4 luglio 2014

L'Uomo naturale - Sul concetto del valore in sé della natura - Parte I^

Saggistica ambientale
a cura di Mario Spinetti curatore del sito Ecologia profonda.com

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L’Uomo naturale
Sul concetto del valore in sé della natura
di Mario Spinetti





Appunti sparsi per una ecologia sociale 
ed una ecologia della conservazione

Presentazione di Guido Dalla Casa



PARTE PRIMA



II^ Edizione


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Revisione e presentazione: Guido Dalla Casa
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Illustrazione di copertina tratto dal sito Trattooepiercing

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Ringraziamenti
Un sentito ringraziamento lo dedichiamo a Guido Dalla Casa per la sua squisita correttezza, per la revisione del testo, per una sua presentazione e per averci concesso il permesso di inserire alcuni suoi illuminanti scritti all’interno dell’opera. Guido Dalla Casa è un bellissimo esempio di persona dedita ad un disinteressato amore per la natura, amore che lo ha spinto a divulgare quanto più possibile il pensiero dell’ecologia profonda, di cui rappresenta il maggior esponente nello scenario italiano oltre ad essere stato un vero e proprio antesignano.

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Al libero ed inalienabile 
mondo selvaggio dei lupi




Presentazione di Guido Dalla Casa


Questo libro tocca tutti gli argomenti che interessano i rapporti fra uomo e Natura ed è anche un panorama completo di quanto è stato scritto sull’argomento, quasi un’antologia. Se ne ricava la chiara impressione della vastità del problema ecologico, che non va visto, come si fa abitualmente, soltanto come problema tecnico-politico e operativo in mezzo a tanti altri: si tratta invece di una questione filosofica e di visione del mondo.
Il testo risulta molto scorrevole, essendo composto di numerosi capitoli brevi.
La bibliografia è ricchissima e comprende tutti gli argomenti della materia.
Le citazioni sono numerosissime, molto pertinenti e tratte da opere di autori qualificati. Attraverso di esse ci possiamo fare un quadro del pensiero dei filosofi dell’ecologia degli ultimi due secoli, oltre che delle idee di fondo di alcune culture native del continente americano. Viene messo in evidenza che le considerazioni filosofiche sul mondo naturale sono scarsissime in Occidente, dove sono state quasi assenti vere correnti di pensiero sul mondo naturale, probabilmente a causa dell’influsso delle religioni nate nell’area mediorientale.
I dualismi della nostra civiltà (destra-sinistra, credente-ateo, capitalismo-comunismo, ecc.), sono sempre stati al di fuori della problematica del rapporto uomo-natura, cioè su questo tema non avevano alcun motivo di contrasto, la pensavano allo stesso modo: l’antropocentrismo era totale. Il mondo naturale non è mai stato veramente preso in considerazione.

Un tempo tutta la Terra era un’immensa area bella e selvaggia: poi è arrivato l’uomo industriale che ha sottratto al mondo e a se stesso lo spirito della Vita, cioè l’armonia imprevedibile della natura.
Gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento naturale: l’acqua, l’aria, la Vita e tutti gli esseri senzienti, la cui sofferenza resta impressa nel sistema. Non bisogna ostinarsi a considerare il problema esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, una componente dell’ecosistema e la natura non è “fatta per lui”: chi subordina la salvaguardia del mondo naturale al primato dell’uomo non potrà ottenere risultati permanenti. Occorre conservare la natura per il suo valore in sé: alla fine anche la nostra specie ne trarrà beneficio, ma come riflesso, non come scopo.
Forse un giorno quello che oggi appare ancora lontano sarà compreso e praticato in completa consapevolezza. Le modifiche di paradigma nascono da piccole minoranze: in principio quasi tutti gli iniziatori di un cambiamento profondo sono stati non-compresi o addirittura del tutto ignorati.
La speranza, anche se piccola, è sempre l’ultima a morire. 

Dopo un excursus storico per analizzare come siamo pervenuti alla situazione attuale,  l’Autore esamina brevemente i guai del Sud del mondo: più che un problema di “povertà”, vi è una gravissima situazione causata dalla distruzione delle culture originarie con conseguente assenza di valori, il tutto aggravato da una densità umana assolutamente intollerabile, e che inoltre è tuttora in continuo aumento.
Viene accennato anche al problema energetico, causato dal mostruoso aumento della popolazione umana e dei consumi che affligge ormai tutto il Pianeta. Solo un’economia stazionaria può esistere a tempo indefinito, altrimenti ci troviamo in un transitorio che può finire in modo traumatico.
Interessante è anche l’accenno all’influsso delle religioni sul rapporto uomo-Natura.
Le religioni nate nell’area mediorientale, con il loro esasperato antropocentrismo, sono state una causa determinante della situazione attuale, dato che si sono poi diffuse in tutto il mondo.
Per quelle dottrine religiose, solo la nostra specie è importante, ha una natura molto particolare, è staccata dagli altri viventi, ha un’origine e un destino diversi, il mondo naturale non ha alcuna rilevanza, nella migliore delle ipotesi è qui solo per noi. Oggi sappiamo che non è così, ma anche la scienza “ufficiale”, di fatto alleata con quelle visioni del mondo, si comporta allo stesso modo.
Come esempio, paragoniamo l’invito all’uomo di sopraffare gli altri viventi contenuto nell’Antico Testamento con la seguente preghiera Hopi:
“Sono una pietra, ho visto vivere e morire, ho provato felicità, pene ed affanni: vivo la vita della roccia. Sono parte della Madre Terra, sento il suo cuore battere sul mio, sento il suo dolore, la sua felicità: vivo la vita della roccia. Sono una parte del Grande Mistero, ho sentito il suo lutto, ho sentito la sua saggezza, ho visto le sue creature che mi sono sorelle: gli animali, gli uccelli, le acque e i venti sussurranti, gli alberi e tutto quanto è in terra e ogni cosa nell’universo”  (dal testo).

Nel libro si pone l’accento ad una diversa filosofia di base, per la nascita di una coscienza ecologica. Occorre soprattutto attribuire alla Natura un valore in sé, non un valore economico o in funzione umana: l’uomo è una componente dell’Ecosistema, una sua parte. E’ come un gruppo di cellule in un Organismo.

I capitoli sulle aree protette e la loro gestione riflettono le notevoli esperienze dell’Autore sull’argomento, così pure quelli sul tema del turismo: dove arrivano le masse, non può esservi un mondo veramente naturale. Anche i Parchi vengono gestiti pensando ad un utile economico, l’ecologia viene “venduta” per guadagnare in qualche modo, o per farla accettare alle popolazioni locali, implicitamente invitandole a ragionare ancora in termini economici.
   Le masse non sono pronte. Siamo sotto il peso di due secoli di condizionamento opposto. Ma salvare anche solo isole di Natura può dare la possibilità di ripresa alla natura selvaggia, quando la civiltà attuale sarà finita.

Un lungo capitolo è dedicato all’ecologia profonda.
L’ecologia profonda era insita - forse in modo non completamente cosciente -  in molte culture umane, soprattutto animiste, ed è molto lontana dalle idee dell’Occidente.   La posizione antropocentrica, che dà valore a qualunque cosa solo in funzione umana, è la più diffusa nella nostra cultura; è per questo, per l’incapacità di concepire una visione non-antropocentrica, che nasce in qualcuno addirittura l’idea assurda che l’ecologia profonda sia una forma di “misantropia”.
Invece una visione del mondo che assegna “valore in sé” a tutte le entità naturali, e alle loro relazioni, non toglie alcun valore alla nostra specie. Gli umani, le loro culture, le relazioni fra di esse, sono entità naturali, e quindi degne di valore in sé.
L’uomo sta alla Natura come la parte al Tutto, come un tipo di cellule sta all’Organismo di cui fa parte. Un gruppo di cellule ha maggior “valore in sé” se lo si vede come parte integrante di un Organismo di quanto ne abbia se considerato isolato. Dare un valore “in sé” a tutte le entità naturali e alle relazioni che le legano vuol dire attribuire un profondo significato al mondo, accettarne e comprenderne la spiritualità immanente.
A qualcuno l’ecologia profonda sembra “fuori della realtà”, ma quello che si intende come “realtà” è semplicemente quello che si è respirato fin dalla nascita, cioè appunto l’antropocentrismo, l’aspirazione al possesso dei beni materiali, e in genere tutto il sottofondo della cultura in cui siamo nati. 
Il capitolo “Wildness mind” è anche di notevole valore poetico: l’argomento è particolarmente sentito dall’Autore, a volte piacevolmente immerso nell’Anima del Mondo, a volte con manifestazioni di una notevole venatura di tristezza.
Vale la pene riportarne un brano:
…… i lupi selvaggi vanno via. Lo spirito del selvaggio va via. Il respiro del selvaggio va via. Foreste silenti e senza fine vanno via. Ogni cosa, libera e selvaggia sta andando via. Il tempo scorre e il selvaggio va via. La luce che illumina il selvaggio trascolora. Tutto ciò che fluisce senza tempo sta andando via. Forse lo stesso ricordo del selvaggio sta andando via. Stiamo perdendo la nostra vera essenza. Stiamo migrando nel vuoto della vita e stiamo, poco a poco, sommessamente spegnendoci. Siamo sempre più poveri della verità del selvaggio, siamo sempre più poveri della stessa vita, siamo ancor più poveri dell’ululato del lupo. Una lontana e flebile melodia vuole cantarci il mondo della wilderness, ma ci sta suonando note di infinita tristezza, perché ci siamo ritratti dinanzi all’assolutezza del selvaggio. Canta pure o melodia e sveglia l’anima assopita del nostro spirito che ormai non contempla più il mondo della natura. Addio lupo fiero e gentile, addio lupo fiero ed indomito, addio luci selvagge dello spirito che, nel dissolversi, portano il nostro cuore verso l’oscurità più tetra e, melanconicamente, verso una strada senza uscita e senza più anima né speranza.
Molto opportunamente è stato incluso nel libro il Manifesto per la Terra, un documento essenziale redatto da alcuni studiosi canadesi di biodiversità, che dovrebbe costituire la piattaforma di partenza di qualunque movimento che abbia a cuore il problema ecologico globale e intenda far conoscere quelle idee non-antropocentriche, la cui diffusione potrebbe portare nel prossimo futuro a una modifica profonda del nostro modo di pensare e sentire e quindi a un atteggiamento diverso verso il mondo naturale.

Prefazione


“Mentre state leggendo queste parole, branchi di lupi stanno correndo a lunghi balzi attraverso le foreste e nelle lande selvagge dell’America settentrionale. Fiutando il vento, cacciano e giocano, si nutrono e riposano, proprio come hanno fatto i loro antenati per milioni di anni. Ce ne sono ancora migliaia di esemplari, selvaggi come le immense regioni in cui vagano......
Il lupo, Canis lupus, un tempo era il mammifero terrestre più ampiamente distribuito nel mondo, e si poteva trovare in tutto l’emisfero settentrionale, ovunque fossero presenti i grandi mammiferi che è in grado di cacciare. Ora la specie è estinta, o quasi, in gran parte del suo habitat naturale....” (Savage, 1989).

“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall).

La vasta entità del problema ecologico, venuto ormai palesemente alla ribalta nel XX° secolo, mi ha spinto a questa opera che raccoglie miei scritti e pensieri sull’ecologia e sulla natura in genere, visti anche negli aspetti o risvolti sociali, nel tentativo di contribuire, sia pur minimamente, allo sviluppo di una diversa concezione filosofica del problema ambientale. Aldo Leopold, acuto conservazionista americano, affermava, infatti, che i problemi ambientali sono fondamentalmente di matrice filosofica nella quale va ricercata la soluzione di un nuovo rapporto con la natura (Hargrove, 1990). La necessità di trattare la questione ambientale prevalentemente dal punto di vista etico/filosofico, è mossa dalla constatazione che nell’occidente tutta la speculazione filosofica è stata praticamente priva, dalle origini ai giorni nostri, di argomentazioni sostanziali sulla materia (le eccezioni si contano sulle dita di una mano). Scrive infatti Hargrove (1990): “Nonostante i molti risultati monumentali della filosofia, essa non è mai riuscita, in tutto l’Occidente, a fornire una base per il pensiero ambientale. Questo insuccesso coinvolge tutte le branche maggiori: metafisica, epistemologia, etica, filosofia sociale e politica, filosofia della scienza e, naturalmente, estetica......
L’etica ambientale rappresenta per la filosofia l’occasione per correggere il suo maggiore errore, il rifiuto del mondo naturale qual è sperimentato concretamente nella vita reale......
Ci auguriamo che i preservazionisti e i conservazionisti della natura dell’inizio del prossimo secolo dispongano di teorie filosofiche migliori fra cui operare una scelta.....”. 
L’intento dell’opera è anche quello di divulgare il concetto del valore in sé della natura affinché si comincino a diffondere, sia pure in forma embrionale, dei “veri” argomenti sulla conservazione. Gli scritti, pur in un apparente ordine logico, non devono intendersi strettamente tali, né hanno la pretesa di completare il discorso che aprono, ma caso mai di suscitare nel lettore certe riflessioni ed idee sullo stesso tema.
Il lavoro è arricchito da numerose citazioni tratte da opere di qualificati autori che hanno approfondito molte delle tematiche trattate tanto da far diventare la pubblicazione quasi un’antologia (su gentile concessione ho inserito anche alcuni esaustivi capitoli di Guido Dalla Casa). Una nuova etica ambientale non si riconosce con i dogmi e con le rigidità scientifiche specialistiche, ma soprattutto con una maturazione dello spirito, delle sensazioni e quindi del pensiero. Hargrove (1990) risponde all’interrogativo di Darwin sulla perdita, da parte dell’evoluzionista, dei gusti estetici verso la natura, affermando che tale perdita “è una conseguenza naturale dei suoi tentativi d’essere scientifico, di trattare coi soli fatti”. Lo sviluppo della specializzazione scientifica ha portato ad una sorta di “sordità specialistica” (Boulding in Pignatti 1994), cioè l’incapacità di percepire i caratteri generali di un sistema a causa della concentrazione ossessiva dell’attenzione sui particolari (Pignatti, 1994). La nozione olistica di paesaggio (natura) tende invece a superare questa particolare “sordità” ricercando una rappresentazione globale del sistema (Pignatti, 1994). Infatti Kuhn ci ricorda che “la scienza normale è un tentativo strenuo e determinato di costringere la natura nelle caselle concettuali fornite dall’istruzione professionale”.
Tuttavia quanto scritto nell’opera non ha la pretesa di essere assolutistico e unilaterale, ma semplicemente indicativo e relativo. In ogni settore ci sono sempre le eccezioni e le diversità. Tra l’altro, per motivi di chiarezza, alcune delle cause ipotizzate nel testo che si ritengono all’origine della distorsione del rapporto uomo-natura, sono riferite a pochi fattori fondamentali, anche se in realtà le variabili sull’argomento sono quanto mai numerose, spesso antitetiche e quasi sempre intrecciate tra loro. Il lavoro dunque, come detto, vuole solo tracciare una linea indicativa di pensiero e non certo un solco universale ed onnicomprensivo. Tuttavia credo che la parte più importante è quella che non è stata scritta....... Wittgenstein disse infatti (Hargrove, 1990) che “le cose di cui non possiamo parlare sono più importanti di quelle di cui possiamo parlare”.
Forse l’infinita battaglia per la conservazione della natura è una battaglia già persa in partenza, ma nulla e nessuno ci impedirà, parafrasando Rousseau, di gridare al mondo che il fossato è troppo profondo per uscirne fuori, ma eravamo stati fatti abbastanza forti affinché non potessimo cadervi!

Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra, tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a se stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura (perché è l’uomo che la distrugge e quindi è lui che deve conservarla); a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di un semplice componente del materialismo dialettico, cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l’ambiente naturale: solo questo potrebbe essere, in chiave ironica, l’essenza della filosofia androcentrica. In verità gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento della natura: l’acqua, l’aria, la flora, la fauna, la materia inerte, ecc. Dinanzi ad un siffatto degrado la difesa dell’ambiente, tramite una visione wilderness, deve divenire un obiettivo primario e globale. Ma nella conservazione del mondo naturale occorre sgombrare il campo da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si presenti ognora il nostro inveterato androcentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della natura (ecocentrismo). La regola deve tendere a conservare la natura per il suo valore in sé: alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. Una visione ecocentrica porterebbe enormi vantaggi e riequilibri anche dal punto di vista sociale. La civiltà non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta! (John Muir).
Ma elaborare il profondo dissidio dell’uomo con la natura è un compito tutt’altro che facile, anche se si vuole arrivare semplicemente alla pura consapevolezza del fatto. E’ in parte come voler ricomporre un complicatissimo puzzle fatto di tanti elementi diseguali senza averne davanti l’immagine guida. Questo è dovuto anche dal fatto che occorre eradicare una forma di pensiero che negli ultimi secoli si è indirizzata, progressivamente, verso una disgiunzione totalizzante dove le monoculture mentali, improntate sul profondo solco del dualismo (l’uomo da una parte e la natura, ben distinta, dall’altra), si sono fortemente arroccate in una visione unilateralmente volta verso la sola verità ed esistenza del genere umano. Un nuovo pensiero, libertario e di ampie vedute, deve dunque affrontare un duplice ostacolo; il primo è quello di eradicare il pensiero globalizzato sulla dominanza e unilateralità dell’uomo (pensiero che anche in forma inconscia è ora insito nelle menti), il secondo sarà quello di disarcionare le false certezze così fortemente incastonate per intravedere, sia pure in lontananza, una visione olistica del tutto. Quanti autorevoli personaggi con il loro dire ed il loro agire hanno cercato di svolgere questo immane compito, ma, almeno in prima battuta, si sono visti nella difficoltà di farsi metabolizzare da “monoculture mentali” volte all’esatto opposto. Ma forse un giorno quello che per ora, sotto certi aspetti, appare ancora distante, sarà compreso e praticato in totale consapevolezza e comprensione. All’inizio gli acuti “profeti” di un profondo cambiamento non sono stati capiti o addirittura del tutto ignorati, ma pur se il tempo è ormai molto ristretto, un cauto ottimismo sull’inversione anche parziale della rotta, potrebbe aleggiarsi nell’aria (?!). Comprendere, capire, autoesaminarsi sembrano terminologie e concetti difficili da digerire, ma non è escluso che facciano invece il loro giusto percorso per arrivare, alla fine, ad essere acquisiti. La speranza, pur se flebile, è sempre l’ultima a morire. Ma per il momento finché lo sfruttamento, il saccheggio e la distruzione del pianeta terra (sotto tutti i fronti) rappresenterà ancora un enorme vantaggio economico, estremamente arduo apparirà il modo di procedere verso la giusta operatività e visione delle cose. Sin’ora infatti l’uomo dalla sua cecità ha cominciato a vedere qualcosa, ma solo i resti fumanti lasciati dietro al suo devastante cammino e sarà così saggio e lungimirante da invertire la rotta? I dubbi rimangono molti e in gran parte irrisolti. Molteplici azioni che ora paiono positive sono ancora una piccola goccia d’acqua in un grande oceano eccessivamente sporco di “petrolio”!
“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare la barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione ... “ (Laborit, 1990).


“La battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente,
perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore”.
J. Muir
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Per un’ecologia sociale




Ecco la morale di tutte le storie umane; non è che la stessa prova del passato; prima la Libertà e la Gloria - quando ciò viene a mancare Ricchezza, Vizio, Corruzione - Barbarie infine - e la Storia con tutti i suoi volumi non ha che un’unica pagina.

