsti nel piano quinquennale.
L’obiettivo primario è in entrambi i casi l’espansione economica, che porta inevitabilmente con sé la distruzione della Natura. Il problema nasce dai fondamenti della civiltà industriale e non dai dettagli del sistema economico.
Ad esempio, è assai riduttivo pensare che la distruzione della foresta amazzonica o della taiga siberiana sia dovuta “alle multinazionali” o ai governi brasiliano o russo. La realtà dei fenomeni è che si tratta della continuazione di quel processo con il quale l’Occidente divora la Terra e distrugge le civiltà tradizionali già da alcuni secoli.
Non possiamo cavarcela dando “la colpa” a qualcuno.
La causa è il concetto stesso di espansione economica, pilastro su cui poggia la nostra civiltà attuale.
Anche l’opposizione credente-ateo non ha differenze sostanziali, come vedremo più diffusamente nei capitoli successivi.
Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.
Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.
Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi. 
Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio, oltre che all’idea esasperata di dominio dell’uomo sulla Natura, propria del filosofo inglese Bacone, tanto per fare solo qualche esempio.
Nell’immaginario dell’Occidente, l’Universo è un’enorme, complicatissima Macchina smontabile, con l’optional del Grande Ingegnere.
Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.
Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.
Poiché l’ecologia di superficie si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente, non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione” o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per il mondo.
Dall’ecologia di superficie viene anche l’illusione dello “sviluppo sostenibile”, locuzione che suona come “salita in discesa” o “pioggia asciutta”, avendo in sé una contraddizione di termini.
L’unica conclusione evidente ma che non viene detta perché è intollerabile alla civiltà occidentale (non volendo modificarne le premesse) è che lo sviluppo non è sostenibile, è un fenomeno impossibile sulla Terra, è incompatibile con il sistema biologico globale.
Cullarsi nell’illusione che stiamo per scoprire la via dello sviluppo sostenibile può essere pericoloso. E’ invece perfettamente lecito parlare di “società sostenibile”, intendendosi come tale un sistema in equilibrio dinamico, cioè senza alcuna crescita materiale permanente. 
Infine, anche questo pensiero, di provenienza amerindiana, fa parte dell’ecologia di superficie:
Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro depositato nelle vostre Banche. (5)

Qualche nota dall’immaginario
Se leggiamo qualche anticipazione romanzesca o cinematografica, notiamo un grado di angoscia maggiore nei racconti ambientati in un mondo immaginato come estrapolazione degli andamenti attuali rispetto a quelli in cui il mondo ha subìto un collasso che ha arrestato i fenomeni di oggi, e quindi si trova nel “giorno dopo” di un evento traumatico.
Nei primi si trovano distese di deserti al posto di foreste, il caldo è soffocante, l’acqua è rara e accaparrata dai ricchi, le specie sono poche, c’è rassegnazione e c’è il consumo “obbligatorio”.
Nei secondi si può contare sulla rinascita di un mondo cambiato, c’è almeno la speranza. La vita può riprendersi, anche se ha bisogno di tempi lunghi.
Anche nell’immaginario gli ottimisti sono coloro che prevedono la fine della civiltà industriale, o un cambiamento radicale dei paradigmi di pensiero e quindi dei modi di vivere.
Infine, una nota dall’antropologo:
Forse bisogna cercare nella natura, attorno a noi, la spiegazione del destino dell’Occidente e anche i presagi per il nostro avvenire.
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
Le cavallette hanno anch’esse un simile senso della storia. Molte specie, tra cui la Locusta migratoria, vivono nella natura senza commettere danni: gli individui sono solitari e sparsi. A un determinato momento, per una ragione ancora sconosciuta, queste specie pullulano; le giovani cavallette che nascono e crescono in popolazioni fitte hanno colore e forma diversi: sono più grandi e di colore più chiaro, spesso di un bel verde.
I naturalisti ne hanno fatto una specie diversa: la Locusta gregaria. Esse si riuniscono in gruppi numerosi e, quando sono adulte, se ne volano tutte assieme, costituendo quelle nuvole di cavallette che i contadini del Mediterraneo temono moltissimo; esse avanzano a balzi enormi, nella stessa direzione inesorabile per molti giorni. Possono devastare ogni vegetazione in poche ore, o abbattersi su una steppa per marcirvi in mucchi al sole oppure precipitarsi a nugoli nel mare.
Che cosa potrebbero dire i lemmings se potessero scrivere la storia di una delle loro migrazioni? “Siamo in marcia verso un felice domani, la nostra nazione fortemente strutturata cresce di ora in ora, e nonostante vari attacchi, progrediamo nella stessa direzione, conservando la nostra organizzazione che, sola, permette all’individuo di marciare verso quel progresso che intravediamo già, tutto azzurro, ai piedi delle montagne”.
Le cavallette intonerebbero un canto di trionfo: “Noi procediamo in avanti. L’universo potrà nutrirci per un secolo, poiché siamo in via verso la “planetizzazione” della nostra specie”.
La storia ha un senso per le cavallette, per i lemmings e per la civiltà occidentale: essa sfocia in un suicidio collettivo, prima della “planetizzazione” di una specie. Ogni individuo vede però in questo slancio ultimo una marcia verso una situazione migliore. Più i lemmings si allontanano dal punto di partenza, dicono i naturalisti, più sono eccitati; nulla li può fermare; davanti a un ostacolo sibilano e digrignano i denti per la collera.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.
Noi infatti, uomini dell’Occidente, non facciamo altro che correre verso il mare, verso la morte, in file serrate. A ogni guerra, il vortice in cui siamo afferrati si inabissa sempre più, aumentando il nostro progresso materiale, sminuendo i nostri ultimi valori spirituali, annientando l’umanità fin nel cuore dell’uomo.
L’orgoglio ci fa vedere in questa caduta il desiderato compimento della nostra esistenza terrena. Come il Principe di questo Mondo, l’Occidente attira a sé l’umanità intera, promettendo i beni materiali e la conoscenza delle tecniche ma incatenandola per sempre, sostituendo ogni pensiero con l’eterno desiderio, per meglio trascinarla con sé.
La scena della tentazione si rinnova ogni volta che l’Occidente incontra una civiltà tradizionale. Ogni volta degli uomini prendono coscienza della propria nudità, del proprio sottosviluppo materiale. Con i fianchi cinti di cotonina, devono lavorare fino al limite delle loro forze e, quando il sudore della fronte non basta più, devono dare l’equilibrio della propria anima e tutta l’armonia del mondo. Allora l’Occidente trascina nella propria caduta un nuovo dannato, mentre si chiudono le porte di un paradiso, perduto una volta di più.
Se la civiltà occidentale scomparisse, l’umanità non ne sarebbe colpita, poiché già da molto tempo non è più solidale con essa: un impero avrà finito di esistere, aggiungendo ad altre rovine quelle del proprio orgoglio. I nostri monumenti saranno altrettanti enigmi per gli archeologi del futuro, perché sembrerà strano che degli uomini abbiano fatto costruzioni con il solo scopo di ammassare vertiginosamente dei materiali, senza cercare di rinchiudervi, con la chiave del loro pensiero, i numeri dell’universo. 
I popoli che ci rimpiazzeranno parleranno forse di castigo divino, senza immaginare che siamo stati noi i giudici e i carnefici di noi stessi, scrivendo ognuna delle lettere della nostra condanna con le conseguenze di ciascuno dei nostri atti. (6)

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Note
(2)-L’aneddoto riportato si trova, con qualche variante di dettaglio, in molti testi di matematica e di dinamica della popolazione (cfr. quelli di P. e A. Ehrlich) come esempio divulgativo di andamento esponenziale.
(3) millesimo di millimetro
(4) D. e D. Meadows – Oltre i limiti dello sviluppo – Ed. Il Saggiatore, 1993.
(5) Questa espressione di un nativo amerindiano è stata pubblicata sulla rivista “Il Panda” del W.W.F. italiano ed è riportata anche in un numero del periodico “Notizie Verdi”.
(6) Jean Servier - L’uomo e l’Invisibile – Ed. Rusconi, 1973

Etica della terra


“Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi un torrente turbolento piegava a gomito. Vedemmo quello che pensammo fosse una cerva guadare, immersa fino al torace nell’acqua bianca spuma. Quando si arrampicò sulla sponda dalla nostra parte e scosse la coda ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò dal folto dei salici, radunandosi per dare il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente. Insomma, un vero e proprio mucchio di lupi si agitava e ruzzolava allo scoperto proprio sotto il nostro masso.
A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco, con più eccitazione che precisione.......
Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai dimenticato, che c’era qualcosa di nuovo per me in quei occhi, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo era giovane e mi prudeva il dito sul grilletto; pensavo che meno lupi significasse più cervi, e quindi niente lupi equivalesse al paradiso dei cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista......
Forse è proprio questo che significa il detto di Thoreau: ‘La salvezza del mondo si trova nella natura selvaggia’. Forse questo è il significato nascosto nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono” (A. Leopold, 1949-1997).
Nella società contemporanea per una reale conservazione degli spazi naturali e per poter adempiere ad uno sviluppo sostenibile della comunità umana è necessario mettere in gioco molteplici atti pratici, ma che prendano le mosse dall’acquisizione di una nuova mentalità che ormai, pur se in forma ancora embrionale, serpeggia in una qualche misura nel mondo. Ecco dunque affacciarsi la necessità di esprimere al meglio e con la massima chiarezza una nuova etica della terra in cui, la sommatoria di svariati aspetti, deve portare al radicamento di una conoscenza che può palesarsi nella realtà effetttiva delle cose. Non è infatti sufficiente parlare di conservazione della natura o di un nuovo stile di vita disquisento solamente su ciò che si dovrebbe fare, ma è fondamentale portare alle luce numerose questioni che riguardano soprattutto la politica, la società, la filosofia più profonda. In altri termini se non si radica nella mente del genere umano una visione olistica del tutto, ogni discorso avulsamente inalberato per affermare la giusta via, non trova nessuna base concreta di attuazione. “Che cosa ha a che fare la filosofia con i problemi ecologici? Non è forse meglio che parlino la chimica, la biologia, la geografia, l’ingegneria oppure la sociologia e la politologia? L’incombere della catastrofe ecologica provoca reazioni di rassegnazione o di cinico edonismo e trova le sue radici nella frammentazione del sapere e delle sue tecniche che sta anche alla base della crisi filosofica attuale. Il compito della filosofia appare allora quello di domandarsi come l’uomo sia arrivato a minacciare l’intero pianeta e che senso abbia, in questa prospettiva, l’idea tradizionale di progresso. Ma non solo: la filosofia deve individuare nuovi valori e categorie per reimpostare il rapporto uomo-natura in modo da formare esseri umani in grado di affrontare la crisi. Ecologia è, letteralmente, dottrina della casa. Ma oltre la dimora materiale, la Terra, è necessario ricostruire la dimora spirituale (e con essa una nuova idea della politica) che garantirà la sopravvivenza della casa planetaria” (quarto di copertina in Hosle, 1992).
A questo punto appare fondamentale ricordare i concetti, più volti citati in questo lavoro, che espresse Aldo Leopold (simbolicamente la sua presa di coscienza partì proprio dal giorno che vide spegnersi quel “fuoco verde” degli occhi della lupa). Infatti nella sua “Etica della terra” contenuta nel suo capolavoro “A Sand County Almanc”(1949, 1997), un libro che rappresenta una pietra migliare per la mentalità conservazionista, Leopold va oltre l’antropocentrismo ed elabora l’“etica della terra”; tutte le etiche si basano su un’unica premessa: che l’individuo è un membro di una comunità di parti interdipendenti ... una volta che si riconosce questo è difficile negare i diritti alle varie parti ... l’uomo essendo membro della comunità biotica della terra non può negare a questa i suoi diritti. Una decisione è giusta quando tende a preservare l’integrità, la stabilità, la bellezza della comunità biotica. E’ sbagliata quando tende all’opposto (Pagano, 2001). Con questo semplice ed acuto ragionamento Leopold è considerato la fonte più importante del biocentrismo moderno e dell’etica olistica. Scrive sempre Pagano (2001): “….. la natura non era solo un oggetto di cui l’uomo poteva disporre a piacimento. Leopold capì che rimanendo ancorati alle banalità quotidiane il pensiero diventa incapace di percepire la grandiosità della natura……. Nessuna, fino ad allora, aveva pensato ad un’etica che operasse a livello di specie, habitat e persino a processi ecosistemici. In quel breve ragionamento Leopold sostiene che l’etica umana impone dei limiti al singolo uomo in quanto parte di una comunità di parti interdipendenti: la società umana. Ma, allargando il ragionamento, se la specie umana riconosce il suo ruolo di parte integrante delle comunità ecologiche deve anche, automaticamente, riconoscere i diritti della natura. La consapevolezza di essere ‘compagni di viaggio’ degli altri esseri naturali implica che la natura ha un valore proprio indipendente da quello che gli dà l’essere umano. Scrive a tal proposito Leopold:’In breve, un’etica terrestre modifica il ruolo dell’Homo sapiens da conquistatore della terra a semplice membro e cittadino della sua comunità’”.
Ma come abbiamo accennato poc’anzi, l’affermazione di una nuova etica della terra deve confrontarsi, per poter essere realmente metabolizzata, con numerosi eventi sociali, politici e filosofici. “Il problema non è più se i problemi ambientali siano meglio risolvibili attraverso l’azione etica o l’azione politica, bensì se questi problemi siano risolvibili attraverso un’azione complementare a entrambi i livelli.
Perché questo duplice approccio alla soluzione dei problemi ambientali possa funzionare, come lo stesso Leopold vedeva chiaramente, lo Stato democratico deve educare i cittadini a quei valori ambientali che sono necessari sia per l’azione etica sia per quella politica……..L’obiettivo dell’insegnamento dei valori non deve essere l’indottrinamento, ma il chiarimento…..” (Hargrove, 1990).
Il concetto di chiarimento è molto importante perché pone la questione su un punto fondamentale: un’etica della terra biocentrica ed olistica non deve tanto essere insegnata come qualcosa partorita da un atteggiamento filosofico e metafisico avulso dalla realtà, ma semplicemente come qualcosa che è già in essere, sin dalla formazione del pianeta terra, un qualcosa che solo nel corso dei millenni il cammino dell’uomo l’ha smarrito dalla sua dimensione e che ora non lo vede più o al massimo lo percepisce molto debolmente. In altri termini non si deve affermare qualcosa di inventato da una nuova visione della vita, ma bensì “chiarire” che i precetti non antropocentrici sono già in essere nella realtà della madre terra sia a livello biotico che abiotico. Ecco dunque l’appello affinché la nuova etica della terra (occorre dire nuova perché se un tempo era presente, cammin facendo, come detto, l’abbiamo completamente smarrita), si riappropri del proprio essere e rientri trionfante nella visione del tutto da parte del genere umano.
Il compito di questo chiarimento non è affatto semplice, anche se stiamo parlando di qualcosa che esiste già, perché l’uomo contemporanea si è gettato a capofitto verso precetti che lo vedono sempre più al centro delle cose con la pretesa che ogni elemento è di sua esclusiva proprietà e lo utilizza a suo libero, ma insensato piacimento. “Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.
L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne”. (Guido Dalla Casa).
Un riassunto schematico sui principi basilari di una reale etica della terra sono simili a quelli esposti nel capitolo sull’ecologia profonda, ma per una maggiore chiarezza e completezza è bene riesporli con ulteriore aggunte e precisazioni (da Devall & Sessions, 1989, modificato):

1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono  inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuizione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuizione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Le culture religiose antropocentriche devono mutare radicalmente la loro visione e diffondere il pricipio ecocentrico della terra.
9. Le forze che devono promuovere una visione olistica del tutto devono operare con sinergia e coinvolgere una multitudine di settori: sociologia, politica, economia, filosofia, scienza, ecc.
10. Il concetto del valore vita non deve essere riferito nelle dissertazioni solo nella sfera umana, ma deve comprendere ogni forma di essere vivente.
11. Nell’attuale diffusione della globalizzazione occorre universalizzare concetti di valore olistici ed ecocentrici e non solo aspetti di utilità economica e liberalistica. Occorre inoltre diffondere a livello mondiali precetti di sobrietà, parsimonia ed semplificazione dello stile di vita.
12. I parametri fondamentali di uno stato non devono essere misurati solo dal punto di vista economico (la cosiddetta crescita illimitata, lo sviluppo, il PIL, ecc.), ma soprattutto dalla qualità ambientale, sociale e dalla più assoluta preservazione degli spazi naturali.
13. Occorre pensare che i dovuti cambiamenti devono cominciare dal singolo e non solo dalla società nella sua interezza, altrimenti con la scusa che in generale nulla cambia, anche il singolo non opera in nessun campo. Si riccorda che la moltitudine è fatta dalla somma di tante singole unità.
14. Ricordarsi sempre di proteggere e sviluppare al massimo la biodiversità sulla terra. 
15. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.

L’etica della terra deve dunque celebrarsi non secondo pricipi relativistici e incasellati in archetipi dogmatici scanditi da visioni unilaterali e miopi, ma occorre mettere in campo una larga gamma di modelli che portano con estrema chiarezza a quel chiarimento che potremmo tradurre anche con il termine “consapevolezza”. E’infatti fondamentale rendere consapevoli i cittadini del mondo per ricondurli, sia pure per gradi, verso quei valori etici e pratici che una volta erano insiti nella visione del quotidiano. Unire le forze, moltiplicare gli sforzi, ma ogni azione deve tendere con fermezza all’affermazione di una olistica etica della terra. Forse il compito e gli intenti potranno sembrare ardui e quasi utopistici, ma almeno un tentativo occorre farlo prima che il mondo degeneri nella catastrofe che è già in essere ed è ad un passo da essere completata!
“Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di ‘visioni del mondo’ sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di ‘visioni del mondo’ ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola” (Dalla Casa, 1996).
Disse una volta WA-SHA-QUON-ASIN:“Questa non è la voce di Gufo Grigio che parla, ma la voce di un esercito potente e che aumenta in continuazione: i difensori della fauna selvaggia, le cui voci dovranno essere ascoltate. Che le vostre orecchie stiano aperte” (Dickson, 1999). E poi, come già citato in questo libro, per concludere, una sua bellissma quanto eloquente affermazione: “ Voi siete stanchi di questi anni di civilizzazione. Io vengo, e cosa vi offro? Una singola foglia verde”.


L’etica della terra
di Guido Dalla Casa

Premesse
Oggi sappiamo abbastanza bene che cosa è l’uomo: è un animale, fa parte in tutto e per tutto dei cicli naturali, si nutre, si sviluppa, si riproduce e muore come gli altri mammiferi. Anche il suo comportamento è qualitativamente riconducibile a quello degli altri animali più simili. La differenza di informazione genetica rispetto a uno scimpanzé è di poco superiore all’uno per cento.
La percezione dell’appartenenza della nostra specie alla Natura avrebbe dovuto  essere accolta con grande serenità; era come liberarsi da un peso inutile. Invece non è stato così, o forse non ancora, almeno nella cultura occidentale. Nel linguaggio corrente, nell’etica, nel diritto, l’uomo è ancora considerato in contrapposizione con l’idea di animale. Per inciso, quanto sopra detto non significa necessariamente che l’uomo sia soltanto un animale.
Nella cultura occidentale, e quindi ormai in tutto il mondo, ancora oggi la nostra specie non è di fatto considerata una parte della Biosfera, ma come un elemento esterno rispetto al quale si misura ogni valore. Tanto è vero che l’espressione “l’ambiente” sottintende spesso “l’ambiente dell’uomo”, che resta l’unico riferimento per tutte le considerazioni etiche. Anche i cosiddetti ambientalisti parlano di solito di “tenere pulita la nostra casa”, conservare il “patrimonio di tutti”, consegnare la Terra in buono stato alle generazioni future. Il riferimento costante, considerato ovvio, è l’uomo. Oggi invece sappiamo che l’uomo non è nella posizione di “abitante di una casa”, ma è come un gruppo di cellule di un Organismo, da cui dipende totalmente. Infatti l’ecosistema globale è un Organismo e non “l’ambiente dell’uomo”: questa posizione della nostra specie deve ancora essere recepita dalle correnti filosofiche occidentali, oltre che da tutte le istituzioni.
La posizione “esterna” dell’uomo, esportata in tutto il mondo sull’onda della tumultuosa espansione dell’Occidente, è il sottofondo di pensiero che ha provocato i grossi guai in cui ci troviamo. Considerare l’uomo al di sopra o al di fuori dell’ecosistema ha causato anche il drammatico aumento di popolazione umana e la spaventosa crescita dei consumi che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli.

Il funzionamento della Biosfera 
Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, un essere vivente è un sistema che si mantiene in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico. In altre parole, vive finché un flusso di energia lo attraversa continuamente senza che si alterino le sue condizioni generali, se si trascurano le piccole oscillazioni attorno ai valori standard. Il vivente è un sistema omeostatico, cioè è in grado di mantenersi nelle condizioni vitali autocorreggendo le variazioni accidentali non troppo grandi attraverso interazioni fra tutti i suoi sottosistemi, componenti e flussi energetici.
La Biosfera nel suo complesso si comporta come un sistema vivente, anche se in generale su tempi più lunghi. Si noti che questo discorso è indipendente dalle considerazioni, di natura metafisica, se sia un essere vivente (Gaia), se sia sede di fenomeni mentali e -in tal caso- fino a che punto sia cosciente.
Anche un ecosistema, ad esempio una porzione abbastanza grande ed inalterata di foresta pluviale equatoriale, si comporta come un sistema stazionario lontano dall’equilibrio, cioè come un essere vivente.
Quando uno di questi sistemi perde le sue capacità di omeostasi per un intervento esterno troppo drastico, si ha la morte dell’essere vivente, o comunque la fine del sistema in quanto tale. I tempi e la gravità degli interventi in grado di provocare fenomeni di questo tipo sono naturalmente molto diversi a seconda del sistema interessato. 
La cultura occidentale, considerando l’uomo al di fuori della Biosfera, ha reso possibile l’aggressione alla Natura che è iniziata da un paio di secoli, cioè da quando  si è data il potere tecnico per farlo. A causa del modo di funzionare di questo modello culturale che sta invadendo tutta la Terra, le capacità omeostatiche complessive del Pianeta non sono più in grado di riportarlo in condizioni stazionarie. Inoltre molti ecosistemi vengono distrutti e non possono essere sostituiti con altri “artificiali”, perché questi ultimi dipendono spesso da interventi permanenti esterni per essere mantenuti in condizioni vitali. Come esempio, non possiamo illuderci che la riforestazione riporti in vita la foresta originaria: è meglio di niente, ma non può sostituire la ricchezza di vita e di spiritualità di una foresta naturale. 
In realtà la Terra è stazionaria solo se si considerano tempi dell’ordine di decenni, o secoli, non lo è più se consideriamo tempi dell’ordine di milioni di anni: il problema sta nel fatto che le modifiche causate dalla civiltà industriale nei cicli naturali hanno velocità dieci-centomila volte più grandi di quelle normali, che consentono alla vita di adattarsi gradualmente alle nuove situazioni. Usando un linguaggio non rigoroso, in natura è come se si passasse da una situazione stazionaria ad un’altra, senza  transitori “pericolosi”. Comunque, agli effetti delle considerazioni qui esposte, è come se la Terra vivesse in situazione realmente stazionaria.
Oggi ci troviamo durante un transitorio “veloce”: il modo di procedere attuale non può durare a lungo. Quindi è probabile che molti parametri che caratterizzano ora il sistema globale non possano essere mantenuti se la Terra si riporta in situazione vitale. In particolare è abbastanza evidente che l’attuale popolazione umana esistente sul Pianeta è eccessiva per consentire alla Biosfera di funzionare, con un livello medio di consumi pro-capite pari a quello attuale. 

Sistema economico e popolazione umana
Il sistema economico, cioè il processo di produrre-vendere-consumare, si può ricondurre ad un’unica variabile, il denaro. Il sottosistema economico non può funzionare in un sistema complesso e stazionario lontano dall’equilibrio, come la Biosfera, che dipende da un gran numero di variabili. In sostanza il processo economico impedisce l’omeostasi della Biosfera: il sistema complessivo cessa di essere stazionario. In un  vivente questo corrisponde alla morte dell’organismo. Se poi consideriamo che il sistema economico attuale per mantenersi deve essere in crescita, a maggior ragione risulta chiaro che è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte.
Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un transitorio, un fenomeno patologico nella Biosfera, che porta necessariamente verso un punto “di catastrofe”. Questo è un elemento di ottimismo: il vero pessimismo è prevedere la continuazione degli andamenti attuali, che portano ad un mondo degradato, alla scomparsa  della biodiversità, a psicopatie e criminalità, alla fine della varietà e della bellezza del mondo. 
L’uomo non evita mai le catastrofi, ma ne guarisce: speriamo che sia vero. 

È sorprendente notare che esistono ben poche ricerche su un problema come quello del numero massimo di umani che la Terra può sopportare: ad esempio, nello studio riportato nel libro Assalto al pianeta di Pignatti e Trezza (Bollati Boringhieri, 2000) si parla di una popolazione ammissibile inferiore ai due miliardi di individui, in accordo con i valori di una ricerca effettuata all’Università Cornell. In una delle proiezioni ipotizzate nel famoso rapporto I limiti dello sviluppo si perveniva ad una situazione stazionaria solo stabilizzando la popolazione mondiale attorno al 1975, il che corrispondeva ad un numero di umani di poco inferiore a quattro miliardi, con un livello di consumi medio pro-capite minore di quello attuale. Sei miliardi di umani possono stare sul pianeta solo per tempi molto limitati, perché vivono e consumano “divorando” la Terra.
Al di là di considerazioni numeriche, è comunque abbastanza evidente che, se si vogliono aumentare i consumi pro-capite, è necessario diminuire la densità di popolazione umana.
Potrebbe essere un compito della scienza valutare se un prodotto può essere realizzato e in quale quantità senza mettere in pericolo il funzionamento vitale della Terra. Come esempio, è presumibile che, se si vogliono costruire e far circolare auto private con motore a scoppio, la popolazione mondiale debba essere molto inferiore al miliardo di abitanti, ipotizzando un’auto per famiglia. 


Competizione e selezione
Una delle concezioni di fondo della nostra società è l’idea che competizione e selezione siano una specie di “molla del progresso”, anzi siano addirittura il modo di evolversi della vita. Quando, verso la metà dell’Ottocento, comparve l’idea dell’evoluzione biologica, furono messe in grande evidenza, come fattori quasi esclusivi dell’evoluzione, la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto. Invece la novità principale era l’appartenenza della nostra specie alla Natura, con tutte le conseguenze che questo comporta. L’idea della sopravvivenza del più adatto come fattore di “progresso” non era una constatazione biologica, ma un bisogno della nascente civiltà industriale. I recenti studi di Lynn Margulis hanno evidenziato che l’evoluzione biologica è stata in gran parte frutto della cooperazione e della simbiosi fra organismi unicellulari durante almeno un miliardo di anni.
Con questo non si vuol dire che la competizione in natura non esista: è un fattore fra tanti.


La sacralità della Terra
Assieme all’operazione di essersi tirato fuori dalla Biosfera, ponendosi “al di sopra” di essa, l’uomo occidentale ha tolto l’anima al mondo. Ma oggi, anche senza uscire dalla nostra cultura, alcuni pensatori hanno ampliato il concetto di mente fino a renderlo indipendente dal supporto di un sistema nervoso centrale: la mente sarebbe semplicemente frutto di una certa complessità (Gregory Bateson). Anche lo psichiatra junghiano James Hillmann insiste spesso sull’idea di “Anima del mondo”. Da vie diverse ricompare la mente nella Natura, anche se per ora si tratta di idee con scarsa diffusione, sempre limitandosi alla cultura occidentale.
Ricordiamo che, oltre alle filosofie di spiriti più o meno isolati, ci sono le religioni, che hanno un’influenza ben maggiore sulle moltitudini.
Uno dei compiti principali delle religioni potrebbe essere quello di fornire una visione del mondo in cui inquadrare i fenomeni e di dare prescrizioni morali che non riguardino qualche problema immediato o a breve termine o solo questioni umane,  ma che preservino la salute della Terra, in quanto bene in sé: questo compito non può essere affidato né alla politica, né ad istituzioni “pratiche”.
Le religioni, più che pensare a quale sia “la verità”, potrebbero diffondere sentimenti di empatia e di amore verso tutti gli esseri senzienti, cioè verso tutte le entità naturali. 
A questo riguardo le tradizioni filosofico-religiose che maggiormente si sono preoccupate del bene  del  complesso naturale a tempo indefinito sono state alcune tradizioni di origine orientale (Buddhismo, Jainismo, Taoismo) e alcune culture animiste, soprattutto quelle native del continente americano. Spesso la percezione che si trattava di prescrizioni “ecologiche” non era molto evidente, almeno agli europei. 
Ho citato prima alcuni pensatori di formazione occidentale, a cui aggiungerò il biochimico e filosofo Rupert Sheldrake, che scrive: 
Che cosa cambia se consideriamo la Natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basata. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana. Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura. (La rinascita della Natura, Ed. Corbaccio, 1993).

Mi sono limitato agli scritti più recenti: si tratta di casi isolati, che non hanno avuto in pratica molto seguito, ma che comunque esistono.
Se non altro, riescono a mettere in evidenza che, perché sia presente il senso del sacro, non è assolutamente necessario postulare l’esistenza di un Dio personale ed esterno al mondo e che si occupa esclusivamente degli umani, come nelle tradizioni originarie del Medio Oriente e diffuse nella cultura occidentale.
Per quanto riguarda questi fondamenti religiosi dell’Occidente (anche della parte laica), una modifica positiva dell’atteggiamento verso il mondo naturale si avrebbe se venisse riconosciuta la matrice indiana-buddhista, e non giudaica, dell’insegnamento di Cristo.

Conclusioni
Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.
L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne.

Se poi invece della logica sistemica vogliamo ascoltare la voce del cuore o dell’anima, ecco un’espressione di una cultura nativa del continente americano (etnìa Wintu, che si trovava nel nord-ovest degli attuali Stati Uniti):

Quando noi indiani uccidiamo, la carne la mangiamo tutta. Quando estraiamo le radici facciamo piccoli fori: quando costruiamo case facciamo piccoli buchi nel terreno. Non abbattiamo gli alberi: usiamo solo legno già morto. Ma quest’altra razza di uomo ara il terreno, abbatte gli alberi, uccide tutti gli animali. L’albero dice: “Non farlo. Mi fai male. Non ferirmi”.  Ma l’uomo bianco lo abbatte e lo taglia in pezzi. Come può lo Spirito della Terra amare quest’uomo? Dovunque egli ha toccato, la Terra ne è rimasta ferita.

(articolo pubblicato sul numero di marzo 2003 della Rivista ALDAI)


Visione olistica del mondo
di Guido Della Casa


Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.

Premesse
Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali incompatibile con il sottofondo culturale ebraico-cristiano e con il dualismo di Cartesio:

- Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono al centro di qualcosa: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito. Non c’è nessun centro di alcun tipo.

- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre. Quindi il presunto “re del Creato” sarebbe arrivato un po’ tardino, mentre il suo cosiddetto “regno” lo stava aspettando con scarsa impazienza.
Inoltre, ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.

- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli; evidentemente si può vivere anche senza questa idea fissa.
La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra. Si noti poi che si usa chiamare “storia” ciò che è accaduto negli ultimi cinquemila anni alla civiltà occidentale e viene liquidata con l’unica etichetta di “preistoria” tutta la Vita della Terra, cioè quattro miliardi di anni e cinquemila culture umane.

- Il funzionamento mentale essenziale, il comportamento, sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.

- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto.

Da questo quadro rinasce una concezione antichissima e assai diffusa: l’animismo. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume, del bisonte.
C’è un’altra leggenda da sfatare, quella della cosiddetta neutralità della scienza, o indipendenza della scienza dalle concezioni metafisiche. La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera “ovvio” ed “acquisito”. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza macroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero “ripetibili”.
Le gravi difficoltà della fisica provengono dalla disperata insistenza nel volere inquadrare le conoscenze moderne nel paradigma cartesiano.
Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto. Ma il primato del razionale sull’emotivo e sull’intuitivo è solo un pregiudizio della cultura occidentale odierna.

Gli opposti
La cultura occidentale vede tutto spaccato in due: questo è già motivo di ansietà; non solo, ma considera “opposte” le due parti e le vive in modo schizofrenico, non le considera due poli indivisibili, due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa cosa.
Pensa che un “polo” sia migliore e pretende di far sparire l’altro polo.
Alcuni scienziati stanno perfino cercando disperatamente il “monopòlo” magnetico, cioè vogliono “scoprire” un polo nord senza il polo sud, cosa risultata finora impossibile. Ma forse anche il monopòlo sarà una creazione della mente. Perfino nel magnetismo sembra che qualcuno consideri il polo nord “un po’ più bello” del polo sud.
Se vogliamo usare la terminologia del Taoismo, l’Occidente vuole un Universo solo Yang: lo Yin deve essere abolito; come se questo avesse senso. Comunque, in tal modo si causa solo angoscia. L’Occidente vuole il sereno senza la pioggia, il tempo unidirezionale e non quello ciclico, vuole la competizione, la supremazia, l’affermazione dell’ego, il progresso verso il futuro come una semiretta. Vuole la vita senza la morte, l’Essere senza il Nulla, l’attività senza la passività, il fare senza il meditare, la crescita senza la diminuzione.
I giornalisti del mondo economico arrivano a non nominare neppure la diminuzione, vogliono esorcizzarla chiamandola “flessione”, che invece è un’altra cosa. Come se fosse possibile avere le montagne senza le valli.
Questo vedere il mondo come complementarietà di Yin e Yang e non come inseguimento di un polo solo è in fondo la filosofia per la quale era ben difficile che in Cina potessero nascere il progresso tecnologico e la civiltà industriale mille anni prima che in Occidente.

Per quanto riguarda la morte, vediamo come è venuta.
Due o tre miliardi di anni orsono, la Terra era popolata di microorganismi che si riproducevano dividendosi in due: quindi non morivano.
C’era a disposizione un patrimonio genetico che poteva rinnovarsi solo con molta lentezza attraverso qualche mutazione. Era assai difficile creare organismi nuovi.
Per consentire il sorgere di varietà, bellezza e spiritualità nella vita bisognava avere tante forme e organismi nuovi: quindi mescolare il tutto in modo molto più rapido e creativo.
Perciò la Natura - che potete chiamare anche Dio - inventò il sesso e la morte.
Ecco perché, da allora, si è resa utile e necessaria la morte per consentire la Vita. La morte è solo l’altra faccia della vita.
Oggi imperano le immagini nate dal computer, che alcuni salutano come non-meccaniche, come olistiche. Ma anche se introducono le idee non-meccaniche di informazione e di relazione, si basano – a livello elementare – su una logica binaria, ancora su un dualismo SI-NO o pieno-vuoto, quindi su una contrapposizione. Inoltre perpetuano la divisione cartesiana, ribattezzata hardware e software.
Ben difficilmente una visione di questo tipo può essere un punto di partenza per fondere o integrare le cosiddette due culture, o un approccio per integrare gli opposti.
La fisica quantistica invece ammette una logica “SI e contemporaneamente NO”, “vuoto e contemporaneamente pieno”, e può accettare posizioni non-quantitative e non-meccaniche. Con l’indeterminazione universale si possono integrare gli opposti vedendoli come complementari e compresenti. Non si tratta di una logica trinaria SI-NO-NON SO ma di una possibilità multipla indeterminata. Anche distinzioni come reale-immaginario, scoperta-invenzione, e così via, perdono significato. Con il nuovo approccio si potrebbe uscire dall’intrico delle innumerevoli particelle che vengono via via “scoperte”: altrimenti si finirà con trovare tutto quello che si cerca, pur di cercarlo in un certo modo, cioè si potranno inventare-scoprire chissà quante altre “particelle” in una sequenza senza fine. Ormai tutte queste “entità” hanno un contenuto mentale a malapena celato dal linguaggio matematico.
Con una eventuale rifondazione concettuale non-cartesiana, non si avrebbe più soltanto una “fisica” nel senso materialistico o prequantistico, ma qualcosa di più, rendendosi sempre più evanescente anche la distinzione fra fisica e metafisica, fra conoscenze “materiali” e “spirituali”. Soprattutto, in questo senso, la nuova fisica può essere il ponte per collegare le cosiddette “due culture” e portare a una progressiva scomparsa della loro distinzione.

Visioni del mondo
Fra le tantissime “visioni del mondo” presenti nell’umanità è assurdo che esista quella “vera” o “giusta” perché questo costituirebbe una inspiegabile asimmetria.
Pertanto l’idea della “verità” è una caratteristica che discende dalla visione cartesiana del mondo “oggettivo” o “reale” che “è” in un certo modo.
Le visioni del mondo sono tutte equivalenti e reali in quanto tali e in quanto manifestatesi in qualche sistema di pensiero. Non può esserci quella più “vera” o più “giusta” delle altre. Altrimenti, come potevano manifestarsi tante visioni diverse e inoltre variabili continuamente nel tempo?
Anche le religioni (componenti essenziali della visione del mondo) sono tutte ugualmente vere o non-vere. Costituiscono il nostro rapporto con l’Invisibile.
Abbiamo già accennato al concetto di verità. Le domande sono assai stimolanti, le cosiddette risposte “definitive” portano solo guai. Non si tratta di chiedersi “Non avrà ragione l’altro?” perché questo presuppone che esista una “ragione”. Non si tratta neppure di “essere sempre in dubbio” perché ciò presuppone qualcosa di sicuro e reale su cui dubitare, significa che si è in dubbio su qualche “verità”.
Il concetto di dubbio presuppone quello di verità. Diverso è abolire l’antitesi vero-falso, considerando i due termini come complementari e compresenti. Così la distinzione fra “i fatti” e “le opinioni” è illusoria, perché quelli che vengono chiamati “fatti oggettivi” sono soltanto le opinioni di un modello culturale umano: nel nostro mondo vengono chiamati fatti reali le opinioni della cultura occidentale. In ogni cultura si forma una verità, che però vale quanto qualsiasi altra.
Comunque il concetto di “verità assoluta” e la conseguente necessità di “scoprirla” possono essere assimilati a una gabbia, a un’oppressione.
L’universale appare come spirito o come materia, a seconda di cosa si cerca. Come il fisico trova particelle o onde a seconda di cosa cerca, così le culture materialiste trovano materia, le culture animiste trovano spiriti.
Ogni disputa su quale sia l’interpretazione “giusta” è priva di significato: è questo dualismo, creato da noi, che fa nascere il problema, altrimenti inesistente.
Solo in assenza del concetto di verità si può vedere qualcosa di assoluto, o non-differenziato. La verità è mutevole e sfuggente, mentre la variabilità è universale e incessante.
Cartesio ci ha condannato alla verità, ma già quattro secoli orsono Montaigne aveva scritto: Il concetto di certezza è la più solenne scemenza inventata dall’essere umano.
Del resto queste non sono neppure novità, se si pensa ad antiche affermazioni, quali ad esempio:

- “Il Tao che può essere spiegato non è il vero Tao” (Lao-Tse);

- “Quello che ho da insegnare non può essere insegnato” (Buddha);

- Infine, alla domanda di Pilato: “Cosa è la verità?”, Cristo rispose con il silenzio.

Per quanto riguarda l’integrazione di opposti del tipo “colui che agisce” e “la materia su cui si agisce”, si noti che le stesse lingue europee ci impediscono di pensare a un processo che avvenga spontaneamente, che abbia in sé la sua ragione d’essere.
Pensiamo sempre a “qualcuno” che agisce, a qualcosa di “esterno” che causa gli eventi. Non siamo psichicamente attrezzati per concepire l’immanenza; così pure traduciamo a volte come non-azione il termine taoista wu-wei, che significa “azione spontanea secondo la natura delle cose”.
Ogni verbo deve avere un pronome per soggetto, un agente: così siamo abituati a pensare che una cosa non sia al proprio posto se non c’è qualcuno o qualcosa che le assegna quel posto, se non c’è un responsabile. L’idea di un processo che avviene totalmente da solo quasi ci spaventa: ci sembra che manchi l’autorità. L’idea del Dio dell’Antico Testamento e il dualismo cartesiano ricompaiono ovunque.

Stabilità e movimento
L’antica divergenza metafisica fra Eraclito e Parmenide, cioè il contrasto fra il divenire e l’essere, è anch’essa una questione di visioni complementari. Apparentemente, con il fluire perenne e imprevedibile, con il divenire e le leggi del caos, la disputa sembra “risolta” a favore di Eraclito, dopo 2500 anni. L’universo appare un fluire incessante se teniamo il tempo come una variabile autonoma.
Adottando un approccio quadridimensionale, cioè comprendendo il tempo come variabile intercollegata a quelle spaziali, ci troviamo in un quadro diverso, che appare “immobile”. In un universo di Minkowsky – direbbero i matematici – il mondo sembra parmenideo, “immutabile”.
Ma non si tratta di visione giusta o sbagliata.
Il dilemma è insolubile, in quanto intrinsecamente inesistente. Si tratta di modalità complementari che si attirano a vicenda, non di posizioni contrarie.
In uno dei frammenti dello stesso Eraclito, si trova scritto che il mutamento incessante presuppone uno sfondo immobile senza il quale non si potrebbe apprezzare il movimento.