G.G. Byron


Il contratto sociale


“In questo mondo, il migliore dei mondi possibili, ogni evento è interconnesso” (Candide, Voltaire).”L’uomo ha perduto la capacità di prevedere e di prevenire. Andrà a finire che distruggerà la terra” (Albert Schweitzer, in Rachel Carson, 1963, una precorritrice delle problematiche attinenti alle distruzioni ambientali).
Se, come dice l’Hegel, la creazione dello stato è l’ingresso di Dio nel mondo, è pur vera l’affermazione dell’Hobbes che individua la matrice statale nel reciproco timore che spinge gli uomini ad associarsi, inducendoli a rinunciare al diritto naturale. Rousseau osserva: “Il primo che avendo cintato un terreno pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide per credervi, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassinii, quante miserie e errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal credere a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno siete perduti!”...........Dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto di un altro, dal momento in cui si accorse che era utile ad uno solo aver provviste per due, l’uguaglianza disparve, si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario, le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che gli uomini dovettero bagnare con il loro sudore e nelle quali si videro presto germogliare e crescere, insieme alle messi, la schiavitù e la miseria..........Da libero e indipendente che era prima ecco l’uomo, a causa di una moltitudine di nuovi bisogni, asservito, per così dire, ai suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo anche quando sembra diventarne il padrone. Se è ricco ha bisogno dei loro servizi, se è povero ha bisogno del loro aiuto, e la mediocrità non lo mette affatto in condizione di poter fare a meno di loro........”. Siamo dunque innanzi ad un contratto sociale che non discende da valori assoluti ma che ha invece la propria fonte nel reciproco timore e nell’istinto di “conservazione”. Questi scopi, è vero, appaiono conseguiti, almeno nella loro essenza, nell’aggregazione statuale, ma non possiamo esimerci dal ricordare le lacerazioni che nel corso della storia sono avvenute all’interno stesso degli stati, tra le quali vogliamo emblematicamente ricordare la lotta tra Cesare e Pompeo, o quella tra Ottaviano e Antonio. Ma il fallimento più clamoroso della costituzione dello stato è rappresentato dalla sua incapacità di trasferire i propri principi etici ai rapporti con gli altri stati. E’ con orrore che lo studioso deve soffermarsi a considerare quanto è avvenuto nel corso della storia, contrassegnata com’è dalla violenza, dalle guerre, dai massacri, dalle sopraffazioni, sì che essa appare scritta col sangue, perché troppe Arbie si sono tinte di rosso. Quale ottimismo può germogliare innanzi a simili orrori? E’, in essenza, il trasferimento dello “homo hominis lupus” dell’Hobbes, dall’ambito dei rapporti individuali a quello dei rapporti tra gli stati che si affrontano in conflitti immani (come quello che Benedetto XV° definì “l’inutile strage”, o come l’altro conflitto mondiale, a noi ancora vicino, ma non abbastanza ammonitore. Vedasi poi le tante guerre sparse per il mondo). Com’è possibile accettare il pensiero del Locke e del suo “homo homini deus”?. Sovviene a questo punto l’ironia del Voltaire che nel Candide tratteggia dal par suo il naufragio dell’ottimismo leibniziano innanzi alla dura realtà del mondo.
Il pessimismo non deve tuttavia identificarsi con la filosofia della disperazione, ma deve anzi impegnarci a ricercare nuovi modi di vivere, una nuova “Weltanschaung”. Ma in realtà non si può lottare contro la gente di oggi. Le lacerazioni dell’uomo sull’uomo hanno compreso anche il rapporto uomo-natura, e il pessimismo prende inevitabilmente il sopravvento. “La società e le leggi…. Posero nuovi ostacoli al debole e dettero nuove energie al ricco, distrussero definitivamente la libertà naturale, fissarono per sempre la legge della proprietà e dell’ineguaglianza… e, per il profitto di qualche ambizioso, assoggettarono il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria” (J.J. Rousseau).
La lotta di classe, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, sviluppa la sopraffazione dell’uomo sull’ambiente. Concepire il valore in sé della natura, in una visione non utilitaristica, otterrebbe una riconnessione con la natura e, conseguentemente, la nascita di una società egalitaria e “umana”: “..la maggior parte dei nostri problemi ecologici ha le sue radici in problemi sociali e che l’attuale disarmonia tra umanità e natura può essere ricondotta essenzialmente ai conflitti sociali. Non credo che si possa giungere ad un equilibrio tra umanità e natura se non si trova un nuovo equilibrio - basato sulla libertà dal dominio e dalla gerarchia - in seno alla società” (Bookchin, 1989). Incalza Hosle (1992): “... lo Stato di diritto sociale e democratico dev’essere al contempo uno Stato ecologico. Con ciò intendo dire che uno dei più importanti compiti dello Stato deve consistere nel conservare i fondamenti naturali della vita......”.
Ma purtroppo, le classi egemoni “orientano” integralmente il pensiero delle masse, con i mezzi più subdoli e penetranti. L’ideologia della cieca logica del profitto è la caratteristica mentale dei nostri tempi, ormai saldamente radicata in ampi strati dell’opinione pubblica e del tessuto sociale. Questo rende ancor più difficile la proposta e la successiva affermazione di una nuova quanto antica ideologia estremamente pratica basata, come detto, sulla riconnessione dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la natura, intima unione ed un tempo vera essenza della vita. Un totalizzante contrasto viene dalle forze scatenanti e prevaricatrici del capitalismo e quindi dell’occidentalismo, tutte proiettate verso l’illimitato accumulo del denaro e del potere decisionale. A proposito del capitalismo scrive Bookchin (1989): “Una cosa comunque deve essere ben chiara: è un sistema che deve espandersi continuamente fino a distruggere tutti i vincoli tra società e natura, come dimostrano i buchi nello strato di ozono e l’aumento dell’effetto serra. E’ letteralmente il cancro della vita sociale”.
Un’ideologia del valore intrinseco delle cose deve dunque confrontarsi, in una lotta impari, con il valore utilitaristico del pensiero corrente occidentale, valore sorretto dalle forti spinte economiche. Tra l’altro occorre ricordare che il contratto sociale fortemente articolato ha progressivamente ridotto la “vera” libertà individuale. Kaczynskj (1997) ci ricorda che “Libertà significa essere in grado di controllare (sia come individuo che come membro di un piccolo gruppo) tutti gli aspetti relativi alla propria vita-morte; cibo, vestiti, riparo e difesa contro qualsiasi pericolo ci possa essere nel proprio circondario. Libertà significa avere il potere; non il potere di controllare altre persone ma il potere di controllare le circostanze della propria vita. Nessuno è libero se qualcun altro (specialmente una grossa organizzazione) lo ha in suo potere, non importa con quanta benevolenza, tolleranza e permissivismo questo potere sia esercitato... “.
In questa immane dialettica, lo sviluppo economico-sociale, dapprima limitato, necessario e controllato, assume poco alla volta un carattere invadente e prevaricatore. Le necessità economiche delle classi lavoratrici, ormai inserite in un tessuto sociale degenerante, spingono gli Stati e ancor più gli imprenditori privati (in società o in proprio), ad “investire” i capitali nella produzione di beni, spesso inutili, con la sola logica del profitto. La società allora affonda progressivamente in una illusione “produttivistica” con l’intento di avere e di accumulare sempre di più. Le classi borghesi si assicurano l’”avere”, mentre quelle imprenditoriali l’accumulo. La logica è quella del profitto, come sappiamo, ed allora i parametri del buon senso e della mediazione perdono ogni significato. La società consumistica, con l’ideologia delle false necessità, spinge il singolo a chiedere le cose, che il sistema partorisce a ritmo incalzante (il concetto di sviluppo è una definizione che viene ripetuta incessantemente come un disco incantato). Ma la parabola dapprima illusoriamente ascendente piega la sua curva, perché la logica perversa del capitalismo pone le sue fondamenta nel saccheggio dell’ambiente, sia nel senso dei prelevamenti (energia, materie prime, ecc.) che in quello dei rilasci (inquinamento dei rifiuti). Il cerchio si chiude ed il sistema umano affonda nella palude e purtroppo con esso anche gli elementi della natura. Marx asseriva che lo sfruttamento della natura è una delle contraddizioni del capitalismo; più in generale direi che la distruzione della natura è il risultato della società umana “civilizzata”! L’uomo è capace di rovinare tutto ciò che tocca perché in fondo la “civiltà” ha in sé il germe della propria distruzione e della distruzione del mondo.
Scrive ancora Murray Bookchin (1995): “La ‘civiltà’ come noi la conosciamo oggi è più muta di quella natura per la quale pretende di parlare e più cieca di quelle forze elementari che pretende di controllare. In realtà, questa ‘civiltà’ vive nell’odio per il mondo che la circonda e nell’odio per se stessa. Le sue città sventrate, le terre rovinate, l’acqua e l’aria avvelenate, la sua meschina ingordigia sono un’accusa quotidiana alla suo odiosa immoralità. Un mondo così ridotto è forse irrecuperabile, per lo meno nel quadro delle sue attuali strutture istituzionali ed etiche......... Questo pianeta si merita un destino migliore di quello che sembra attenderlo nel futuro, se non altro perché la storia, compresa la storia umana, è stata così ricca di promesse, di speranze, di creatività”.
Paradossalmente si potrebbe considerare che anche le opere dell’uomo (città, macchine, tecnologia, ecc.) siano in una qualche misura cose “naturali”, frutto dell’ingegno e dell’evoluzione di un essere senziente. Ciò potrebbe anche essere vero, ma questa “natura umana” è in netto contrasto con tutte le “cose naturali” non umane. Il mondo antropico non solo si oppone e si scinde da quello della natura, ma determina la totale distruzione e prevaricazione di quest’ultimo. In sintesi nessun accordo armonico è possibile stabilire tra le parti perché la scissione determina sempre contrasto e antitesi. Scrisse J. Muir (1995) “Chiamo Carlo e per tornare a casa ripercorro il disagevole tratto di Indian Canon, lieto di essere dove sono e compatendo in cuor mio il povero professore e il generale, vincolati da orologi, calendari, ordini, doveri e quant’altri legami mai e costretti a vivere gli affanni della vita di pianura, la polvere e il rumore, mentre il povero, insignificante vagabondo gode la libertà e la grandiosità della divina natura selvaggia”.
Il concetto di globalizzazione, oggi tanto diffuso e popolare, è un concetto che rende le società umane sempre più dipendenti le une dalle altre, causando un indebolimento dello spirito di “sopravvivenza” tanto che ognuno di noi è sempre più schiavo dei meccanismi infernali della vita quotidiana. Se un tempo, per esempio, un piccolo borgo di montagna rimaneva isolato per mesi durante il lungo inverno, la popolazione era perfettamente in grado di sopravvivere grazie ad una buona dose di autarchia che regnava sia nello spirito che nella pratica quotidiana. Oggi, un borgo, se perde per qualche giorno la strada di accesso, entra in una profonda crisi sia materiale che spirituale. Ecco il risultato delle catene sociali che stiamo amplificando sempre più. Una dipendenza ormai irrinunciabile. Il contratto sociale dovrebbe stipularsi tra piccoli gruppi autonomi senza creare immani strutture sociali fortemente dipendenti le une dalle altre, non libertarie e sempre più ingovernabili. Ovviamente non ci riferiamo alle dipendenze ecologiche proprie degli ecosistemi, ma a quelle catene non cicliche ed inutili che permeano sempre più i rapporti sociali. Lo sviluppo enorme del terziario e dell’industria ha contribuito definitivamente all’asservimento e alla vulnerabilità delle masse.
Scrive Bookchin (1989): “Affinché la tendenza venga invertita, il capitalismo deve essere sostituito da una società ecologica fondata su relazioni non gerarchiche, su comunità decentrate, su ecotecnologie come l’energia solare, sull’agricoltura organica e su industrie a misura umana, insomma forme di insediamento veramente democratiche, economicamente e strutturalmente coerenti con l’ecosistema in cui si trovano collocate”. Ma una società ecologica non può nascere all’interno del sistema attuale, ma solo da un atto “rivoluzionario”, radicale e totalizzante. Afferma infatti Bookchin (1989): “.... Esso è fondato sull’opinione decisamente errata che la nuova società debba nascere nel seno stesso della vecchia, crescendovi e sviluppandosi come un figlio vigoroso capace di imporsi ai suoi genitori o distruggerli”.
Il contratto sociale sebbene abbia una genesi di positività si è trasformato in una multiforme varietà dove giganteggiano esclusivamente il potere quanto più illimitato possibile, la sopraffazione, le disparità sociali, le menzogne, le mere illusioni, le distruzioni, le discriminazioni, le guerre e chi più ne ha ne metta. Non sembra affatto un buon “contratto”. Riflettiamoci un po’! Concludiamo con una massima di E. B. White, citata dalla Carson nell’epigrafe del suo capolavoro Primavera silenziosa (1963): “Sono pessimista sulla sorte della razza umana perché essa ha troppo più ingegno di quanto ne occorra al suo benessere. Noi ci accostiamo alla natura solo per sottometterla. Se ci adattassimo a questo pianeta e lo apprezzassimo, invece di considerarlo in modo scettico e dittatoriale, avremmo migliori probabilità di sopravvivere”.


La globalizzazione e la sua vulnerabilità


Le società umane sempre più ingigantite e mostruosamente diseguali, si sono progressivamente sviluppate con il denominatore comune di una crescita illimitata, a qualunque costo, non importa se il conto debba essere pagato dalle vite umane (sia in senso fisico che qualitativo) o dall’ambiente naturale. Il liberismo dei mercati ormai sempre più senza freno, il produttivismo crescente in buona parte di beni inutili o in ogni caso non strettamente necessari, crea ricchezza come al solito solo ai paesi della fascia ricca (si ricorda che nel mondo milioni di persone vivono nella miseria più cupa con un effimero o forse sarebbe meglio dire irrisorio reddito giornaliero; per loro la singola giornata deve essere interamente dedicata a “racimolare” il minimo indispensabile per non morire di fame e non sempre ciò riesce!), e libera continuamente diseguaglianze economiche e impoverimento drammatico delle risorse naturali. Ci troviamo di fronte ad una situazione simile ad una valanga che iniziata la sua discesa con un piccolo fronte va man mano allargandosi e ingigantendosi (acquista insomma progressivamente sempre più energia) nel suo precipitare a valle provocando una distruzione totale di tutte le cose che si frappongono al suo rovinoso cammino. La cecità dei mercati capitalistici non ignora questo pesante prezzo, ma se ne disinteressa completamente perché lo fa pagare ad altri (ma in fondo anche a se). Ovviamente questo solo per una visione miope perché ci si illude che la crescita, pur se con la consapevolezza che avrà qualche battuta d’arresto, sarà sempre illimitata e linearmente in salita. Ora sappiamo dagli insegnamenti ecologici che ciò non è strutturalmente possibile e, superato il limite di rottura, il crollo vertiginoso non sarà solo una certezza ma ineluttabilmente inevitabile. I grandi imperi finanziari governati dalle nazioni opulenti e ricche hanno pianificato sagacemente questo irresponsabile sviluppo ma dopo lungo tempo si sono resi conto che la demoniaca pianificazione presentava ad un certo punto dei forti limiti di saturazione e di espansione oltre ad una debolezza basata sul continuo consumo e sullo spreco. Ed ecco l’illusoria “formula magica”: globalizzare in un unico corpo il mercato ed i costumi del consumo e della voluttà. Ovviamente sempre con la decisa distinzione tra i “governanti” della situazione (in altri termini coloro che tessono la tela) e i sottomessi a causa degli eventi. I potenti del mercato, incalzati da coloro che contestano la globalizzazione, si dipingono la bocca con apparenti astute politiche “universali” ed “umanitarie” facendo credere alle masse ignare (ignare perché attingono acriticamente ciò che gli viene inculcato con un sagace e sottile “lavaggio del cervello”) che tutti gli esseri umani, paesi ricchi e paesi poveri, potranno attingere liberamente e “illimitatamente” ai nuovi beni che saranno raccolti da ogni parte e da ogni ceto. Il gigante si ingrandisce sempre più, si lega sempre più, cercando di giungere ad una società paurosamente piatta dove solo il Dio economico apparentemente unisce e rafforza. Ben sanno i paesi ricchi che è loro avido interesse mettere nelle migliori condizioni i paesi poveri per creare improvvisamente immensi nuovi mercati dove convogliare la loro ricchezza produttivistica e far diventare le società del pianeta terra le une unite alle altre per diffondere il consumo. E, se il piano riesce, ecco ancora una volta i due pesi e le due misure: i paesi poveri si illudono dell’improvvisa ed apparente “manna” che cade dal cielo (ma che in ogni caso pagano sempre a caro prezzo), mentre quelli ricchi rimpinguano il loro salvadanaio e soprattutto salvano, almeno per un po’, la loro ormai traballante società consumistica/capitalistica. Quando si vede il baratro si cerca di voltare lo sguardo e si punta a qualcos’altro sperando che funzioni. Ma la globalizzazione, così come è stata concepita, ha dei piedi ancor più fragili dell’argilla: sono piedi poggiati su delle sabbie mobili, sono quindi totalmente instabili e fortemente dipendenti (vedasi per esempio la sudditanza energetica). Ma per argomentare con maggior rigore descrittivo è bene ragionare sulle riflessioni di Luciano Gallino (2001) che sono quanto mai eloquenti e sufficientemente complete per una più lineare comprensione del discorso pur breve che sia (la parte in corsivo sono le sue testuali parole). Gli errori strutturali della globalizzazione sono facilmente riscontrabili nell’aver voluto focalizzare la sua costruzione su sistemi tecnologici e sociali che debbono essere giganteschi, in grado di abbracciare ogni recondito recesso del pianeta sempre con il medesimo leimotiv, sempre funzionanti a ciclo continuo ora per ora, giorno per giorno, sette giorni su sette. Si è in altri termini puntato a fare del tutto come una sorta di orologio d’immane grandezza, automatico, estremamente preciso e controllato. Così com’è stato impostato esso contiene nella sua genesi tutti gli elementi della sua facile vulnerabilità. Questo super orologio si può anche fermare, chi può dire il contrario, ed anche per cause estranee ad esso (leggasi guerre, rivoluzioni, ecc.), ma le vere cause sono insite all’interno stesso del suo meccanismo e non certo fuori. “Sistemi di trasporto di merci e persone, sistemi di comunicazione, sistemi produttivi, con le loro componenti sociali e tecnologiche: più si globalizzano, più tendono a diventare vulnerabili. Una prima causa di vulnerabilità è identificabile nel fatto che qualsiasi sitema socio-tecnico è formato necessariamente da tanti pezzi, ovvero da una molteplicità di sottosistemi. A mano a mano che i sottosistemi diventano più numerosi, perché si vuole che il sistema che li comprende arrivi a coprire tutto il globo, aumenta la probabilità che tra di essi ve ne sia qualcuno che funziona male, o si rompe. Oppure che saltino i collegamenti tra l’uno e l’altro. In ambedue i casi l’intero sistema può andare in crisi, e mandarne subito in crisi altri…….. Una seconda causa di vulnerabilità dei sistemi globali è la perdita della capacità di adattamento ai mutamenti locali, di qualsivoglia natura: sociali, economici, ambientali. Essa consegue sia dalla riduzione della varietà della natura e dei comportamenti che i costruttori di sistemi globali tenacemente perseguono, sia dalla perdita di autonomia decisionale che i soggetti locali subiscono perché i centri di decisione sono stati trasferiti altrove. In ampie regioni del globo, Europa compresa, i sistemi economici locali sono stati de-costruiti e poi ricostruiti in un modo tale che le decisioni attinenti i modi di produrre beni d’uso o alimenti, l’occupazione, i consumi, la distribuzione delle popolazioni sul territorio, che un tempo erano prese sul luogo da artigiani, piccoli imprenditori, coltivatori, amministratori locali, sono ora prese da qualcuno che sta a migliaia di chilometri di distanza. Un decisore lontano non è necessariamente un decisore malvagio. E’ però un decisore al quale della regione in cui le sue decisioni ricadranno importa probabilmente poco, non foss’altro perché nel suo ordine di priorità globali quella regione magari occupa il decimo posto. Nel migliore dei casi finirà per prendere decisioni tardive o inadeguate…….”.
Infiniti eventi tra i più disparati metteranno in risalto la facile vulnerabilità del sistema globale, vulnerabilità che così commenta, per concludere, Gallino (2001) ”…. Essa comporta sin da ora costi umani addizionali, come una decina di milioni di nuovi poveri, quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno. Potrebbe essere giunto il momento per cercare di comprendere perché il mondo sembra rifiutarsi di funzionare come un orologio. E per provare eventualmente a cambiare disegno”.   
E per completare si ricorda che la globalizzazione dei mercati porta inscindibilmente con sé il risvolto negativo della propria medaglia. Se cade un grosso paese, cadono tutti! Questo crollo alla fine potrebbe anche essere “vantaggioso” per la natura anche se purtroppo avverrà in un contesto umano disastroso, iniquo e disperato. D’altronte chi male semina, male raccoglie.

Problemi del Sud del mondo


La mirabile fioritura della civiltà greca testimoniata da Democrito e Socrate, da Aristotele e Platone, si estese attraverso le città della Magna Grecia in gran parte del bacino del Mediterraneo, per proiettarsi poi, sulle ali dell’ellenismo, in ogni contrada del mondo antico. L’eredità culturale greca si trasferì successivamente a Roma che, dapprima nel periodo repubblicano, poi in quello imperiale, si fece portatrice di civiltà nei paesi iberici, nelle Gallie, in Britannia, e nell’Illiria e nella Dacia. La decadenza e la caduta dell’impero dettero poi inizio ad una sorta di “lunga età di mezzo” finché, il Rinascimento prima, e l’Illuminismo poi, dischiusero le porte della “civiltà” moderna. La maturazione culturale di cui abbiamo fatto appena cenno, estendendosi in un arco di circa tremila anni, ebbe un unico, grande teatro: l’Europa. E si comprende allora come la “ventura” di nascere in un tale continente possa essere per gli europei (almeno secondo il loro punto di vista), “presunto” motivo di orgoglio e titolo di nobiltà. Da qui scaturisce quello che si suole chiamare eurocentrismo, cioè una visione del mondo che si riconosce e si esalta in quei valori spirituali e culturali. Ma lo sviluppo di questa “civiltà” ha causato un grande impatto sull’ambiente, alterando dapprima lentamente, poi rapidamente, la fisionomia naturale del continente europeo trasformandolo in una sorta di grande giardino addomesticato e manipolato. La “conquista” del nuovo mondo e il successivo straordinario sviluppo dei mezzi di trasporto sollevarono il velo su nuovi popoli e nuovi continenti ed ampliarono il respiro della storia e delle distruzioni ambientali fino a ridurre l’immagine dell’Europa a quelli di una provincia del nostro pianeta. Tuttavia l’Europa, culla dello sviluppo capitalistico che seguì alla rivoluzione francese, affermò il suo primato anche nella opulenza della società industriale, e ne trasferì il modello ai paesi americani, mentre, attraverso la maturazione del pensiero di Hegel e di Feuerbach, fu ancora l’Europa che, teorizzando il superamento del capitalismo per mezzo del marxismo, rese possibile l’industrializzazione delle immense pianure sarmatiche, rimaste per secoli esclusivo appannaggio di una antica quanto salubre società contadina.
Ebbene, quali effetti ambientali ed economici sono derivati dall’eurocentrismo e del suo irradiarsi in alcune parti del globo? Dal punto di vista ambientale i danni sono stati progressivi e incalcolabili e allo stato attuale è possibile osservare gli ultimi territori wilderness solo dove l’uomo “bianco” non è arrivato. La “civiltà” europea, invece, forte della propria cultura e della propria tecnologia, ha amplificato enormemente il potenziale distruttivo arrecando devastazioni, oppressioni e prevaricazioni. Gli effetti esiziali di una tale invadenza non hanno toccato però solo gli scenari naturali (si pensi alla Nuova Zelanda, completamente trasformata nella sua fisionomia ambientale o alle poche aree selvagge che sono rimaste negli Stati Uniti - Alaska esclusa - malgrado la grande estensione del territorio), ma anche le popolazioni umane residenti da epoche immemorabili in quei luoghi di conquista. Lo sterminio e il soggiogamento dei popoli pellerossa del Nord America o degli aborigeni australiani valga come esempio per tutti. 
Dal punto di vista economico le statistiche ci forniscono in proposito un dato quanto mai allarmante ed è questo: i paesi collocati nella fascia nordatlantica, cioè il Nord America, l’Europa e la parte Europea della Russia, rappresentano demograficamente il 15% della popolazione mondiale, mentre le loro risorse economiche costituiscono il 75% di quelle disponibili nel globo. Questa drammatica divaricazione del benessere è all’origine dei gravi problemi emersi in questi ultimi anni ed appare ormai evidente che i paesi ricchi non potranno ulteriormente richiudersi nel loro egoismo senza porre a repentaglio la stabilità e la pace del mondo. L’eurocentrismo ci condiziona e ci porta ad analizzare i problemi mondiali da un’ottica culturale e scientifica tipicamente europea, ma è ormai tempo di rovesciare un cosiffatto punto di osservazione per privilegiare quello che si diparte da tre immensi continenti quali il Sud America, l’Africa e il sud asiatico, pur gravidi di pericolose contraddizioni, segnati, in gran parte, dal tragico spettro della fame e della sovrappopolazione (il fenomenale “sviluppo” della Cina e dell’India valga come esempio). E’ necessario convincersi che lo straordinario sviluppo dei mezzi di comunicazione e dei trasporti ha ormai ridotto le dimensioni del nostro pianeta a quelle di una provincia, che deve essere governata al di fuori di ogni dicotomia, eliminando per sempre i persistenti effetti dei lati più negativi del colonialismo. Occorre affermare che non potrà mai esservi stabilità nel mondo sociale finché accanto all’opulenza dei paesi ricchi sopravviverà, con drammatico contrasto, la fame di una grande fetta della popolazione umana. Nessuno può nutrire l’illusione di potersi rinchiudere nel proprio benessere, perché esso, come la libertà, è indivisibile. Non possiamo sentirci veramente liberi se non assicuriamo agli altri la propria libertà, così non potremmo considerarci interamente affrancati dalla schiavitù del bisogno se ad altri fosse invece negato finanche la speranza di sopravvivere: “finché un uomo è in catene nessun essere umano è libero” (Che Guevara).
La questione però appare più problematica di quanto sembra. Occorre rinegoziare il tutto per ridimensionare la società capitalistica secondo una economia stazionaria corrisposta anche dagli altri paesi. Occorre insomma universalizzarsi non con il modello capitalistico attuale della fascia ricca, ma secondo una logica intermedia ispirata all’economia degli equilibri naturali. Se ogni cittadino dello stato cinese o indiano riuscisse (e la cosa non appare poi tanto lontana) a vivere come vive oggi un americano od un europeo, le ultime risorse della terra, ormai già grandemente depauperate, sarebbero bastevoli solo per pochissimi anni. Quindi, universalizzare il modello economico del vivere secondo i parametri del profitto e del consumismo/liberismo attuale, significa proiettarsi verso l’immediata fine della vita sociale e finanche di quella naturale. E’ necessario riorganizzarsi invece secondo principi fisiocratici, stazionari, ciclici e soprattutto con un basso indice demografico (e non solo nel sud del mondo), che possa ricondurci ad una nuova dimensione in grado di durare nel tempo. Occorre universalizzare e globalizzare la semplicità e non la logica del profitto e dell’accumulo (profitto e accumulo per pochi, sperequazione per molti altri). Se si vuole far salire fortemente le economie dei paesi più poveri lo si vuole fare esclusivamente per creare nuovi immensi mercati di consumo per far straripare i prodotti di quei paesi ricchi che al loro interno incominciano fortemente a saturarsi. Apparentemente più ricco tu (prima povero e sempre povero), realmente ed enormemente più ricchi noi (sempre ricchi e ancora più ricchi)!