Conclusioni
Proviamo ad abbozzare qualche conclusione.
Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.
Il fisico fa riferimento continuo alle particelle elementari, il biologo al DNA, il sociologo all’individuo, sperando di ridurre il complesso al semplice, e così viene fatto per gli ecosistemi.
Ma la recente nozione di complessità è diversa. Il tutto vale di più della somma delle parti, perché ci sono le mutue correlazioni. Non solo, anche il modo di scegliere i componenti (che singolarmente non hanno alcuna realtà autonoma) è arbitrario, perché presuppone una cornice concettuale preconcetta, un pregiudizio.
Il riduzionismo nasce dal paradigma dominante dell’Occidente, cioè dall’idea che sia possibile scomporre qualsiasi cosa, o evento, in parti separate.
L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più.
Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.

Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:

- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;

- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;

- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;

- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;

- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;

- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.

Poiché è sparita l’idea di “realtà oggettiva”, i concetti di verità e di certezza diventano inutili: con tutto in continuo dinamismo, il concetto di verità tende a coincidere con quello di Natura e quindi, in una visione panteista, con l’idea della divinità.
E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure “di attesa”. In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente.
Nel torrente non ci sono mai due istanti in cui passa la stessa acqua, che è continuamente in movimento. I sassi sono là in mezzo: non vengono aggrediti o spaccati, ma lasciati dove sono. L’acqua li aggira, passa ugualmente e scende verso il piano e il mare.
Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale delle cose, secondo la Natura. Così si può continuare a fare oscillare un pendolo colpendolo ritmicamente, purchè i colpi siano sincroni con la sua frequenza.
Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema.
Nella nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale; con altro linguaggio, si tratta di recuperare l’aspetto “femminile” del mondo…...
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o “lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette, magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea di non-lotta è comunque un’azione.

Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare, partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola), ne risulterà una situazione molto più “povera” di Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.
Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.

Il superamento dell'antropocentrismo


“L’uomo è un fenomeno filosofico sorpassato. L’universo è fin troppo vasto perché solo l’uomo vi dimori” (H. D. Thoreau). E' triste doverlo ammettere, ma l'impatto che l'uomo esercita sul territorio è in drammatica contrapposizione con le esigenze dell'economia naturale. Sarebbe auspicabile pervenire ad una drastica riduzione della pressione demografica, ma un tale auspicio si colora purtroppo di folle utopia. "Ridurre drasticamente la pressione demografica: un grande atto di altruismo verso la natura"; è questo il precetto che ognuno di noi dovrebbe imparare a memoria, ma sappiamo bene che l'invocazione ha poche possibilità di essere ascoltata. E' inutile discutere sulla riduzione dei consumi, sull'inversione delle tendenze o sul controllo dell'inquinamento: sono solo parole che vanno via con il vento. La realtà è un crudo aut-aut, o si ridimensiona l'uomo o la natura. E' l'uomo che deve adattarsi alle esigenze della natura e non viceversa. La natura deve essere salvata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse, materiale, etico o spirituale che sia. Il binomio uomo-natura deve affrancarsi definitivamente dalla conflittualità che lo ha distinto nel corso dei millenni, e deve emendarsi dalla inveterata visione antropocentrica dell’universo, per dare finalmente luogo al ristabilirsi di un rapporto armonico e unitario tra uomo e natura e per riaffermare il valore in sé delle cose. Scrisse Aldo Leopold (1949 in Devall & Sessions, 1989) “.... siamo solo compagni di viaggio di tutte le altre creature nell’odissea dell’evoluzione.... . Acquisire una consapevolezza ecologica cambia il ruolo dell’homo sapiens da conquistatore a semplice membro e cittadino della comunità-terra. Questo implica rispetto per i propri compagni e anche per la comunità come tale”.
Tutti siamo colpevoli: chi scrive più degli altri. Con le nostre esigenze attuali anche la vita più tranquilla è distruttiva per la natura. 
Fin quando l'umanità persevererà nell'attuale modello di sviluppo, gli animali selvatici vedranno ridurre il proprio spazio vitale giorno dopo giorno per fare posto al "signore uomo" re del creato.
Scrive J. Passmore (1986): “.... penso che sia vero che gli uomini abbiano bisogno di una nuova metafisica genuinamente non antropocentrica..... L’elaborazione della nuova metafisica mi sembra che sia il compito più importante della odierna filosofia..... il sorgere di nuovi atteggiamenti morali verso la natura è quindi connesso al sorgere di una nuova filosofia della natura vista nella sua totale e onnicomprensiva globalità. Questo è l’unico fondamento adeguato di un’efficace sensibilità ecologica”. Completano bene il discorso Devall & Sessions quando dicono: “L’ideologia dominante è il sistema dei valori, opinioni, costumi e norme che formano la struttura di riferimento per una collettività, per esempio una nazione..... Raramente si tengono dibattiti sui presupposti generali della concezione del mondo. Per i problemi vari si trovano giustificazioni, mentre le posizione diverse non sono affrontate apertamente. Spesso si taccia di eresia chi ha messo in discussione le tesi basilari dell’ideologia dominante”. I nuovi eretici del XXI° secolo sono proprio quelli che mettono in discussioni le certezze delle ideologie dominanti antropocentriche. Nella introduzione alla sua ottima opera Dalla Casa (1996) scrive che: ”il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. E’ un problema filosofico, molto più che un problema pratico e tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento del tempo, pur utilissimi, di problemi insolubili. Perché si cambi una visione del mondo, cioè una cultura, si richiedono di solito tempi dell’ordine di un paio di secoli. Ma non si salverà la madre Terra senza un tale capovolgimento, cioè senza la fine della civiltà industriale, che è l’espressione attuale della cultura occidentale e l’applicazione pratica del materialismo. Invece, una volta scomparsa o modificata profondamente la visione del mondo dell’Occidente, il problema ecologico non esisterà più........
....... Una delle obiezioni che viene mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: è bene evidenziare ancora che le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e radicali”.
Giuseppe Acerbi, esploratore italiano del settecento, dopo l’esperienza di una lungo viaggio nel grande nord finlandese scrisse (in Francescato, 1988): “.... Non andrà colà per ammirare le opere dell’uomo incivilito; ma bensì per contemplarvi la natura, l’ordine, l’armonia prevalenti in tutte le produzioni della creazione, l’immutabile legame della catena delle cose.... con che disegno sono poste nell’economia della natura queste aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell’aria...; qué laghi, qué fiumi, quelle cataratte... fin tanto che si riterrà persuaso ch’egli è il re delle cose create e si abbandonerà all’idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per altro esistono che per esso lui....
è una verità provata dall’esperienza quotidiana, sia per gli individui che per intere società, che la loro felicità diminuisce in proporzione al loro allontanamento dalla natura”.
Solo la totale scomparsa dell'antropocentrismo salverà la vita sul pianeta terra! Ogni altro compromesso sarà destinato a fallire. Per dovere di chiarezza è bene riportare, sul termine “antropocentrismo”, quanto scrive Hargrove (1990): “Vi è inoltre molta confusione provocata dai due significati conflittuali del termine antropocentrismo usato nell’etica ambientale. Come si è già notato, la parola è spesso usata a significare ‘utilitaristico’, ma anche, altrettanto spesso, ‘umano’ o ‘concepito in termini di consapevolezza umana’. I non antropocentristi, da un lato, richiedono spesso il riconoscimento, o la scoperta, del valore non antropocentrico, così che le cose naturali non vengano più trattate in modo puramente utilitaristico. Gli antropocentristi, d’altro lato, che non vogliono trattare tutte le cose naturali utilitaristicamente e che definiscono il termine nella seconda accezione, rispondono che anche se attribuiamo valore non antropocentrico ad animali e a oggetti naturali, i valori saranno sempre antropocentrici o ‘umani’, in quanto sono sempre valori creati da uomini che valutano”. Noi crediamo che ciò è vero solo se ci dimentichiamo del “valore in sé delle cose”, valore indipendente ed autonomo che prescinde la percezione umana.
Scrive Dalla Casa (1996): “...Non è possibile pensare di salvare il mondo dalla catastrofe ecologica senza analizzare il concetto di sviluppo e senza ricordare che questo concetto è il prodotto di una sola cultura umana in un determinato momento della sua storia: la Natura viene distrutta dal dèmone del fare che divora l’Occidente e dalla sua smania di modificare il mondo.
L’Occidente, preda dei dèmoni dell’avere e del fare, ha dimenticato il vivere, il conoscere e l’essere...”.
I popoli nativi, come più volte espresso in questo lavoro, rappresentano un illuminato esempio di integrazione ambientale e di sviluppo spirituale ecocentrico, ben lontano dai concetti antropocentrici. Scrive J.D. Hugues (1983 in Devall & Sessions, 1989): “(...) I modelli culturali degli indiani d’America, basati su una caccia e una agricoltura attente e in accordo con le percezioni spirituali della natura, hanno effettivamente conservato la vita sulla terra e la terra stessa (...). La concezione indiana dell’universo e della natura deve essere esaminata seriamente come valido modo di relazione con il mondo e non come visione superstiziosa, primitiva e non evoluta.... Forse l’intuizione principale che può essere tratta dall’eredità indiana è il grande rispetto per la terra e la vita (...). E’ importante per noi imparare dalla natura come fecero i primi indiani d’America, tenendo l’orecchio al suolo, e riconquistare una nostra prospettiva sperimentando spesso un contatto diretto con il mondo non artificiale, con gli animali e gli spazi selvaggi.... Nella visione tradizionale degli indiani la gente, gruppo sociale interdipendente, vive in armonia con la natura (...)”.


L’errore antropocentrico
di Guido Dalla Casa


Premesse 
I movimenti che si ispirano a idee ecologiste più profonde di quelle usuali dei mezzi di comunicazione e delle Associazioni ambientaliste (risorse, rifiuti, pulizia, inquinamento, parchi, ecc.) si stanno fortunatamente moltiplicando. Come esempi: l’Ecologia Profonda, La Decrescita Felice, l’Ecopsicologia, il Bioregionalismo, lo studio delle culture native, la critica alla civiltà, la spiritualità al di fuori delle religioni organizzate, e altri.
Alcuni di questi movimenti non riescono a liberarsi completamente da un sottofondo di pensiero che per la civiltà occidentale è più che millenario: l’antropocentrismo. Tutto viene riferito all’uomo come unico depositario di valori. A mio parere, se non ci si libera da questa idea di base, l’azione ecologista è destinata a fallire.
Dei movimenti sopra citati, l’Ecologia Profonda ha come sottofondo l’ecocentrismo: l’abbandono dell’idea antropocentrica è la sua premessa fondamentale. Degli altri, qualcuno non si occupa in modo particolare del problema o non manifesta una piena consapevolezza dell’aspetto negativo dell’antropocentrismo.
Secondo la critica alla civiltà, l’umanità dei raccoglitori-cacciatori si vedeva spontaneamente in una rete interconnessa di viventi, con spazio per gli altri esseri senzienti pari a quello umano. Per quanto riguarda l’ecopsicologia, l’inconscio ecologico comprende l’umanità e la pone all’interno della comunità dei Viventi.
Questi due movimenti sono quindi consapevoli della necessità di una critica profonda all’antropocentrismo corrente.
Se ci riferiamo a istituzioni, documenti ufficiali o istanze di tipo politico, l’antropocentrismo è sempre presente, anzi è considerato ovvio.
Come esempio, diamo un’occhiata al testo della Commissione Europea L’economia degli ecosistemi e della biodiversità, che pure è un documento con le migliori intenzioni. Il linguaggio è strettamente economico. Alcuni esempi: “nostro stock di capitale naturale”, “capitale naturale della terra”, “ampliare il nostro concetto di capitale fino a includere il capitale umano, sociale e naturale”. Il concetto di capitale è ripetuto più volte, anche quello di capitale “naturale”!
L’idea sempre presente è la collocazione degli umani al di fuori del mondo della Natura: questa è un’assurdità da tutti i punti di vista. L’essere umano appare come un elemento estraneo, al di sopra di tutto: è lo scopo e l’utente finale di tutti i servizi.
Anche in documenti con intenzioni filo-ecologiste, si parla di “patrimonio dell’umanità”, non soltanto per qualcosa come le piramidi d’Egitto o un’opera d’arte, ma per le Dolomiti o il Grand Canyon del Colorado, che sono lì da centinaia di milioni di anni, mentre la nostra specie ha soltanto due o tre milioni di anni! Anche tenere in buono stato il mondo “per le generazioni future” è un’espressione fortemente antropocentrica.

La scienza
E’ ormai noto alla scienza, fin dai tempi di Lamarck, cioè da un paio di secoli, che l’uomo è una specie animale a tutti gli effetti, anche facilmente classificabile: Classe Mammiferi, Ordine Primati. La nostra specie partecipa completamente della vita del complesso ecosistemico, le nostre funzioni cellulari e fisiologiche sono le stesse degli altri mammiferi, anche il comportamento non presenta particolari eccezionalità qualitative. Gli altri animali, in particolare Mammiferi e Uccelli, soffrono, amano, ragionano, curano la prole, hanno una vita sociale strutturata, trasmettono cultura.
Quindi due secoli sono passati invano.
Le differenze genetiche fra un umano e uno scimpanzé bonobo sono dell’ordine dell’1%. Tuttavia la scienza “ufficiale” riduzionista-meccanicista-materialista-cartesiana dimentica le sue stesse conoscenze: per non dover parlare di rispetto per la Vita ed evitare le conseguenze sull’etica, ha sostituito il precedente “diritto divino” con una specie di “merito selettivo” ed ha non solo legittimato e continuato l’opera di sfruttamento del mondo naturale e di sterminio dei viventi, ma anche giustificato “esperimenti” che comportano terribili sofferenze a tanti esseri senzienti.
Recentemente è stato pubblicato in italiano un libro di uno scienziato olandese (R.Corbey – Metafisiche delle scimmie – Bollati Boringhieri, 2008), in cui, oltre ad altre considerazioni, si ricerca quali possano essere le caratteristiche che dividono l’umano dall’animale. In un recente passato si è sempre dovuto spostare questo confine, man mano che si accumulavano nuove scoperte e nuovi studi, ma infine il tentativo di mantenere comunque una divisione è fallito: il confine non esiste. Gli altri animali giocano, soffrono, amano, hanno emozioni profonde, tengono un comportamento del tutto paragonabile a quello umano. L’antropocentrismo è privo di qualunque base scientifico-filosofica.
Gli altri animali comunicano certamente fra loro. Se il criterio di divisione fosse la scrittura, dovremmo relegare “dall’altra parte” quasi tutte le culture umane, in cui le conoscenze sono trasmesse oralmente: ma oralità e scrittura sono solo modalità diverse di trasmissione, non c’è alcun “progresso” da una all’altra. Altrimenti saremmo costretti a descrivere la “storia” entro il solito paradigma che porta all’Occidente e poi alla civiltà industriale come al vertice del “progresso”, cosa ormai superata da tutti i punti di vista.
Ricordo benissimo di aver letto, una trentina di anni orsono, che uno scienziato aveva condotto un esperimento di fecondazione “in vitro” che interessava due gameti, di cui uno umano e l’altro di scimpanzé. In uno dei tentativi la fecondazione era riuscita e si era sviluppato un embrione in vitro, in fase molto iniziale. Non ho alcuna garanzia sulla veridicità del fatto, ma non mi sembrerebbe una cosa tanto strana. Comunque la civiltà occidentale non poteva sopportare una notizia simile: così non se ne è più sentito parlare. Era un’evidenza in più della nostra completa appartenenza alla Natura, se pure ce ne fosse stato bisogno.
Il tutto alla faccia del metodo scientifico, dell’illuminismo e della ragione.

Studi recenti
I brani che seguono sono riportati dall’articolo “Minds of their Own – Animals are smarter than you think” (La loro mente – Gli animali sono più intelligenti di quanto crediate) di Virginia Morell, pubblicato sul numero di marzo 2008 del National Geographic. L’articolo è una sintesi dei risultati di trent’anni di studi sulla mente, sul comportamento e sulle capacità di apprendimento di molti esseri senzienti non-umani da parte di Irene Pepperberg e altri scienziati. La Pepperberg iniziò il suo progetto nel 1977: si portò in laboratorio un pappagallo di nome Alex con l’intento di insegnargli la lingua inglese. Ma leggiamo qualche brano dell’articolo:

“Alex contava, riconosceva colori, forme e dimensioni, aveva un’elementare nozione del concetto di zero”.
“Gli scimpanzé, i bonobo e i gorilla sono capaci di apprendere il linguaggio dei segni e di utilizzare simboli per comunicare con noi. Il bonobo Kanzi porta con sé una lavagna piena di simboli che gli permette di “parlare” ai ricercatori, e ha inventato, per esprimersi, nuove combinazioni simboliche”.
“Azy (un orango) ha una ricca vita interiore. Oltre a comunicare i suoi pensieri con i simboli di una tastiera, Azy mostra anche una “teoria della mente” (cioè comprende il punto di vista di un altro), e fa scelte logiche che dimostrano una notevole flessibilità mentale”.
“Oggi un ampio numero di studi indica che l’intelligenza è una dote flessibile, e le sue radici nel mondo animale sono estese e profonde”.
“Non siamo i soli a saper inventare, a pianificare le nostre azioni, ad avere un’immagine di noi stessi; e neppure i soli a mentire e ingannare”.
“L’intelligenza è un albero dalle mille ramificazioni: non ha un tronco unico che punta solo nella nostra direzione”.
“Dotati di un grosso cervello e agili tentacoli, i polpi sanno bloccare le loro tane con delle rocce, e si divertono sparando acqua a bersagli come bottiglie di plastica o ai ricercatori”.
“Kanzi, un bonobo, da piccolo ha imparato a comunicare spontaneamente osservando gli scienziati che addestravano sua madre. A 27 anni, questo bonobo “parla” grazie a più di 360 simboli di tastiera, e capisce il significato di migliaia di parole dette a voce. Kanzi sa formulare delle frasi, eseguire nuove istruzioni, e fabbricare strumenti di pietra, cambiando tecnica a seconda della durezza del materiale. Crea strumenti come quelli dei primi umani”.
“Le ghiandaie sanno ragionare: sapendo di essere ladre, spostano le provviste di cibo se un’altra ghiandaia le osserva; pianificano i pasti futuri, e nel fare provviste tengono conto dei bisogni futuri piuttosto che della fame del momento”.
“I delfini hanno ottima memoria, estro creativo e capacità linguistiche; sono versatili, sia dal punto di vista cognitivo che comportamentale. Hanno un grande cervello generalista, proprio come noi. Modificano il proprio mondo per rendere possibili nuove cose”.

E’ anche evidente che si ragiona sulle medie: il più intelligente dei bonobo ha (o è) più mente-psiche-spirito del meno dotato degli umani.
Un altro ottimo articolo di Mary Roach (Almost Human: National Geographic, aprile 2008), riporta frasi come “Yet it is impossible to spend any time with chimpanzees and not be struck by how similar they are to us” (E’ impossibile trascorrere qualche tempo con gli scimpanzé e non restare colpiti dalla constatazione di quanto sono simili a noi): vi sono interessanti considerazioni sulle diverse culture degli scimpanzé, anche in un’area limitata, a seconda dell’habitat in cui si trovano a vivere.
Ancora dal National Geographic, ottobre 2010, ecco un’affermazione di Jane Goodall: “You cannot share your life with any animal with a well-developed brain and not realize that animals have personalities” (E’ impossibile vivere insieme a qualsiasi animale con un cervello sviluppato senza rendersi conto che ogni animale ha una personalità).
Se poi ci avventuriamo a studiare la mente di un termitaio o il comportamento degli esseri collettivi, ci accorgiamo ancora di più dell’assurdità delle concezioni meccanicistiche correnti.

L’ambiente
Viene usato assai spesso, quando si tratta di problemi collegati all’ecologia, la parola ambiente, termine fuorviante, perché trasmette l’idea che si tratti di un’entità inerte, “non viva”.
Si usa chiamare “ambiente” un complesso di:
- oltre venti milioni di specie di esseri senzienti;
- tutti gli ecosistemi che, secondo recenti teorie scientifico-filosofiche, si possono considerare pure esseri senzienti;
- sostanze in continuo scambio e movimento;
- relazioni fra tutti gli elementi e le entità interne al complesso.
Il termine deriva dall’idea di ambiente dell’uomo, cioè è impregnato dal fortissimo antropocentrismo della cultura occidentale. L’uomo resta l’unico punto di riferimento. In sostanza si usa chiamare “ambiente” un Organismo Totale vivente-senziente, come se fosse un “contorno” di alcune sue cellule (la nostra specie).
La Terra non è “il nostro ambiente” o “la nostra casa”, ma è l’Organismo di cui facciamo parte: siamo un suo tessuto, siamo come un tipo di cellule integrate in un organismo biologico, e che dipendono in modo totale dalle sue possibilità di omeostasi, cioè dalla capacità del Pianeta di autocorreggersi mantenendosi in condizioni stazionarie.

Le tradizioni religiose nate nel Medio Oriente
Riporto dalla versione cattolica della Bibbia pubblicata da Marietti nel 1970:

Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutte le fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1/26).
...e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”. (Genesi, 1/28).
Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore di voi e il terrore di voi sia in tutte le fiere della terra e in tutto il bestiame e in tutti i volatili del cielo. Per quanto concerne ciò che striscia sul suolo e tutti i pesci del mare, essi sono messi in vostro potere”. (Genesi, 9/1-2).

Qui non c’è l’idea di “custodia” affidata al bravo amministratore, che sarebbe già una posizione fortemente antropocentrica, c’è ben di peggio.
Forse qualche istituzione vorrebbe ancora far credere che un pitecantropo, o un australopiteco, si è svegliato una mattina e si è accorto di avere qualcosa che prima non aveva (l’“anima”), oppure che un cucciolo di questi viventi sia improvvisamente nato “umano”. E il Neanderthal, che ha vissuto con il Sapiens in Europa per decine di migliaia di anni, “aveva” o “non aveva” l’anima? Spero che non si raccontino più simili amenità, neppure ai bambini! Forse è più facile pensare che tutti questi esseri senzienti sono sempre stati immersi nell’Anima del mondo, per usare un’espressione dello psichiatra junghiano James Hillmann.
Ma qualche idea diversa c’era in alcune culture umane, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani:

“Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”.

In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.

Il valore intrinseco della Natura
Le autorità, i governi, “le persone che contano” hanno tutti lo stesso dio: lo sviluppo, l’aumento indefinito dei beni materiali, che comporta l’aggressione al resto della Natura, considerata al nostro servizio e senza alcun valore “in sé”. Tutto in funzione umana, come cosa ovvia! Finché non ci liberiamo da questo sottofondo, ogni azione alla lunga sarà inutile.
Anche dire che la Natura (o un’entità naturale) è “patrimonio di tutti” o costituisce una risorsa sottintende una concezione fortemente antropocentrica; così pure dire di voler salvare un “ambiente naturale” per poterlo trasmettere “alle generazioni future”. Sono tutte espressioni che considerano la centralità dell’uomo come ovvia.
Secondo un tipo di pensiero degno di ogni considerazione anche se assai raro in Occidente, i valori non esistono solo nell'uomo, ma pure negli altri animali e nelle piante. Il punto di partenza più naturale per trovare i valori è di cercarli negli altri animali, che certamente hanno emozioni e sentimenti, oltre alla capacità di soffrire.
Per un lupo, l'alce ha un valore strumentale, come preda che sostiene la vita e il benessere del lupo. Lo stesso lupo può considerare i membri del proprio branco come esseri con un valore intrinseco, e non li tratta solo come strumenti. Gli altri esseri creano valori indipendentemente da ciò che l'essere umano pensa di loro.
Ci sono anche i valori delle piante. Tutti gli organismi hanno la propria “mente”: l'essere umano può sia promuovere che danneggiare questa qualità, che però rimane indipendente dall'uomo. Che una pianta di casa cresca rigogliosa o meno può dipendere dagli umani, però il suo benessere o malessere è una qualità propria della pianta. Il problema nasce dall'affermazione della mancanza d'identità nelle piante, affermazione priva di ogni fondamento.
Ci dobbiamo poi domandare se i sistemi, o gli “esseri collettivi”, possono avere valori non riconducibili ai singoli individui. La tradizione lega i valori agli individui e perciò non comprende che una montagna possa avere un valore intrinseco. Ci dobbiamo anche chiedere se la Natura come un tutto possa essere un soggetto con una mente, e se una montagna o un fiume possano provare esperienza. Le ricerche attuali sulla coscienza e sull'intelligenza artificiale potrebbero gettare nuova luce su questi problemi.
Sugli argomenti sopra accennati sono assai interessanti gli scritti e le considerazioni della studiosa finlandese Leena Vilkka, docente di filosofia all’Università di Helsinki.

Noi siamo la Terra
Siamo immersi nell’Anima del Mondo o, se preferite, nell’Inconscio collettivo, nell’Inconscio ecologico, la Mente della Terra: noi siamo la Terra! Questo è uno degli approcci soprattutto dell’ecopsicologia. Siamo la parte più “cosciente” della Terra, non c’è alcun distacco uomo-Natura. La repressione dell’inconscio ecologico è la radice profonda del male insito nella società industriale. Ritrovare l’accesso verso l’inconscio ecologico vuol dire ritrovare la via verso la salute psicofisica dell’individuo, della società e dell’ecosistema.
E’ necessario emancipare l’ecologia da semplice branca della biologia dalla quale è nata a una scienza delle relazioni e dell’insieme.
Siamo parte integrante del mondo in cui viviamo tanto quanto i fiumi e gli alberi, intessuti dello stesso intricato flusso di materia-energia e mente.

Il sentimento religioso è una prerogativa umana?
Lascio la parola a Jane Goodall, che ha trascorso 40 anni fra gli scimpanzé:

Nel profondo della foresta di Gombe c’è una spettacolare cascata. Talvolta, mentre gli scimpanzé si avvicinano e il rombo dell’acqua che cade si fa più intenso, il loro passo si affretta, i peli si rizzano dall’eccitazione. Quando raggiungono il corso d’acqua mettono in atto scene magnifiche, alzandosi in piedi, ondeggiando ritmicamente da un piede all’altro, sbattendo le zampe nell’acqua bassa e in corsa, raccogliendo e lanciando grosse pietre. A volte salgono sulle liane che penzolano dall’alto e fanno l’altalena fra gli spruzzi dell’acqua che cade. Questa “danza della cascata” può durare dieci o quindici minuti, dopodiché può accadere che uno scimpanzé si sieda su una roccia, con gli occhi che seguono il percorso dell’acqua. Che cos’è, quest’acqua? Continua ad arrivare, continua ad allontanarsi, eppure c’è sempre.
Probabilmente gli scimpanzé provano un’emozione simile a una meraviglia o ad un riverente rispetto. Se hanno un linguaggio parlato, se possono discutere delle emozioni che innescano queste magnifiche scene, ciò significa che hanno una religione animistica “primitiva”.
La cascata è sempre stato il luogo più spirituale di Gombe, e ora sappiamo che era considerata un luogo sacro dal popolo che vi viveva un tempo, un luogo in cui gli uomini-medicina eseguivano cerimonie una volta all’anno. Mi chiedo se non abbiano mai osservato, come rapiti, le danze selvagge degli scimpanzé. - Jane Goodall

Conclusioni
Se non usciamo dall’antropocentrismo, così radicato nella cultura occidentale e nella filosofia di fondo del pensiero di derivazione giudaico-cristiana-islamica, tutti i tentativi di reintegrazione nel mondo naturale sono destinati a fallire: sarà ben difficile ottenere la fine del mito della crescita e la salvezza della Terra continuando a pensare che tutto è fatto per l’uomo. Se insisteremo in quell’idea di fondo, sarà l’Ecosistema totale a provvedere a un ridimensionamento della nostra specie, probabilmente con un transitorio poco piacevole.
Dobbiamo perseguire il benessere dell’Ecosistema, perché se continuiamo nell’illusione del cosiddetto benessere dell’uomo senza tenere conto della Totalità ci comportiamo come cellule patologiche di un Organismo.
La visione ideologica che ci fa credere unici e inconfondibili fra tutti gli altri esseri viventi sul pianeta, è solo un delirio di grandezza.


Manifesto per la Terra

Ted Mosquin & J. Stan Rowe
Traduzione di Guido Dalla Casa
Un contributo alla diffusione del messaggio


Premesse

Molti movimenti artistici e filosofici hanno pubblicato un proprio Manifesto, in cui venivano esposte verità che per gli autori erano evidenti come le cinque dita della mano. Anche questo Manifesto riporta verità di per sé evidenti, così ovvie per noi come le cinque parti del meraviglioso mondo che ci circonda – terra, aria, acqua, fuoco/luce solare e organismi – e in cui viviamo e ci muoviamo: da esso alimentiamo il nostro esistere. Il Manifesto è centrato sulla Terra: viene messo a fuoco il valore centrale spostandolo dall’umanità all’Ecosfera che la comprende – quella rete di processi e strutture organiche/inorganiche/simbiotiche che costituiscono il Pianeta Terra.

L’Ecosfera è la matrice che avvolge tutti gli organismi e dà loro la Vita, è intimamente intercollegata con essi nella storia dell’evoluzione fin dal principio del tempo. Gli organismi sono formati dall’aria, dall’acqua e dai sedimenti, che a loro volta portano in sé le formazioni e le tracce organiche. La composizione dell’acqua del mare è mantenuta stabile dagli organismi, che pure mantengono in situazione stazionaria un’atmosfera che sarebbe altrimenti di composizione improbabile. Piante ed animali hanno plasmato le rocce calcaree i cui sedimenti formano le nostre ossa. Le false divisioni che abbiamo fatto fra vivente e non-vivente, biotico e abiotico, organico ed inorganico, hanno messo a rischio la stabilità e il potenziale evolutivo dell’Ecosfera.

L’esperimento dell’umanità, vecchio di diecimila anni, di adottare un modo di vita a spese della Natura e che ha il suo culmine nella globalizzazione economica, sta fallendo. La ragione prima di questo fallimento è che abbiamo messo l’importanza della nostra specie al di sopra di tutto il resto. Abbiamo erroneamente considerato la Terra, i suoi ecosistemi e la miriade delle sue parti organiche/inorganiche soltanto come nostre risorse, che hanno valore solo quando servono i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ urgente un coraggioso cambiamento di attitudini e attività. Ci sono legioni di diagnosi e prescrizioni per rimettere in salute il rapporto fra l’umanità e la Terra, e qui noi vogliamo enfatizzare quella, forse visionaria, che sembra essenziale per il successo di tutte le altre. Una nuova visione del mondo basata sull’Ecosfera planetaria ci indica la via.

Dichiarazione di convinzioni

Ciascuno cerca un significato nella vita, e di appoggiarsi su convinzioni che prendono varie forme. Molti si rivolgono a fedi che ignorano o tolgono ogni importanza a questo mondo e non si rendono conto in senso profondo che siamo generati dalla Terra e sostenuti da essa durante tutta la vita. Nella cultura industriale oggi dominante, la Terra-come-comunità non è una percezione di per sé evidente. Pochi si soffermano giornalmente a considerare con un senso di meraviglia la matrice avviluppante da cui siamo venuti e verso la quale alla fine tutti ritorneremo. Poiché noi siamo un prodotto della Terra, l’armonia delle sue terre, mari, cielo e dei suoi innumerevoli bellissimi organismi porta ricchi significati raramente compresi.

Noi siamo convinti che, finché non viene riconosciuto che l’Ecosfera è l’indispensabile terreno comune di tutte le attività umane, la gente continuerà a mettere al primo posto il proprio interesse immediato. Senza una prospettiva ecocentrica che mantenga saldamente valori e scopi in una realtà ben più grande di quella della nostra sola specie, la risoluzione dei conflitti politici, economici e religiosi sarà impossibile. Finché la ristretta focalizzazione sulle comunità umane non viene ampliata fino a comprendere gli ecosistemi della Terra – le situazioni locali e regionali in cui viviamo – i programmi per modi di vivere sostenibili e in buona salute sono destinati a fallire.

Un attaccamento fiducioso all’Ecosfera, un’empatia estetica con la Natura circostante, un sentimento di riverente meraviglia per il miracolo della Terra Vivente e le sue misteriose armonie, è un’eredità umana oggi in gran parte non riconosciuta. Se vengono di nuovo emotivamente riconosciute, le nostre connessioni con il mondo naturale incominceranno a colmare il vuoto che si è formato vivendo nel mondo industrializzato. Riemergeranno importanti scopi ecologici che la civilizzazione e l’urbanizzazione hanno nascosto. Lo scopo è il ripristino della diversità e della bellezza della Terra, con la nostra specie ancora presente come componente cooperativa, responsabile, etica.


PRINCIPI DI BASE

1 – L’Ecosfera è il Centro di Valore per l’Umanità.

2 – La Creatività e la Produttività degli Ecosistemi della Terra dipendono dalla loro Integrità

3 – La Visione del mondo centrata sulla Terra è confermata dalla Storia Naturale

4 – Un’Etica Ecocentrica si basa sulla Consapevolezza del nostro Posto in Natura

5 – Una Visione del mondo Ecocentrica dà valore alla Diversità degli Ecosistemi e delle Culture

6 – Un’Etica Ecocentrica supporta la Giustizia Sociale.

PRINCIPI DI AZIONE

7 – Difendere e Preservare il Potenziale Creativo della Terra

8 – Ridurre la Dimensione della Popolazione Umana

9 – Ridurre il Consumo Umano di Parti della Terra

10 – Promuovere un Modo di Governare Ecocentrico

11 – Diffondere questo Messaggio

Perché questo Manifesto?

Questo Manifesto è centrato sulla Terra. In particolare è ecocentrico, che significa centrato sul complesso, piuttosto che biocentrico, che significa centrato sugli organismi. Il suo scopo è di estendere e approfondire la comprensione dell’Ecosfera e dei valori primari del Pianeta Terra, che dona e sostiene la vita. Il Manifesto consiste di sei Principi di Base che ne stabiliscono la ragione fondamentale, più cinque Principi di Azione che ne derivano ed evidenziano i doveri dell’umanità verso la Terra e verso gli ecosistemi geografici che la Terra comprende. Il Manifesto viene offerto come guida al pensiero, al comportamento e alla politica sociale etici.

Nel corso dell’ultimo secolo c’è stato qualche miglioramento nelle attitudini scientifica, filosofica e religiosa verso la Natura non-umana. Apprezziamo gli sforzi di coloro la cui sensibilità verso una Terra in rapido degrado ne ha fatto ampliare la visione verso l’esterno, fino a riconoscere il valore intrinseco delle terre, degli oceani, degli animali, delle piante e delle altre creature. Tuttavia, a causa della mancanza di una comune filosofia ecocentrica, molta di questa buona volontà si è sparsa in cento direzioni diverse. È stata neutralizzata e resa inefficace da un unico, profondo, dato-per-certo credo culturale che assegna il primo valore assoluto all’Homo sapiens sapiens e poi, in sequenza, agli altri organismi in base al loro tipo di relazione con il primo.

La recente conoscenza profonda che la Terra, l’Ecosfera, è qualcosa di valore supremo è derivata dagli studi cosmologici, dall’ipotesi Gaia, dalle foto della Terra dallo spazio e specialmente dalla comprensione dell’ecologia. La realtà ecologica centrale per gli organismi – circa 25 milioni di specie – è che sono tutti Figli della Terra. Nessuno esisterebbe senza il pianeta Terra. Ciò che chiamiamo Vita, che costituisce un mistero e un miracolo, è inseparabile dalla storia evolutiva della Terra, dalla sua composizione e dai suoi processi. Perciò la priorità etica deve spostarsi dall’umanità alla Terra, che la comprende. Il Manifesto è una traccia di ciò che consideriamo un passo essenziale verso una relazione sostenibile fra la Terra e gli umani.

PRINCIPI DI BASE

Principio 1. L’Ecosfera è il Centro di Valore per l’Umanità.

L’Ecosfera, il globo della Terra, è la sorgente che genera la creatività dell’evoluzione. Dagli ecosistemi inorganici/organici del pianeta si sono generati gli organismi: in principio le cellule batteriche e infine quei complessi sistemi di cellule che sono gli esseri umani. Pertanto, gli ecosistemi dinamici, che si esprimono in modo complesso e intercollegato in tutte le parti dell’Ecosfera, hanno un valore e un’importanza maggiori delle specie che contengono.

La realtà e il valore dell’essenza ecologica ed esterna di ciascuna persona hanno avuto scarsissima attenzione in confronto al pensiero filosofico dedicato all’essenza interiore dell’umanità, una focalizzazione individualistica che ha allontanato l’attenzione dalle necessità ecologiche e ha fatto trascurare l’importanza vitale dell’Ecosfera. Esteso alla società come interesse soltanto per il benessere della gente, questo omocentrismo (antropocentrismo) è una dottrina di egocentrismo-di-specie che porta a distruggere il mondo naturale. Il biocentrismo che estende l’empatia e la comprensione oltre la razza umana fino a comprendere gli altri organismi costituisce un avanzamento etico, ma il suo scopo è limitato. Non riesce ad apprezzare l’importanza dei “dintorni” ecologici globali. Senza l’attenzione centrata sulla priorità della Terra-come-contesto, il biocentrismo rischia di diventare facilmente uno sciovinistico omocentrismo, perché chi fra tutti gli animali è comunemente considerato il migliore e il più saggio? L’Ecocentrismo, enfatizzando l’Ecosfera come il sistema primario che dà la Vita piuttosto che un semplice supporto per la vita, fornisce il modello cui l’umanità deve richiamarsi come guida per il futuro.

Noi umani siamo espressioni coscienti delle forze generative dell’Ecosfera, la nostra “vivibilità” individuale è sperimentata come inseparabile dall’aria riscaldata-dal-sole, dall’acqua, dalla terra e dal cibo che gli altri organismi ci forniscono. Come tutti gli altri esseri viventi generati dalla Terra, siamo stati “messi in sintonia”, attraverso una lunga evoluzione, con le sue risonanze, i suoi cicli ritmici, le sue stagioni. Il linguaggio, il pensiero, le intuizioni – tutte provengono direttamente o metaforicamente dal nostro essere fisico sulla Terra. Oltre l’esperienza conscia, ogni persona incorpora un’intelligenza, un’innata saggezza del corpo che, senza alcuna partecipazione cosciente, la rende adatta a partecipare come parte simbiotica degli ecosistemi terrestri. La comprensione della realtà ecologica che gli umani sono Figli-della-Terra sposta il centro dei valori dall’omocentrico all’ecocentrico, dall’Homo sapiens al Pianeta Terra.

Principio 2. La Creatività e la Produttività degli Ecosistemi della Terra Dipendono dalla loro Integrità

“Integrità” si riferisce alla totalità, alla completezza, alla capacità di funzionare pienamente. Il modello è dato dagli ecosistemi della Natura che ricevono energia dal Sole, quando non sono danneggiati; come esempi, un tratto produttivo della piattaforma continentale marina o una foresta pluviale temperata nel tempo precedente lo sfruttamento, quando gli umani erano soprattutto raccoglitori. Sebbene questi tempi siano al di là del ricordo, gli ecosistemi di quel periodo (per quanto è dato conoscerli oggi) ci forniscono ancora gli unici modelli di sostenibilità per l’agricoltura, per la silvicoltura e per la pesca. Gli attuali gravi problemi in tutte tre queste attività industrializzate ci mostrano gli effetti del deterioramento dell’integrità; in particolare, perdita di produttività e di richiamo estetico parallelamente al progressivo scombussolamento delle funzioni vitali degli ecosistemi.

La creatività evolutiva e la produttività continuativa della Terra e dei suoi ecosistemi regionali richiedono la continuità delle loro strutture di base e dei processi ecologici. Questa integrità interna dipende dalla conservazione delle comunità con le loro innumerevoli forme di cooperazione evolutiva e di interdipendenza. L’integrità dipende da intricate catene alimentari e dai flussi di energia, da terreni non degradati dall’erosione e dai cicli di elementi essenziali come l’azoto, il potassio, il fosforo. Inoltre, le composizioni naturali dell’aria, dei sedimenti e dell’acqua sono essenziali per i processi e le funzioni della Natura. L’inquinamento di questi tre elementi, insieme con l’estrazione e lo sfruttamento di costituenti organici ed inorganici, indebolisce l’integrità degli ecosistemi e il funzionamento normale dell’Ecosfera, che è la fonte della Vita in evoluzione.

Principio 3. La Visione del mondo centrata sulla Terra è confermata dalla Storia Naturale

La Storia Naturale è la storia della Terra. I cosmologi e i geologi ci descrivono l’inizio della Terra più di quattro miliardi di anni fa, la comparsa di piccole creature marine nei primi sedimenti, l’emergere degli animali terrestri dal mare, l’Era dei Dinosauri, l’evoluzione, attraverso influenze reciproche, degli insetti, delle piante con fiori e dei mammiferi da cui, in tempi geologicamente recenti, sono venuti i Primati e quindi l’umanità. Noi condividiamo il materiale genetico e un’origine comune con tutte le altre creature che fanno parte degli ecosistemi della Terra. Queste conoscenze di cui disponiamo pongono l’umanità nel contesto naturale.

La storia della Terra che si svolge attraverso gli eoni ci mostra la nostra coevoluzione con miriadi di organismi compagni attraverso l’accordo, e non solo attraverso la competizione. Tutti gli esempi di coesistenza organica rivelano i ruoli importanti del mutualismo, della cooperazione e della simbiosi nella grande sinfonia della Terra.