Le fonti energetiche


Fin dagli albori della sua storia l’uomo si è posto in rapporto dialettico con le forze della natura, e lo svolgersi di tale confronto, a volte esaltante, spesso drammatico, sembra protendersi idealmente dal mito di Prometeo fino all’apocalittica deflagrazione di Hiroshima. L’attività dello spirito, nell’ansia di penetrare la misteriosa essenza della materia, ha elaborato - nel corso dei millenni - innumerevoli costruzioni filosofiche e scientifiche che, a partire dal XVII° secolo, con una singolare improvvisa fioritura, dettero vita a scoperte susseguitesi, con incessante progressione, dal campo della fisica a quello della chimica, dalla matematica alla biologia, alla genetica. Ma un sì gran numero di originali intuizioni non avrebbe potuto conseguire risultati pratici ed esecutivi se le strutture sociali e i rapporti di produzione non si fossero sottratti, per effetto della svolta storica determinata dalla rivoluzione del 1789, alle mortificanti condizioni del mondo feudale. E’, infatti, il terzo stato che, appropriandosi della somma delle scoperte scientifiche, diviene protagonista della rivoluzione industriale e realizza grandi opere d’ingegneria che appaiono ancora oggi titaniche, quali lo scavo del canale di Suez o il taglio dell’istmo di Panama. E’ grazie allo spirito di intraprendenza della borghesia che grandi flotte solcano gli oceani, o che si dà vita ai grandi impianti siderurgici, o ai colossi dell’industria meccanica. L’incessante crescita della società industriale è tuttavia interamente condizionata dalle fonti energetiche, e il carbon fossile appare per circa un secolo il miracoloso motore dell’immane meccanismo. Ma il carbone non è inesauribile ed ecco che si dà inizio alla frenetica ricerca del petrolio, fonte energetica che, ricca di calorie e facile da trasportare, diventa ben presto strumento di potenza delle grandi compagnie monopolistiche internazionali (e nel contempo una devastante fonte di inquinamento diretto ed indiretto come, per esempio, il riversamento in mare della massa oleosa a causa del naufragio di un numero sempre crescente di petroliere). Ma il declino del mondo coloniale e il progressivo esaurirsi dei giacimenti petroliferi, fanno insorgere a loro volta drammatici problemi che mettono in pericolo la preminenza economica e politica di potenti nazioni industrializzate. Tali fattori spingono le ricerche verso l’energia nucleare che da puro strumento di morte sembra trasformarsi, attraverso una singolare catarsi, in fonte di “benessere e di pace”. Si dà così inizio alla costruzione di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica che l’apparato industriale, insaziabile consumatore, domanda in quantità assai superiore a quella che si può ottenere dalle forze idriche. Ma l’innalzarsi delle cattedrali atomiche riconduce il ricordo all’invocazione che il Croce pronunciò subito dopo l’olocausto di Hiroshima, quando auspicò che, a simiglianza del tesoro dei Nibelunghi, la formula dell’equazione nucleare fosse gettata per sempre nelle acque del Reno. Invocazione che appare in vero sempre attuale perché quella forma di energia ha in sé qualcosa di demoniaco e di terrificante che sembra quasi sfidare, con sovrumana protervia, la struttura stessa della natura, ed è per questo che essa - anche se usata per scopi di pace - implica angoscianti interrogativi che si riferiscono, oltre tutto, all’irrisolto problema della conservazione delle scorie o all’olocausto degli incidenti nelle centrali: l’esempio di Chernobyl valga per tutti. Ma se le forze economiche, sollecitate dall’incessante espansione dei consumi, non sembrano ritrarsi innanzi a interrogativi tanto angoscianti, è necessario che l’umanità compia uno sforzo per determinare nuovi modelli di vita che abbiano alla loro base l’esempio dell’economia naturale, un’economia dallo sviluppo stazionario. Le fonti energetiche alternative, generate da forze naturali (solare, geotermica, biomasse, ecc.), perennemente rinnovabili, possono integrare o sostituire i sistemi in via di esaurimento o estremamente pericolosi, ma in fondo al problema rimane un interrogativo: che le teorie maltusiane abbiano ancora una loro validità? Non può infatti negarsi che l’insaziabile domanda di energia, collegata allo sfrenato sviluppo e abuso dei consumi, è intimamente collegata alla spinta demografica che, nell’immediato futuro, perverrà al preoccupante traguardo di una popolazione mondiale assai vicina agli otto-dieci miliardi. Si sta alterando l’intero pianeta terra anche per la sete continua di energia, in gran parte utilizzata per lo spreco, l’inutile, il superfluo. Si costruiscono centrali nucleari, si sbarrano i fiumi, si attivano centrali a carbone e così via, per poi dissipare nel vuoto gran parte di quella forza. E anche le fonti energetiche rinnovabili hanno spesso in se il loro risvolto della medaglia: interi territori regionali sottratti alla natura per far spazio ad aberranti centrali eoliche che oltre ad una deturpazione permanente del paesaggio comportano tutta un’altra serie di negatività: costruzioni di strade, innalzamento di veri e propri grattacieli rotanti di oltre centro metri di altezza, a volte locali mutamenti climatici, una strage continua ed apocalittica degli uccelli che vengono colpiti dalle “invisibili” pale (nelle grosse centrali si contano centinaia se non migliaia di uccelli uccisi a settimana!) o lo sbarramento dei fiumi per l’energia idroelettrica che snatura completamente i corsi d’acqua alterando permanentemente il ciclo vitale che per secoli si è dispiegato liberamente (non contando ovviamente l’inquinamento domestico ed industriale delle acque o la cementificazione delle sponde che già si fanno carico di morte e di sterilità), ecc. Quindi anche per la cosiddetta energia pulita occorre vagliare con molta attenzione anche gli elementi di impatto ambientale, inevitabilmente presenti, e non arrivare mai ad una generalizzazione dei nuovi sistemi; anzi è doveroso ed opportuno analizzare caso per caso. Ma, paradossalmente, se la società contemporanea, come probabilmente avverrà, avrà a disposizione forme illimitate di energia pulita (p.e. l’idrogeno) e perennemente rinnovabile, sembrerà strano a dirlo ma l’atto finale ed immane della distruzione sarà completato, perché (la riflessione è sin troppo ovvia), l’uomo avrà così la possibilità di svilupparsi ancor più, sempre più, avrà la possibilità di allargarsi come vuole con la sottomissione di tutta la madre terra. Un paradosso apparentemente apocalittico ma purtroppo fortemente realistico. Energia illimitata significa infatti poter superare o aggirare agevolmente qualunque altro fattore limitante dell’ambiente e, con una forza senza precedenti, gli esseri umani potranno disporre e “creare” ogni cosa che più gli sembra “utile” (è come avere alla spalle un infinito accumulo finanziario che potrà essere speso senza freni e senza alcuna remora, anche se un limite sarà quello dell’esaurimento delle materie prime). E, poiché la storia dell’umanità ci ha sin troppo ben insegnato che per andare “avanti” deve accrescersi e “svilupparsi” sempre più, cosa mai la potrà fermare? La propria inesistente autocoscienza? O la sua smisurata ingordigia? O il suo radicato senso accentratore? Lo scetticismo è d’obbligo, anzi si dovrebbe dire che lo scetticismo si trasforma in una amara certezza. Anche con questo atto il genere umano dimostrerà il suo definitivo declino e con esso tutto ciò che gli pulsa intorno. Sembrano affermazioni paradossali? Non credo: esse sono la vera “morale” del genere umano contemporaneo. E per concludere occorre però ricordare un altro elemento fondamentale: anche nel caso di poter disporre di una energia pulita ed illimitata, essa avrà alle sue fondamenta sempre un supporto tecnologico e, come ci insegna la storia del capitale, ci saranno come al solito due pesi e due misure: paesi che “governeranno” il nuovo sistema e saranno quindi sempre più ricchi e potenti e paesi che potranno avere anche accesso alla grande innovazione, ma sempre in forma subordinata e subalterna. Il divario delle “ricchezze” sarà così anche in questo caso una costante realtà. Possiamo quindi dire facilmente: energia pulita e perennemente rinnovabile, ma non potremmo certamente dire energia pulita e perennemente rinnovabile uguale per tutti.
Torniamo, per completare meglio, a quello che si esaminava pocànzi; insomma, siamo come sempre all’assurdo: si cerca avidamente una continua energia e non si parla mai di ridurre drasticamente il consumo soventemente collegato con il superfluo, con lo spreco, con l’abbondanza (si vuole sempre di più): il tutto invece facilmente riducibile (con il semplice buon senso). Si pensi, per fare solo un piccolo esempio, che se ognuno per la sua parte riducesse dell’1% gli utilizzi inutili o eccessivi delle cose e quindi dell’energia, avremmo un risparmio mondiale tale che la cifra verrebbe difficilmente letta. Ma l’imperativo di questa società consumistica è sempre quello: “comsumare sempre più” altrimenti il sistema si inceppa. E torniamo ad un ennesimo paradosso: risparmiare seriamente, rendere la vita più semplice, consapevolizzarsi su cosa c’è dietro ogni nostro consumo soprattutto se superfluo…… di questo non si “dovrebbe” esserne cosciente,  altrimenti gli indici della crescita delle nazioni ricche si “abbasserebbero” e tutti griderebbero alla catastrofe, alla recessione e la paura, da ogni lato, si diffonderebbe nell’aria. E’ da tempo ormai che la combustione interna dei motori è superata, ma per il momento la sua eliminazione non è economicamente “sostenibile” perché metterebbe in crisi la reggente finanza del petrolio e delle grandi nazioni ricche: e intanto si continua ad inquinare, a saccheggiare, a distruggere, ad annientare. L’aria non “respira” quasi più, ma i conti economici si gonfiano ancora e allora perché ridurli al giusto equilibrio? Anche un pazzo osservatore esterno proveniente chissà da quale galassia ne rimarrebbe allibito, ma gli viene detto che così funziona l’economia del mondo contemporaneo e non c’è “nulla da fare”. Fin quando lo sfruttamento e la distruzione della natura (suolo, acqua, aria) rappresenta ancora un malefico guadagno, nulla cambierà. Un giorno, e forse quando sarà troppo tardi, se l’attuale sistema di sviluppo lo si reputerà non più redditizio, quasi certamente si cambierà rotta, sia per necessità estrema e sia perché anche in una nuova dimensione si cercherà di aleggiare ad una nuova forma di profitto. L’economia sarà quindi sempre al fianco dell’uomo contemporaneo e del futuro e nessun’altra causa vera potrà muovere le cose perché l’imperativo inappellabile è e sarà sempre ed esclusivamente quello del grosso tornaconto economico (se guardiamo i giornali o le televisioni le notizie principali sono sempre quelle economiche, il PIL, la crescita delle finanze, ecc.; mai un rigo, se non come fattore del tutto secondario e trascurabile, sullo stato del pianeta gravemente malato per causa nostra. Quando se ne parla sembra di assistere a mere informazioni “folcloristiche” frutto della mente di qualche “fissato” dell’ambiente! Non manca telegiornale che non riporti quotidianamente l’indice delle borse. Perché non lo fa invece sull’indice del disastro ecologico? Non occorre aggiungere altro). Il tutto ovviamente a definitiva spesa della natura e delle classi più povere del mondo umano. Pensate a cosa accade, se ognuno risparmia le cose, si accontenta del fin troppo che ha, sta attento a non farsi ingannare e fagocitare dalle pubblicità e mantiene una vita decorosa ma essenziale e non consuma come un essere famelico: bene, pur se sembra incredibile, vacilla tutto il sistema economico del mondo e in breve crolla tutto. Bel modo ci siamo scelti per “governare” la nostra esistenza. Riflettiamoci almeno un po’ e poi chi vuol essere veramente sincero con se stesso tragga le conclusioni. Ma è importante non meravigliarsi più di tanto se non abbiamo più aria da respirare, paesaggi incontaminati da osservare, fiumi e mari puliti da ammirare, foreste silenti ed ininterrotte da percorrere, acque da bere non contaminate, luoghi selvaggi lasciati al loro libero sviluppo, ecc. (e come abbiamo visto la distruzione avverrà ugualmente anche con energie rinnovabili e pulite, perché grazie alla loro illimitatezza, toglierà gli ultimi freni all’“apocalittico” pensiero umano). In fondo se ci meravigliamo o ci lamentiamo ricordiamoci di guardarci nel nostro dentro. Interrompiamo un attimo la nostra pazzia distruttrice, la nostra bramosia e facciamoci un profondo esame di coscienza e chi non ha peccati scagli la prima pietra; ma attenzione: non dobbiamo autoingannarci, tanto alla fine imbrogliamo noi stessi!


L’urbanesimo


L’umanesimo, affermando la centralità dell’uomo all’interno della socialità, è nella sua essenza un fatto rivoluzionario che, non solo modifica profondamente la struttura della società nella quale si afferma, ma rappresenta anche la premessa di quel rinnovamento radicale del pensiero che attraverso l’illuminismo pone le basi della società moderna. La rottura che l’umanesimo provoca tra mondo medievale e mondo moderno appare non solo con evidente contrapposizione nella pittura che, liberatasi dagli immobili archetipi dell’arte bizantina, spazia in visioni, a volte drammatiche, della vita e del destino dell’uomo, non si afferma solo nella letteratura che, riappropriatasi dei modelli classici, si libera dei condizionamenti del misticismo, ma è forse nel tessuto urbanistico della città che esso irride in modo più innovatore e determinante. Si pensi a Siena, a Firenze, si pensi alla serenità e all’essenzialità delle loro piazze, delle loro strade, fatte per l’uomo e a misura d’uomo, ai loro monumenti, ai palazzi e alle chiese in cui l’arte non è sovrapposizione di elementi estranei all’uomo e al cittadino ma è l’espressione stessa dei valori più alti di una società civile e concorde.
Quale contrasto tra quel mondo, pur non tanto remoto, e le metropoli che, sorte dalla rivoluzione industriale, si ergono oggi come monumenti di una civiltà alienata! E’ l’alienazione che Marcuse ravvisa sia nelle società di tipo capitalistico che in quelle di tipo marxista, ed è un’alienazione da cui non si esce se non si riafferma la centralità dell’uomo (sempre in senso sociale e non naturale), se non si pone la tecnologia a servizio dell’uomo e non l’uomo a servizio della tecnologia (cosa purtroppo del tutto improbabile). Le metropoli, le megalopoli sono disumane filiazioni degli accentramenti produttivi, e i grattacieli che esse innalzano, quasi a rinnovare la sfida che i titani lanciarono a Giove, incombono su di noi come se volessero annullare la nostra misura di uomini, e le allucinanti strade sopraelevate sembrano schiacciare la città sotto il peso delle loro imponenti strutture. La natura mortificata e oppressa dall’asfalto, il verde dei prati e lo stormire delle foglie ricacciate sempre più indietro da una colata di cemento che avanza come un Moloch mai sazio di vittime sacrificali. La distruzione sembra inarrestabile. Occorre fermarsi finché si è in tempo, e l’impegno deve essere di tutti: politici, industriali, ingegneri, architetti. Ah, se si fosse ascoltata la lezione di Wright! Essa aveva indicato, con profetica tempestività, la via che poteva salvarci dalle mostruosità urbanistiche: costruire a misura d’uomo, adeguare la struttura degli edifici agli elementi del paesaggio, sin quasi a realizzare una mimesi della natura stessa. Quale il modello di una città che si riappropria dei valori umani? E’ certo quello che ci ha indicato l’umanesimo, ma cadrebbe nell’utopia chi pensasse di poterlo ripetere e imitare senza che addivenga a profonde trasformazioni del modello sociale. Chi ci ridarà altrimenti il verde soffocato dal cemento, chi si assumerà il compito di abbattere gli enormi caseggiati, desolati ed anonimi? Forse l’inizio della rinascita di una città più umana potrebbe essere conseguito anche attraverso la riappropriazione dei valori di civiltà portati da una società contadina, che nel secolo trascorso sono stati annientati da altri valori che nutrono nel proprio seno le forze che li distruggono.

L’Unione Europea: solo parametri economici?


“Questo capitolo si rivolge agli aspetti dell’Unione Europea, ma è solo un esempio in quando l’argomento trattato ha valenza per ogni altra parte del pianeta dove sono i gioco i valori dell’economia e dello sviluppo continuo e senza limiti”.

La singolare conformazione geografica dell’Europa ha influenzato in modo determinante lo sviluppo storico dei popoli che la abitano perché la straordinaria articolazione delle sue coste che, attraverso le tre grandi penisole, l’iberica, l’italiana e la balcanica, l’avvicinano e la protendono verso l’Africa e l’Asia Minore, le hanno assegnato - fin dagli albori della “civiltà” occidentale - un ruolo rilevante nella “misera” storia dell’uomo. Infatti le sue caratteristiche geografiche, assecondando i contatti e i rapporti commerciali tra i popoli, accentuarono lo scambio delle culture come avvenne, per esempio, attraverso gli insediamenti della Magna Grecia o attraverso le proiezioni dell’ellenismo. La sua posizione fu poi provvidenziale per la formazione e lo sviluppo dell’impero romano che dalla centralità del mare Mediterraneo attinse lo slancio per estendere la sua conquista ai Daci e ai Britanni, ai quali portò, unitamente alla propria costituzione giuridica, anche il messaggio di Cristo. L’idea unificante dell’Europa germogliò dunque sia nella concezione dell’impero che in quella della Chiesa, e se le successive invasioni barbariche ne arrestarono lo sviluppo non ne spensero tuttavia le esigenze e le motivazioni. Esse riaffiorarono infatti già nel IX° secolo attraverso il disegno politico di Carlo Magno e, quattrocento anni dopo, lo spirito universale di Dante le unificò nella concezione della supremazia dell’Aquila e della Croce, in contrapposizione all’insicurezza che scaturiva dalla polverizzazione politica del mondo medievale. Successivamente si affacciarono tentativi unificanti che non andarono oltre la formazione delle Grandi Monarchie. Bisogna arrivare alla rivoluzione del 1789 per riscoprire, attraverso la diffusione degli “immortali principi”, un tentativo di unificazione europea. Ma le degenerazioni del bonapartismo e i nazionalismi insorgenti, blanditi anche dal trionfante romanticismo, determinarono, per sempre, un’Europa delle patrie e degli attriti imperialistici. Verso la fine del secolo XIX° il marxismo, travalicando la concezione paneuropea, lanciò il suo messaggio internazionalistico che trovò, peraltro, i suoi limiti nella diversa maturazione storica dei popoli. La crisi ebbe il suo epilogo nella prima guerra mondiale che, non a torto, Benedetto XV° definì, come detto, “l’inutile strage”. Il declino dell’Europa si completa poi con gli effetti della seconda guerra mondiale che sposta definitivamente l’asse della politica mondiale dal vecchio al nuovo continente. Ma l’ultimo conflitto, pur facendo pagare il tremendo prezzo di indicibili orrori e di immani devastazioni, genera un risveglio dell’Europa, che riprende coscienza della propria identità forte del razionalismo cartesiano, dell’empirismo di Bacone, dell’idealismo hegeliano, dell’universale costruzione di Newton e delle rivoluzionarie intuizioni di Einstein. 
Da questa presa di coscienza germoglia l’idea di un’Europa unita, e la singolarità di questa idea è che essa si propone di conseguire l’unità del continente mediante libere trattative e pacifici confronti. L’idea è singolare perché la storia ci insegna che le formazioni unitarie furono conseguite attraverso il travaglio della violenza e delle guerre, come accadde per quella tedesca che nacque sui campi di battaglia di Sadowa e di Sedan, per quella italiana che germogliò dal sangue versato a Solferino o a Calatafimi, o per quella americana che fu conseguita dopo una cruenta guerra di secessione. L’Europa di oggi invece - dilaniata ed esaurita da due tremendi conflitti - trae le proprie ispirazioni unitarie dal desiderio della pace e dall’affermazione dei suoi “presunti” principi di civiltà (il termine “civiltà” è un concetto molto relativo). Un’ulteriore esigenza che spinge i popoli europei a confederarsi può essere individuata nell’intento di bilanciare, con la creazione di una grande unità economica e politica, la forza di gigantesche concentrazioni che traggono la propria potenza dalle risorse di sconfinati continenti, come gli USA e la Russia e l’emergente Cina ed India.
Fin qui abbiamo tratteggiato, in una estrema sintesi poco più che simbolica, parte degli aspetti “umani” della vicenda europea, ma, in contrapposizione alle idilliache esternazioni di vanto e di gloria (leggasi “civiltà”) e ai magniloquenti progetti di potenza, occorre guardare il risvolto ambientale della medaglia, ricordando, semplicemente, come la civiltà europea nel corso del suo sviluppo abbia lasciato un’impronta estremamente negativa nei confronti del mondo naturale, trasformando integralmente interi territori (si pensi alla sola Gran Bretagna o alla bassissima percentuale di wilderness rimasta) o annientando un numero incalcolabile di animali e di piante. Fiorenti ed estese foreste lasciarono spazio ai campi coltivati, alle fabbriche ed alle città, mentre il distacco progressivo dalla dimensione naturale, produsse una cultura ordinata, razionale e metodicistica (vedasi per esempio quella anglosassone), che dava senso alla natura solo se sopraffatta, governata e controllata (leggasi cartesianesimo). Il cristianesimo infine, con l’assoluta centralità dell’uomo, contribuì definitivamente alla “soppressione” del mondo selvaggio ed al disconoscimento del suo valore in sé.
Dinanzi all’estremo degrado dello scenario naturale europeo (antropizzazione, inquinamento, omogeneizzazione del territorio, cementificazione, ecc.), la creazione dell’Unione, unione nata sostanzialmente per fini economici, poteva rappresentare tuttavia un’ottima occasione per reimpostare unitariamente tutta la normativa e la visione del mondo naturale. Se nel concreto sono nate molte direttive comunitarie di materia ambientale anche con riscontri pratici e a volte lodevoli (tralasciamo in questa sede gli aspetti economici), nella sostanza reale non è nato quasi nulla di veramente conservazionistico, che abbia evidenziato in forma capillare e profonda tutte le devastazioni che l’uomo, in questo caso europeo, quotidianamente apporta nei confronti del mondo naturale. D’altra parte, intervenire realmente e radicalmente, vorrebbe dire mutare lo stile di vita e mettere in discussione le certezze del consumismo, vorrebbe dire mettere in crisi, in altri termini, la politica del capitale e dell’occidentalismo (questa ovviamente non è una considerazione valida per la sola Europa). Ecco allora che leggi e leggine, appositamente mirate a mutare in piccola parte l’apparenza, ma a non toccare a fondo i veri problemi ambientali, vengono progressivamente alla luce, apportando a volte, come detto, anche buone normative (si vedano per esempio le norme antinquinamento), ma veramente utili solo se inserite in un contesto conservazionistico fortemente e radicalmente voluto.
Dopo una prima fase comunitaria, che potremmo definire dal punto di vista economico di assestamento (regolamentazione della produttività, allineamento di regolamenti e direttive, ecc.), i vari partner europei, con il famoso accordo di Maastricht, si sono posti l’obiettivo di unificare la moneta per costituire una unione economica forte e duratura. Per raggiungere l’obiettivo ciascun Stato si è impegnato, nelle specifiche politiche economiche, a rientrare all’interno di determinati parametri, per non essere escluso da questa “seconda fase”. A questo punto vogliamo approfittare dell’importanza data ai parametri economici prefissati, per evidenziare, al lettore, di come si è tanto rigidi e analitici quando sono in gioco le sorti del capitale e poco attenti quando si vuole porre in prima linea la qualità della vita sociale e naturale nel suo insieme (negli ultimi tempi comunque sembra che qualcosa di positivo al riguardo si stia attivando). Perché allora non si è posto tutta una serie di parametri, non solo economici, che “rigidamente” ogni membro comunitario avrebbe dovuto impegnarsi ad attuare e a rispettare entro una certa data, pena l’allontanamento dall’Unione o la non adesione per un nuovo stato? Eccone un piccolo esempio:

Severi parametri antinquinamento sotto molteplici aspetti.
Assicurare che una buona parte del territorio (almeno un 5%, variabile in più a seconda dei casi) venga mantenuto quanto più selvaggio possibile, lontano dall’addomesticamento e dall’invadenza umana, ivi incluse le cosiddette attività ecocompatibili ed ecoturistiche.
Ogni Stato europeo deve garantire che almeno il 20% del proprio territorio venga realmente protetto.
Assicurare a tutto il territorio, rigide regole di sviluppo e di urbanizzazione ponendosi come obiettivo la salvaguardia del territorio anche dietro l’angolo della propria casa.
Ciascun Stato deve assicurare una qualità della vita sociale ad alto livello inteso in senso ecologico.
L’insegnamento scolastico deve garantire un equilibrato studio di tutte le tematiche sociali ed ambientali per inculcare sin dall’infanzia i “reali” valori della conservazione della natura e della convivenza pacifica tra i popoli. In altri termini esplicitare nell’educazione una nuova e reale etica della terra, non nel senso del’indottrinamento, ma in quello della chiarificazione e della consapevolezza.
Eliminazione totale di tutte le forme di burocratizzazione della vita quotidiana dalle cose più piccole  a quelle di maggior rilievo.
Eliminazione progressiva, ma totale, di tutte le attività che producono “l’inutile” a grave impatto ambientale sia in questione di inquinamento che di richiesta energetica e di materia prima.
Ogni Stato deve eliminare la disoccupazione, impostando politiche economiche stazionarie, sulla logica del bene comune (e non del profitto dei singoli) e sull’impiego della mano d’opera che si libera dalla progressiva abolizione delle attività “parassite” ed inutili (ivi inclusi i beni di produzione superflui), verso lavori socialmente utili soprattutto in materia ambientale.
Severe riduzioni e reali controlli sull’uso e abuso delle sostanze chimiche in agricoltura e negli altri settori interessati.
Parametri di risparmio energetico nelle numerosi articolazioni del problema.
Riciclaggio pressoché totale di tutto ciò che è possibile riciclare (carta, plastica, vetro, ecc;); ciò in parte si sta facendo, ma è ancora insufficiente poiché a volte c’è un abisso tra uno stato membro d un altro.
Massima efficienza di tutti i sistemi di produzione nonché dello smaltimento dei rifiuti.
Sviluppare con la massima tempestività le forme di energia rinnovabile non inquinante, forme ecologiche non perché il petrolio è destinato a finire, ma perché è basilare per garantire il continuo della vita sulla terra.
Porre in essere una Costituzione europea che abbia come parte basilare una reale etica e carta della terra.
Esportare principi di solidarietà, di fratellanza e di interessi globali di un’etica della terra e della qualità della vita.
Garantire al massimo lo sviluppo della biodiverssità.
Farsi promotore di una visione olistica ed ecocentrica della dimensione del mondo. 
.........................la lista potrebbe non finire mai!

Occorre poi evidenziare che spesso le politiche comunitarie sulle tematiche ambientali presentano in certe circostanze delle palesi stranezze come se la mano destra non sa quello che fa la sinistra. Infatti, da una parte si incoraggiano e finanziano progetti per lo studio e la salvaguardia di specifiche tematiche (specie animali a rischio, alterazioni di habitat, ecc.) e nel contempo si finanziano iniziative che pur avendo agli occhi di molti connotati “ecologici”, comportano in sé gravi danni sia agli aspetti faunistici che ambientali. Sarebbe quindi opportuno creare un po’ più di equilibrio e di armonia sia negli intenti che nell’operatività. 
Come accennato, ma è bene ribadirlo, le buone normative europee in tema ambientale e sociale oggi in vigore dovrebbero rigidamente entrare a far parte dei specifici requisiti cui ogni membro deve applicare e rispettare, pena l’esclusione o attuazione di forti sanzioni sino a quando non si ristabilisce il rispetto delle norme. I parametri ambientali/sociali devono essere richiesti anche ai nuovi stati che vogliono entrare nell’Unione Europea. 
L’Europa, con l’unione monetaria e praticamente anche quasi militare e costituzionale vuole dunque riprendere il suo ruolo di primato, vuole essere protagonista e non oggetto della politica mondiale, vuole insomma che - come accadeva una volta - dire Roma, o Parigi, o Vienna, voglia dire Europa, voglia dire “civiltà”. Ma una nazione o un continente può definirsi veramente “civile” solo quando avrà ristabilito una giusta armonia tra gli elementi, una giusta armonia sociale, una tolleranza universale paritetica (con tutte le culture e tutte le comunità minoritarie) e un “primitivo” rapporto uomo-natura, dove l’unitarietà delle parti sia totale e annulli quella tipica visione occidentale dualistica tra Natura e Cultura (Natura = selvaggio, indomito, desolato, negativo, da sfruttare, ecc. – Cultura = gentilezza, sapienza, pacatezza, supremazia, intelligenza, saggezza, ecc.). Solo dove la vita selvatica è garantita realmente, possiamo sentirci in una nazione civile perché in fondo impegnarsi per una reale conservazione della natura vuol significare preoccuparsi anche dell’uomo (olismo), altrimenti quel mondo tanto “civile” fatto di cultura, di grandi opere, di sicurezza, di archeologia, di forza economica verrà ben presto spazzato via dalla distruzione del mondo naturale che, nell’annientarsi per opera dell’uomo, si trascina con se, inevitabilmente, finanche tutto ciò che è umano. 
Scrive Dalla Casa (1996): “Lo stesso termine ‘civiltà’ è inutile e pericoloso, perché sottindente un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
‘Civile’ significa oggi infatti ‘conforme ai principi dell’Occidente’ e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomani, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra”.


L’assenza dei valori


“Voi siete stanchi di questi anni di civilizzazione. Io vengo, e cosa vi offro? Una singola foglia verde (Grey Owl).
Forse mai nel corso dei secoli la società ha assunto aspetti tanto contraddittori come quelli che attualmente la distinguono. Ciò è causato, a nostro avviso, dalla persistente influenza di concezioni filosofiche che, sovrapponendosi, si contraddicono, si escludono, si contrastano e ci pervengono sia da tempi lontani, come il razionalismo cartesiano, sia da movimenti più a noi vicini, come il positivismo ancora non del tutto spento, o come la intuizione antintellettualistica bergsoniana, o l’idealismo crociano, o l’angoscia esistenziale, o il materialismo storico e il materialismo dialettico. La società attuale è dunque governata dall’instabilità, nonché dall’assenza di valori assoluti e permanenti e da una fluidità di situazioni perennemente cangianti. Non v’é, in sostanza, una certezza filosofica, una ecologia sociale in grado di rassicurare l’uomo e di definirne il destino, e tale precarietà si riflette sul problema ambientale e, mentre vediamo che alcuni lo rigettano totalmente, non mancano d’altra parte i segni di una nuova attenzione rivolta alla natura, attenzione che non è tuttavia scevra dai dubbi e dalle incertezze proprie della società in cui la natura deve riconnettersi. Ecco perché la scienza ufficiale e i movimenti ecologisti sono da oltre un trentennio alla ricerca di una chiave interpretativa della crisi ambientale, e se le conferenze sui problemi ecologici o la nascita di forti movimenti di massa per la conservazione rappresentano un’alta testimonianza di tale ricerca, dobbiamo pur constatare che le solenni attenzioni di principio da essi proclamati sono tuttora oggetto di contestazione o addirittura rigettate. L’inquietudine è attestata dal dibattito di molteplici problemi non risolti (si pensi, per esempio, alle emissioni di anidride carbonica o alla deforestazione dell’Amazzonia) e si manifesta in modo evidente nella nascita di pensieri più radicali e penetranti che cercano di proporre la più alta filosofia della conservazione (l’ecologia profonda, il concetto di wilderness, il bioregionalismo, ecc.). La spinta ecologica appare dunque condizionata dalle forze totalizzanti e prevaricanti delle società attuali che, volontariamente, non vogliono appropriarsi di nuovi modelli e di nuovi valori assoluti ispirati alla natura e ad una dimensione ugualitaria ed armonica. Il capitalismo, con la sua aberrante logica del profitto, non vuole in alcun modo mutare la propria rotta di navigazione anche se essa lo porterà, nell’immediato futuro, ad una crisi socio-ambientale catastrofica. La società attuale deve perciò calarsi nella realtà naturale, con ciò superando l’apparente antinomia vita umana - natura, perché se l’uomo si autoridimensiona diventa egli stesso natura, come d’altronde ci attesta il lontano passato di uomini selvaggi, pur non rifiutando tutti i valori positivi di una società che ha in sé ancora qualcosa di buono. Tuttavia un’efficace ecologia sociale deve sempre muoversi al di fuori dell’androcentrismo per abbracciare il biocentrismo; solo in tal modo le strutture sociali porranno le fondamenta per un sistema universale ed equilibrato. A noi sembra, per concludere, che attraverso la riconnessione dell’uomo con la natura si può costruire una società “umanizzata”, una società che mediante l’azione può ricondurre l’uomo ad una serena visione monistica della vita. Scrive A. Herzen: “Noi non edifichiamo; noi distruggiamo; noi non facciamo nuove rivelazioni; noi rinneghiamo la vecchia menzogna. L’uomo di oggi, triste pontifex maximus, può soltanto erigere il ponte; un altro, che sorgerà in avvenire, l’attraverserà.....” . Concludiamo con una riflessione di Della Casa (1996): “Lo stesso termine ‘civiltà’ è inutile e pericoloso, perché sottindente un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
‘Civile’ significa oggi infatti ‘conforme ai principi dell’Occidente’ e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomani, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra”.
“Vivificate dalla natura col suo abito di nozze, in mezzo a corsi d’acqua e a canti degli uccelli, la Terra offre all’uomo, nell’armonia dei tre regni, uno spettacolo pieno di vita, d’interesse e di fascino, l’unico spettacolo del quale occhi e cuore non si stancano mai. (Jean Jacques Rousseau).

La rivolta del ‘68


“Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza la lotta, si potrà avere la libertà” (Fidel Castro).
I fermenti del ‘68 coinvolsero i giovani in Europa e nel mondo. La “rivolta” nacque all’interno della borghesia, con un netto rifiuto dei valori tradizionali pur non contrapponendo ad essi una precisa scelta. Il rigetto della società in cui essi vivono ha in sé il desiderio di una autodistruzione derivante da una angoscia di tipo esistenziale. Infatti, essi si fanno portatori di una antitesi che si esaurisce in sé, perché non mediata dal terzo termine dialettico. L’antitesi propugnata dai giovani del ‘68 si volse contro la società dei consumi, si ribellò all’alienazione insita nei rapporti di produzione, tentò di sottrarsi all’anonima convivenza delle masse. La crisi dei valori fu profonda. Investì la famiglia e il suo principio di autorità; coinvolse la scuola e il suo ordinamento gerarchico; toccò le dispotiche certezze del clero; fu insomma un movimento dissacrante mosso dal desiderio di una catarsi confusa e indefinita. Il profeta del movimento fu Marcuse, ma la sua filosofia fu spesso fraintesa, perché il filosofo tedesco non intendeva farsi soltanto assertore di una demolizione del sistema borghese, ma prospettò anche nella sua “Weltanschauung” il ritorno ad un nuovo umanesimo in cui l’uomo avrebbe potuto accendere fermenti destinati a disgregare sia il modello capitalistico, sia il modello del comunismo reale dell’epoca. Il ‘68 gettò una montagna nell’oceano, ma il gesto, pur dissacratore e provocatore, non sollevò un’onda eccezionalmente devastante, anche se non fu irrilevante il suo contributo all’emancipazione di molti nuovi costumi e pensieri sociali. Furono sparsi molti semi e se pur in buona percentuale svanirono nel nulla, una parte germogliarono con vigore e virulenza ponendo le basi ad una nuova mentalità e ad uno nuovo modo di porsi dinanzi alla realtà dell’esistenza, sociale e personale. Successivamente ci furono delle forti ondate di riflusso, ma ormai le presunte certezze di un sistema erano state intaccate. Molti movimenti di pensiero che sorsero decenni dopo, ebbero sicuramente la loro genesi da quel sussulto. E’pur vero che negli anni successivi molti parametri borghesi ripresero il sopravvento, e l’appiattimento mentale inglobò le masse (giovanili e non) e la logica del profitto, del consumismo e dell’accumulo dell’inutile prese fortemente il sopravvento, ma un tarlo, sia pur con il suo lento operare, ha continuato a porre dei dubbi sulla realtà. Ora la società del XXI secolo sembra radicata su un modello liberalistico/capitalistico globalizzato, ma le sue basi sono meno stabili di quanto si creda e forse ci si raccoglie in una nuova analisi di estremo dubbio. L’illusione che lo sviluppo del consumo possa perdurare all’infinito ha già al suo interno la certezza che ciò non può essere. Il tempo darà la giusta e pur triste sentenza!
Scrisse Che Guevara in una lettera ai figli (in Bucellini, 1995):“Ai miei figli. Carissimi Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto. Se un giorno leggerete questa lettera sarà perché io non ci sarò più. Quasi non vi ricorderete di me: i più piccoli non ricorderanno nulla. Vostro padre è un uomo che agisce come pensa e sicuramente è stato leale con le proprie convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari......
Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario ...... “.

Ecologia della disoccupazione e
l’economia in stato stazionario


La nascita dello Stato sociale, tipica costruzione politica del XX° secolo, è collegata a tre eventi: la seconda rivoluzione industriale, la crisi del ‘29 e i cambiamenti sociali conseguenti al secondo conflitto mondiale. Lo Stato lasciatoci in eredità dal XIX° secolo, quello che si suole definire Stato gendarme, trovava la propria motivazione in una società estremamente semplificata nelle sue componenti, mentre la società contemporanea, è invece fortemente articolata, complessa, contraddittoria, in cui le spinte, le sollecitazioni, i conflitti, si incontrano e si scontrano in una incessante dialettica. Una siffatta articolazione, ancor più accentuata dall’eccezionale sviluppo del terziario avanzato, fa emergere problemi ancor più complessi e urgenti.
Di fronte ad una simile mutazione del tessuto sociale, lo Stato moderno è costretto a rivedere le proprie scelte per qualità e ampiezza. A tal proposito occorre ricordare che il New-Deal roosveltiano è la prima rilevante testimonianza di una politica economica che sposta la propria attenzione dalla micro-economia alla macro-economia e, non v’è dubbio che le teorie del Keynes e del suo famoso moltiplicatore furono determinanti per il superamento della recessione del ‘29.
I gravi problemi che affliggono attualmente le economie mondiali (salvo momentanee eccezioni) emergono con particolare evidenza dal progressivo aumento del tasso di disoccupazione della forza lavoro. Non v’è dubbio che il problema si segnala con accentuata urgenza anche perché l’incidenza della componente giovanile assume, al suo interno, significati di particolare valore sociale.
E’ opinione generale che le cause da cui discende la crisi occupazionale siano di tipo strutturale e congiunturale e, tra quelle strutturali, si annovera - in primo luogo - l’effetto derivante dall’avvento della terza rivoluzione industriale che, portando in fabbrica l’automazione e la robottizzazione, elimina una notevole aliquota di mano d’opera. E’ pur vero, d’altra parte, che il terziario, specie quello avanzato, assorbe nuove forze di lavoro ma, com’é noto, il settore abbisogna di personale altamente specializzato, mentre le unità lavorative liberate dall’industria non sempre sono in grado di soddisfare le specifiche richieste del mercato.
Per quanto attiene ai rimedi che da più parti si invocano per portare a soluzione la questione occupazionale è da sottolineare che essi sono spesso contraddittori perché riflettono angolazioni di opposti interessi. Tra le teorie economiche suggerite si citano le seguenti:
a) “legge” di Pigou, detta “legge” del pieno impiego, che - ipotizzando una generalizzata riduzione del salario reale - tende a conseguire la piena occupazione, fermo restando il fondo salari;
b) riduzione dell’orario di lavoro (“lavorare meno, e lavorare tutti”);
c) maggiore mobilità e incentivazione del “part-time”;
d) manovra di Bilancio tendente a ridurre la spesa corrente a beneficio di quella destinata agli investimenti, onde conseguire l’effetto derivante dal moltiplicatore del Keynes.
Quelle di cui si è fatto appena cenno sono le tesi più dibattute ma, è ovvio, che nessuna di esse si pone come variabile indipendente perché qualsiasi intervento di politica economica genera, quasi sempre, reazioni a catena dovute alla interdipendenza dei complessi problemi economici.
Il problema occupazione presenta grandi difficoltà di analisi e di soluzioni e, a giudizio dei più, non potrà essere risolto mediante politiche frammentarie e occasionali, ma necessita invece di interventi che, tramite un’attenta programmazione, ne affrontino globalmente le cause onde rimuovere un quadro economico incerto e carico di gravi tensioni.
Ma l’errore di fondo di tutte le politiche economiche capitalistiche è la pretesa di programmare l’economia sempre in chiave di sviluppo ascendente continuo, con l’illusione che il sistema possa perdurare nel tempo. Occorre invece riferirsi ad una economia in stato stazionario così definita dal Daly (1981 in Gamba & Martignitti, 1995):” ...stock costanti di popolazioni e di manufatti, mantenuti al livello ritenuto sufficiente con tassi di prelievo di materia ed energia a bassa entropia e di rigetto di rifiuti ed emissioni il più possibile bassi”. In sostanza acquisire una visione economica che tenga conto con preminenza delle leggi dell’ecologia e della termodinamica. La produttività deve tendere alla stabilità con un andamento sinusoidale e deve far decrescere la produzione dei beni inutili sino a farli scomparire (occorreranno decenni), in concomitanza ad una rigida riduzione della popolazione mondiale. La mano d’opera che viene a liberarsi, verrà assorbita dai lavori socialmente ed ecologicamente utili. La società del XXI° secolo deve obbligatoriamente contemplare anche questa categoria di lavoratori. Le politiche economiche degli Stati, uniformate e universalizzate, si dovranno dunque assestare su parametri di produttività stazionaria ed essenziale, rinunciando alla logica del profitto, del consumo e dello spreco. Una società essenziale oltre a garantirsi una reale esistenza nel tempo, sarà “ricca” di qualità e di armonia. D’altronde la necessità di una economia ecologica bioregionale (ciò il mutuo rapporto con l’ambiente circostante alla propria comunità) sarà un obbligo delle società del del’’immediato futuro a meno che l’uomo, prigioniero e schiavo della propria opulenza, non voglia precipitare nel baratro che egli stesso si è scavato. Scrive saggiamente A. Solgenitsin “Il progresso non deve essere più considerato la caratteristica auspicabile della società, la perpetuità del progresso è un mito assurdo. Occorre realizzare non una economia di sviluppo continuo, ma una economia di livello costante, stabile. La crescita economica non solo non è necessaria ma è perniciosa”.
Annota Naess (1994): “Recentemente, indipendentemente dal movimento ecologista, gli stessi economisti hanno iniziato a criticare in maniera vigorosa la crescita economica e il modo in cui vengono fissati gli ‘obiettivi nazionali’ come indicatori della crescita del benessere nei paesi industriali. Ma la parola chiave ‘crescita economica’ continua ad avere in politica un’importanza fondamentale, nonostante sia sempre più evidente che influisce in modo negativo sulla qualità della vita delle nazioni industriali ricche. Inoltre mette seriamente in pericolo le possibilità di sopravvivenza per le generazioni future.
Sarebbe in grave errore per il movimento ecologista non utilizzare le critiche mosse dagli stessi economisti alla propaganda per la crescita economica. Ogni giorno, ogni settimana, i giornali e la televisione citano continuamente la crescita economica misurata in termini di PNL (Prodotto Nazionale Lordo) come se fosse un elemento decisivo del successo della politica economica. E’ raro che gli ecologisti mettano in dubbio questo legame.......”.
Tuttavia, per aggiungere una ennesima ma reale nota di pessimismo, occorre ricordare Passmore (1974 in Hargrove, 1990) quando asserisce che ci saranno sempre condizioni economiche che prevarranno sulla preservazione di qualsiasi cosa. La miope visione dell’immediato accompagnerà sempre le scelte dell’uomo contemporaneo!
Ci si preoccupa dell’economia più di qualsiasi altro interesse umano (il Prodotto Nazionale Lordo è considerato l’unico indicatore di sviluppo), e non si pratica una politica ambientale responsabile, capillare, efficace, fondamentalmente bioregionale, ignorando o fingendo di ignorare che senza il mantenimento degli equilibri naturali anche l’economia cessa di esistere per l’irresponsabile prosciugamento della fonte del suo nutrimento. “Solo riducendo al minimo l’impiego di risorse non rinnovabili e utilizzando risorse rinnovabili con lo stesso ritmo con cui possono essere ripristinate, senza provocare danni gravi al ciclo ecologico, è possibile ridurre al minimo il disavanzo tra consumo della società e produzione in natura” (Rifkin, 1982).
Ci è capitato di sfogliare un depliants pubblicitario a tematica economica che rispecchia purtroppo il pensiero della società capitalistica contemporanea e che racchiude in se il germe della distruzione. Ne riportiamo un breve quanto eloquente stralcio.
“Le principali tendenze di sviluppo e i cambiamenti dei prossimi anni provocheranno un aumento e una crescita della domanda in molti settori a livello mondiale:

Trend: Aumento della popolazione mondiale  
Effetti: Crescita della domanda dei beni di consumo

Trend: Diffusione della comunicazione e dell’informazione
Effetti: Aumento esponenziale della domanda di tecnologia informatica

Trend: Globalizzazione dei mercati
Effetti: Crescita della domanda dei prodotti di marca

Trend: Progressiva industrializzazione mondiale
Effetti: Crescita della domanda di risorse energetiche

Noi aggiungiamo:
Trend: invasione totale del pianeta terra (sia in senso fisico che nel senso degli agenti inquinanti)
Effetti: fine del pianeta Terra! 
Forse a quel punto la nostra economia di “sviluppo” non sarà più utile!

Scrive Hosle (1992): “Ma non sappiamo se la ragione farà a tempo a introdursi nel locomotore del treno che sfreccia verso l’abisso e nel quale noi tutti viaggiamo, né se riuscirà a fermarlo in tempo (tanto più che lo spazio di frenatura non è minimo). Ma qual è il locomotore del mondo moderno? E’ certamente l’economia. Il suo principio propulsivo, la sua molla sono però i valori e le categorie, ormai popolarizzati, della filosofia moderna: il mito della fattibilità, l’aspirazione a superare ogni limite quantitativo, la mancanza di scrupoli nei confronti della natura. E quindi una filosofia per la quale la responsabilità non sia un concetto vuoto dovrà cercare in primo luogo di creare valori nuovi e in secondo luogo di trasmetterli alla società e agli esponenti di punta del mondo economico, e dovrà cercarlo di farlo il più rapidamente possibile. Perché il tempo stringe”.
Kirkpatrik Sale, un profondo cultore del bioregionalismo, ci indica bene la via da seguire (in AA. VV., 1994 pagg. 31-32): “L’economia di una bioregione deriva le sue caratteristiche dalle condizioni e dalle leggi della natura.
La nostra ignoranza è certo immensa, ma dopo tanti secoli di vita ‘sul’ suolo, possiamo rifarci a quello che Goldsmith ha definito il complesso delle leggi dell’ecodinamica, distinto dal complesso delle leggi della termodinamica.
La prima di queste leggi è che conservazione/preservazione/mantenimento sono l’obiettivo principe del mondo naturale: da qui la sua intrinseca resistenza a cambiamenti strutturali su larga scala.
La seconda legge dice che, ben lungi dall’essere entropica, la natura è invece intrinsecamente stabile e tende sempre e comunque verso quello stato che l’ecologia definisce climax, ossia un bilanciato, armonico ed integrato stato di maturità che, una volta raggiunto, si mantiene per lunghi periodi.
Per questo motivo un’economia bioregionale cerca di mantenere, piuttosto che sfruttare, il mondo naturale e di adattarsi all’ambiente piuttosto che resistergli.
Tenterà di creare le condizioni climax, in un equilibrio che alcuni economisti definiscono oggi come stato stazionario, invece di una condizione di perpetuo cambiamento e continua ‘crescita’, al servizio del ‘progresso’, divinità illusoria e falsa.
L’economia bioregionalista, in termini pratici, riduce al minimo l’uso delle risorse, enfatizza la conservazione e il riciclaggio, evita l’inquinamento e lo spreco; adatta i suoi sistemi produttivi alle risorse locali, utilizzando ad esempio l’energia del vento, se è possibile, o il legno, dove ciò sia appropriato, o, per quel che riguarda il cibo, si rivolge a ciò che la regione stessa, particolarmente nel suo stato preagricolo, è in grado di produrre. Questo a partire dal più elegante ed elementare fra i principi della natura: quello dell’autosufficienza.
La natura, che non prevede il ‘commercio’, non crea elaborate reti di interdipendenza su scala continentale; perciò la bioregione deve trovare tutte le risorse di cui necessita per energia, cibo, abitazioni, vestiario, utensili, manufatti e via dicendo, entro i propri confini.
Ben lungi da rappresentare un impoverimento, questo significherebbe un guadagno, per la salute economica della bioregione, sotto ogni aspetto.
Sarebbe un’economia più stabile, libera dai cicli di boom e recessione, lontana dall’influenza delle crisi politiche. In essa sarebbe possibile pianificare e redistribuire le risorse, per ottenere lo sviluppo dei settori deficitari, al ritmo più appropriato e nella maniera più ecologica.......
Una delle intuizioni più valide di Schumacher è questa: l’economia di mercato del capitalismo del XX secolo è fondamentalmente sbagliata perché prescinde continuamente dalla natura.
Schumacher avverte anche che ‘è insito nella metodologia della scienza economica ignorare la dipendenza dell’uomo dal mondo naturale. Il mercato però rappresenta solo la superficie della società, ed il suo significato è relativo alla situazione momentanea, per come esiste qui ed ora’.
La sienza economica moderna ‘non studia in profondità le cose, i fatti naturali e sociali che si trovano dietro di esse’.
Ecco perchè, come egli sottolinea, si è persa la distinzione fra beni primari ‘che l’uomo deve conquistare in natura’ e beni secondari, fabbricati dall’uomo stesso; o tra risorse rinnovabili e risorse esauribili.
Inoltre, normalmente, l’economista non considera i costi sociali dello sviluppo competitivo.
Un’economia bioregionale si basa invece proprio su queste distinzioni vitali”.