I miti delle varie culture e le storie che plasmano i nostri atteggiamenti e i nostri valori vogliono dirci da dove veniamo, chi siamo, e dove stiamo andando in futuro. Queste storie sono state irrealisticamente omocentriche e/o ultraterrene. Invece, lo svolgimento, basato sull’evidenza e rivolto verso l’esterno, della storia naturale dell’umanità – fatta di polvere di stelle, dotata di grande vitalità e sostenuta dai processi naturali dell’Ecosfera – è non soltanto credibile ma anche più meravigliosa dei tradizionali miti centrati solo sull’umano. Poiché mostrano l’umanità-nel-contesto come una componente organica del globo planetario, le storie ecocentriche rivelano anche un proposito funzionale e uno scopo etico; più precisamente, con la parte umana al servizio della più grande totalità della Terra.

Principio 4. Un’Etica Ecocentrica si basa sulla Consapevolezza del nostro Posto in Natura.

L’Etica riguarda quelle azioni e quegli atteggiamenti non-egoici che provengono da valori profondi; cioè, dal senso di quello che è veramente importante. Un apprezzamento profondo della Terra ha come conseguenza un comportamento etico verso di essa. La venerazione per la Terra nasce facilmente con le esperienze infantili all’aperto e, nell’età adulta, viene rafforzata dal “vivere nel proprio luogo”, in modo che le forme della terra e dell’acqua, le piante e gli animali diventano familiari come conoscenti vicini. La visione del mondo ecologica e l’etica che trova i suoi primi valori nell’Ecosfera derivano la loro forza dal vivere nel mondo naturale e semi-naturale, in un contesto rurale piuttosto che in un contesto urbano. La consapevolezza della nostra condizione in questo mondo è fonte di meraviglia, di religiosa ammirazione e di una decisa intenzione a ripristinare, conservare e proteggere le antiche bellezze dell’Ecosfera e quelle modalità naturali che hanno resistito per lunghissimi periodi alla prova del tempo.

Il Pianeta Terra e i suoi svariati ecosistemi con i loro elementi essenziali – aria, terra, acqua e mondo organico – circondano e nutrono ciascun individuo e ciascuna comunità, ciclicamente dando la vita e riprendendosi il dono. Una consapevolezza di sé come essere ecologico, alimentato dall’acqua e dagli altri organismi, e come un animale immerso nell’aria che vive nell’interfaccia produttiva e scaldata dal sole dove l’atmosfera incontra la terra, ci dà un senso di connessione e riverenza per l’abbondanza e la vitalità della Natura sostenitrice.

Principio 5. Una Visione del Mondo Ecocentrica apprezza la Diversità degli Ecosistemi e delle Culture

La maggiore rivelazione della prospettiva centrata-sulla-Terra è la sorprendente varietà e ricchezza degli ecosistemi e delle loro parti organiche/inorganiche. La superficie della Terra presenta una diversità, di notevole attrattiva estetica, di ecosistemi artici, temperati e tropicali. All’interno di questo mosaico globale le diversissime varietà di piante, animali e umani sono dipendenti dalla variegata mescolanza circostante di forme terrestri, suoli, acque e climi locali. In tal modo la biodiversità, la diversità degli organismi, dipende dal mantenimento dell’ecodiversità, la diversità degli ecosistemi. La diversità culturale – una forma di biodiversità – è il risultato storico di umani che hanno adattato le loro attività, i loro pensieri e il loro linguaggio a ecosistemi geografici specifici. Pertanto, qualunque cosa che degrada o distrugge ecosistemi è un pericolo e una disgrazia sia biologica che culturale. Una visione del mondo ecocentrica dà valore alla diversità della Terra in tutte le sue forme, sia non-umane che umane.

Ciascuna cultura umana del passato ha sviluppato un linguaggio unico che ha radici estetiche ed etiche nelle visioni, nei suoni, negli odori, nei sapori e nei modi di sentire di quella particolare parte della Terra in cui è fiorita. Tale diversità culturale basata sull’ecosistema era vitale, poiché faceva sviluppare modi di vivere sostenibili nelle diverse parti della Terra. Oggi il linguaggio ecologico dei popoli aborigeni, e la diversità culturale che rappresentano, sono in grave pericolo come le specie delle foreste tropicali, e per le stesse ragioni: il mondo sta per essere omogeneizzato, gli ecosistemi stanno per essere semplificati, la diversità è in declino, la varietà si sta perdendo. Un’etica ecocentrica si oppone alla globalizzazione economica di oggi che ignora la saggezza ecologica incorporata nelle culture diverse, e le distrugge per un profitto a breve termine.

Principio 6.-Un’Etica Ecocentrica Supporta la Giustizia Sociale.

Molte delle ingiustizie della società umana provengono dalla disuguaglianza. Costituiscono un sottoinsieme delle più grandi ingiustizie ed iniquità compiute dagli umani sugli ecosistemi e le loro specie. Con il suo concetto esteso di comunità, l’ecocentrismo enfatizza l’importanza di tutte le componenti interattive della Terra, comprese molte le cui funzioni sono in gran parte sconosciute. In tal modo viene affermato il valore intrinseco di tutte le parti dell’ecosistema, organiche ed inorganiche, senza proibirne un impiego attento ed oculato. “Diversità con Uguaglianza” è una legge ecologica basata sul funzionamento della Natura che fornisce una guida etica per la società umana.

Gli ecologisti sociali criticano a ragione l’organizzazione gerarchica nelle culture, che costituisce una discriminazione nei riguardi di chi non ha potere, specialmente verso le donne e i bambini, che sono svantaggiati. L’argomento che la strada verso un vivere sostenibile sarà impedita finché il modello culturale ridurrà le tensioni che derivano dall’ingiustizia sociale e dall’ineguaglianza fra i sessi, è certamente corretto almeno fino ad un certo punto. Ciò che non viene preso in considerazione è che l’attuale rapida degradazione degli ecosistemi della Terra aumenta le tensioni fra gli umani mentre preclude la possibilità di un vivere sostenibile e impedisce l’eliminazione della povertà. Le questioni di giustizia sociale, per quanto importanti, non possono essere soddisfatte finché non viene fermata la distruzione degli ecosistemi ponendo fine a filosofie ed attività omocentriche.

PRINCIPI DI AZIONE

Principio 7.- Difendere e Preservare il Potenziale Creativo della Terra

I poteri creativi dell’Ecosfera si esprimono attraverso i suoi resilienti ecosistemi geografici. Perciò, come priorità principale, la filosofia ecocentrica richiede la conservazione e il ripristino degli ecosistemi naturali e delle loro specie componenti. A parte la remota possibilità di collisioni con comete e asteroidi, in grado di quasi distruggere il pianeta, l’inventiva evolutiva della Terra continuerà per milioni di anni: viene impedita soltanto dove gli umani hanno distrutto interi ecosistemi sterminando specie o avvelenando sedimenti, acqua ed aria. Le continuate e pericolose estinzioni tolgono fili dalla trama della vita, diminuendo la bellezza della Terra e la possibilità che emergano in futuro ecosistemi unici con organismi correlati, forse di sensibilità e intelligenza più grandi di quelle umane.

“La prima regola del racconciare è salvare tutti i pezzi.” (Aldo Leopold – Almanacco di un mondo semplice, 1997). Le azioni che mettono in pericolo la stabilità e la buona salute dell’Ecosfera e dei suoi ecosistemi devono essere identificate e condannate pubblicamente. Fra le più distruttive delle attività umane vi sono il militarismo e le sue spese enormi, l’estrazione di materiali tossici, la produzione di veleni biologici in tutte le forme, il modo industriale di condurre l’agricoltura, la pesca e lo sfruttamento delle foreste. Se non vengono arrestate, tali tecnologie letali, giustificate come necessarie per proteggere specifiche popolazioni umane ma che in realtà servono al profitto di grosse compagnie commerciali e a soddisfare desideri umani di possesso piuttosto che bisogni, porteranno a disastri ecologici e sociali sempre più grandi.

Principio 8. Ridurre la Dimensione della Popolazione Umana

Una causa primaria della distruzione di ecosistemi e dell’estinzione di specie è l’esplosione della popolazione umana che già oggi supera largamente ogni livello ecologicamente sostenibile. La popolazione mondiale totale, oggi di 6.5 miliardi, sale vertiginosamente e inesorabilmente di 75 milioni di unità all’anno. Ogni umano in più è un “consumatore” ecologico su un pianeta le cui capacità di mantenere tutte le sue creature è quantitativamente limitata. In tutti gli angoli della Terra la pressione numerica umana continua a minare l’integrità e la capacità di generazione degli ecosistemi terrestri, marini e di acqua dolce. La nostra monocultura umana sta sovrastando e distruggendo le policulture della Natura. Nazione per nazione, è necessario diminuire la popolazione umana riducendo il numero di concepimenti.

L’etica ecocentrica che dà valore alla Terra e ai suoi sistemi in evoluzione, al di sopra delle specie, condanna l’accettazione sociale di una fecondità umana illimitata. L’attuale esigenza di ridurre il numero di umani è maggiore nei Paesi ricchi dove è più grande l’uso pro capite dell’energia e delle risorse della Terra. Un obiettivo ragionevole è la riduzione ai livelli di popolazione esistenti prima della diffusione dell’impiego dei combustibili fossili; cioè a un miliardo di unità o meno. Questo accadrà o con l’attuazione di politiche intelligenti o inevitabilmente con epidemie, fame, guerre.

Principio 9.- Ridurre il Consumo Umano di Parti della Terra.

La minaccia principale alla diversità, alla bellezza e alla stabilità dell’Ecosfera è la sempre crescente appropriazione dei beni del pianeta per usi esclusivamente umani. Tale appropriazione ed uso eccessivo, spesso giustificati dall’aumento della popolazione, rubano i mezzi di sostentamento agli altri organismi. La visione omocentrica ed egocentrica che dà agli umani un diritto su tutti i componenti dell’ecosistema – aria, terra, acqua, organismi – è moralmente condannabile. A differenza delle piante, noi umani siamo “eterotrofi” (mangiatori di altri) e dobbiamo uccidere per alimentarci, vestirci e coprirci, ma questo non ci dà licenza di rapinare e sterminare. Il consumo accelerato di parti vitali della Terra è una ricetta sicura per la distruzione dell’ecodiversità e della biodiversità. Le nazioni ricche armate di potente tecnologia sono la causa principale dei guai: esse sarebbero in grado di ridurre i consumi e condividere i beni con le nazioni il cui livello di vita è il più basso. Comunque, nessuna nazione è innocente.

Bisogna rinunciare all’ideologia mercantile della crescita perpetua, come pure alle perverse politiche industriali ed economiche basate su di essa. La tesi dei Limiti dello Sviluppo è da seguire. Un passo razionale verso la fine dell’espansione economica di sfruttamento è la soppressione dei sussidi pubblici a quelle industrie che inquinano l’acqua, la terra o l’aria e/o distruggono organismi e suoli. Una filosofia di simbiosi, di vita in modo conforme alla posizione di membro delle comunità della Terra, assicurerà il ripristino di ecosistemi capaci di produzione evolutiva. Per le economie sostenibili, le linee-guida sono qualitative, non quantitative. “Conserva la salute, la bellezza e la stabilità di terra, acqua ed aria, e la produttività ne sarà la naturale conseguenza.” (E.F. Schumacher – Piccolo è bello).

Principio 10.- Promuovere un Modo di Governare Ecocentrico

Le concezioni omocentriche di governo che incoraggiano il super-sfruttamento e la distruzione degli ecosistemi della Terra devono essere sostituite da quelle che privilegiano la sopravvivenza e l’integrità dell’Ecosfera e dei suoi componenti. È necessario che ci siano validi difensori delle strutture vitali e delle funzioni dell’Ecosfera nelle posizioni di membri influenti delle strutture di governo. Questi “ecopolitici”, dotati di buone conoscenze sui processi della Terra e sull’ecologia umana, daranno voce a chi non ne ha. Negli attuali centri di potere, “chi parla per il lupo?” e “chi parla per la foresta pluviale temperata?”. Queste domande hanno un significato ben più che metaforico; esse rivelano la necessità di salvaguardare legalmente le molte componenti essenziali non-umane dell’Ecosfera.

E’ necessario promulgare un corpo di leggi ambientali che conferisca valore legale alle strutture e alle funzioni vitali dell’Ecosfera. Nazione per nazione, devono essere elette o nominate nelle strutture governative persone ecologicamente responsabili. Opportuni avvocati-custodi saranno i difensori degli ecosistemi e dei loro processi fondamentali quando sono minacciati. Le questioni saranno esaminate sulla base della conservazione dell’integrità degli ecosistemi, non del perseguire un guadagno economico. Al trascorrere del tempo, come conseguenze pratiche della filosofia ecocentrica, si evidenzieranno nuove visioni e dottrine nella legge, nella politica e nell’amministrazione, e avranno come conseguenza modi di governare ecocentrici. L’implementazione avverrà necessariamente con lentezza passo dopo passo sul lungo termine, via via che la gente proverà le modalità pratiche per rappresentarsi e assicurare il benessere delle parti non-umane essenziali della Terra e dei suoi ecosistemi.

Principio 11. –Diffondere il Messaggio

Coloro che sono d’accordo con i principi elencati hanno il dovere di diffonderli attraverso l’istruzione e la guida. Il compito iniziale più urgente è far prendere coscienza a tutti della loro dipendenza funzionale dagli ecosistemi della Terra, così come dei loro legami con tutte le altre specie. Ne consegue uno slittamento di importanza dall’omocentrismo all’ecocentrismo, e questo porta ad un regolatore etico esterno per le azioni umane. Tale spostamento ci segnala cosa dobbiamo fare per conservare il potenziale evolutivo ininterrotto di un’Ecosfera meravigliosa. Questo rivela la necessità di partecipare alle attività della saggia comunità della Terra, dove ciascuno gioca un suo ruolo personale nel sostenere la splendida realtà che lo circonda.

Questo Manifesto Ecocentrico non è anti-umano, tuttavia respinge l’omocentrismo sciovinistico. Promuovendo la ricerca di valori permanenti – una cultura di condiscendenza e simbiosi con questo unico Pianeta Vivente – fa sviluppare una visione unificante. La prospettiva opposta, che guarda verso l’interno senza la comprensione dell’esterno, è sempre un pericolo, come dimostrano chiaramente le religioni, le sette e le ideologie umanistiche, in continuo conflitto fra loro. La diffusione del messaggio ecologico, che pone l’enfasi sulla realtà esterna condivisa dall’umanità, apre una via nuova e promettente verso la comprensione internazionale, la cooperazione, la stabilità e la pace.