La fisiocrazia


“Figlio mio, sappi che nessuno ti aiuterà in questo mondo... Devi correre fino a quella montagna e tornare indietro. Questo ti renderà più forte. Figlio mio, sappi che nessuno ti è amico, nemmeno tua sorella, tuo padre o tua madre. Le tue gambe, le tue mani, il tuo cervello, questi sono i tuoi amici. Devi farcela con loro” (Una vita Apache di Morris Opler in Mears, 1991).
Per la produzione della “ricchezza” economica nell’ambito umano, l’unico processo ispiratore dovrebbe essere quello naturale. Infatti, rifacendoci ai fisiocrati, ricordiamo che l’agricoltura è l’unica attività economica che fornisce un prodotto netto, in quanto al termine del processo si raccoglie più di quanto si è seminato (Bresso, in Gamba & Martignitti, 1995). I settori “sterili” (industria e terziario) sono invece solo in grado di aumentare il valore della materia prima ma non della sua quantità fisica (Bresso, in Gamba & Martignitti, 1995). Un’economia strutturata razionalmente e che abbia a cuore le sorti del pianeta terra e dell’uomo stesso, non può pertanto prescindere dal modello produttivo della biocenosi. Infatti il prodotto netto pocànzi accennato, non è il risultato di qualcosa di astratto, ma è il frutto del “lavoro” che la fitocenosi svolge grazie alla fotosintesi (Bresso, in Gamba & Martignitti, 1995). L’economia naturale quindi è un sistema a ciclo chiuso che preleva dall’esterno solamente l’energia del sole. In maniera analoga anche l’economia umana deve chiudere i propri cicli (Bresso, in Gamba & Martignitti, 1995). Dal pensiero degli indiani del Nordamerica:“Il cerchio della Vita della Creazione è senza fine. Vediamo le stagioni andare e venire. E la Vita Fluire sempre nella Vita. Il bambino diventa genitore. Il genitore diventa il nostro rispettato avo. La vita è sacra. E’ bello farne parte. Tutte le cose sono un cerchio. Ognuno di noi è responsabile delle sue azioni. Esse vedranno il loro ritorno di energia” (Betty Laverdure, Ojibwa - in AA. VV., 1995). Ma per la riaffermazione di un tale processo è fondamentale rivedere il modello di sviluppo e le esigenze del singolo cittadino. Sin quando la società contemporanea rimarrà ancorata al possesso eccessivo dei beni, al consumismo, allo sfruttamento insensato delle risorse, alla produzione dell’inutile, ecc. non sarà possibile reimpostare un modello produttivo secondo principi naturali e quindi fisiocratici. “Come può essere politico un filo di paglia? E’ una domanda che sembrerà ridicola a un sacco di gente. Uomini, donne, vecchi, milioni di individui avidi o disgustati, eccitati o arrabbiati, ma tutti colpiti e legati al carro della storia, del capitale, delle grandi masse, dell’oppressione...
Borghesi, proletari, maschilisti, femministi, liberisti, socialisti, tutti in lotta per il potere. Il potere di un filo di paglia. no! e chi lo conosce? chi lo vede nemmeno un filo di paglia? Il potere è dei giornali, dei tribunali, dei laboratori scientifici, delle fabbriche, dei palazzi presidenziali e della tecnologia intellettuale, delle piazze.... delle maggioranze! Ma la libertà non abita questi luoghi, cresce e cammina sulle ali delle rondini che godono di volare, nel respiro di un ciuffo d’erba che comunica al mondo la sua pace, la sua trasparente umiltà. La libertà si nasconde dentro le correnti delle leggi di natura...... Ecco perché sono leggi discrete e per sentirle bisogna fare silenzio e mettere l’orecchio vicino, vicino: parlano con un lieve mormorio. Un mormorio che diventa rombo o boato in poche occasioni, ma per un diluvio universale quanti secoli di date di battaglie?
La politica del filo di paglia è fuori della storia, è contro la storia, è prima e dopo la storia. La rivoluzione del filo di paglia è possibile a ciascuno di noi, per scelta.
Per Fukuoka bastano 1000mq a persona per arrivare all’autossufficienza alimentare e se anche si dovessero ritoccare le cifre, il potere di questo pensare e lavorare ‘in piccolo’ sarebbe più forte sia ideologicamente che operativamente di qualsiasi partito od organizzazione eversiva e per di più gestibile solamente ‘dal basso’ senza lauree, né diplomi?
Perciò quella del filo di paglia è una via per abolire il capitalismo e appropriarsi dei mezzi di produzione senza passare per la stanza dei bottoni e in questo è veramente rivoluzionaria” (G. Pucci, in Fukuoka 1980). ”’Lo scopo vero dell’agricoltura’, dice Fukuoka, ‘non è far crescere i raccolti, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani’. E parla dell’agricoltura come di una via: ‘Essere qui, prendendosi cura di un piccolo campo, in pieno possesso della libertà e pienezza di ogni giorno, quotidianamente: questa deve essere stata la via originaria dell’agricoltura’. Un’agricoltura completa nutre l’intera persona, corpo ed anima. Non si vive di solo pane” (W. Berry, in Fukuoka 1980).
“L’esagerazione dei desideri è la causa fondamentale che ha portato il mondo all’attuale situazione.
Presto, invece che piano; più, invece che meno: questo ‘sviluppo’ tutto apparente è legato in modo molto diretto all’incombente collasso della società. In pratica è servito soltanto a separare l’uomo dalla natura. L’umanità deve smettere di lasciasi andare al desiderio di possessi e guadagni materiali e muoversi invece verso una consapevolezza spirituale.
L’agricoltura deve passare dalle grandi attività meccanizzate a piccoli poderi basati soltanto sulla vita stessa. All’esistenza materiale e alla dieta alimentare si dovrebbe dare un posto semplice. Se si fa questo il lavoro diventa piacevole e lo spazio per il respiro spirituale abbondante.
Più il contadino ingrandisce la scala delle sue attività e più il suo corpo e spirito si disperdono e inoltre si allontana da un’esistenza moralmente soddisfacente. Una vita di agricoltura su piccola scala può apparire primitiva, ma vivendola diventa possibile contemplare la Grande Via (la via della luce di coscienza che implica l’attenzione e la cura per le attività ordinarie della vita di ogni giorno). Io credo che se uno entra a fondo nell’ambiente che lo circonda immediatamente e nel piccolo mondo di tutti i giorni in cui vive, il più grandi dei mondi si rivelerà.....
... Coltivare la terra una volta era un lavoro sacro. Quando l’umanità cominciò a decadere da questa condizione ideale, venne fuori la moderna agricoltura commerciale. Quando il contadino cominciò a coltivare i suoi raccolti per far soldi, dimenticò i veri fondamenti dell’agricoltura......
‘Se l’autunno porterà pioggia o vento non posso saperlo, ma so che oggi lavorerò nei campi’. Queste sono le parole di una vecchia canzone di campagna. Esprimono la verità dell’agricoltura come maniera di vivere. Non importa come sarà il raccolto, se ci sarà abbastanza da mangiare o meno, nel semplice fatto di gettare il seme e dedicarsi teneramente alle piante sotto la guida della natura, c’è la gioia” (Fukuoka, 1980).
Scrive Capra (1997): “Uno dei contrasti più evidenti tra economia ed ecologia trae  origine dal fatto che la Natura è ciclica, mentre i nostri sistemi industriali sono lineari. Le nostre imprese prendono le risorse, le trasformano ottenendo prodotti e rifiuti, e vendono i prodotti ai consumatori che, dopo averli consumati, producono altri rifiuti. Per essere sostenibili, gli schemi di produzione e consumo devono essere ciclici, imitando i processi ciclici presenti in natura. Per realizzare tali schemi ciclici dobbiamo riprogettare i nostri commerci e la nostra economia”.
Per concludere con Walt Whitman (da Foglie d’erba): “Ora scorgo il segreto della formazione delle persone migliori. E’ crescere all’aria aperta e mangiare e dormire sulla terra”.
Nei tempi degli OGM (organismi geneticamente modificati) l’attività agricola dell’uomo del terzo millennio appare come uno spaventoso mostro in grado di fagocitare l’intera vita sul pianeta di madre terra. Dire che sarebbe opportuno rifletterci bene e a lungo è praticamente cosa inutile perché nulla fermerà questa ennesima diavoleria di cui l’uomo ne ha firmate sin’ora fin troppe. La storia delle sue continue ed infinite degenerazioni ci sia di monito, ma alla fine ci farà solo osservare, impavidamente, il decorso della fine ultima. 


La zootecnia/agricoltura e il vegetarianesimo


La trasformazione di prodotti vegetali in prodotti animali ha un rendimento medio di circa il 10% causando quindi uno spreco energetico del 90%. L’alimentazione vegetariana, che con la dieta carnea sta in rapporto di 10 : 1, è dunque una pratica che la società moderna deve obbligatoriamente intraprendere. Secondo accurati studi è emerso che circa i quattro quinti della parte coltivata del pianeta è usata per alimentare gli animali e per produrre un chilo di proteine animali occorrono sette chili di quelle vegetali con un dispendio energetico, come abbiamo poc’ànzi visto, del 90%. Inoltre, l’allevamento intensivo del bestiame, determina gravi danni all’ambiente (inquinamento e consumo di enormi quantità di acqua, disboscamento, ecc.) e profondi squilibri. Se invece si coltivassero le terre solo per l’alimentazione diretta dell’uomo, l’attuale superficie agricola basterebbe a sfamare una popolazione molto più consistente dell’attuale fornendo un nutrimento più rapido ed economico (meno animali, meno degrado, più cibo per gli uomini - Battaglia, in Gamba & Martignitti, 1995).
A rafforzare poi l’idea del vegetarianesimo, non è solo la positiva valenza ecologica che tale pratica possiede, ma anche l’assurda struttura che ha assunto la zootecnia nei Paesi industrializzati. Vitelli ingrassati forzatamente costretti a vivere legati ad una cortissima catena e privati di importanti nutritivi (ferro) per favorire la produzione di un certo tipo di carne; suini tenuti a migliaia in pochi centinaia di metri quadrati soggetti a intensissimo stress; migliaia di polli stipati come sardine in gabbie metalliche; oche alimentate forzatamente per favorire lo sviluppo abnorme del proprio fegato; ecc. In questa situazione allucinante, per far fronte ad un precario stato sanitario che inevitabilmente viene a crearsi e per stimolare la “produttività” degli animali, si impiegano massiccie dosi di sostanze chimiche altamente destabilizzanti (antibiotici, ormoni, additivi, ecc.). Negli ultimi anni, nel colmo del paradosso produttivistico, si è arrivato a somministrare mangimi con proteine animali ai bovini, notoriamente “vegetariani” (con il conseguente fenomeno della BSE)! A monte di tutto giace la logica del profitto e del disprezzo degli altri esseri viventi. La scelta vegetariana allora, avrà una duplice veste: ecologica ed etica. Ma se la seconda, cioè quella etica, sarà motivo di scelta solo dei più sensibili al drammatico stato del bestiame allevato, la prima, quella ecologica, dovrà essere un’obbligo della società dell’immediato futuro. Ma poiché i governi mondiali cercheranno di allungare i tempi per una tale decisione, starà al singolo cittadino intraprendere una tale scelta, anche graduale, poiché una sensibile riduzione dell’alimentazione carnea darà certamente i suoi effetti positivi sull’ambiente e sulla stessa salute del consumatore. “Anche le moderne industrie zootecniche e ittiche presentano delle gravi pecche. Tutti sono d’accordo nell’affermare che allevando polli, bestiame e pesci il nostro modo di alimentarci migliora, ma nessuno sospetta minimamente che la produzione di carne potrebbe danneggiare la terra e l’allevamento ittico potrebbe inquinare i mari. In termini di produzione e consumo calorico, qualcuno dovrà lavorare il doppio se vuole nutrirsi di uova e latte, piuttosto che di cereali e ortaggi. Se vuole mangiare della carne, dovrà lavorare sette volte di più. A causa della scarsa resa energetica, l’allevamento moderno non può essere considerato ‘produzione’ in senso letterale. Infatti, l’effettivo rendimento energetico si è ridotto a tal punto, e lavoro e fatica umani sono arrivati a un tale livello, che l’uomo sta perfino considerando la possibilità di incrementare l’efficienza della produzione zootecnica mediante l’allevamento di razze geneticamente migliorate” (Fukuoka, 2001).
L’uomo all’origine era carnivoro solo occasionalmente, dando prevalenza ad una alimentazione sostanzialmente frugivora. L’analisi del suo aspetto fisico ne conferma il fatto: dentatura priva dei grossi canini, mancanza di unghie offensive e un lungo intestino. Il carnivoro, di converso, ha un intestino molto corto (per non assorbire le tossine della carne), grossi ed acuminati canini per lacerare la carne ed unghia per ferire. La struttura dell’intestino umano consente, vista la sua lunghezza, l’assorbimento di tutte le sostanze tossiche della carne, e causa, per chi ne fa un uso eccessivo, l’insorgere di numerose malattie degenerative tra cui il cancro.
Non dimentichiamoci poi, solo per fare un breve cenno, alle gravissime manipolazioni genetiche che si vogliono, o meglio già si stanno già attuando, sia sugli animali che sui prodotti agricoli (i cosiddetti OGM, ovvero organismi geneticamente modificati) con la scusa che daranno il cibo per tutti gli esseri umani (si creeranno per esempio animali con crescite ultra-rapide e di dimensioni superiori) e saranno immuni da particolari parassitosi e così via. Questo senza pensare che un’agricoltura geneticamente manipolata porterà incalcolabili effetti devastanti anche sul mondo selvatico con contaminazioni che non si riescono nemmeno ad immaginare. Una semplice recente dato, per citarne solo uno, riferisce che 60 pesci OGM sono sufficienti a far estinguere un branco di 60 mila “normali” (Mochi C., 2001). Non parliamo ovviamente cosa accadrà alle persone che si alimenteranno di questi prodotti (agricoli o di origine animali) e non è una visione pessimista se si afferma che prima o poi tutti si alimenteranno di questi “nuovi” prodotti”. Situazioni similari del passato, anche di altri settori, ci forniscono fin troppe certezze.
Un solo breve passaggio è poi utile riportare per rendersi ancor più conto delle follie che l’uomo moderno ha partorito. Con l’avvento dell’agricoltura chimica che massivamente ha inquinato insieme all’industria il pianeta terra, i prodotti del suolo sono diventati sempre più dei prodotti per così dire simili a sostanze di “sintesi chimica” sempre meno ricchi di elementi nutritivi ed organolettici e sempre più opulenti di veleni e alterazioni profonde. Poi una delle scene “più comiche” viene dall’improvviso risveglio dell’uomo che, un po’ consapevole della via intrapresa, cerca di correggere il tiro per produrre alimenti agricoli cosiddetti “biologici”. Cioè quello che si è fatto per migliaia di anni in agricoltura e poi spazzato via dalla chimica ora si cerca di farlo ritornare sul piatto. Una semplice seduta psicanalitica farebbe dire al medico che il paziente soffre di una vera e propria mancanza di memoria, di una totale dimenticanza dal sano ragionare. Aveva dimenticato ciò che sapeva fare molto bene e che aveva sperimentato per centinaia di generazioni. Poi, ed ecco lo smemoramento, improvvisamente ha preferito praticare la via dell’avvelenamento, in netto contrasto con ciò che di buono poteva offrire la madre terra. Ma la troppa intossicazione forse ha risvegliato un po’ il paziente ed ha ricominciato a riprendere a piccolissimi passi una parte della via maestra anche perché tra l’altro vuole pure disintossicarsi. Fuori della metafora si può dire che il futuro ci darà qualche risposta in tal senso anche se nel concreto le prospettive non sembrano affatto buone.  
“Nella società odierna, l’uomo è avulso dalla natura e la conoscenza umana è arbitraria. Per fare un esempio, supponiamo che uno scienziato voglia comprendere la natura. Potrebbe iniziare con lo studio di una foglia, ma poi le sue ricerche proseguirebbero inevitabilmente nell’analisi delle molecole, degli atomi e delle particelle subatomiche, perdendo di vista la foglia originaria.
Gli studi sulla fissione e sulla fusione nucleari sono oggi il campo di ricerca più dinamico e all’avanguardia e, con lo sviluppo dell’ingegneria genetica, l’uomo ha acquistato la capacità di modificare la vita a proprio piacimento: autonominatosi sostituto di Dio, egli si è impadronito di una sorta di terribile bacchetta magica.
E cosa potrebbe voler sperimentare l’uomo nel campo dell’agricoltura? Probabilmente intende cominciare con la creazione di curiose piante ottenute mediante la ricombinazione genetica interspecifica. Non dovrebbe essere difficile realizzare gigantesche varietà di riso. Gli alberi verranno incrociati con il bambù e le melanzane cresceranno sulle piante dei cetrioli. Sarà persino possibile far maturare i pomodori sugli alberi. Trapiantando poi geni delle piante leguminose nei pomodori o nel riso, gli scienziati produrranno pomodori contenenti rizobio, batterio che fissa l’azoto presente nell’aria. I pomodori e il riso così ottenuti non avranno più bisogno di fertilizzanti azotati: non c’è dubbio che i contadini prenderebbero al volo una simile occasione. L’ingegneria genetica verrà sicuramente applicata anche agli insetti. Se verranno creati ibridi come mosche-api o farfalle-libellule, non saranno più in grado di distinguere gli insetti benefici da quelli nocivi. Proprio come la formica regina non produce altro che formiche operaie, anche l’uomo cercherà di creare qualsiasi insetto o animale possa tornargli utile. Alla fine le cose potrebbero arrivare al punto di creare ibridi di volpi e procioni da mostrare allo zoo e potremmo vedere addirittura umani-vegetali o umani-macchina creati solo per lavorare. Le creature più ridicole, se realizzate in nome del progresso della medicina, diciamo, riceveranno il consenso e il plauso generale…..” (Fukuoka, 2001).
Questi ultimi esempi dimostrano per l’ennesima volta ciò che è l’uomo: un essere semplicemente spregevole (per usare una terminologia ”diplomatica”) che mostra ancora una volta la sua vera immagine senza la maschera della propria falsa moralità ed etica. Ed egli ci apparirà finalmente così com’è: senza volto!
Riportiamo ancora qualche passo molto acuto di Fukuoka (2001) che ci illuminerà ancor meglio sull’agricoltura “scientifica” contemporanea e sul declino dell’uomo per aver intrapreso una via sbagliata. “Spesso parliamo di ‘produrre cibo’, ma i contadini non producono il cibo della vita. Soltanto la natura ha la capacità di creare qualcosa dal nulla e gli agricoltori possono esclusivamente farle da assistenti. L’agricoltura moderna è solo un’industria di trasformazione che impiega energia derivata dal petrolio sotto forma di fertilizzanti, pesticidi e macchinari per fabbricare prodotti alimentari sintetici che non sono altro che imitazioni scadenti del cibo naturale.
L’agricoltore oggi è diventato un mercenario della società industrializzata. Egli cerca, senza successo, di arricchirsi coltivando con l’ausilio di sostanze chimiche, un’impresa che metterebbe a dura prova anche la Dea della Misericordia dalle Mille Mani. L’agricoltura naturale, autentica e originale forma di coltivazione, rappresenta il metodo ‘senza metodo’ della natura, la strada immutabile di Bodidarma. Sebbene possa sembrare fragile e vulnerabile, è in realtà un metodo molto potente perché porta alla vittoria senza aver combattuto; è un metodo buddhista di coltivazione che si rivela molto fruttuoso senza danneggiare il terreno, le piante e gli insetti……… L’obiettivo dell’agricoltura naturale e la non-azione e il ritorno alla natura. E’ un movimento centripeto e convergente. Al contrario, l’agricoltura scientifica si allontana dalla natura seguendo i capricci e i desideri dell’uomo, con un movimento centrifugo e divergente. Dato che questo movimento di espansione verso l’esterno non può essere fermato, l’agricoltura scientifica è condannata all’estinzione…… L’umanità ha abbandonato la natura e solo di recente ha cominciato a rendersi conto, con crescente inquietudine, della sua pietosa condizione di orfana dell’universo. Eppure, anche quando l’uomo si sforza di tornare alla natura, scopre di non sapere più cosa essa sia e che, per di più, egli ha distrutto e perso per sempre la natura cui tenta invano di tornare…….. Per raggiungere un’umanità e una società fondata sulla ‘non-azione’, l’uomo deve rivedere tutto ciò che ha fatto in passato e liberarsi via via di tutti i falsi concetti di cui sono imbevuti lui e la sua società. Questo è il momento della ‘non-azione’. L’agricoltura naturale può essere considerata un settore di questo movimento. La conoscenza e le fatiche umane si espandono diventando inutili e complesse. Dobbiamo arrestare questa espansione, convertire, semplificare e ridurre i nostri sforzi e la nostra conoscenza per mantenerci in armonia con le leggi della natura. L’agricoltura naturale è più di una semplice innovazione nell’ambito delle tecniche agricole; è l’elemento base pratico di un movimento spirituale, di una rivoluzione tesa a cambiare il modo di vivere umano”. A proposito della distruzione e della deleteria contaminazione degli ambienti a causa dell’impiego dei pesticidi vorremmo concludere il paragrafo con le indimenticabili, ammonitrici e realmente tristi parole di Rachel Carson (1963):“C’era una strana quiete. Gli uccelli, ad esempio, dove erano andati ? ... Fu una primavera senza voci. Il mattino che all’alba vibrava del coro di tordi, uccelli gatto, colombi, ghiadaie, scriccioli e di tutta una serie di altre voci, adesso non riecheggiava di alcun suono; sui campi, sui boschi e sulle paludi aleggiava solo il silenzio”.
      
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- La FAO dopo una specifica ricerca ha pubblicato uno studio in cui sostiene che se tutti fossero vegetariani non ci sarebbe più il grave problema della fame nel mondo!!

- E' scientificamente dimostrato che la dieta vegana (vedi capitolo seguente) riduce l'impatto ambientale di oltre il 50%!

- L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che il superamento dei vegetariani sugli onnivori avverrà nel 2050 in funzione della massa critica!!

- Si ricorda che nel mondo ci sono oltre 800 milioni di vegetariani (il 90% concentrati nei paesi orientali, influenzati dalla scelta anche dalle varie religioni che non consentono l'utilizzo di animali per l'alimentazione). Nei paesi occidentali, Italia compresa, il fenomeno è in forte crescita tanto da interessare molti milioni di persone.

La scelta vegana


"Verrà un giorno in cui uccidere un animale sarà considerato un grave delitto come uccidere un uomo" (Leonardo da Vinci)

1 - Da Wikipedia:

Il veganesimo è compassione, uguaglianza, giustizia.
Il veganesimo è sensibilizzazione ed educazione.
Il veganesimo è la pace. Ma soprattutto il veganesimo è l’unico modo per porre fine ad ogni sfruttamento crudele e schiavitù.
Il veganesimo è liberazione totale.(cit. Manifesto Vegano)

La parola vegan fu coniata nel 1944 da Elsie Shrigley e Donald Watson. Shrigley e Watson che erano vegani o vegetariani puri, erano insoddisfatti dal fatto che molte persone che si definivano vegetariane mangiavano latticini, uova e pesci. Poco dopo, il 1º novembre dello stesso anno, Watson fondò la Vegan Society nel Regno Unito. Dal 1994, il 1 novembre si celebra il World Vegan Day, ovvero la Giornata Mondiale Vegan.

Coniarono la nuova denominazione prendendo le prime e ultime lettere del termine inglese vegetarian, con l'indicazione che il veganismo era "l'inizio e la fine del vegetarianismo". La Vegan Society fornisce la seguente definizione di veganesimo:

« La parola "veganismo" denota una filosofia e un modo di vita che si propone di escludere - nella misura in cui questo è praticamente possibile - tutte le forme di sfruttamento e di crudeltà verso gli animali perpetrate per produrre cibo, indumenti o per qualsiasi altro scopo; e per estensione, promuove lo sviluppo e l'uso di alternative non-animali, per il bene dell'uomo, degli animali e dell'ambiente. Da un punto di vista dietetico indica la pratica di evitare qualsiasi prodotto derivato, in tutto o in parte, dagli animali ».

Le prime notizie del vegetarismo, inteso come tradizione diffusa tra un numero significativamente vasto di persone, si riferiscono all'antica india e alla civiltà della Grecia antica sia nell'Italia del sud che nella stessa Grecia. In entrambi i casi questa pratica era spesso connessa con principi di tipo salutistico e con l'idea di non violenza verso gli animali (chiamata ahisma in India). 

2 - Nota di Aurora Mirabella 

Molte persone pensano che il veganesimo sia solo una dieta, non vedendo la filosofia nascosta dietro di esso.
Sorprendentemente incontro vegani che vanno a pesca (o peggio ancora a caccia), vegani che mangiano e utilizzano miele, vegani che mangiano uova e prodotti derivati dal latte, vegani che “ogni tanto” mangiano carne e pesce, vegani solo per motivi di salute che si concedono di indugiare su prodotti di originale animale.
Tutto questo è molto infelice perché concorre all’etichettatura come vegan di scelte non vegane creando solo confusione e danno al movimento vegan.
Prima di tutto se vogliamo davvero dare delle etichette è bene chiarire che scegliere una dieta a base esclusivamente vegetale per motivi di salute (o etici) ma che include latte e uova si chiama vegetarianesimo; ed in secondo luogo mangiare prodotti di origine animale (carne, pesce) anche se “ogni tanto” non è accettabile per un vegetariano, né tanto meno per un vegano.
Il veganesimo per definizione porta con sé delle motivazioni profondamente etiche e ha “regole” (lasciatemi passare il termine) chiare e precise. Non esiste una cosa come un vegan la cui scelta è solo ed unicamente una scelta legata ad un regime alimentare, ad una dieta e che mangia o utilizza anche se sporadicamente prodotti di origine animale.
Il veganesimo esclude tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso qualsiasi specie che fa parte del regno animale (regno animale che include esseri umani e non umani, quindi animali di terra, aria, acqua, insetti e cosi via).
Il veganesimo è contro la schiavitù, è antispecismo, antirazzismo, sessismo, classismo, cosi come contro qualsiasi altra forma di discriminazione. Non è una tendenza, un qualcosa che va di moda: è una cosa seria ed il suo obiettivo principale è quello di porre fine ad ogni sfruttamento animale, ad ogni forma di schiavitù. Si sceglie consapevolmente di lottare per la liberazione animale totale e per tutti i diritti degli animali/uomini/donne senza voce.
Un vegan non compra e non usa prodotti che contengono ingredienti di origine animale (né tanto meno prodotti testati sugli animali): può capitare che si acquistino inavvertitamente prodotti contenenti ingredienti di origine animale e/o testati sugli animali; succede per puro caso o per ignoranza, nel senso di ignorare con chiarezza le componenti del prodotto (purtroppo la maggior parte dei prodotti confenzionati hanno etichette ed indicazioni poco chiare per cui capita di incappare in acquisti non vegan). Ma una volta scoperto che quel prodotto non è vegan è bene lasciarlo sullo scaffale!
Un vegano non uccide gli insetti: sono animali anche loro.
Un vegano non trasforma gli animali domestici in giocattoli per colmare un egoistico senso di solitudine.
Un vegano non supporta: la sperimentazione sugli animali, acquari, circhi, zoo, rodei, corse di cavalli, corride, combattimento di cani, galli e altri animali, non sostiene la caccia, pesca, il lavoro minorile, e tutto quello che comporta lo sfruttamento di uomini ed animali e crudeltà inutile .
Il fumo non è considerata una pratica vegan friendly perché comporta la sperimentazione sugli animali, lo sfruttamento minorile nelle aziende produttrici di tabacco, il finanziamento di multinazionali dannose per l’ecosistema.
Si noti che ricorre spesso l’uso della parola sfruttamento: questo perché alcune persone pensano che va bene mangiare le uova delle galline salvate dagli allevamenti intensi o allevate nel proprio cortile, perché questo non arrecherebbe danno alcuno alla gallina. Non importa se fa male alla gallina o meno, è comunque sfruttamento, significa comunque nutrirsi di un nostro pari per cui è contro il pensiero vegano.
Molte persone che hanno scelto di seguire una dieta a base di vegetali per semplici ragioni salutiste e si definiscono vegani, in realtà dovrebbero definirsi come dei vegetariani alimentari. La differenza tra il vegetarianesimo ed il veganesimo è che il primo esclude tutti i prodotti di origine animale dalla dieta e dallo stile di vita eccetto latte e uova ; il veganesimo invece si muove nell’ottica di tutela di tutti gli appartenenti al regno animale, vuole evitare lo sfruttamento e la crudeltà verso un proprio pari. In altre parole una persona che segue una dieta a base vegetale non è necessariamente un vegan. Molte sono le persone che dopo essere state vegetariane per anni decidono di diventare vegan ma lo fanno per lo più spinti da motivazioni etiche e non salutiste. Perché ci sono vegetariani che vanno a pesca, che visitano acquari, zoo, circhi, fanno equitazione, usano prodotti di pelle, seta, lana, pelliccie. Acquistano prodotti testati sugli animali o da multinazionali che sottopongono uomini ed animali a forme di sfruttamento e crudeltà inaudite quindi non sempre seguire una dieta vegetale corrisponde al seguire uno stile di vita vegan friendly.
Il termine vegan è stato conianto da Donald Watson nel 1944: “il veganesimo è un modo di vivere che esclude tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso il regno animale e include il rispetto per la vita. Si applica alla vita di tutti i giorni escludendo carne, pesce, uova, miele, latte e derivati e tutti i prodotti che derivano in tutto o in parte dagli animali“.
Gli animali non sono di nostra proprietà e non sono nati per essere da noi mangiati, ne tanto meno sono “cose” da indossare.
Gli animali non sono nostri e non possiamo arrogarci il diritto di sperimentare su di essi, prodotti di solo nostro uso e consumo, abusarne e farne oggetto di intrattenimento.
Si noti che sfruttamento e schiavitù sono cose diverse dalla crudeltà: i primi spesso comportano la crudeltà, ma questa non implica necessariamente lo sfruttamento e la schiavitù. Un esempio: la Natura è crudele (ndr. Ci dissociamo da questa affermazione), ha delle regole severe, esiste la selezione naturale.Gli allevamenti intensivi sono semplicemente sbagliati, non etici e inaccettabili.
I vegani possono evitare ogni tipo di sfruttamento e schiavitù ma non posso evitare ogni forma di crudeltà. Possono ridurre la crudeltà evitando ad esempio di assumere farmaci testati sugli animali, evitare di calpestare gli insetti quando camminano (ovviamente se si schiaccia inavvertitamente un insetto perché non visto questa si chiama Natura che come abbiamo detto prima è spesso crudele - ndr. Ci dissociamo da questa affermazione).
Danneggiare o uccidere qualcuno per legittima difesa è accettabile per un vegano, anche se si dovrebbe cercare una soluzione che non arrechi danno al prossimo. Non esistono vegani perfetti: i vegani sono persone che vogliono porre fine allo sfruttamento inutile e crudele degli animali/uomini, che provoca sofferenza e dolore ad esseri viventi innocenti, che rovina il pianeta ed il futuro delle prossime generazioni. Contrariamente alla credenza popolare i vegani non si considerano migliori degli altri, anzi se chiedete in giro ai vegani loro si definiscono al pari del più piccolo degli insetti, in virtù del fatto che non esiste specismo.
Essere vegani è alla portata di tutti, chi pensa sia impossibile/difficile parla cosi perché non ha ancora provato ad esserlo.
Forse in un primo momento appare difficile, fino a che non si tocca con mano la facilità con cui si contribuisce a contrastare pratiche crudeli inutili. Tutti i vegani rinunciano a prodotti che già in partenza sanno essere totalmente inutili: non hanno bisogno di mangiare/indossare prodotti di origine animale, di usare prodotti di cosmesi (o per la pulizia) di origine animale o testati su animali, di sostenere spettacoli crudeli come circo o dressage per intrattenersi, non hanno bisogno di sfruttare o di abusare degli altri esseri viventi sul pianeta terra per poter vivere felici.
Queste poche righe vogliono solo essere un chiarimento (non una presa di posizione o giudizio) perché penso che ultimamente si è abusato del termine vegan nelle sue accezzioni più incomplete creando solo confusione e danni al movimento vegan.
Il veganesimo è compassione, uguaglianza, giustizia.
Il veganesimo è sensibilizzazione ed educazione.
Il veganesimo è la pace. Ma soprattutto il veganesimo è l’unico modo per porre fine ad ogni sfruttamento crudele e schiavitù.
Il veganesimo è liberazione totale.

GO VEGAN!


Il concetto del consumo


Nei tempi trascorsi le esigenze umane erano molto limitate ed erano concentrate alla semplice sussistenza. Con il progredire degli anni la società è diventata sempre più sofisticata, contraendo una sorta di febbrile crescita non solo della popolazione ma anche dei consumi e dei beni “necessari” al mutato tenore di vita. Incalzati dalla logica del profitto e dal consumismo sfrenato, ecco che, ciò che una volta era bastevole alla sopravvivenza quotidiana e quindi all’intera esistenza, oggi diviene un nulla perché, al contrario, occorre possedere una quantità enorme di “cose”. Poniamo un semplice esempio. Se una volta su un terreno agricolo una famiglia poteva ricavare il necessario per vivere, oggi su quello stesso terreno non è possibile ricavare nemmeno il denaro per pagarsi l’assicurazione dell’auto. Il punto è: il terreno è diventato improduttivo o sono mutate le richieste di chi lo lavorava?
Se prima bastava dieci, oggi occorre diecimila ed allora non ci sarà terreno che renda. Non è possibile discutere la salvaguardia dell’intero pianeta terra se non riduciamo drasticamente i consumi ed eliminiamo le false necessità che ci siamo create. Ma il sistema è altamente perverso in quanto l’arresto del consumo dei beni, assicurato da una frugale condotta di vita, metterebbe in crisi tutto l’ordine sociale contemporaneo poiché diverrebbe superflua la produzione di enormi quantità di prodotti. Molte categorie di persone si troverebbero disoccupate, gli Stati andrebbero sempre più in affanno, e il crollo, dal punto di vista sociale, sarebbe totale. Quindi, se si risparmia, se si vive secondo dettami di semplicità e di essenzialità, cade il sistema sociale capitalistico; se si spreca, se si richiede sempre più il superfluo (spacciato per necessario), se si usa e getta quanto più possibile, allora la società capitalistica e consumistica andrà apparentemente avanti. Ma la parabola non sarà sempre ascendente perché i limiti del saccheggio alla natura imporranno la fine delle risorse e la fine della stessa vita umana. Allora l’autodistruzione prenderà il sopravvento. Dal 1950 ai nostri giorni la popolazione del mondo ha consumato tanti beni e servizi quanti ne hanno consumati tutte le precedenti generazioni (Nebbia & Gente, in Gamba & Martignitti, 1995). Una famiglia del Sud del mondo spende quasi il 100% del proprio reddito per la sopravvivenza di base, mentre, una analoga famiglia americana, ne spende meno del 10%! Il mondo naturale e il genere umano non hanno avvenire!
Ormai lo sviluppo della specie umana non è più sostenibile per l’ambiente ed occorre dire che il limite consentito è stato da tempo superato. Oggi tutto è mercificato finanche l’acqua (un diritto di tutti, ma sempre più in mano a pochi) e non occorrerà molto tempo che sarà venduta anche “l’aria”! La folle corsa del capitalismo/liberismo/globalizzazione sta infrandendosi contro un muro molto più forte della loro sostanza, un muro che si credeva che non si sarebbe mai incontrato. 
“Il successo, l’assillante corsa al potere e alle prosperità materiali possono essere l’amara ricompensa di una sconfitta, mentre la vita in solitudine e in oscurità può offrire doni preziosi e insospettati” (Meli, 1989).


La religione

“L’uomo ha sempre saputo; ha sempre saputo che la vita è fondamentalmente buona, che l’universo, le stelle nel cielo, gli animali, le piante, i minerali, gli elementi della terra non sono malevoli, ma cosmicamente impregnati del proposito ordinatore.
Il proposito è la sacralità inerente, l’ordine dell’universo in se stesso. Finché l’uomo ha rispettato questa sacralità, finché ne ha ordito il modello nel suo cuore attraverso l’umiltà e l’interiore sintonia spirituale, il modello della società umana ha anch’esso riflesso la sacralità e l’ordine di cui tutte le cose sono dotate” (J. Arguelles , in J. Levey, 1988).

A questo punto occorre occuparsi, sia pure con un rapido “excursus”, dell’influenza esercitata dal pensiero religioso nei confronti del rapporto che, nel corso dei millenni, l’uomo ha intrattenuto con l’ambiente, osservando preliminarmente che, ove si escluda il Taoismo e il Buddismo (almeno in parte), e non considerando la filosofia di vita di buona parte degli indiani d’America e di pochi altri popoli “nativi”, carattere comune a quasi tutte le religioni è l’antropocentrismo nel quale l'uomo è il "signore del creato".
Tutto è a disposizione del genere umano e nulla ha valore al di fuori della cerchia antropica. La diffusione delle religioni antropocentriche ha avuto un effetto devastante sulla natura tanto che quest'ultima, soggiogata e asservita alle cieche necessità umane, è stata sempre considerata una fonte inesauribile da dove attingere a piene mani senza limiti e senza rispetto. All'apice dell'uomo sta un "essere superiore" (leggasi Dio) che si preoccupa solamente di lui, lo illumina, lo guida, lo protegge e lo esalta nella vita eterna. Dinanzi ad uno scenario così accentrato quale spazio e significato potrà avere il verde di una foresta, lo sguardo di un lupo, il volo di una uccello o la corsa di un ghepardo? Nessuno, sono solo esseri di contorno che l'uomo religioso vede intorno a lui, ma che considera solo alla stregua dei suoi bisogni e della sue necessità. Questo modo di pensare e di agire, unitamente ad altri fattori storico/filosofici, ha determinato il distruttivo dualismo tra l'uomo da una parte e la natura dall'altra, esterna ed indipendente creata esclusivamente per il "signore del creato". La nascita di questo dualismo è all'origine di tutte le concezioni "violente" dell'uomo verso la natura, distaccato da una realtà che all’inizio lo vedeva integrato. Murray Bookchin scrive (AA.VV., 1987): “Per superare il problema del conflitto tra necessità e libertà, fondamentalmente, tra la natura e la società, dobbiamo fare di più che costruire semplicemente ponti tra l’una e l’altra, come avviene nei sistemi di valori fondati su atteggiamenti puramente utilitaristici nei confronti del mondo naturale. La denuncia dell’abuso che l’uomo fa della natura, compromettendo le condizioni materiali della sua stessa sopravvivenza, è indubbiamente fondata, ma del tutto strumentale. Essa presuppone infatti che il nostro interesse per la natura si basi sull’interesse personale, piuttosto che su una sensibilità verso la comunità vivente di cui siamo parte, seppure in modo assolutamente unico e peculiare. Da tale punto di vista, il nostro rapporto con la natura si riduce alla possibilità di saccheggiare il mondo naturale senza arrecare danno a noi stessi, purché riusciamo a trovare sostituti fattibili o adeguati (per quanto sintetici, semplici o meccanici che siano) delle forme di vita esistenti e dei rapporti ecologici. Il tempo ha dimostrato che proprio questa concezione ha giocato un ruolo preminente nell’attuale crisi ecologica, una crisi che non è soltanto la conseguenza di una distruzione fisica, ma anche di un serio sconvolgimento delle nostre sensibilità etiche e biotiche”. L'uomo, nella maggior parte dei credi religiosi, non si è più curato dell'unità della propria vita con quella dell’”esterno da sé" e, conseguenza della radicale scissione, si è sentito al centro del motore dell'universo e conseguentemente ha governato da despota un potere mai dato ma rubato o meglio inventato. Purtroppo i contenuti spirituali della maggior parte delle religioni non hanno proiettato l'uomo in una dimensione universale della vita, ma lo hanno condotto verso una cieca visione egoistica ed accentratrice. E' questo il "peccato mortale" di molte “fedi”, che, scevre da quella visione unitaria e globale, hanno "imposto" all'uomo il senso del dualismo creando un dissidio inconscio verso ciò che è esterno da lui. 
“Il pensiero occidentale è dominato per secoli dalla filosofia aristotelica, ma a partire dal sedicesimo secolo si assiste a un mutamento radicale che segna il passaggio dall’antica concezione di un universo organico e vivente a quella di un mondo-macchina. Questa rivoluzione avviene in seguito alle scoperte di Cartesio, Galileo e Newton in campo matematico, fisico e astronomico. Cartesio separa la res extensa dalla res cogitans cioè lo spirito dalla materia. L’Uomo è l’unico essere dotato di entrambe: ha un corpo il cui funzionamento è descrivibile in termini meccanici ma possiede anche una mente ragionevole, sede del pensiero. Questo lo rende diverso e superiore a tutto il resto della Natura la quale è costituita esclusivamente da elementi materiali, è una grande macchina governata da precise leggi matematiche che l’Uomo può conoscere e dominare.” (Guarraci, 2004). 
Ma elementi destabilizzanti che rendono l’uomo ostile a se stesso e alla natura tutta si rilevano fortemente nella concezione biblica/cristiana del mondo. In quest’ultima, citando Kaiser (1992) ricordiamo che “si crea un abisso tra il mondo, fonte di pericoli e minacce, e i credenti, e si predica ostilità nei confronti della terra....Nella Genesi dell’Antico Testamento l’uomo, considerato soprattutto sotto un profilo spirituale in quanto simile a Dio, viene chiamato di conseguenza a dominare sul resto della natura.......Così il racconto della Creazione non solo ha gettato le basi del dualismo tra Dio e il mondo, ma anche di quello tra l’uomo e il resto del creato, la natura: vale a dire tra l’uomo e il suo mondo. “ Forse”, come scrive Frank Water, “proprio in questa concezione dualistica, che divide l’uomo dalla natura, sta la radice della tragedia umana dell’Occidente””. Scrisse B. Russel (1959): “La religione si basa, ritengo, prima di tutto e soprattutto sulla paura. E’ in parte il terrore dell’ignoto, e in parte il desiderio di sapere che abbiamo una specie di fratello maggiore accanto a noi in tutti i guai e le dispute. La paura è il fondamento di tutto: paura del misterioso, paura della sconfitta, paura della morte”.
Quanto sarebbe più nobile vivere una spiritualità universale, non disgiunta, nella quale l'uomo, elemento di un’ampio infinito sistema, svolga la propria parte al pari di una pietra, di un fiore, di una montagna o di un lupo. Ciò non esclude nessun pensiero che consideri importante l'uomo per l'uomo senza però giungere a sentire l'universo come elemento di appendice alla sua vita. Se l'uomo occidentale è riuscito a sviluppare una si' ampia e distorta spiritualità ha perso la grande opportunità di elevarsi al di sopra della mediocrità antropocentrica dove l'uomo e soltanto l'uomo inteso sia come specie che come singolo individuo, ha valore. Ma è bene ricordarsi che nella convivenza sociale una spiritualità così accentratrice non potrà che portare a continue scissioni, dissidi, intolleranze e incomprensioni. 
Prendiamo a paragone di esempio il Cristianesimo. Esso, pur esprimendo alle sue origini il culto della mitezza e della non violenza, non ha saputo coerentemente trasferire quei principi al rapporto che l’uomo ha con la natura, in quanto rimase condizionato, come abbiamo visto, dalla radice storico-teologica espressa dal Vecchio Testamento. Si legge infatti nella Bibbia (Genesi 1,26): “Facciamo l’uomo che sia la nostra immagine, conforme la nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere della terra, e anche su tutti i rettili che strisciano sulla terra” e poi fatto l’uomo Dio disse (Genesi 1, 28): “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”. 
Parole che pesano come macigni, parole che portano al trionfo dell’antropocentrismo. “...Dio, conferendo una legittimazione divina alle mire di dominio cosmico dell’uomo, gli comanda di sottomettere a sé la terra” (Kaiser, 1992) . Solo il Buddismo, tra le più grandi concezioni religiose, ha saputo cogliere, almeno in buona parte, come abbiamo prima sottolineato, il carattere unitario uomo-natura anche se ovviamente è sempre l'uomo che recita la parte principale; tra i fondamentali principi del Buddismo ve n’è uno che recita: ”ogni uomo è portato a tenere un costante amore verso un suo fratello e verso gli animali”, oppure un altro: "......Poiché colui che si rende conto appieno dell'intima unione tra la sua vita ed ogni altra forma di vita, troverà che la sua coscienza si espande, e via via che comprende, ama: fino a che il palpito del suo cuore, s'identifica col palpito dell'universo e la sua coscienza coincide con tutto quanto ha vita. L'amore, naturalmente, ha altrettante forme quanti sono gli esseri che lo racchiudono, tuttavia, in definitiva, ciò che è meramente personale deve cedere il passo all'impersonale, ciò che è egoistico deve recedere dinanzi a quanto è altruistico........".
Quando, muovendo da sì sconsolate meditazioni, si ripercorre secolo dopo secolo la vicenda umana, fino ad arrivare, tra scenari di genocidi e di immani rovine, alla storia del XIIº secolo, ci si trova all’improvviso al cospetto della figura di Francesco di Assisi; quale indescrivibile illuminazione, quale vivido raggio di luce va a posarsi allora sulla storia della Chiesa cattolica! Quale vero e proprio atto rivoluzionario è il “Cantico delle Creature”! E quel Canto appare ancora più sublime se al ripetitivo “sii lodato mio Signore” non si fa seguire il “propter” latino che può tradursi “a causa di”, ma si fa invece seguire il “par” francese, che suona “da parte di”, sicché è un coro di mille e mille voci quello che si innalza dalle creature in lode del Signore. “Già nel tredicesimo secolo San Francesco d’Assisi cercò di distogliere il cristianesimo dalla tesi antropocentrista prevalente in favore di una posizione biocentrica più animista e più antica ‘proponendo una democrazia di tutte le creature di Dio’” (Devall & Sessions, 1989).
Scrive C. G. Jung “Nulla riusciva a convincermi che il ‘fatto a immagine di Dio’ dovesse riferirsi solo all’uomo. In realtà credevo che gli alti monti, i fiumi, i laghi, gli alberi, i fiori e gli animali manifestassero l’essenza di Dio assai meglio degli uomini, con i loro ridicoli vestiti, le loro meschinità, la vanità, la menzogna, l’odioso egotismo...”.
Gli indiani Nordamericani, salvo eccezioni, sono il più vivido esempio di una visione unitaria della vita e della pratica spirituale. Vi è un abisso tra il loro modo di pensare e di agire e il nostro in quanto “....il pensiero fondamentalmente globale, olistico degli indiani americani e di altri popoli nativi, si contrappone al pensiero dualistico occidentale” (Kaiser, 1992). Un artista pueblo disse “Solo dopo essermi liberata dal cristianesimo riacquistai la sensazione di essere integra, di aver raggiunto il mio equilibrio, di essere indiana” (Kaiser, 1992). Scrive ancora Kaiser (1992): “Tutti gli sforzi per vincere la crisi attuale della nostra concezione del mondo sono tesi ogni volta a superare il dualismo di impronta occidentale e a ritrovare la strada che porta al mondo globale, perduta più di duemila anni fa.
Un aspetto centrale di questo dramma concettuale è rappresentato dalla questione della sacralità o meno del mondo. Prima che il mondo unitario e globale fosse scisso in due sfere dell’essere, esso era inteso come spirituale e materiale allo stesso tempo, divino e terreno, trascendente ed immanente....... Questo mondo tutto ripieno di spirito divino era considerato intero e quindi sacro. Solo dopo la differenziazione tra sacro e non sacro, e dopo lo scioglimento dello stretto intreccio tra divino e mondano si arrivò gradualmente a concentrare tutta la sacralità nel Dio trascendente e, di conseguenza, alla dedivinizzazione o sconsacrazione del mondo della materia.....
A tutto ciò si contrappone la visione globale del mondo degli abitanti dell’America prima dell’arrivo degli europei: praticamente tutte le popolazioni native americane condividevano la concezione mitica di un mondo in cui le sfere dello spirito e della materia, del sacro e del profano non erano rigorosamente distinte, ma formavano un’unica globalità....”.
Integra il discorso Dalla Casa (1996): “Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto ad una vita libera ed autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti ‘movimenti per la vita’ ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto”. Un classico atteggiamento del genere è evidenziato chiaramente da molti credenti che si preoccupano esclusivamente ed egoisticamente della vita umana! Hosle (1992) annota saggiamente che: “Le Chiese dovranno modificare radicalmente la loro maniera di predicare: al giorno di oggi colui che opera in modo ecologicamente consapevole può affermare di seguire lo spirito dell’etica cristiana con maggior diritto di chi tramanda credenze che possono anche essere degne di rispetto per la loro vetustà, ma che danno uno scarso contributo alla soluzione dei problemi riguardanti l’esistenza del genere umano. E’ palese che in questo contesto andrebbe rivista anche la formazione dei teologi: mi sembra che per un maestro di morale (perché anche questo dovrebbe essere il sacerdote) alcune nozioni fondamentali in materia di ecologia siano più importanti di uno studio dettagliato della scienza liturgica”.
A proposito di tutte le speculazioni umane sul significato e sugli scopi della nostra vita, speculazioni che hanno coinvolto una fila interminabile di filosofi, teologi e quanti altri, Watts (1978) ci ricorda magistralmente: “Forse cominciamo a comprendere perché quasi tutti gli uomini hanno la tendenza a cercare conforto tra gli alberi e le piante, i monti e le acque.......forse la ragione di questo amore per la natura non umana è che la comunione con il mondo naturale ci riporta a un livello della natura umana nel quale siamo ancora sani, liberi dalle sciocchezze e dalle ansiose domande sul significato e lo scopo della nostra vita. Infatti quella che chiamiamo ‘natura’, è un mondo libero da un certo tipo di presunzione e di scaltrezza. Gli uccelli e le bestie si impegnano a cercare il cibo e a generare con la massima devozione, ma non cercano giustificazioni, non pretendono che le loro azioni siano al servizio di fini superiori o che contribuiscano in modo rilevante al progresso del mondo”.
John Muir con la sua infinita acutezza di pensiero scrisse (in Devall e Sessions 1989): “Supponete che un cacciatore cristiano vada dal Signore dei boschi e uccida le sue bestie migliori o gli indiani selvaggi e non ci sarà niente da ridire. Ma immaginate che una di queste vittime predestinate, un po’ più intraprendente delle altre, vada nelle case e nei campi e uccida il più insignificante appartenente a questi assassini su due zampe fatti a immagine di Dio e questo sarà assolutamente poco ortodosso e, se l’assassino è un indiano, un atroce delitto. Beh, provo scarsissima simpatia per l’egoistica proprietà dell’uomo civilizzato, e se scoppiasse una guerra fra gli animali selvaggi e il Signore Uomo, sarei tentato di simpatizzare per gli orsi...
Ci è stato detto che il mondo è stato creato per l’uomo. E’ una supposizione completamente smentita dai fatti. Sono in molti a stupirsi quando nell’universo di Dio trovano qualcosa, vivo o morto, che non è commestibile o non è, come si dice, utile per l’uomo. Non contenti di prendere tutto dalla natura, pretendono anche lo spazio divino come fossero le uniche creature per le quali è stato progettato questo insondabile impero...
E’ molto più probabile che la natura abbia creato gli animali e le piante per la loro stessa felicità piuttosto che per la felicità di uno solo dei suoi elementi. Perché l’uomo dovrebbe reputarsi più importante di una entità infinitamente piccola che compone la grande unità della creazione?.....”.
Per completare la breve dissertazione non vi è passo più appropriato di quello di Gregory Bateson (1976): “Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze, dagli altri animali e dalle piante.
Se questa è l’opinione che avete del vostro rapporto con la natura e ‘se possedete una tecnica progredita’, la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento delle risorse”. 