La conservazione della natura


"Quando avrete inquinato l'ultimo fiume, catturato l'ultimo pesce, tagliato l'ultimo albero, capirete, solo allora, che non potrete mangiare il vostro denaro" (profezia degli indiani Cree). 
La materia che concerne la conservazione della natura può essere definita una vera e propria scienza filosofica che ha stretti  legami con l’ecologia. Occorre però avvertire che, quantunque un siffatto legame appaia intrinseco, sarebbe erroneo considerare la conservazione della natura un’esigenza che si esaurisce nella pura sfera scientifica, poiché essa ha una connotazione ben più ampia che spazia dalle implicazioni etiche, spirituali a quelle sociali e politiche. D’altra parte una tale puntualizzazione giova anche all’ecologia in sé stessa, che, operando già in una sfera tanto vasta, non può sopportare altre sovrapposizioni. 
La scienza ecologica offre senza dubbio le basi alla conservazione dell’ambiente, ma questa dovrà poi percorrere una propria strada che è irta di ostacoli spesso difficilmente superabili. Infatti, la protezione della natura, entrando inevitabilmente in conflitto con le attività umane che turbano l’equilibrio dell’ecosistema, trova spesso una opposizione totalizzante e tenace, come sa esserlo solo quella connessa a interessi economici.
Il degrado ambientale è arrivato a sì alto livello che a volte l’animo del naturalista ne rimane sopraffatto al punto da non essere più in grado di appellarsi al rigore mentale, senza il quale non può impostare le direttive per la soluzione dei problemi. Accade invece altre volte che il naturalista abbia la ventura di portare i propri passi in zone, sempre più rare, non ancora ferite dal degrado, e allora l’incessante spirituale dialogare della natura lo affascina, ora con l’apparire delle tenui luci del sottobosco, ora con il bagliore di grandi distese di ghiaccio, ora col nitido stagliarsi di vette immacolate, ora col rosseggiare della faggeta in autunno.
“Una foresta ininterotta si stende da tutte le parti della capanna in cui scrivo, fluisce innanzi, in un cupo fiotto ondeggiante, verso settentrione, fino all’Oceano Artico. Nessuna ferrovia la traversa, per bruciare e distruggere, nessun colonizzatore la rovina col fuoco e con l’ascia. Da ogni eminenza, si possono contemplare leghe innumerevoli di Foresta, che non nutrirà mai le fauci affamate del commercio.
Questo è un posto differente, è un’altra giornata.
In nessun luogo qui la vista delle ceppaie e delle nobili vette abbattute offende l’occhio o rattrista lo spirito; ne la bellezza strana, selvaggia, inimmaginabile di questi tramonti nordici è sfigurata da filari e filari di alberi scheletrici ed orrendi......... Ritorno alle origini? Forse sì; ma ci hanno portato fortuna.
Tutti i sogni sono diventati veri, e anche più. Scomparsa è la paura assillante di una mano vandalica. La vita selvatica in tutte le sue numerose varietà, animali ritenuti timidi ed elusivi ci passano ora quasi a portata di mano, e a volte si fermano presso la capanna, ed osservano. Ed uccelli, e bestie minute e grosse, e creature piccole e grandi, si sono raccolti qui intorno, e frequentano il posto, e volano e nuotano o camminano corrono secondo la loro natura.
Piomba la Morte, come deve pure talvolta, e sorge la Vita al suo posto. La natura vive e procede e fluisce tutto intorno nel suo assetto armonioso e metodico.
Le cicatrici degli antichi incendi pian piano scompaiono; gli alti alberi diventano ancora più grandi. Si riaffollano le città dei castori. Il ciclo continua.... “. WA-SHA-QUON-ASIN (Grey Owl, 1940)
A questo punto un interrogativo si fa pressante: la civiltà potrà avere un avvenire? La risposta parrebbe essere negativa, perché l’uomo è ormai prigioniero di un modello di sviluppo che comporta irreparabili squilibri ambientali ed è, per di più, protagonista di una paurosa esplosione demografica che gli ha fatto quasi raggiungere il potenziale biotico  massimo che può essere attinto alla natura dalla specie umana. A ciò si aggiunge che una gran parte della popolazione del pianeta conduce un tenore di vita che comporta l’uso di una quantità enorme di energia nonché il consumo di preziosi metalli che si avviano al totale esaurimento.
In verità, gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento dell’ambiente naturale: l’acqua, l’aria, la flora, la fauna, l’assetto della cosiddetta materia inerte, ecc. L’uomo sfrutta la natura in mille modi, quasi sempre per il volgare ed inutile accumulo delle ricchezze e del potere. Ciò che una volta, nel piccolo e nell’episodico, poteva essere sostenibile (p.e. la caccia sportiva, il prelievo di risorse non rinnovabili, la pesca, l’emissione di sostanze relativamente inquinanti, ecc.), anche perché molte attività venivano adeguatamente filtrate e degradate dai sistemi naturali (per esempio l’autodepurazione dei fiumi o dei piccoli mari),  ora, con i mezzi tecnologici, con l’eccessivo uso delle “cose” e con il dramma della sovrappopolazione, molte attività umane non lo sono più e ciascuna di esse esercita un forte impatto sull’economia della natura. Se una o due persone persone raccolgono un fiore in un prato, il prato non ne risente affatto, ma se quella operazione viene svolta da migliaia di persone il prato perderà tutti i fiori che possiede. Questo deve far riflettere sulle continue pretese che l’uomo contemporaneo accampa continuamente anche in riferimento ad attività dei tempi andati. Si ricorda inoltre che anche nel passato, fenomeni sistematici e capillari, anche se esercitati con mezzi ridotti e da una popolazione meno esigente, hanno prodotto risultati deleteri per la natura (si pensi al massiccio disboscamento della Gran Bretagna, all’estinzione del lupo nell’arco alpino, alla scomparsa della popolazione Maia o a quella dll’isola di Pasqua). Un altro esempio ci viene offerto dal fenomeno del turismo di massa. Favorire al giorno di oggi la frequentazione turistica di luoghi naturali, vuol significare alterare completamente quei territori. Per esempio, gli ultimi luoghi abitati dall’orso bruno in territorio italiano (Abruzzo e Trentino), dovrebbero essere gelosamente tutelati dalla perniciosa presenza massiva delle persone, altrimenti nel volgere di un brevissimo tempo il plantigrado resterà un lontano ricordo della fauna autoctona.   
Dinanzi ad un siffatto degrado la difesa dell’ambiente deve divenire un obiettivo primario e globale. “La visione dell’uomo ‘signore del creato’, in pieno diritto di distruggere o alterare tutto, è dura a morire. Certe culture, più di altre, hanno manifestato addirittura una profonda ostilità verso qualsiasi cosa naturale: questo spiega perché in alcuni paesi industrializzati la degradazione e l’alterazione dell’ambiente siano maggiori che in altri” (Storer et al., 1984).
Ma occorre comunque considerare che i problemi ambientali sono a tal punto complessi che ipotizzare una loro soluzione all’interno di un solo Paese significa consumarsi in uno sforzo velleitario, giacché il degrado è, per così dire, ecumenico e non s’arresta davvero innanzi alle barriere doganali. Infatti è necessario osservare che il degrado non è uniformemente distribuito sul pianeta, in quanto esso presenta una distribuzione che potremmo definire a “macchia di leopardo”; sarebbe comunque una fallace speranza quella che intendesse ricostituire l’equilibrio ecologico generale mediante provvedimenti che curino le “macchie” caso per caso, poiché occorre al contrario che l’influenza negativa esercitata dalle attività umane sull’equilibrio ambientale venga drasticamente ridotta dappertutto. “Gli uomini devono trovare la soluzione ai problemi attuali in un contesto universale” (Dorst, 1990).
Occorre poi sgombrare il campo degli studi naturalistici o del pensiero comune da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in un grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo, cade in grave errore chi dice, ad esempio, “ se continua la distruzione delle foreste il danno si ripercuoterà sull’uomo”...” se si continua ad avvelenare i campi anche l’uomo ne resterà avvelenato”. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si ripresenti ognora il nostro inveterato antropocentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della vita e non, sulla Terra (ecocentrismo). La regola deve tendere a salvare un bosco secolare non per l’uomo, ma per il bosco stesso; alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà (spiritualmente e materialmente), ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. Dobbiamo invertire il pensiero di salvaguardare una “valle selvaggia” per poter poi provare emozioni e profonde sensazioni dinanzi a quello scenario naturale incontaminato. La “valle selvaggia” va mantenuta tale per se stessa, per il suo essere libero, poi se il nostro spirito ne troverà giovamento sarà solo una eventuale positiva conseguenza e non la molla che ci ha spinto ad operare per il mantenimento di quello status incontaminato. Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque, sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne, non ho trovato nessuno che non fosse mio amico. (Canto per il Dio della Piccola Guerra, Navajo - in AA. VV., 1995). Il valore in sé delle cose indipendentemente da noi e da tutto è il pensiero più elevato che la mente umana possa concepire. E’ anche possibile giustificare l’antropocentrismo come “istinto” della specie umana per una efficace autoconservazione. In fondo ogni specie è un po’ “egocentrica” verso se stessa per sopravvivere nella natura. Ma negli altri esseri viventi l’egocentrismo porta in genere ad un indubbio vantaggio per la specie e un ancor più grande vantaggio per la natura tutta. L’egocentrismo umano invece porta distruzione e morte sia nell’uomo stesso che in tutto il mondo naturale. Tra l’altro gli atteggiamenti degli altri viventi non sono affatto premeditati e consapevoli delle conseguenze, mentre l’uomo è pienamente cosciente dei propri abusi, della propria superbia e delle proprie distruzioni e prevaricazioni. Una bella differenza dunque tra le due forme di egocentrismo! Scrive Santayana (1944): “Un californiano che ho recentemente avuto il piacere di conoscere mi diceva che se i filosofi vivessero tra i suoi monti, i loro sistemi sarebbero diversi da quello che sono i sistemi che la tradizione europea della buona creanza ci ha tramandati dai tempi di Socrate, perché questi sistemi erano egoistici; direttamente o indirettamente erano antropocentrici, e ispirati dalla fatua nozione che l’uomo o l’umana ragione, o l’umana distinzione tra il bene e il male, siano il centro e il perno dell’universo. Questo è ciò che i monti e le foreste dovrebbero farvi vergognare d’asserire”. Santayana con questo suo discorso presentato nel 1911 a Berkeley è stato uno dei pochi filosofi occidentali a sferrare un significativo attacco all’antropocentrismo e alla visione egocentrica del cristianesimo. Infatti “rappresentò una svolta storica nello sviluppo dell’indagine contemporanea su una visione del mondo alternativa e un’etica ambientale non soggettivistiche, antropocentriche ed essenzialmente materialiste.
Nel suo discorso Santayana affermava che acquisire consapevolezza ecologica per mezzo di un contatto profondo e spirituale con la natura ci avrebbe aiutato ad abbandonare la zavorra del nostro sciovinismo umano” (Devall & Sessions, 1989). Gli aspetti di una siffatta esiziale commistione di ruoli sono focalizzati con grande chiarezza da Franco Zunino (fondatore dell'Associazione Italiana per la Wilderness) quando dice che ".... L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sé, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il 'diritto' della sua presenza". Scrive poi Pavan (1988): “...stiamo traversando una fase di confusione dell’uomo, dei suoi valori morali, dei suoi diritti e doveri, del suo ruolo e delle prospettive; siamo in una fase di scoperta degli errori che abbiamo fatto e stiamo facendo, ma abbiamo ancora la facoltà di corregerci.” 
Occorre domandarci: siamo realmente in grado di corregerci ? I dubbi sono tanti, troppi. Le nostre azioni distruttive sono molteplici e quasi mai si comprendono appieno le implicazioni connesse agli interventi che turbano l’equilibrio naturale: se, ad esempio, l’uccisione di un orso da parte di un bracconiere costituisce una drammatica ferita all’ambiente, una turbativa ancora maggiore è insita in quegli atti che, nel modificare l’ambiente in sé stesso, determina, col tempo, la scomparsa di tutti gli orsi nel territorio. Scrive Thoreau “Se vogliamo proteggere gli animali selvatici dobbiamo garantire loro una foresta in cui possano vivere e a cui possano far ricorso”.
Queste considerazioni sull’orso bruno ci portano a riflettere ancora sull’interconnessione dei problemi ambientali. In natura non esistono fenomeni vitali che esauriscono in sé stessi la ragione di essere; tutti i fenomeni sono concatenati tra loro, un po’ come accade per le singole scansioni musicali di una sinfonia. Tenuto fermo tale principio, è del tutto intuitivo che in un siffatto concerto naturale l’assetto territoriale eserciti un’incidenza che sovrasta gli altri fattori, a simiglianza di quanto accade col “leit-motiv” di un testo musicale. L’esempio sul quale ci siamo poc’anzi intrattenuti, ipotizzando la scomparsa dell’orso bruno in seguito al sovvertimento del suo “habitat”, trova un riscontro, portando a paragone un altro esempio, nella scomparsa dell’Aquila di mare da alcune zone del suo areale anche in seguito alla distruzione del proprio “habitat” rappresentato dalle coste marine che l’attività antropica ha profondamente modificato ed inquinato. Occorre tra l’altro puntualizzare che la conservazione di un territorio (valle, grotta, costa marina, ecc.) deve essere sempre paritetica alla conservazione di una specie animale o vegetale anche se un dato ambiente è di minime dimensioni (distruggere un territorio perché piccolo è come uccidere gli ultimi orsi del trentino ritenendo inutile la loro sopravvivenza in quanto ormai troppo pochi). Anzi, spesso, la salvaguardia dei “luoghi” è un atto ancora più importante. Le ultime aree selvagge hanno una grande importanza in quanto complessi integri o unitari e rari come tali; conservandoli salvaguarderemo anche i loro “capitali” di specie animali e vegetali salvaguarderemo il paesaggio, l’ambiente, l’intera struttura: tutto questo in un unico atto di azione. Animali e piante infatti sono solo una parte di un territorio, sia pur saliente ed inalienabile. “Un fiore senza giardino è condannato a morte anche se trova sopravvivenza nel limitato spazio di un vaso grazie alla seminazione artificiale” (F. Zunino).
Scrive ancora Pavan (1967): “ La natura è costituita da innumerevoli fattori legati fra di loro da fini, azioni e reazioni che costituiscono un equilibrio dinamico in continuo spostamento: l’uomo si getta a capofitto in azioni di disturbo, di alterazioni, e provoca profonde modificazioni e rotture di equilibri di cui raramente si preoccupa di prevedere l’evoluzione e il destino........Lo sviluppo storico dell’umanità, presa nel suo insieme, è avvenuto in modo molto disarmonico e così procede tuttora, mantenendo molti squilibri, talora aggravandoli e creandone nuovi.”
In natura ogni specie svolge la propria parte all’interno di un processo dialettico che tende al conseguimento di uno stato di equilibrio; questo non è ovviamente perenne, ed ha in sé stesso la capacità di assestarsi sui parametri che via via si presenteranno. E' da notare che ogni singola specificità biologica, allorché entra nel processo dialettico che determinerà poi il punto di equilibrio dell’ecosistema, assume un proprio assetto unitario. In teoria anche l’uomo dovrebbe partecipare al processo dialettico a parità di diritto con le altre specie, sia animali che vegetali, ma ciò in realtà non accade perché l’uomo, a causa del suo sviluppo intellettivo è, tra l’altro, in grado di modificare e stravolgere l’assetto della cosiddetta materia inerte mediante opere gigantesche, come - ad esempio - le dighe che sbarrano i fiumi, le autostrade lunghe migliaia di chilometri, il prosciugamento dei laghi, la costruzione di nuove città; a ciò si aggiunga che, forte della sua sofisticata tecnologia, l’uomo ha la possibilità di sterminare, nel volgere di un breve arco di tempo, qualsiasi altra forma vivente. Su tali problemi si intrattengono Galiano & Marchino (1990), che annotano “...il grande ‘peccato’ dell’uomo occidentale è di essersi staccato dalla natura, dal suo ambiente. Per lui il sole, la luna, le stelle, i fiori, le piante, gli animali, non sono più né ‘sorelle’ né ‘fratelli’. Dal cosmocentrismo è passato al teocentrismo ed è finito nell’antropocentrismo. La conseguenza ‘perversa’ è stata chiara: se l’uomo è centro di tutto, egli allora diventa despota, può imporre senza remora le sue leggi, può esercitare violenza sulla natura e oppressione sui fratelli. Ma la natura espropriata e manipolata manifesta tutti gli effetti boomerang di un tale intervento”. Con queste considerazioni G. Galiano e M. Marchino focalizzano icasticamente la dimensione dell’uomo di oggi che sembra drammaticamente vocato all’autodistruzione.
Il progresso rappresenta, secondo il Rousseau, qualcosa di esteriore rispetto all’uomo, qualcosa che non tocca ciò che v’è di più intimo nel nostro essere, cioè l’istinto naturale (Geymonat, 1971). Se poi il pensatore ginevrino sembra cadere nel paradosso quando proclama la superiorità della vita primitiva rispetto a quella realizzata dai popoli cosiddetti “civili”, è pur vero che uno degli aspetti più significativi della crisi dell’uomo moderno è proprio il suo distacco dalla natura. Ed è stato un distacco particolarmente cruento quello verificatosi negli anni che segnano l’inizio della rivoluzione industriale, quando il saccheggio dell’ambiente assunse una capacità distruttiva fino ad allora inimmaginabile. “L’umanità è un cancro nell’universo della vita” (David Foreman). L’uomo occidentale è infatti un vero e proprio “cancro” nell’organismo natura e, a similitudine delle cellule maligne, porta solo morte e distruzione.“La conservazione dell’ambiente manca il suo obiettivo perché è incompatibile con il concetto di terra che ci è stato tramandato dai tempi di Abramo: noi violentiamo la terra perché la consideriamo un articolo che ci appartiene. Solo quando la vediamo come una casa comune, a cui apparteniamo, possiamo cominciare a servircene con amore e rispetto” (Leopold, 1949-1997).
La necessità di trattare la questione ambientale prevalentemente dal punto di vista etico/filosofico, è mossa dalla constatazione che nell’occidente tutta la speculazione filosofica è stata praticamente priva, dalle origini ai giorni nostri, di argomentazioni sostanziali sulla materia (gli esempi sono pochi: J. Muir, A. Leopold, H.D. Thoreau, ecc.). Scrive infatti Hargrove (1990): “Nonostante i molti risultati monumentali della filosofia, essa non è mai riuscita, in tutto l’Occidente, a fornire una base per il pensiero ambientale. Questo insuccesso coinvolge tutte le branche maggiori: metafisica, epistemologia, etica, filosofia sociale e politica, filosofia della scienza e, naturalmente, estetica......
L’etica ambientale rappresenta per la filosofia l’occasione per correggere il suo maggiore errore, il rifiuto del mondo naturale qual è sperimentato concretamente nella vita reale......
Ci auguriamo che i preservazionisti e i conservazionisti della natura dell’inizio del prossimo secolo dispongano di teorie filosofiche migliori fra cui operare una scelta.....”. 
La mancanza di questa base filosofica ha senz’altro determinato tutti i sostanziali atteggiamenti negativi che l’uomo ha sviluppato nella sua visione del mondo (antropocentrismo, dualismo, ecc.). Ne sono testimonianza le ottuse speculazioni religiose scissionistiche e prevaricatrici proprie dell’Occidente o il rigido meccanicismo del razionalismo cartesiano. Scrisse A. Leopold (1949-1997): “Non esiste tuttora un’etica che consideri il rapporto dell’uomo con la terra, e con gli animali e le piante che crescono su di essa. Proprio come le schiave di Ulisse, la terra è considerata ancora una proprietà. Il rapporto con la terra è tuttora strettamente economico e prevede diritti ma non doveri.....
In breve, un’etica terrestre modifica il ruolo dell’Homo sapiens da conquistatore della terra a semplice membro e cittadino della sua comunità. Implica rispetto per gli altri membri e per la stessa comunità, in quanto tale”. 
Integra molto bene il discorso Capra quando scrive (1997): “Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa percezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo.
Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita né a preservarla, ma a distruggerla. Con i fisici che progettano sistemi di armamenti che minacciano di cancellare la vita sul pianeta, con i chimici che contaminano l’ambiente mondiale, con i biologi che mettono in circolazione tipi nuovi e sconosciuti di microrganismi senza poter prevederne le conseguenze, con gli psicologici e altri scienziati che torturano animali nel nome del progresso scientifico, con tutte queste attività che continuano, appare urgentissimo introdurre nella scienza delle norme di ‘eco-etica’”.
Vittorio Hosle nella sua interessante opera “Filosofia della crisi ecologica” (1992) evidenzia l’importanza che assume il pensiero etico/filosofico per una nuova responsabilità collettiva verso la natura. “Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi sviluppati. Da un lato la prassi di coltivare questo sentimento ha in sé qualcosa di ripugnante, in quanto è fin troppo facile che essa porti alla rassegnazione e all’apatia, o addirittura, cosa ancor peggiore, che induca le masse a un edonismo frenetico e gli intellettuali a un cinismo morboso che si rassegna a ciò che sembra inevitabile e che desidera soltanto sorbire le ultime gocce dal calice del mondo, prima di mandarlo in frantumi. D’altro canto però questo pericolo non può servire a giustificare la rimozione e quindi l’imperterrita, folle corsa suicida verso l’abisso: ciò vale per ognuno di noi, e innanzitutto per la filosofia. Questa infatti mal si concilia con le rimozioni. perché la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerna la totalità dell’essere...... La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo......; quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura inanimata, essere indifferente significa tradire la causa della filosofia......
Come è arrivato l’uomo a minacciare il proprio pianeta nel modo che oggi stiamo sperimentando? E di fronte a questa situazione ha ancora senso  l’idea del progresso? .........  Non è sufficiente riconoscere il pericolo in cui ci si trova quando, nel mezzo di un lago gelato, il ghiaccio scricchiola sotto i nostri piedi; bisogna cercare delle scappatoie per sfuggire al pericolo. E anche se tutt’intorno siamo avvolti dalla nebbia, la filosofia può comunque sperare di scorgere la spiaggia di salvezza grazie alla luce che irradia; può forse indicare la direzione nella quale è necessario procedere..... “.
Kaiser (1992) mette bene a fuoco gli aspetti estremamente negativi della visione dualistica della vita in quattro relazioni fondamentali (Io-Sé; Io-Tu; Io-mondo; Io-Dio). Scrive infatti: “(Io-Sé) Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura. Frutto di questa scissione l’esperienza di una profonda contraddizione, di una lacerazione interiore, è la sensazione di non essere uno con se stesso, di non vivere in armonia con la propria persona - (Io-Tu) Una concezione dualistica della relazione dell’uomo con il suo prossimo implica che l’individuo si senta innanzi tutto separato dall’altro, contrapposto a lui. Ne sono un eloquente esempio le tendenze polarizzatrici nella vita politica e sociale - (Io-mondo) Il pensiero dualistico divisore vede l’uomo come opposto alla natura, in quanto sostanzialmente diverso da essa. Anche qui solo un passo ci separa dalle conseguenze dell’imperialismo, per cui l’uomo sarebbe chiamato a dominare sulla natura, sottomettendola al proprio volere - (Io-Dio) Nella relazione dell’uomo con il divino, il dualismo porta al concetto di un Dio personale e trascendente (e pertanto teistico), separato nettamente dall’uomo e dal mondo. Dio è ‘totalmente altro’, non confrontabile con alcuna cosa terrena. Conseguenza di questa concezione dualistica di Dio è la dissacrazione del mondo.... che sta alla base dell’imperialismo cosmico...”.
Scrive G. Snyder (1992): “La società americana (come tutte le società) ha un proprio sistema di assunti sulla realtà che vengono dati per scontati. Continua a nutrire una fede in gran parte acritica nel concetto di progresso. E’ attaccata all’idea che possa esservi un’immacolata obiettività scientifica. E, ancora più importante, funziona in base all’illusione che ciascuno di noi sia come una specie di ‘conoscitore solitario’, una pura intelligenza sradicata, senza numerosi strati di contesti locali: l’illusione che ci sia un ‘sé’ e il ‘mondo’”.
Una filosofia della conservazione deve dunque ispirarsi ad una profonda visione unitaria della vita, dove i particolarismi divisori lascino il posto all’universalità e all’impersonale: “L’esame delle parti non porta mai alla comprensione del tutto” (Fukuoka, 2001). Solo così il valore in sé delle cose potrà essere acquisito gradatamente dal pensiero collettivo facendo leva, nella fase iniziale, sulle persone più sensibili e profonde che avendo compreso tale idea si impegnino a diffonderla.

“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall).

“Non facendo nulla, non c’è nulla che non venga fatto” (Lao-Tze).

“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse inconsciamente invidia" 

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APPENDICE

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Verso un'Ecologia profonda
di Guido Dalla Casa

Introduzione

L’idea più corrente che viene evocata nell’opinione pubblica quando si parla di azione “ecologista” o “verde”, è che questa consista essenzialmente nel vigilare affinchè il “naturale progresso dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi “da salvare”. In sostanza, quella che viene chiamata azione ecologista è la “protezione dell’ambiente”: non inquinare, mantenere pulito il paesaggio, installare filtri e depuratori e conservare qua e là alcune isole di natura dove recarsi a scopo ricreativo, i “Parchi”.
La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica e la sua massima diffusione è certamente utile.
Nelle note che seguono proporrò alcune domande più profonde, pur considerando pienamente valide le azioni sopra citate, provando ad evidenziare qualcosa a cui molti non hanno mai pensato soltanto perché le concezioni che si respirano fin dalla nascita appaiono ovvie e quindi non appaiono affatto: costituiscono la base del modello in cui viviamo, cioè la civiltà industriale, espressione attuale della cultura occidentale.
Poniamoci allora alcune domande:
- Perché il dramma ecologico è nato proprio nella cultura occidentale?
- Perché consideriamo la civiltà occidentale ed i suoi miti come quelli “veri”?
- Che cosa sono lo sviluppo e il benessere?
- Il concetto di progresso è universale ed evidente?
- Che posizione ha la nostra specie nell’Universo?
- Cosa ne pensano le altre culture umane?
Poiché la distruzione degli equilibri naturali è opera della civiltà industriale e della sua tumultuosa espansione, per ottenere qualche miglioramento globale e permanente in questo campo è necessario:
- intaccare le concezioni che l’hanno fatta nascere;
- porre in discussione la sua visione del mondo.

1 - L’ecologia di superficie

In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.

Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.
Ad esempio, una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per scopi ricreativi o di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo” non viene messa in discussione.
Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.
Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.
Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi.
Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio.
In sostanza in questa visione del mondo la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di “proprietà”, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si deve “utilizzare”.
Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.
Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.
Poiché questa concezione si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente, non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione” o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per il mondo.