“Non credete a ciò che avete udito; non credete alle tradizioni solo perché sono state tramandate per generazioni; non credete in qualcosa perché ne è corsa voce o molti ne hanno parlato; non credete semplicemente perché vi viene citata un’affermazione scritta di un qualche antico saggio; non credete nelle congetture; non credete in ciò che considerate vero perchè vi ci siete attaccati per abitudine. Non credete semplicemente all’autorità dei vostri maestri e degli anziani.
Dopo osservazioni e analisi, quando la verità che avete trovato da voi stessi si accorda con la ragione e contribuisce al bene e al miglioramento di ognuno, allora accettatela, praticatela e vivete secondo essa” (Il Buddha - in J. Levey, 1988).
“Credo nel Dio di Spinoza, che si manifesta nell’armonia di tutte le cose, non in un Dio che si interessa del destino e delle azioni degli uomini” (A. Einstein).
“Nel mondo indiano non esiste la concezione secondo cui l’essere sarebbe distribuito lungo una scala verticale, con la terra e gli alberi collocati sui gradini più bassi, gli animali un po’ più in alto e l’uomo, soprattutto quello civilizzato, in cima. Tutte le cose sono considerate piuttosto come sorelle o parenti; tutte sono figlie del Grande Mistero e della Madre Terra, e membri necessari di una globalità ordinata, equilibrata e vitale” (Paula Gunn Allen, in Kaiser, 1992).


L’uomo contemporaneo
nella società contemporanea


“Libertà significa essere in grado di controllare tutti gli aspetti relativi alla propria vita-morte..... Libertà significa avere il potere; non il potere di controllare altre persone ma il potere di controllare le circostanze della propria vita” (Kaczynskj, 1997). La borghesia, uscita trionfante dalla rivoluzione del 1789, s’innalzò sulle rovine fumanti del feudalesimo per porre mano alla costruzione di una nuova società. Compito arduo e immane! Ma essa fu all’altezza del compito che la storia umana le assegnava e, appropriatasi delle conquiste scientifiche che spaziavano dal campo della matematica a quelli della fisica, della chimica e della biologia, sembrò dominare gli elementi per piegarli alla propria volontà. Fu una grande rivoluzione che non incise soltanto sulle cose, ma fu anche un sconvolgimento che lacerò e distrusse un tessuto sociale ancor prima che se sorgesse un altro. Tutto fu posto a servizio di inesorabili leggi economiche che ignoravano l’uomo e la sua centralità (rispetto a se stesso, si intende), sì che l’umanesimo apparve come un’era felice non più ripetibile. Questo fu il prezzo che l’uomo sociale dovette pagare allo spietato avanzare della rivoluzione industriale. Poco diversa è la condizione umana nella società odierna. Poco diversa, e non meno travagliata da una dialettica storicistica che ripropone ogni giorno la dissacrazione delle mete appena conseguite. Tuttavia ogni cittadino ha acquisito la consapevolezza del proprio destino, ha analizzato le forze che esercitano spinte contrastanti nel tessuto sociale, ed è divenuto - entro certi limiti - protagonista della storia (almeno nelle forme apparenti). I nuovi mezzi di informazione e di comunicazione riescono ormai a raggiungere finanche la coscienza di un qualsiasi povero ‘Ntoni che, attraverso i multiformi aspetti della vita associata, è in grado di udire la propria voce e le proprie speranze (ma non le proprie certezze). La democrazia apparente, creatura degli “immortali” principi del1789, è penetrata in ogni aspetto formale della società moderna che, tuttavia travagliata da contraddizioni interne e dalle logiche di potere, è alla perenne ricerca di nuovi traguardi e di nuovi perfezionamenti di conquiste. Gli odierni sistemi di produzione, frutto delle nuove tecnologie, hanno legato l’uomo alla falsa necessità di beni inutili e alla catena di montaggio, dalla quale si è generata un’alienazione diversa ma più drammatica di quella delle epoche passate (oggi quasi tutte le attività lavorative “inventate” dagli uomini possono essere assoggettate a vere e proprie “catene di montaggio”). Ma occorre ricordare che gli aspetti traumatici della “civiltà” umana contemporanea colpiscono anche, e direi soprattutto, gli equilibri ecologici della terra ponendo in serio pericolo le prospettive future della biosfera. E’ impossibile sottrarsi all’alienazione della disperazione sociale ed ecologica, perché la coscienza dell’uomo moderno è ormai intrisa di una fede apocalittica: la certezza che non può più sorgere una nuova stagione, in cui l’uomo riconnesso nella natura torni ad essere protagonista di una storia sublime quanto affascinante. Capra citando la filosofia di vita buddhista scrive (1997): “A causa dell’ignoranza noi dividiamo il mondo delle percezioni in oggetti separati che consideriamo transitori e continuamente mutevoli. Cercando di rimanere aggrappati alle nostre categorie rigide invece di cogliere la fluidità della vita, siamo destinati a sperimentare una frustrazione dopo l’altra”.


Guerra e ambiente


Questo argomento (guerra e ambiente) potrebbe avere un exscursus storico e un decorso descrittivo praticamente infinito, perché la tematica si connatura radicalmente nei rapporti o meglio negli attriti che l’uomo ha sempre innescato con i propri simili (o almeno da qualche migliaio di anni). Ma, in questa sede, non possiamo sviluppare anche una semplice casistica che riassuma i continui eventi che si sono protratti nel corso dei millenni senza soluzione di continuità, altrimenti ci vorrebbero decine di volumi al riguardo pur mantenendo un rigoroso schema di sintesi. Ci limiteremo a sottolineare ciò che le guerre portano al mondo naturale e che tutti si sono ben guardati dall’evidenziare sia per malafede e sia perché non ne vedono affatto il problema. E anche qui, come sempre, il mondo naturale può solo subire passivamente gli eventi. Questo non significa, si badi bene, che si vuole ignorare e tacere sugli immani genocidi che i popoli e le singole persone hanno vissuto e pagato sulla propria pelle, ma, per affrontare i risvolti ambientali di una tale spinosa tematica, è stato doveroso impostare un taglio diverso. Le miserie, le apocalittiche sofferenze, le più atroci privazioni, i fiumi di sangue sparsi rimarranno per sempre incisi su quella parte abominevole (che rappresenta la maggioranza) della storia dell’umanità.
Ogni conflitto ha un costo ambientale inquantificabile, con distruzioni a volte integrali di interi territori, di immense foreste, di specie animali, di paesaggi che a volte cangiano addirittura radicalmente i loro connotati. E si badi bene, se durante un conflitto si vuole minimamente sottolineare questa immane catastrofe, subito si levano voci che “scomunicano” la riflessione perché ci si è permesso di non parlare dei morti e delle distruzioni che l’uomo subisce e determina; ma su questo punto si spera di esserci già chiariti all’inizio del paragrafo.
Ora, nell’ambito bellico occorre fare una duplice distinzione: l’impatto sull’ambiente in tempo di pace per le preventive preparazioni militari e l’impatto sull’ambiente in tempo di guerra (sia a carattere locale che su larga scala). Nel primo caso gli effetti sugli ecosistemi sono più impattanti di quando si pensi perché l’industria bellica si mobilita su un ampio fronte di azione per mettere a “punto” i suoi sistemi, per sviluppare armi sempre più sofisticate ed “intelligenti”, per mettere in azione continue prove pratiche, per produrre armi sempre più devastanti, per impiegare ingenti somme finanziarie “necessarie” alle ulteriori ricerche onde poter verificare gli effetti delle svariate armi offensive. Si ricordano gli esperimenti delle armi nucleari, i laboratori per la produzione di sostanze batteriologiche, gli addestramenti degli eserciti, ecc. La lista non potrebbe terminare mai. Il tutto pagato dall’ambiente con un pesante utilizzo energetico, di materie prime, di territorio e di altri elementi strettamente connessi.
Quando poi si passa alla parte operativa allora tutta la macchina bellica sviluppa sul campo la sua forza distruttrice sia essa grandiosa, come accade nei grandi conflitti, sia meno appariscente per le guerre più localistiche ma sempre fortemente deleteria per l’ambiente. E poi, molte strutture umane comunemente utilizzate in tempo di pace (p.e. dighe, centrali elettriche, pozzi petroliferi, ecc.), diventano bersaglio e potenziali detonatori di una reazione distruttiva a catena. A volte le azioni belliche toccano luoghi della terra che agli occhi dei più paiono del tutto insignificanti come deserti, immensi valloni montani pietrosi, distese di pianura “desolate”, ecc., ma anche lì il danno ambientale è devastante perché in quelle condizioni estreme vive ben organizzata ed adattata tutta una serie di forme viventi, animali e vegetali, che subiscono di conseguenza le azioni rovinose dell’uomo. Non viene risparmiato proprio nulla e, soprattutto quando ci si muove in luoghi dove per esempio sono presenti specie animali sull’orlo dell’estinzione, anche conflitti locali di natura etnica o religiosa possono determinare una vera e propria catastrofe. Si veda per tutti il crollo forse decisivo della popolazione dei gorilla di montagna - già insidiati dall’alterazione dell’habitat e dal bracconaggio - dopo le sanguinose guerre tra i popoli di quei luoghi. E che dire quando vengono impiegate armi biologiche o addirittura nucleari che portano sul campo distruzione ed alterazione per decenni se non per centinaia di anni? (si ricordano per esempio le deflagrazioni atomiche della seconda guerra mondiale sul Giappone o i numerosi test nucleari durante la guerra fredda); oppure le deleterie azioni nella guerra del Vietnam quando furono defogliati con il napalm migliaia di ettari di foreste per “stanare” sotto di esse il nemico. O ancora i devastanti incendi appiccati volontariamente alle grandi distese boschive o come conseguenza di bombardamenti o attentati. E che dire delle milioni di mine anti-uomo sparse nel terreno che oltre a mutilare od uccidere nel tempo un numero incalcolabile di esseri umani causano lo stesso effetto per il restante mondo animale? Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma l’elencazione, sia pure estremamente allarmante, pare non sortire nessun effetto limitativo sulle coscienze di tutti gli uomini della terra perché rimangono sempre troppo facilmente belligeranti. Occorre però porre in evidenza il un fatto che ad ogni evento di guerra è facile constatare di persona. Provate a notare, anche con estrema attenzione, se tutte le riviste, i quotidiani, i giornalisti inviati sul campo o gli scrittori che successivamente analizzano con sagacia e “intellettualità” le cause di una guerra, spendono mai anche una piccola riflessione su ciò che il mondo naturale sta subendo in quei terribili momenti. Si può ovviamente accettare che al primo posto sia evidenziata la situazione degli eserciti o della popolazione inerme, d’altronde è l’uomo che fa la guerra e ci tiene a parlare di se stesso, è anche giustificabile, ma sull’ambiente nemmeno in seconda e finanche ultima battuta è spesa una singola parola o un solo rigo di un articolo. Sicuramente ci saranno le dovute eccezioni o la faccenda sarà affrontata da ecologi esperti del settore, ma in un quadro generale il silenzio è totale perché, come si diceva in precedenza, l’argomento non è per nulla visto. Quando si parla di distruzione è sempre argomentata da un punto di vista strettamente umano, con i conseguenti svantaggi e nulla più. Anche su un argomento così delicato, atroce, devastante, il pensiero umano si è voluto imbrattare per l’ennesima volta di due macchie di sangue (anche se in fondo è la medesima cosa): il sangue degli uomini e il sangue della natura. Ma nel corso dei secoli i libri di storia parleranno solamente del sangue umano (e probabilmente nemmeno in forma corretta e giusta). Della natura non ci sarà alcuna traccia anche perché sin dall’inizio non erano mai stati solcati i pur minimi elementi dell’argomento. E qui, come abbiamo premesso, non entriamo nel merito sulla diffusa malafede del senso di giustizia e di verità quando scoppia una guerra, locale o globale che sia. 
Valga in tale circostanza l’arguta riflessione fatta da Byron: “Ecco la morale di tutte le storie umane; non è che la stessa prova del passato; prima la Libertà e la Gloria - quando ciò viene a mancare Ricchezza, Vizio, Corruzione - Barbarie infine - e la Storia con tutti i suoi volumi non ha che un’unica pagina”.
Ecco, ora, per concludere un brano tratto da un’opera importante di Kropotkin, “Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione” (da AA. VV. 1994 pag. 27): “Fortunatamente, la competizione non è una regola, né nel mondo animale, né in quello umano.
Fra gli animali, è limitata a periodi eccezionali e la selezione naturale, per attuarsi, trova migliori strategie d’azione.
Le condizioni migliori per l’evoluzione sono create dall’eliminazione della competizione, tramite l’aiuto ed il sostegno reciproci.
Nella grande lotta per la vita - per la maggiore pienezza e la maggiore intensità di vita possibili, con il minore spreco di energia - la selezione naturale cerca costantemente i modi per evitare al massimo la competizione.
Le formiche si organizzano in nidi e in nazioni; producono il proprio cibo, allevano il proprio “bestiame” - ciò evita la competizione e le sue conseguenze dannose.
La selezione naturale premia, fra le formiche, quelle varietà che meglio sanno collaborare.
La maggior parte dei nostri uccelli si sposta lentamente verso sud e ritorna poi in inverno.
Questi uccelli viaggiano in grandi stormi e questo contribuisce ad evitare la competizione.
Molti roditori cadono addormentati nel periodo in cui potrebbe essere necessario competere per la sopravvivenza; mentre altri immagazzinano il cibo per l’inverno e lo fanno riuniti in grandi comunità, per avere la necessaria protezione durante il lavoro.
Le renne, quando nelle zone interne i licheni seccano, migrano verso il mare.
I bufali attraversano un immenso continente per avere cibo a sufficienza. E quando i castori divengono troppo numerosi nello stesso fiume, si dividono in due gruppi e vanno, i più anziani, verso la foce e i più giovani verso la fonte. Questo evita la competizione.
Quando gli animali non possono cadere in letargo, nè migrare, nè immagazzinare, nè crescere essi stessi il proprio cibo, come le formiche, allora fanno come la cincia....: ricorrono a un nuovo cibo! E anche questo evita di competere.
‘Non competere! La competizione è sempre negativa per la specie e ci sono molti modi per evitarla!’, questa è la tendenza indicata dalla natura, non sempre pienamente realizzata, ma comunque sempre presente.
Questo è il messaggio che ci viene dalla foresta, dalla macchia, dal fiume e dall’oceano.
Perciò, unitevi e praticate l’aiuto reciproco! Questo è il modo migliore per dare a tutti e a ciascuno la più grande soddisfazione, la migliore garanzia di esistenza e di progresso, materiale, intellettuale e morale”.

“Le istituzioni di reciproco aiuto hanno qualcosa in più del loro valore funzionale. Sono una misura e un indicatore della salute di ogni società” (C. Ward).


Un piccolo omaggio ad un grande rivoluzionario e pensatore russo: 
Pëtr Kropotkin (1842-1921)


“....Essi mi insegnarono anche come pochi siano i reali bisogni dell’uomo, non appena egli sia uscito dal cerchio magico della civiltà convenzionale. Con qualche pagnotta e pochi grammi di tè in un sacchetto di cuoio, un pentolino, e un’accetta attaccata alla sella e, dietro la sella, una coperta da stendere al bivacco, sopra un letto di frasche tagliate di fresco, un uomo può sentirsi perfettamente indipendente anche in mezzo a montagne sconosciute, rivestite di fitte foreste o coperte di neve....”. (P. A. Kropotkin).
“Libertà è parola molto di moda. Non è da ora, ovviamente, ma da qualche tempo particolarmente - e per lo più abusivamente - di moda. Forse perché si presta a mille interpretazioni, anche le più deboli, anzi debolissime. Ma c’è anche una concezione forte, anzi fortissima della libertà. Un’idea ‘esagerata’. L’idea esagerata di libertà è, secondo Popper, l’anarchismo. Ma è una esagerazione della libertà o la sua espressione più compiuta e coerente? L’una cosa e l’altra, forse..... Così come merita un pensiero antidogmatico per eccellenza, perché nato sulla negazione del principio di autorità......
.... Parole di un ribelle, La conquista del pane, Campi fabbriche ed officine, Il mutuo appoggio, Memorie di un rivoluzionario, La grande rivoluzione, La scienza moderna e l’anarchia, L’etica...... Pur diversificate, queste opere (di Kropotkin - nota di chi scrive) rappresentano il tentativo unitario di dimostrare l’unilateralità dell’ipotesi darwiniana e, per contro, la naturale socialità dell’uomo quale fattore insostituibile della sua evoluzione sociale e civile. Viene così messa in luce l’effettiva possibilità di accordare il mondo della natura e quello della cultura, al fine di individuare quali forme di convivenza umana maggiormente in sintonia con le modalità del mondo naturale. Kropotkin deve essere considerato uno dei maggiori precursori del pensiero ecologico contemporaneo” (G. N. Berti, 1998).
Peter Kropotkin, come accenna Berti, è una figura anarchica che travalica il senso della settorialità per compenetrarsi unitariamente tra la natura e la socialità vera e pura dell’uomo. Nei suoi scritti appare costantemente questo desiderio di riconciliare la cultura umana con gli elementi della natura, ponendo alla base una stretta e nel contempo ampia visione anticipatamente biocentrica dei valori umani. Questo anche grazie al suo benevole e forte carattere: “Quello che è ancor vago nel ragazzo si precisa nell’uomo” (Pëtr Kropotkin). Ecco alcuni cenni della analisi di Berti (1998), integrata da alcuni scritti diretti dell’anarchico russo che ribadisce sempre questa sua sincera, nobile e comprensiva totalità dell’essere.
“Sotto questa spinta condizionante, l’anarchico russo concepisce una grande risposta di grande respiro teorico: dimostrare che l’anarchismo è in perfetta sintonia con la crescita e il fine della scienza. E, ancor più, dimostrare che le verità di questa scienza vanno in direzione opposta alla cultura del conflitto e del dominio, testimoniando invece una reale, oggettiva tendenza della vita animale ed umana verso la cooperazione e la solidarietà universali..... Evoluzionismo e positivismo, determinismo scientifico e creatività delle masse popolari sono le armi teoriche usate da Kropotkin per dimostrare il perfetto incontro tra anarchismo e scienza, tra rivoluzione sociale e disincanto intellettuale, tra verità morali e verità naturali.... Insomma, è il tentativo di giustisficare la libertà e l’uguaglianza attraverso spiegazioni di tipo naturalistico. L’accostamento appare antinomico e problematico perché mentre la giustificazione attiene al campo dell’etica, la spiegazione si risolve in quello della scienza. Ecco perché il teorema di Kropotkin: dare la giustificazione dell’etica attraverso la spiegazione della natura. Ma come risolvere la natura nella cultura, la scienza nei valori? Come formulare cioè una spiegazione che stia a fondamento della giustificazione quale espressione logica dell’equazione etica uguale autenticità naturale?
La risposta Kropotkiana si può riassumere in questa progressiva articolazione: la scienza evidenzia come necessità logica interna della natura, la cui valenza più matura però si dà a sua volta come spontaneità; ovvero, la spiegazione della necessità naturale si traduce nella giustificazione della sua spontaneità. A sua volta l’immediata valenza della spontaneità non può che essere colta sotto il significato della libertà. Natura, spontaneità, libertà: questi i termini della sequenza progressiva insiti nella risposta dell’anarchico russo”.
Kropotkin scrive (1913): “l’anarchia è una concezione dell’universo, basata sulla interpretazione meccanica dei fenomeni, che abbraccia tutta la natura, non esclusa la vita della società. Il suo metodo è quello delle scienze naturali; e, secondo questo metodo, ogni conclusione scientifica deve essere verificata. La sua tendenza è di fondere una filosofia sintetica, che si estenda a tutti i fatti della natura, compresa la vita delle società umane e i loro problemi economici, politici e morali”. Continua Berti (1998): “Addirittura l’anarchia si delinea come strumento generale di comprensione scientifica in grado di ‘elaborare la filosofia sintetica, ossia la comprensione dell’universo nel suo insieme”. Integra indirettamente Kropotkin (1913): “..poiché l’uomo è una parte della natura, poiché la sua vita personale e sociale è pure un fenomeno della natura - alla stregua della crescita di un fiore, o della vita nelle società delle formiche e delle api - non vi è nessuna ragione perché, passando dal fiore all’uomo, da un villaggio di castori ad una città umana, noi dobbiamo abbandonare il metodo che ci aveva servito così bene fino allora, per cercarne un altro nell’arsenale della metafisica”.
Ecco ora per concludere un brano tratto da un’opera importante di Kropotkin, “Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione” (da AA. VV. 1994 pag. 27): “Fortunatamente, la competizione non è una regola, nè nel mondo animale, nè in quello umano.
Fra gli animali, è limitata a periodi eccezionali e la selezione naturale, per attuarsi, trova migliori strategie d’azione.
Le condizioni migliori per l’evoluzione sono create dall’eliminazione della competizione, tramite l’aiuto ed il sostegno reciproci.
Nella grande lotta per la vita - per la maggiore pienezza e la maggiore intensità di vita possibili, con il minore spreco di energia - la selezione naturale cerca costantemente i modi per evitare al massimo la competizione.
Le formiche si organizzano in nidi e in nazioni; producono il proprio cibo, allevano il proprio “bestiame” - ciò evita la competizione e le sue conseguenze dannose.
La selezione naturale premia, fra le formiche, quelle varietà che meglio sanno collaborare.
La maggior parte dei nostri uccelli si sposta lentamente verso sud e ritorna poi in inverno.
Questi uccelli viaggiano in grandi stormi e questo contribuisce ad evitare la competizione.
Molti roditori cadono addormentati nel periodo in cui potrebbe essere necessario competere per la sopravvivenza; mentre altri immagazzinano il cibo per l’inverno e lo fanno riuniti in grandi comunità, per avere la necessaria protezione durante il lavoro.
Le renne, quando nelle zone interne i licheni seccano, migrano verso il mare.
I bufali attraversano un immenso continente per avere cibo a sufficienza. E quando i castori divengono troppo numerosi nello stesso fiume, si dividono in due gruppi e vanno, i più anziani, verso la foce e i più giovani verso la fonte. Questo evita la competizione.
Quando gli animali non possono cadere in letargo, nè migrare, nè immagazzinare, nè crescere essi stessi il proprio cibo, come le formiche, allora fanno come la cincia....: ricorrono a un nuovo cibo! E anche questo evita di competere.
‘Non competere! La competizione è sempre negativa per la specie e ci sono molti modi per evitarla!’, questa è la tendenza indicata dalla natura, non sempre pienamente realizzata, ma comunque sempre presente.
Questo è il messaggio che ci viene dalla foresta, dalla macchia, dal fiume e dall’oceano.
Perciò, unitevi e praticate l’aiuto reciproco! Questo è il modo migliore per dare a tutti e a ciascuno la più grande soddisfazione, la migliore garanzia di esistenza e di progresso, materiale, intellettuale e morale”.

“Le istituzioni di reciproco aiuto hanno qualcosa in più del loro valore funzionale. Sono una misura e un indicatore della salute di ogni società” (C. Ward).