2 - L’ecologia profonda

In questo capitolo cercherò, per quanto possibile, di uscire dalle concezioni generali della nostra cultura: userò dunque espressioni verbali un po’ diverse da quelle correnti. Non bisogna sottovalutare il sottile potere della parola nel trasmettere e perpetuare i concetti.
Questo capitolo è comunque un’estensione del precedente, con il quale non è in antitesi, perché le motivazioni ivi accennate restano valide. Se ne aggiungeranno altre, che si inquadrano in una diversa visione del mondo, nella quale gli atteggiamenti ecologisti assumono una connotazione metafisica, che va ben oltre a semplici considerazioni di utilità, opportunità ed estetica.

Sulla base di questa impostazione, appare evidente che la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunchè. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio Lakota: “La terra è del Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun significato universale.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane.
Nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione stazionaria.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”, in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.

3 – Alcuni aspetti della crisi ecologica

Il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.

Le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
Al contrario il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso la Natura. Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita della civiltà industriale.
Si farà qualche cenno all’influenza di queste idee che, innestate sulle concezioni dell’Antico Testamento, hanno provocato l’attuale massiccia aggressione alla Natura. Si farà poi notare che si tratta di idee consolidate e concretizzate nell’Ottocento ma non propriamente “moderne”: c’è sempre una notevole inerzia fra il pensiero nascente e le concezioni di massa, quelle che determinano l’orientamento e l’azione collettivi.
Tutta la nostra cultura è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato l’”ambiente” c’è anche più crisi umana, con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra “l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada. Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo, se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta, ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili. Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura” di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che: più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è dell’ordine dell’uno o due per cento.
Dall’articolo di un esperto:

I nostri parenti più stretti sono gli scimpanzè. La differenza genetica è soltanto circa dell’uno per cento. Noi siamo più strettamente simili agli scimpanzè di quanto probabilmente siano simili fra loro due rane qualsiasi che vi càpiti di incontrare.
(The search for Modern Humans, National Geographic, ottobre 1988)

In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa esclusivamente della specie umana.
Può essere utile notare che le concezioni nate dalla Genesi si sono poi sviluppate soprattutto in aree geografiche dove erano scarsissime o assenti le altre specie di scimmie, quindi mancava la constatazione più immediata dell’esistenza di esseri a noi molto simili. In particolare erano assenti gli altri grandi Primati, come gorilla, oranghi e scimpanzè, che avrebbero reso evidente la mancanza di discontinuità fra noi e tutte le altre specie.
Così pure, ad esempio, il motivo più semplice per un’alimentazione in gran parte vegetariana dovrebbe essere il confronto con la dieta degli altri Mammiferi Primati, cioè delle altre scimmie, il cui fisico è assai simile al nostro.
Un ultimo esempio:
Tutta la Vita è scandita dagli eterni cicli della Natura. La nostra cultura se ne è distaccata e segue periodi suoi propri, come il ritmo settimanale di lavoro e tempo libero, che proviene dal racconto della Genesi. Invece di operare secondo questo ritmo artificiale e festeggiare battaglie, repubbliche e santi, potremmo seguire le fasi lunari, fare festa all’inizio o alla fine delle stagioni, seguire il Sole, la Luna e le stelle.
Ci sarebbe più serenità. E sarebbero feste che uniscono l’umanità, mentre quelle attuali la dividono: nelle battaglie c’è chi vince e c’è chi perde. Invece il Sole è allo Zenit dell’Equatore per tutti.
Ma anche nella nostra cultura, fanaticamente legata alla “storia”, ci sono ancora tracce di Natura, tanto è vero che la maggiore festività ha dovuto essere fissata il 25 dicembre, perché nelle profondità dell’inconscio c’è ancora il ricordo lontano di quando, alle nostre latitudini, si faceva gran festa accorgendosi che la notte aveva smesso di avanzare sul giorno e la luce aveva iniziato la sua risalita. Ci volevano appunto tre o quattro giorni dopo il solstizio d’inverno per esserne certi.
Ecco come alcune culture native d’America poeticamente scandivano il ritmo quasi-mensile:
- la luna quando le anatre tornano e si nascondono (febbraio);
- la luna quando appare l’erba (aprile);
- la luna quando fioriscono i gigli rossi (giugno);
- la luna quando i cervi perdono le corna (agosto);
- la luna degli alberi colorati (ottobre)
e così via.
A questo punto, è utile riportare il pensiero di uno sciamano Oglala:

E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare e di noi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e tutte le cose verdi: perché sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito. Forse che il cielo non è un padre e la Terra una madre e non sono tutti gli esseri viventi con piedi, con ali e con radici i loro figli?
(dal libro Alce Nero parla di John Neihardt)

In una lingua amazzonica il termine che significa il massimo livello di mente, ovvero “il Grande Spirito”, significa anche “tutto” nel linguaggio corrente.
Infine, secondo l’espressione di una cultura africana:
Noi crediamo che Dio sia in tutte le cose: nei fiumi, nell’erba, nella corteccia degli alberi, nelle nuvole e nelle montagne.

4 - Il mito delle origini

Parlerò di “culture” e di “visioni del mondo”, non di religioni, cercando di evitare pareri sulla dimensione religiosa, anche se la cultura e la religione sono campi non separabili.

L’atteggiamento delle varie culture nei confronti del resto della Natura, cioè delle altre specie e degli ecosistemi, dipende in gran parte dalla loro visione del mondo, ovvero dalle loro concezioni metafisiche.
Se ci limitiamo alle culture più recenti e che si sono maggiormente diffuse, notiamo che le più gravi distruzioni e degradazioni di ecosistemi provengono da modelli che fanno capo ai filoni ebraico-cristiano e mussulmano, cioè a quelle culture che si ispirano, in modo più o meno evidente, all’Antico Testamento.
Sarà bene chiarire subito che con l’espressione “cultura ebraico-cristiana” si intende indicare la tradizione quale si è sviluppata negli ultimi quindici secoli dando luogo alla civiltà occidentale, senza assolutamente convalidare l’idea che questa cultura si sia ispirata all’insegnamento di Cristo. Al contrario, l’insegnamento di Cristo ha contestato profondamente e radicalmente le concezioni del Vecchio Testamento: la prova più evidente è che Egli fu condannato a morte proprio per questo. L’aver fatto apparire le parole di Gesù come una specie di continuazione della tradizione precedente di quelle terre medio-orientali è stata una interpretazione particolare dei secoli successivi.
L’insegnamento di Cristo assomiglia molto alle filosofie di derivazione orientale, con le quali ha in comune idee fondamentali, come l’accettazione, il distacco dalle cose del mondo, l’amore universale, l’inutilità delle istituzioni, l’estinzione del desiderio, e così via. Perfino il Suo aspetto esteriore, pervenutoci dalla tradizione, ricorda molto quello di un indiano. In particolare la parità fra le persone (abolizione delle caste e inutilità di ogni gerarchia), come pure l’abolizione dei sacrifici, ricordano il Buddhismo. Inoltre è evidente che l’Antico Testamento è il mito di una etnìa particolare (il “popolo eletto”), mentre l’insegnamento di Cristo è a-etnico e universale, come quello del Buddha.
Qualcosa traspare ancora della Sua filosofia naturale, come ad esempio nell’espressione: Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Tuttavia vi dico che neppure Salomone, in tutto il suo splendore, fu mai vestito come uno di loro. (Matteo, Cap. 6, 28-29). Questa è una serena accettazione della Natura e una constatazione dell’assurdità di voler “modificare” il mondo. C’è un contrasto evidente fra la ricerca della serenità interiore predicata da Cristo e dal Buddha e il substrato biblico-ebraico su cui si è poi fondata la cultura occidentale.
Un’altra interpretazione particolare è la distinzione fra le religioni “monoteiste”, che sarebbero le tre del filone medio-orientale, e le altre definite “politeiste”. A quanto risulta, non esiste alcun pensiero veramente “politeista”, anche se per i filoni non-biblici sarebbe meglio parlare di “monismo” anziché di monoteismo. Anzi, di norma le culture che si ispirano a queste metafisiche conoscono benissimo l’Unità del Tutto e l’impossibilità di separare i fenomeni spezzettando l’Universale. Piuttosto, anche agli effetti delle conseguenze pratiche o di atteggiamento, si potrà fare una distinzione fra le tradizioni che diffondono l’idea di una Divinità esterna che agisce sul mondo (creando un dualismo) e quelle che considerano il Divino immanente alla Natura, o comunque superano ogni distinzione fra immanenza e trascendenza.
Per quanto riguarda le molte divinità dei cosiddetti politeisti, esse sono semplicemente le forze psichiche inconsce, archetipiche, o come si vogliano chiamare.
Riportando Bateson:

Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze, dagli altri animali e dalle piante.
Se questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la natura e se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento delle risorse.
(G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1976)

Per oltre mille anni si è consolidata la concezione della Genesi, che vuole la nostra specie “signora e padrona del Creato”, che risulterebbe addirittura “fatto per noi”! Dal “Crescete e moltiplicatevi” è poi nata l’odierna manìa ossessiva dell’espansione, che in una cultura con altri fondamenti apparirebbe come una crescita patologica in un Organismo.
Così, dall’idea biblica sempre ripetuta di “popolo eletto”, da quel racconto che manifestamente privilegia un gruppo etnico, si è sviluppato il concetto occidentale di “essere la civiltà”, di possedere la “verità” e il “benessere” e di imporli a tutti gli altri, è nata insomma l’immensa superbia dell’Occidente, che si manifesta in modi del tutto simili nelle due parti, cosiddette “credente” e “atea”, in cui si è oggi apparentemente diviso.
Si è atteso soltanto di “possedere un potere tecnico” per dare il via alla distruzione dell’equilibrio naturale.

5 - Cartesio e Newton. Il materialismo. Lo sviluppo.

Non credo che l’attuale modo di vivere dei popoli di cultura occidentale sia nato soprattutto da decisioni “pratiche”: è stato piuttosto l’affermarsi di un modo di pensare che ha causato il sorgere di un modo di vivere.

Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale. E con essa è scoppiato il dramma ecologico.
Come noto, nel pensiero cartesiano vi è una netta distinzione fra lo “spirito” e la “materia”: l’uomo è l’unico essere dotato di spirito. Tutto il resto, vivente o non vivente, è solo materia bruta, quindi manipolabile senza conseguenze e senza problemi morali. Così la fisica di Newton poteva rivolgersi a sistemare il mondo della materia che diveniva una specie di gigantesca Macchina, retta da rigide leggi meccaniche.
Il meccanicismo, nato in tal modo, ha guidato la scienza ufficiale fino al ventesimo secolo ed è la base dell’attuale pensiero corrente delle genti di cultura occidentale: da questo sottofondo è sorta la civiltà industriale.
Per quanto riguarda poi il pensiero di Locke, è sufficiente riportare questo brano:

A ciò si aggiunga che chi si appropria col suo lavoro della terra non assottiglia ma accresce le provvigioni comuni dell’umanità: infatti i beni atti al sostentamento della vita umana che sono prodotti da un acro di terra cintata e coltivata sono, a dir poco, dieci volte quelli forniti da un acro di terra altrettanto ricca ma lasciata incolta e comune. Perciò si può veramente dire che colui che recinta un terreno, e da dieci acri trae maggior quantità di mezzi di sussistenza di quanto potrebbe trarre da cento lasciati allo stato naturale, dona novanta acri all’umanità.
(da Jeremy Rifkin, Entropia, 1980)

Come si vede, nessuna considerazione per tutta la vita che viene distrutta, né per la bellezza del mondo. Manca inoltre ogni forma di percezione dell’equilibrio globale e del complesso di relazioni che legano tutti gli organismi viventi.
Purtroppo siamo andati su quella strada e ancora oggi il mondo economico-industriale la pensa sostanzialmente in quel modo. Secondo il parere di Rifkin:

Rileggendo Locke oggi, si ricava la sgradevole sensazione che egli non sarebbe stato soddisfatto fino a quando non avesse visto ogni fiume della Terra sbarrato da dighe, ogni meraviglia della natura ricoperta da cartelli pubblicitari e ogni montagna ridotta in frantumi per produrre scisti bituminosi.
(Jeremy Rifkin, Entropia, 1980)

Da idee simili sono derivati il primato dell’economico e la visione economicistica della vita che caratterizzano la civiltà industriale.
Anche se ora qualcuno comincia a diffidare di queste concezioni, in pratica esse sono ancora integralmente ed entusiasticamente seguite, con i risultati ben noti.
Dal sottofondo culturale cartesiano è nato il moderno concetto di sviluppo, le cui caratteristiche si possono così riassumere:

– Distruzione delle altre specie di esseri viventi. Il processo consiste in una invasione da parte dell’umanità e delle sue macchine ai danni degli altri viventi;

– Distruzione delle culture umane. Si costringe tutta l’umanità a vivere secondo lo stesso schema e con la stessa scala di valori, che pone al vertice l’incremento indefinito dei beni materiali;

– Distruzione del bello e della varietà del mondo. Gli ecosistemi naturali vengono sostituiti da una disarmonica ed uniforme distesa di poche specie (umanità, monocolture, allevamenti), spesso degenerate e private della loro dignità e spiritualità;

– Introduzione dei concetti di risorse e rifiuti, conseguenti al funzionamento non su cicli chiusi, come il complesso della Natura, ma in modo “aperto”;

– Diminuzione del lavoro fisico, sostituito di solito da impegno di altro tipo e da lavoro fisico “volontario”;

– Sostituzione di materia inerte a sostanza vivente, con la costruzione di macchine, impianti, strade, al posto di foreste, paludi, savane;

– Aumento della vita media umana, troppo spesso non bilanciato da un corrispondente calo delle nascite, ovviamente necessario per il mantenimento dell’equilibrio.

In modo sintetico, si può dire che quando arriva il concetto di sviluppo economico, scompaiono l’equilibrio dell’animo e l’armonia del mondo.
In realtà, la crescita materiale di qualcosa è sempre accompagnata dal degrado di qualcos’altro nello spazio o nel tempo. La locuzione “sviluppo equilibrato” è solo una contraddizione di termini, oppure è priva di significato, essendo concettualmente diversa dall’espressione “equilibrio dinamico”, che denota situazioni in cui i parametri economici fluttuano continuamente attorno a valori stabili. Del resto i pregi di un’economia stazionaria erano già stati messi in evidenza da John Stuart Mill nel 1858, ma tale bellezza colpì solo rari spiriti isolati, mentre l’Occidente era ormai lanciato nella religione della crescita.
La locuzione “sviluppo sostenibile” andrebbe sostituita con l’espressione “sistema sostenibile”, cioè appunto un sistema variabile, ma sempre in equilibrio, o meglio stazionario.
Quando poi si sente parlare di contrasto fra le esigenze dell’economia e quelle dell’ecologia, non si dimentichi che:

- le cosiddette “esigenze dell’economia” non esistono, perché dipendono esclusivamente dalla scala di valori di ogni modello culturale. L’economia è un fatto umano e sociale controllabile: niente impone che debba essere “in crescita”;

- le “esigenze dell’ecologia” sono leggi fondamentali fisiche e biologiche ben al di sopra di quelle che possono essere le smanie passeggere della nostra specie.

Quindi, anche al di là di considerazioni morali ed estetiche, è indispensabile che il sistema economico sia compatibile con il funzionamento del Complesso dei Viventi per un tempo indefinito.
E’ poi utile una breve riflessione sul concetto di benessere, che è essenzialmente uno stato mentale e non un mucchio di oggetti. Per ottenere qualcosa in tal senso, sarebbe logico uno studio preliminare sulla natura della mente, piuttosto che la forsennata spirale dell’eterno desiderio imposta dal modello attuale.
Per quanto riguarda il futuro, l’ipotesi più catastrofica che si può fare è che lo sviluppo continui ad oltranza, perché in tal caso si arriverebbe ad un mondo estremamente degradato. Il fenomeno non potrebbe comunque continuare per l’impossibilità di persistenza dei processi vitali.
Come alternative, occorre prendere in considerazione anche le utopie.

Riassumiamo le origini del concetto di sviluppo e quindi della crisi ecologica:

- L’idea biblica di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi. Con la concezione di un “Dio distinto dal mondo” è stato facile togliere di mezzo la Divinità (materialismo-marxismo) e sostituire il “diritto divino” con il “merito selettivo”. Così non è cambiato nulla: la stessa mano distrugge la foresta amazzonica e la taiga siberiana.

- Solo la nostra specie “ha l’anima”. Il concetto è stato aggravato dalla filosofia cartesiana, secondo la quale c’è una distinzione netta e insanabile fra lo spirito e la materia, che non si incontrano e non interferiscono: l’uomo sarebbe anche “spirito” (oltre che corpo), mentre gli altri esseri viventi sarebbero solo “materia”, cioè macchine. Il pensatore francese ne era così convinto, che pare abbia gettato un gatto dalla finestra per dimostrare la sua certezza che “non poteva soffrire”.
Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente “diritto divino”. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di “natura originaria” per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie.

6 - Occidente – Oriente – Animismo

Molti modi di pensare, o idee-guida, diffusi nel pensiero corrente, sono recepiti come premesse evidenti e naturali o come tendenze proprie della natura umana: sono invece assai spesso soltanto cornici concettuali della cultura occidentale, cioè pregiudizi.

Perché i fondamenti dell’ecologia profonda possano farsi strada nell’animo umano, occorre sottoporre a critica le concezioni derivate dal racconto biblico della Genesi e che sono divenute “evidenti” per la cultura occidentale, cioè capovolgere l’atteggiamento di aggressione verso la Natura e di indifferenza per la bellezza del mondo.
E’ evidente che ci sono molti occidentali con visioni del mondo diverse, almeno a livello intellettuale e cosciente, ma i modi del pensiero e l’atteggiamento inconscio possono differire non poco da quanto consegue dai ragionamenti.
Comunque qui non intendo parlare del pensiero individuale.
Per dare poi un piccolo sguardo fuori dall’Occidente, riportiamo questo brano tratto da un testo ispiratore della cultura indù:

I fiumi, o caro, scorrono gli orientali verso oriente, gli occidentali verso occidente. Venuti dall’Oceano celeste, essi nell’Oceano tornano e diventano una cosa sola con l’Oceano. Come là giunti non si rammentano di essere questo o quest’altro fiume, proprio così, o caro, i viventi, che sono usciti dall’Essere, non sanno di provenire dall’Essere. Qualunque cosa siano qui sulla Terra - uomo, tigre, leone, lupo, cinghiale, verme, farfalla - essi continuano la loro esistenza come Tat. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’Universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu, o Svetaketu.
(Chandogya Upanishad, 10° khanda)

E’ chiara la profonda differenza di concezione rispetto alla Genesi.
In queste concezioni metafisiche manca il rapporto dualistico, né si trova quella contrapposizione uomo-natura propria dell’Occidente. Anziché tre piani ben distinti come Dio-uomo-natura (nel materialismo restano gli ultimi due, ma sempre contrapposti), troviamo il Dio-Natura onnipresente e indistinguibile dall’universale.
Assai semplice poi è la prima indicazione dell’etica buddhista: “Non danneggiare alcun essere senziente”. Con il termine “senziente” si può anche indicare una specie, un ecosistema, o entità di quel tipo, in quanto dotate di una forma di mente.
Solo alcune filosofie orientali raccomandano di diventare quasi-vegetariani; ma in generale chiedono di rispettare la Vita in tutte le sue componenti. Invece le morali delle tradizioni giudaico-cristiana e mussulmana, in accordo con le posizioni espresse nella Genesi, si occupano esclusivamente di valori e rapporti interni alla nostra specie, come se tutto il resto fosse solo un palcoscenico, o “l’ambiente”.
Per quanto riguarda poi le varie forme di animismo che sono state presenti nell’umanità un po’ dovunque, è abbastanza evidente che in queste visioni del mondo non siamo gli unici esseri dotati di “spirito”: una dicotomia di questo genere sarebbe probabilmente impensabile per chi ha vissuto a contatto con gli oranghi o i gorilla. Ma dovrebbe essere inconcepibile anche per chi conosce la natura dei fenomeni vitali e il quadro unitario fornito dall’evoluzione biologica.
Comunque, anche presso di noi, possiamo notare che l’animismo è spontaneo nei bambini: sono i condizionamenti culturali che lo cancellano.
Come esempio, possiamo esaminare ora l’atteggiamento di alcuni gruppi di culture nei riguardi della caccia:

- Nelle civiltà di tipo occidentale esiste il fenomeno “uccidere per divertimento”: spesso l’uccisione è addirittura considerata un “merito” da parte del cacciatore. Il fenomeno, gravemente presente, interessa comunque una minoranza, anche se piuttosto invadente; l’unico modo per limitarlo consiste per ora in rigorosi divieti. Nell’Occidente c’è chi spende soldi per poter uccidere, il che è addirittura il contrario del “procurarsi il cibo” indispensabile all’idea di caccia in tanti altri modelli.

- In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di un dio, che si può interpretare come “il genio della specie”: la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di sopravvivenza. Spesso l’animale più cacciato era considerato anche un totem, aveva una sua sacralità. L’eventuale uccisione fatta “per divertimento” o “senza scopo” era un’offesa al dio: quindi veniva vissuta come un delitto e poneva il cacciatore nella posizione di chi attende la punizione del dio, che potremmo anche chiamare “conseguenza del complesso di colpa”: di solito poi questa punizione arrivava puntualmente, attraverso le misteriose vie dell’inconscio e gli indissolubili legami fra mente e corpo.
Le culture animiste provocavano ben raramente l’estinzione di specie o la distruzione di ecosistemi: per molte migliaia di anni i nativi d’America sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie in armonico e dinamico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di civiltà europea per distruggere tutto.

- In genere le culture dell’Oriente consideravano gli altri esseri o in un ciclo di morti e rinascite (samsara) o comunque degni della massima benevolenza: tutti i viventi facevano parte di un equilibrio cosmico. Ciò dava luogo a morali del tipo “Non danneggiare alcun essere senziente”. Anche qui l’eventualità di divertirsi ad uccidere era vissuta come un grave delitto.
Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto a una vita libera e autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto.
In sostanza, perché finisca veramente il fenomeno “caccia”, pur essendo assai utili anche i divieti, è indispensabile una nuova base etica e culturale.

Per quanto riguarda poi il concetto di progresso:

- Nelle culture “di tipo occidentale” il progresso è visto come incremento indefinito di beni materiali e diminuzione del lavoro fisico;
- Nelle culture “di tipo orientale” il progresso consiste nell’aumento della percezione e della serenità mentale;
- Nelle culture “di tipo animista” non c’è alcun bisogno dell’idea di progresso.

7 - Alcune tendenze del pensiero moderno

In questa breve rassegna partirò da alcuni secoli orsono, cioè da Copernico. Sarà bene premettere che, quando si parla dei vari Autori, non ci si riferisce alla loro personale visione del mondo, ma ad interpretazioni nate alla luce di passaggi ed ampliamenti successivi, cioè ad estensioni sorte in seguito, anche per fusione col pensiero di altri. Infatti assai spesso le novità del pensiero sembrano poi diffondersi quasi in contrasto con le intenzioni coscienti di alcuni fra i maggiori loro iniziatori.

Come segno di speranza, si può notare che, proprio nel periodo in cui le concezioni meccaniciste nate dall’Antico Testamento e dalla filosofia di Cartesio si stanno diffondendo come “moderne” sull’onda della potenza materiale dell’Occidente, esse vengono sottoposte a critiche sempre più numerose e serrate da parte degli stessi studiosi occidentali, fino al punto di poter dire che, alla luce delle conoscenze attuali, sono pressochè insostenibili.
Ma per una modifica profonda della filosofia di base di larghi strati di persone c’è bisogno di qualche secolo, dopo i primi segni di cambiamento. Purtroppo oggi non abbiamo a disposizione neppure qualche decennio per evitare che l’espansione demografica ed economico-industriale trascini il mondo verso la catastrofe per la rottura di ogni equilibrio vitale: le specie e gli ecosistemi distrutti non sono riproducibili.
Secondo Fritjof Capra, la metafisica di un’epoca discende dalla fisica dell’epoca precedente: si tratta di accelerare al massimo il “punto di svolta”.
Con la rivoluzione copernicana il centro dell’Universo passa dalla Terra al Sole: si tratta del primo passo per mettere in discussione il rapporto uomo-natura, di un primo spostamento dalla posizione centrale, anche se ci vorranno secoli per percepirne l’effettiva portata. Tuttavia l’esclusiva spirituale della nostra specie non viene ancora minimamente intaccata.
Nel diciannovesimo secolo, l’evoluzione biologica, espressa in forma completa soprattutto per opera di Carlo Darwin, intaccò decisamente l’idea che l’umanità fosse “speciale”, “frutto di creazione separata”, qualcosa di “staccato dalla Natura”.
Tuttavia, quando comparve il pensiero di Darwin, si perse un’ottima occasione per una vera svolta culturale: invece di mettere in evidenza il fatto essenziale, cioè l’appartenenza della nostra specie alla Natura e quindi la necessità di seguirne le grandi leggi cicliche, l’evoluzione fu inquadrata in pieno nel meccanicismo imperante: venne evidenziata soprattutto l’idea di “selezione naturale e sopravvivenza del più adatto” con ogni sorta di estensione arbitraria.
L’evoluzione poteva soppiantare ben più a fondo la concezione precedente: ma questo non è avvenuto, o forse non ancora. Al contrario, alcuni degli aspetti superficiali della teoria di Darwin sono stati assimilati immediatamente e sfruttati in modo da legittimare ancora di più la visione meccanicistica del mondo. Le sue implicazioni profonde non sono state mai veramente esplorate, almeno fino a tempi molto recenti.
Inoltre, secondo Bateson:

Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza del mondo biologico reale: l’unità di sopravvivenza è il complesso “organismo più ambiente” (cioè non è una unità delimitabile). Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso. (Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1976)

Più avanti si legge che l’unità di sopravvivenza evolutiva risulta coincidente con l’unità mentale.
Ma se si sceglie l’unità sbagliata, si finisce col contrapporre una specie a un’altra che la circonda o all’ambiente in cui vive: uomo contro Natura.
Richiamando un insegnamento morale già citato (“Non danneggiare alcun essere senziente”), è chiaro che si può intendere come “essere senziente” una tale unità mentale. Anziché il termine mente, forse sarebbe meglio usare, con Jung, la parola psiche per ricordare chiaramente che non si tratta solo della parte cosciente, ma soprattutto di “inconscio più coscienza”, in cui il primo è preponderante. Non si intende insomma il concetto restrittivo proprio del pensiero corrente dell’Occidente moderno. Quindi, anche con le concezioni di Bateson, sono dotati di “mente” o “psichismo” un ecosistema, una specie, una collettività di viventi legati da relazioni di reciprocità o simbiosi multipla.
Per un confronto con le concezioni orientali, l’unità mentale coincide con l’entità soggetto del karma: non si tratta soltanto dell’individuo in senso fisico o meccanicista. I Complessi di Viventi costituiscono, con le loro interrelazioni, fenomeni e soggetti mentali.
Quindi l’invito a “Non danneggiare alcun essere senziente” può essere inteso come una prescrizione sommamente ecologica e non come un semplice invito a diventare vegetariani; a parte che naturalmente anche i vegetali e i complessi di vegetali e animali sono da intendersi come “senzienti”, anche se il grado di coscienza di tutte queste entità può essere notevolmente diverso.

Veniamo alla psicoanalisi. Dopo Copernico e Darwin, la specie umana non è più staccata dalla Natura, né al centro dell’Universo; almeno così doveva essere. Ma dopo la rivoluzione di pensiero iniziata da Freud, l’uomo non è più padrone neanche di sé stesso. Tuttavia il fondatore della psicoanalisi parlava sempre solo della persona umana come individuo autonomo e definito.
Solo con la più profonda svolta operata soprattutto da Carl Gustav Jung si comincia a manifestare, anche nella cultura occidentale, l’idea dell’inconscio collettivo, di qualcosa che collega interiormente le varie individualità.
Più si va nel profondo, più la psiche si espande, più diventa collettiva e generalizzata, ancestrale o “archetipica”; comprende comunità sempre più ampie, classificazioni animali sempre più vaste, tutta la Vita, probabilmente la Totalità Universale.
Jung, pur usando le categorie concettuali dell’Occidente, aveva una profonda conoscenza delle filosofie orientali. Si comincia a parlare di fenomeni sincroni non-causali e a considerare altre dimensioni che non siano soltanto la sfera razionale e cosciente. Il concetto di persona autonoma che agisce sul mondo vacilla sempre più. Qualunque cosa facciamo, manipoliamo anche noi stessi: non c’è nessun “mondo esterno”.

Passiamo alla fisica. Il massimo del meccanicismo, derivato dalla concezione di Newton per cui l’Universo è come un gigantesco Orologio e tutte le sue parti dei “meccanismi” separabili in pezzi sempre più piccoli, è stato raggiunto alla fine del diciannovesimo secolo, quando imperava inoltre la convinzione di “avvicinarsi sempre più alla verità”.
Anche gli esseri viventi erano considerati “macchine” straordinariamente complicate.
C’erano i 92 atomi, specie di palline indivisibili, che costituivano tutta la realtà fisica, in cui agivano anche i “campi”. Lo spazio e il tempo erano realtà assolute e in essi si svolgevano tutti i processi. I fenomeni spirituali venivano tenuti completamente separati o considerati “immaginari” e negati.
Il pensiero corrente si basa in generale ancora su queste posizioni.
Con la relatività speciale (1905), la fisica meccanicista o classica comincia a vacillare: spazio e tempo perdono ogni connotazione assoluta, materia ed energia diventano la stessa cosa. Con la relatività generale (1916), la gravitazione diventa “geometria dello spaziotempo”.
Ma già nei primi anni del secolo ventesimo si prepara un’altra rivoluzione concettuale ancora più profonda, quella portata dalla fisica quantistica, che si esplicita nel 1927 con il principio di indeterminazione formulato da Werner Heisenberg e con gli studi successivi sull’argomento. La cosiddetta interpretazione di Copenhagen, sostenuta soprattutto da Niels Bohr e confermata nei decenni successivi, nega l’idea di “realtà oggettiva” e la possibilità di separare, anche solo concettualmente, il fenomeno dalla sua osservazione.
Come dire, è impossibile distinguere lo spirito dalla materia. Ovvero, senza una forma “mentale”, non si può parlare di alcunchè, se non come fantomatica onda di probabilità. Con un’ardita ma concisa estensione, ciò significa che lo psichismo deve essere universale. Altrimenti, quali sono i sistemi con lo status di “osservatore”?
E’ sintomatico che gli stessi risultati sul piano fisico-matematico siano stati interpretati in modo diverso sul piano filosofico:

- Einstein, di formazione culturale ebraica, non riuscì a rinunciare al concetto di “realtà oggettiva esterna” e non si convinse mai completamente della fisica quantistica; in sostanza, anche se a livello intellettuale si dichiarò favorevole al “Dio di Spinoza”, non potè mai rinunciare alla sua posizione “occidentale” nei riguardi del mondo fisico;

- Schroedinger, profondo conoscitore della filosofia vedica, non accettò che il mondo “reale” fosse inconoscibile in quanto riteneva che la mente umana fosse un riflesso, un “ologramma” della Mente Universale, e quindi doveva poter conoscere fino in fondo;

- Bohr, che conosceva anche il Tao, accettò in pieno le conseguenze delle formulazioni fisico-matematiche di Heisenberg e dello stesso Schroedinger, rinunciando senza traumi al concetto di “realtà oggettiva” e considerando gli aspetti apparentemente contradditori (tipo onda-corpuscolo) come complementari e necessari; estese quindi ad altri “opposti” il concetto di complementarietà.

Anche nella fisica vi sono state interpretazioni, da parte di qualcuno degli stessi fondatori, tendenti a mantenere le nuove concezioni in una visione antropocentrica, a conferma della tendenza a inquadrare nuove idee nei vecchi schemi, almeno per qualche decina di anni.

Spesso si sente dire che la fisica quantistica va contro il senso comune. Ma il cosiddetto “senso comune” (o “buon senso”) è semplicemente formato dai paradigmi e dalle cornici concettuali – cioè dai pregiudizi – della cultura in cui siamo nati e che quindi abbiamo sempre respirato.
Secondo il parere di due noti scienziati del Novecento:

Oggi c’è una concordanza di vedute molto vasta – che tra i fisici raggiunge quasi l’unanimità – sul fatto che la corrente delle conoscenze si sta dirigendo verso una realtà non meccanica: l’Universo comincia ad assomigliare ad un grande Pensiero piuttosto che ad una grande macchina.
(J. Jeans e A.S.Eddington)

Non sono sicuro che l’individualità che noi sentiamo come persona, come individuo, sia reale, che essa non sia un’illusione. E’ in ogni caso un’idea diffusa in Oriente, presso i maestri delle Upanishad, che si tratti di un’illusione, che noi non siamo realmente individui spirituali, ma “parte” di una stessa Entità.
(Erwin Schroedinger, Discussioni sulla fisica moderna)

Passiamo alla biologia. Negli anni Sessanta del ventesimo secolo, Jacques Monod così concludeva il suo pensiero:

L’antica alleanza è rotta. L’uomo sa finalmente di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo, da cui è emerso per caso. Il suo dovere e il suo destino non sono scritti in nessun luogo.
(Jacques Monod, Il caso e la necessità)

Qui siamo al massimo dell’angoscia metafisica, appena attenuata da una forma di etica della conoscenza. Niente ha un senso.
Per questo tipo di materialismo, la vita si riduce a cadere in un Universo non fatto per accoglierla, restare aggrappati a un granello di sabbia sino a che la morte non ci dissolva, pavoneggiarci per un tempo brevissimo su un piccolissimo teatro, ben sapendo che tutto quanto facciamo o pensiamo è condannato a uno scacco finale e che tutto perirà con la nostra specie o col nostro sistema solare, lasciando l’Universo come se non fossimo mai esistiti. E’ assolutamente vano cercare uno scopo o una continuità nella storia: quando il Sole, seguendo la sua evoluzione stellare, sarà diventato una stella gigante rossa estendendo il suo volume fino all’orbita di Marte, non resterà nulla di tutto quanto è avvenuto sulla Terra.
Ma già François Jacob, collega di Monod, parla di “logica del vivente”.
Il vivente ha una sua logica, c’è una forma di immanenza.
Alla scuola di Bruxelles, il gruppo condotto da Ilya Prigogine, studiando le “strutture dissipative” o lontane dall’equilibrio, come sono anche i sistemi viventi, parla di una tendenza a strutturarsi, ad auto-organizzarsi. Anche qui compare una spinta interiore, un immanente “desiderio” di creare strutture.

Nel campo dell’antropologia, si tenta ancora di superare, con molte difficoltà, la concezione ottocentesca dell’europeo “civile” che va a studiare i “selvaggi” e ad aiutare i “primitivi”.
E’ noto, ad esempio, che Levy-Strauss non ha lesinato critiche a questa superbia culturale dell’Occidente. Ma con la corrente di Marcel Griaule e Jean Servier il quadro di parità fra i modelli culturali umani acquista una connotazione ancora più definita. Secondo Servier:

Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità dell’Occidente in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di “civiltà” o di “tenore di vita”, che ha l’unico scopo di far lavorare le nostre fabbriche.
(Jean Servier, L’uomo e l’Invisibile, 1967)

Non esistono “primitivi” ma solo modelli diversi: non ci sono i “selvaggi” che passano le giornate pensando solo a procurarsi il cibo e a far l’amore, ma culture dedite soprattutto alla percezione dell’”invisibile”, cioè dell’unità spirituale con la Vita e con tutta la Natura. Le concezioni europee degli ultimi secoli, derivate dai Greci, dai Romani e dal mondo ebraico, sono soltanto l’espressione della superbia dell’Occidente, al seguito della sua schiacciante potenza materiale, ottenuta a prezzo di un’estrema povertà di percezione cosmica e causa di nevrosi ed angoscia.
In sostanza, la causa dei nostri guai è il distacco psicofisico dalla Natura, alla quale apparteniamo.

E non abbiamo toccato il vasto campo dei fenomeni paranormali, o di indistinguibilità macroscopica fra psiche e materia, cioè di quei fenomeni che la scienza ufficiale cartesiana è costretta ad accantonare o negare per non vedere intaccate le sue premesse.
Davanti a un fenomeno che mette in discussione la cornice concettuale vigente, non resta che la negazione, tipica reazione della psiche alle novità sgradite. Ad esempio, la constatazione che il pensiero o l’emozione influiscono sullo sviluppo di una pianta viene “dimenticata”, o tutt’al più interpretata come intervento di una forza “esterna” che “agisce” sulla pianta stessa.
Ma in realtà ci stiamo avvicinando al pensiero “selvaggio”, nei cui simboli è probabilmente nascosta la metafora di una scienza indipendente.
Negli ultimi sviluppi della fisica sono state messe in discussione le tre ipotesi fondamentali delle cosiddette “teorie realistiche locali”, e cioè:

- l’esistenza di una realtà oggettiva, o mondo fisico;
- la possibilità di deduzioni ed estrapolazioni (ripetibilità esatta);
- l’impossibilità di influenze istantanee a distanza, cioè la necessità di una propagazione a velocità inferiore o uguale a quella della luce.

Qualunque azione, o modifica, o fenomeno, ha effetti istantanei su tutto l’universale. Non si può isolare alcun fenomeno, né separare alcunchè.
Con la caduta delle teorie realistiche locali e della distinguibilità fra mente e materia diventa possibile esplorare campi di conoscenza come l’astrologia e la parapsicologia (precognizione, chiaroveggenza, azioni a distanza), con un notevole riavvicinamento al pensiero magico.

8 - Visione olistica del mondo

Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.

Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali incompatibile con il sottofondo culturale ebraico-cristiano e con il dualismo di Cartesio:

- Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono al centro di qualcosa: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito.
Non c’è nessun centro di alcun tipo.

- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre. Quindi il presunto “re del Creato” sarebbe arrivato un po’ tardino, mentre il suo cosiddetto “regno” lo stava aspettando con scarsa impazienza.
Inoltre, ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.

- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli; evidentemente si può vivere anche senza questa idea fissa.
La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra.

- Il funzionamento mentale e il comportamento sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.

- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto.

Da questo quadro rinasce una concezione antichissima e assai diffusa: l’animismo. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume, del bisonte.
C’è un’altra leggenda da sfatare, quella della cosiddetta neutralità della scienza, o indipendenza della scienza dalle concezioni metafisiche. La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera “ovvio” ed “acquisito”. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza macroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero “ripetibili”.
Le gravi difficoltà della fisica provengono dalla disperata insistenza nel volere inquadrare le conoscenze moderne nel paradigma cartesiano.
Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto. Ma il primato del razionale sull’emotivo e sull’intuitivo è solo un pregiudizio della cultura occidentale odierna.

Proviamo ad abbozzare qualche conclusione.
Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.
L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più.
Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.

Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:

- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;

- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;

- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;

- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;

- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;

- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.

Poiché è sparita l’idea di “realtà oggettiva”, i concetti di verità e di certezza diventano inutili: con tutto in continuo dinamismo, il concetto di verità tende a coincidere con quello di Natura e quindi, in una visione panteista, con l’idea della divinità.
E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure “di attesa”. In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente.
Nel torrente non ci sono mai due istanti in cui passa la stessa acqua, che è continuamente in movimento. I sassi sono là in mezzo: non vengono aggrediti o spaccati, ma lasciati dove sono. L’acqua li aggira, passa ugualmente e scende verso il piano e il mare.
Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale delle cose, secondo la Natura. Così si può continuare a fare oscillare un pendolo colpendolo ritmicamente, purchè i colpi siano sincroni con la sua frequenza.
Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema.
Nella nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale; con altro linguaggio, si tratta di recuperare l’aspetto “femminile” del mondo.
Proviamo anche a lasciar perdere qualche “simbolo” animale, smettiamo di esaltare chi imita l’aquila, il leone, la tigre per la loro simbolica aggressività. Il mondo è pieno di roditori, non di aquile che, poverette, stanno per estinguersi per la folle espansione umana. Per frenare un po’ la mania imperante, è ora di fare l’elogio del coniglio, l’elogio della fuga, in senso anche emotivo, psicologico.
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o “lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette, magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea di non-lotta è comunque un’azione.
Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare, partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola), ne risulterà una situazione molto più “povera” di Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.
Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.
Proviamo anche a lasciar perdere qualche “simbolo” animale, smettiamo di esaltare chi imita l’aquila, il leone, la tigre per la loro simbolica aggressività. Il mondo è pieno di roditori, non di aquile che, poverette, stanno per estinguersi per la folle espansione umana. Per frenare un po’ la mania imperante, è ora di fare l’elogio del coniglio, l’elogio della fuga, in senso anche emotivo, psicologico.
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o “lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette, magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea di non-lotta è comunque un’azione.
Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare, partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola), ne risulterà una situazione molto più “povera” di Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.

Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.


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SOMMARIO


Cosa è l’Ecologia profonda

L’Ecologia profonda di Guido Dalla Casa

Il concetto del valore in sé della natura

L’Ecosofia T di Arne Naess di Mariella Guarraci

L’Ecologia di superficie di Guido Dalla Casa

Etica della terra

Etica della Terra di Guido Dalla Casa

Visione olistica del mondo di Guido Dalla Casa

Il superamento dell’antropocentrismo

L’errore antropocentrico di Guido Dalla Casa

Manifesto della Terra

La conservazione della natura

                - APPENDICE - 

Verso un'Ecologia di Guido Dalla Casa