Messaggio delle sei nazioni Irochesi
confederate al mondo occidentale. 
“Spiritualismo: la più alta forma di coscienza politica”*



“L’Houdenosaunee - Confederazione delle Sei Nazioni Irochesi - esiste su questa terra da tempo immemorabile.
La nostra è una fra le culture più antiche ancora viventi nel mondo intero.
All’inizio, ci venne insegnato a prenderci cura l’uno dell’altro e a mostrare rispetto per tutti gli Esseri della Terra.
Ci venne mostrato che la nostra vita può esistere solo grazie alla vita degli alberi, che il nostro benessere dipende dal benessere del mondo vegetale e che siamo strettamente legati agli esseri a quattro zampe.
Per questo, nella nostra cultura, la coscienza spirituale è la più alta forma di politica. (...)
Gli insegnamenti originali dicono che chi cammina sulla terra deve esprimere grande affetto, rispetto e gratitudine verso tutti gli spiriti che creano e sostengono la vita.
Dobbiamo gratitudine e ringraziamento a chi ci aiuta: al grano, ai fagioli, alle zucche, al vento e al sole...
Quando l’uomo cessa di rispettare e di essere grato a tutto ciò, allora la vita è distrutta, la vita umana si avvia verso la fine. (...)
Il nostro messaggio al mondo è essenzialmente un’esortazione al risveglio della coscienza.
La distruzione delle culture e dei popoli nativi è parte di un processo, che contemporaneamente attacca la vita animale e quella delle piante, la vita del pianeta tutto.
Questo processo consiste nell’affermazione di un sistema sociale e delle sue tecnologie: è, precisamente, la civilizzazione occidentale. (...)
L’attacco alla cultura irochese, col sistema delle riserve, è solo un piccolo aspetto dell’azione colonialista e imperialista, che si esercita sul mondo intero.
A partire dal tempo di Marco Polo, l’Occidente ha messo a punto un sistema di mistificazione nei confronti di tutti i popoli della Terra.
La maggior parte di questi non trova le sue radici nella cultura e nella tradizione occidentale.
Le trova nel mondo naturale, e sono proprio le tradizioni legate al mondo naturale che devono prevalere perchè si sviluppino società veramente libere ed egualitarie.
E’ necessario, a questo punto, cominciare un lavoro di analisi critica dei processi storici occidentali, per svelare la natura profonda delle condizioni di sfruttamento ed oppressione cui l’umanità è sottoposta.
Nello stesso momento in cui cominciamo a conoscerla, dobbiamo reinterpretare la storia dei popoli del mondo.
D’altra parte, è un fatto che la gente più oppressa e sfruttata è proprio la gente dell’Occidente.
E’ stata caricata del peso di secoli di razzismo, di ignoranza, fino a diventare insensibile alla vera natura della propria vita. Dobbiamo, con la massima coscienziosità e continuità sfidare ogni modello, ogni programma, ogni processo, che l’Occidente cerchi di imporci.
Paulo Friere scrisse, in Pedagogia dell’oppresso, che nella natura dell’oppresso c’è l’imitazione dell’oppressore e che, attraverso tale atteggiamento, esso cerca di riscattarsi psicologicamente dalle condizioni in cui si trova.
Dobbiamo imparare a resistere a questo tipo di trappola. La gente che vive su questo pianeta ha bisogno di rompere con l’angusto concetto di liberazione umana, e deve cominciare a vedere la liberazione come qualcosa da estendere all’intero mondo naturale.
E’ necessaria una liberazione di tutto quel che sostiene la vita: il sacro intreccio della vita.
Noi sentiamo che i Popoli Nativi dell’emisfero Ovest possono continuare a contribuire alla possibilità di sopravvivenza della specie umana.
La maggior parte della nostra gente vive in accordo con la tradizione, tradizione che trova le proprie radici nella Madre Terra.
Ma i popoli nativi hanno bisogno di un forum, dal quale far udire la propria voce.
Abbiamo bisogno dell’alleanza con gli altri popoli del mondo, nella lotta per la riconquista ed il mantenimento delle nostre terre ancestrali e per la possibilità di vivere come vogliamo.
Sappiamo che non è facile.
La protezione e la liberazione dei popoli e delle culture legati al mondo naturale sono, nella nostra concezione, elementi che devono entrare a far parte della strategia politica di chi si batte per restituire dignità all’uomo; questo, ovviamente, dà fastidio a molti stati nazionali. (...)
I Popoli Nativi Tradizionali sono la chiave per rovesciare il processo di civilizzazione occidentale, che minaccia un futuro di inimmaginabili sofferenze e distruzioni.
Lo Spiritualismo è la più alta forma di coscienza politica.
Noi, i Popoli Nativi dell’emisfero Occidentale, siamo, fra quelli sopravvissuti, in possesso di questo tipo di coscienza.
Siamo qui per comunicarvi il messaggio”.

* (tratto da: AA.VV., 1994 pagg. 26-27 per contribuire alla diffusione della voce dei popoli nativi).

La filosofia cinica


Il cinismo fu un movimento filosofico che ebbe la propria origine in Atene, avviato da Antistene nel IV sec. a. C. e protrattosi sino al IV sec. dopo Cristo. L'etimologia del nome cinico deriva da "cane", epiteto dato al più famoso rappresentante della corrente, Diogene di Sinope, e da lui accettato, come simbolo dello stile della propria vita.
In questa sede vogliamo brevemente ricordare il pensiero cinico, fortemente distorto nel suo significato originale, per affermare una saggia visione della vita estremamente attuale in antitesi al consumistico e superficiale pensiero contemporaneo.
"La natura, secondo i Cinici, ha creato le condizioni più adatte per la vita e il benessere di tutti i viventi; alterare artificialmente quelle condizioni significa introdurre un perturbamento nel piano della natura e indebolire l'uomo, rendendone più penosa l'esistenza: di qui la condanna della civiltà con tutte le sue conquiste (famiglia, stato, leggi, progresso scientifico, arti, ecc.) e l'aspirazione a un ideale di esistenza senza bisogni, di vita secondo natura, simile a quella degli animali e dei popoli primitivi. Così i Cinici ostentavano un'assoluta indifferenza (adiaforia), non solo per i beni, ma anche per i mali più temuti e aborriti, indifferenza che per loro era frutto della liberazione da tutto ciò che essi chiamavano falsa opinione, fumo o illusione. Tale liberazione interiore era possibile attraverso l'esercizio della virtù, da essi intesa come autosufficienza dello spirito (autarchia), e la vittoria sulle passioni.............Ma se il cinico proclama la propria indifferenza di fronte ai valori correnti, positivi e negativi, indifferenti non gli sono però le condizioni esteriori di vita, in quanto possono favorire od ostacolare quell'affrancamento totale in cui consiste la felicità (eudemonia), da lui inteso come concetto negativo: poiché alla liberazione interiore giunge più facilmente il mendìco che non il re. Così il cinico opera una vera e propria inversione dei valori, disprezzando ciò che è da tutti ambìto e desiderando ciò che tutti aborriscono; è così che lo vediamo errare coperto di un ruvido mantello, unico indumento per tutte le stagioni, barba e capelli incolti, incurante del disprezzo e degli oltraggi di chi è colpito dalle parole amare, ora argute, ora volgari, con cui egli bolla le debolezze e le iniquità umane, ................ I Cinici esaltavano la libertà personale, proclamavano l'uguaglianza di tutti gli uomini e volevano veder abolite tutte le differenze di ceto e di nazionalità, i privilegi del sesso e della nascita..............."  (Merlo, 1958).

“Oh grande spirito
concedimi la serenità
di accettare le cose
che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose
che posso cambiare
e la saggezza
di capirne la differenza”.
(preghiera indiana Cherokee)


___________


Per un’ecologia della conservazione



La natura è morta, ma prima 
che venga sepolta e gettata su di essa 
l’ultima manciata di terra,
 è bene dire qualcosa


L’ecologia


“Siamo diventati una specie che non è più in equilibrio coevoluto con il proprio ambiente” (Chapman & Reiss, 1994). I gravi squilibri ambientali connessi allo straordinario sviluppo demografico del  nostro pianeta hanno posto in primo piano lo studio dell’ecologia, una scienza che si occupa appunto della relazione intercorrente tra l’ambiente e la somma degli organismi viventi, sia sotto specie animale che vegetale. Si sa che la natura, quando non viene turbata, provvede da sé stessa a mantenere in equilibrio il rapporto tra essere viventi e ambiente circostante (ecosistema), un equilibrio in continuo mutamento che si basa essenzialmente sulla catena alimentare che vede le piante al primo livello, gli erbivori al secondo, i carnivori al terzo; il passaggio dal primo al terzo livello può essere descritto graficamente come una “piramide” energetica. E’ da notare altresì che le spoglie vegetali e animali vengono decomposte dai degradatori, o microconsumatori (batteri, funghi) in sostanze inorganiche, e  rimesse in circolo.
“Stupisce che la stessa ecologia, una delle discipline contemporanee più organiche, abbia un modo di pensare così poco organico. Mi riferisco al bisogno di derivare dall’interno le differenze, una cosa dall’altra: ciò che è maturo da ciò che è in embrione, le cose più complesse da quelle più semplici. Insomma, mi riferisco a un modo di pensare biologicamente, non deducendo semplicemente le conclusioni dalle ipotesi, come si usa in matematica, o limitandosi a registrare e classificare dei fatti. Ecologisti o ragionieri, poco importa: tutti tendiamo a condividere il modo di ragionare che oggi prevale, e che è soprattutto analitico e classificatorio, piuttosto che processuale , evolutivo. I modi di ragionare analitici, classificatori e deduttivi funzionano perfettamente, quando si deve smontare o rimontare il motore di un’auto, o costruire una casa, ma sono del tutto inadeguati, se si vogliono individuare le fasi che costituiscono un processo, ciascuna concepita nella sua integrità, ma anche come parte di un continuum in perenne evoluzione.... “. (M. Bookchin, in AA.VV., 1987).
Appare perciò evidente che il nostro pianeta è governato dal principio dell’equilibrio dinamico evolutivo (meccanismi a volte non lineari, a volte caotici oppure stazionari o ciclici - R. May, in Bologna 1997) per cui qualsiasi turbamento arrecato a quella naturale “relativa armonia” è apportatore di gravi, spesso irreparabili conseguenze. Muovendo da una siffatta constatazione è facile comprendere quale può essere l’ampiezza della devastazione causata dall’attività dell’uomo che a ragione è stato definito “il più catastrofico agente antiecologico che mai sia comparso sulla Terra” (Mainardi, 1973). Infatti l’uomo interferisce in mille modi sull’ambiente, alterandolo sia direttamente, come accade quando distrugge un bosco o saccheggia il letto di un fiume, sia indirettamente, come avviene quando libera nell’atmosfera enormi quantità di sostanze chimiche, quali vapori di mercurio e di piombo, idrocarburi, amianto, co2, DDT, sostanze solforose e azotate, o quando scarica nei fiumi tonnellate di detergenti, di rifiuti di ogni tipo, o di prodotti tossici che defluendo in mare modificano o distruggono la flora e la fauna marina. “.....Costruiamo dighe ed oleodotti ostacolando il libero spostamento degli animali; pavimentiamo la terra e costruiamo bacini, alterando l’equilibrio idrico....; diboschiamo inconsultamente favorendo le inondazioni e l’impoverimento degli ecosistemi; rischiamo di modificare in modo irreversibile i cicli naturali......; invadiamo l’ambiente con i contaminanti radioattivi......” (Mainardi, 1973).
Si può dunque ben dire che il pianeta è alle soglie di una vera e propria mutazione ambientale, quasi che l’umanità non valutasse con la dovuta attenzione il pericolo di autodistruzione. Non ci sembra che ceda ad un gratuito catastrofismo chi  prevede che un futuro carico di incognite si presenterà innanzi alle generazioni venture ove non vengano adottate a livello mondiale nuove regole di stile di vita e di economia basate su un equilibrio stazionario ed armonico anche se in continuo mutamento. Quando la dominanza assoluta di un’unica specie sul pianeta Terra non viene controbilanciata da una serie di forze “uguali e contrarie”, si determina inevitabilmente  lo strapotere e l’arroganza del dominatore (l’Homo sapiens appunto) che in breve conduce se stesso e la natura tutta verso la totale annientazione. L’uomo in fondo è una sorta di “mostro” che, preso il sopravvento sull’intero pianeta, ne determina la totale sottomissione e distruzione. Nietzsche (in Hosle 1992) ricorda che: “gli esseri razionali che commettono l’errore di interpretare se stessi come soggettività sovrane devono necessariamente autodistruggersi”.
Scrivono Chapman & Reiss (1994): “La constatazione che con il nostro comportamento irresponsabile stiamo distruggendo le specie, gli habitat e forse persino il sistema di sostentamento della vita del pianeta è un pensiero deprimente. Però, abbiamo le conoscenze necessarie per renderci conto di ciò che stiamo facendo e per capire ciò che dovremmo fare per arrestare il declino e porre rimedio alla situazione. Ecco dove l’ecologia entra nel quadro”.
A proposito delle basi di una educazione ecologica annota Capra (1997): “Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui possiamo soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza ridurre le opportunità per le generazioni future. A questo scopo possiamo apprendere lezioni preziose dallo studio degli ecosistemi, che sono società sostenibili di piante, animali e microrganismi. Per capire queste lezioni, dobbiamo apprendere i principi di base dell’ecologia. Dobbiamo diventare, per così dire, ecologiocamente istruiti. Essere ecologicamente istruiti, o “ecocompetenti”, significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche (ecosistemi) e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili. Dobbiamo dare nuovo vigore alle nostre comunità - comprese le comunità educative, economiche e politiche - così che i principi dell’ecologia si manifestino in esse come principi di educazione, amministrazione e politica ......
Mentre il nostro secolo sta ormai per concludersi e andiamo verso l’inizio di un nuovo millennio, la sopravvivenza dell’umanità dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi”.
Purtroppo il nostro distacco dalla natura, venuto progressivamente alla luce forse anche a causa dello sviluppo del pensiero astratto, del linguaggio, della “cultura”, ci ha indotto ad operare in maniera del tutto irresponsabile, creando una struttura sociale e vitale completamente disgiunta dalla realtà naturale (dualismo) che è il contenuto del nostro esistere. Di qui la necessità, proprio utilizzando quel pensiero che ci ha portato al “baratro”, di riapprendere intellettivamente i principi della vita e degli ecosistemi. Principi che erano spontaneamente nostri quando vivevamo coevoluti con il respiro della natura, principi che le “semplici” piante o i tanto “sottosviluppati” e vituperati animali hanno nel loro essere vitale. Noi ora, con sforzo e forse con paradosso, dobbiamo metterci a “studiare” per riconquistare ciò che abbiamo perduto, nella speranza di rendere sostenibile una realtà sociale che non ha nulla di sostenibile con la natura e quindi con il futuro. Il principio di questo studio è valido, ma avrà un vero e reale riscontro nella realtà? Il distacco dalla natura delle categorie politiche, religiose ed economiche è ancora troppo grande, e l’alienazione dell’antropocentrismo non fa certamente parte del pensiero quotidiano. Forse gli ecosistemi naturali non sono in grado di attendere i nostri “passi di comprensione”, la fine del tutto avverrà purtroppo molto tempo prima!
Aldo Leopold  sul finire degli anni quaranta poco prima di morire “aveva terminato il suo famoso saggio The Land Ethic che, più di qualsiasi altro saggio, segnò l’inizio dell’Era ecologica e che veniva considerato come la descrizione più concisa della nuova filosofia ambientale; esso univa un approccio scientifico alla natura, un alto livello di raffinatezza ecologica e un’etica comunitaria biocentrica che sfidava l’atteggiamento economico dominante nei confronti dello sfruttamento del territorio” (Worster, 1994). Sempre Worster (1994), a proposito di Leopold scrive che “Uno dei saggi di Sand Conty Almanc dal titolo Storia naturale - La scienza dimenticata, rappresenta un appello al ritorno all’educazione all’aperto, olistica, ad uno stile scientifico aperto ai dilettanti e agli amanti saggi della natura, più sensibile al ‘piacere di essere immerso in una natura selvaggia’. Nei laboratori e nelle università si insegnava che ‘la scienza è al servizio del progresso’; essa faceva lega con la mentalità tecnologica che regimentava il mondo inseguendo il progresso materiale e doveva quindi essere trasformata insieme alla tendenza manageriale........ Nella prefazione del Sand County Almanac aveva scritto: ‘La conservazione ambientale non sta approdando da nessuna parte poiché è incompatibile con il nostro concetto abramico della terra. Sfruttiamo la terra perché la consideriamo come un bene di consumo che ci appartiene. Quando la considereremo come una comunità alla quale apparteniamo inizieremo a sfruttarla con amore e rispetto’ ”.
Malgrado l’impegno non è possibile, citando il grande E. Goldsmith (1997), concludere con una nota positiva: “L’uomo moderno sta rapidamente distruggendo il mondo naturale dal quale dipende la sua sopravvivenza. Ovunque, nel nostro pianeta, il quadro è lo stesso: foreste che vengono tagliate, paludi prosciugate, barriere coralline estirpate, terreni agricoli erosi, salinizzati, desertificati, o semplicemente coperti di cemento o d’asfalto. L’inquinamento è ora generalizzato: ne sono colpite le falde acquifere, i torrenti, i fiumi, gli estuari, i mari e gli oceani, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo......
Distruggendo in tal modo il mondo naturale, stiamo progressivamente rendendo meno abitabile il nostro pianeta. Se le tendenze attuali persisteranno, può darsi che in non più di pochi decenni esso non sarà più capace di sostenere forme complesse di vita. Questo può suonare esagerato; purtroppo, è fin troppo realistico”.


Il noumeno naturale - Il valore in sé della natura


“Un filosofo ha definito questa essenza imponderabile il noumenon delle cose materiali. Esso è in opposizione al phenomenon, che è ponderabile e prevedibile, fin nel moto delle più lontane stelle” (Aldo Leopold, 1949-1997). La conoscenza di un fenomeno è puramente empirica, cioè frutto della mediazione sensibile del soggetto. Tale acquisizione però, non può essere elevata a concetto universale, essendo del tutto arbitrario generalizzare un’esperienza strettamente individuale. Una personale esperienza, poi, presenta dei limiti anche verso se stessa, perché è il frutto di un “momento” empirico continuamente variabile.
Il “valore in sé o intrinseco” di un fenomeno (noumeno), valore privo di esperienze e mediazioni soggettive, assume invece carattere duraturo, universale e reale. Il “valore in sé” è qualcosa di superiore, qualcosa di non definibile forse non conoscibile, che trascende il soggetto per divenire essenza dell’oggetto: “il Tao definito non è l’eterno Tao” (Lao Tse). Ecco dunque apparire nella mente un profondo concetto universale e “nobile”.
Solo in una fase successiva potremo “interpretare” il noumeno trasformandolo in un “fenomeno” cioè oggetto dei sensi. Nasce quindi la contrapposizione tra le “cose in se stesse” e le “cose rispetto a noi”. Questo dualismo è un concetto fondamentale, come vedremo, anche per la protezione e conservazione della natura. La visione dualistica del mondo naturale si impose in larga misura in occidente grazie ad una negativa influenza religiosa (p.e. il cristianesimo poneva l’uomo dominatore da una parte e la natura soggiogata dall’altra), ed era propria, tra l’altro, della filosofia greca che collocava l’uomo, soggetto pensante e sensibile, all’esterno di una natura oggettivata e subalterna. Solo nel pensiero orientale sarà possibile discernere, almeno in parte, una filosofia vitale non antropocentrica e quindi mancante del dualismo. Nell’occidente si esalta l’io a danno del tutto, in oriente si esalta il tutto a danno dell’io.”Il controllo della natura è una frase piena di presunzione, nata in un periodo della biologia e della filosofia che potremmo definire l’Età di Neanderthal, quando ancora si riteneva che la natura esistesse per l’esclusivo vantaggio dell’uomo” (Carson, 1963). La filosofia di vita della maggior parte degli indiani d’America è un altro vivido esempio di globalità e di assoluta assenza di dualismo. “E’ una cultura del rispetto per la natura, per tutte le forme in cui si manifesta; una visione del mondo come globalità, scambio continuo e reciproca dipendenza; una concezione della vita come partecipazione incessante alla creazione” (Kaiser, 1992). Citando ancora Kaiser si evidenzia che “Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura......Una concezione dualistica della relazione dell’uomo con il suo prossimo implica che l’individuo si senta innanzi tutto separato dall’altro, contrapposto a lui......Il pensiero dualistico divisore vede l’uomo come opposto alla natura, per cui l’uomo sarebbe chiamato a dominare sulla natura, sottomettendola al proprio volere. La natura non ha alcuna rilevanza etica e l’uomo non ha quindi nessuna responsabilità morale nei suoi confronti....Sotto questo aspetto, il pensiero indiano tradizionale ruota intorno ai concetti di una grande famiglia cosmica e della solidarietà col tutto....”.
Occorre tuttavia evidenziare la differenza che intercorre con il concetto di dualità. Scrive a tal proposito Kaiser (1992): “Nella nostra riflessione è necessario distinguere nettamente la ‘dualità’ dal dualismo. La confusione tra questi due concetti, che possiamo rilevare assai spesso, impedisce, infatti, una chiara differenziazione tra il dualismo occidentale e il modo di pensare, in termini di equilibrio, tipico delle culture asiatiche e degli indiani d’America.
L’idea del bilanciamento, dell’equilibrio, della compensazione, che contraddistingue l’interpretazione indiana del mondo, si basa interamente sul concetto di ‘dualità’. Abbiamo accennato alla dualità uomo-donna, ma è la realtà intera a essere ordinata sulla base di quel concetto: giorno-notte; estate-inverno; terra-cielo; attrazione repulsione; amore-odio; gioia-tristezza.......
Nell’idea di equilibrio è fondamentale considerare la dualità non come formata da realtà opposte, di valore diverso, dominate dalla discordia, ma da realtà di pari valore, esistenti in un rapporto complementare e che pertanto si integrano a vicenda. Il vero motore del mondo è quindi il desiderio delle contrapposizioni di riunirsi e riconciliarsi. E’ importante, inoltre, non intensificare o protrarre all’infinito le divisioni e le dissonanze all’interno delle dualità, perché altrimenti esse si trasformano in dualismi. Il dualismo, infatti, è indice di una dualità intesa antagonisticamente e non in modo complementare........
La fisica moderna, pertanto, interpreta determinate contraddizioni non più come realtà che si escludono a vicenda, ma come aspetti diversi di un’unica realtà”.
Si ricorda quindi che la compenetrazione degli opposti pur nella diversità genera sempre unità all’interno della dialettica della natura a patto che la visione del mondo sia unificatoria e centripeta.
Il “valore in sé o intrinseco” della natura (noumeno naturale), è l’espressione più alta del pensiero. Affermare quindi che la sostanza naturale (nel senso generale del termine) debba essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, senza nessuna nostra mediazione o intuizione, è la massima elevazione concettuale di conservazione che possa essere formulata. Ogni azione deve sempre essere fine a se stessa senza attribuirgli un valore positivo o negativo in relazione alle eventuali conseguenze che genera.
Al contrario, nella comune speculazione mentale della conoscenza, ci si riferisce “sempre” a concetti “rispetto a noi”. Infatti si stimolano interventi solo se portano  “guadagni” materiali o spirituali o in ogni caso utilitaristici. Traducendo, avremo: proteggiamo un bosco secolare affinché nella presente e nelle future generazioni l’uomo possa goderne materialmente e spiritualmente.
Ecco, invece, un concetto superiore: “La natura deve essere conservata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse materiale o spirituale che sia”.
Un fenomeno naturale ha la sua massima valenza in sé stesso, e si manifesta indipendentemente dalla conoscenza e dalla mediazione sensibile. E’ fondamentale comprendere che un “luogo” ha qualcosa in sé che noi non possiamo e non dobbiamo cercare di interpretare. Solo in tal guisa riusciremo a dare al mondo naturale quel giusto valore che gli appartiene. Un tempo lo spirito umano aveva in se stesso, nell’inconscio, questo concetto, come lo possiede un lupo selvaggio o un orso delle foreste, ma il distacco traumatico dalla natura ce ne ha privato. Ogni essere ha in fondo una propria “visione” della vita e inconsapevolmente pone se stesso (soprattutto come individuo) al “centro” della realtà. Ma questa centralità è solo apparente, utile alle esigenze della sopravvivenza del momento. L’uomo invece trasforma quella centralità in una subordinazione totale di tutta la realtà esterna da lui, facendo prevalere unicamente i diritti universali e assoluti della propria specie. Il tutto con il massimo della consapevolezza. 
Quando si “studia” un fenomeno naturale è impossibile conoscerlo senza essere influenzati dalle speculazioni personali di chi opera tale indagine. La pretesa della scienza occidentale di capire asetticamente gli “oggetti” della natura senza considerare l’apporto del soggetto, è una pura illusione cartesiana. J. Wheeler, fisico della Princeton University ci ricorda che “non c’è nessuna legge tranne la legge che non c’è nessuna legge”.
Se, come abbiamo visto, l’uomo è stato in passato membro a tutti gli effetti della wilderness del mondo, progressivamente è diventato l’unico soggetto, è uscito dal palcoscenico della natura, ha falsificato la verità, e ha condizionato verso i suoi subdoli interessi quasi tutti gli elementi della natura.
Dinanzi a questa profonda dialettica così articolata e ricca di variabili, nasce la necessità, all’interno dello stesso pensiero umano, di invertire lo stato delle cose, mentali e materiali, per ricondizionare l’uomo ad una “equilibrata e giusta” dimensione. Questa “giusta” dimensione, era propria, come accennato, nei popoli selvaggi o in coloro che vivevano in ogni caso in “essenza” con la natura.
Se l’uomo rimaneva in connessione con il mondo selvaggio, come elemento indistinto nell’ordinato ed imprevedibile caos naturale, non sollevava nessun problema di distruzione e di invadenza e, quindi, conseguentemente, di tutela, di rispetto o di conservazione della natura. Ma la sua ribellione alla verità naturale lo ha portato ad estinguere dentro se il senso dell’armonia e della purezza originaria, trasformandolo in un vorace essere accecato dalla propria affermazione e dal proprio egocentrismo. Ecco, dunque, che l’essenziale diventa superfluo e il vacuo diventa essenziale. Avviene il distacco totale dalla natura, avviene la sopraffazione verso le cose e l’annientamento del mondo esterno da sé. L’uomo si considera allora il centro di tutto e il solo metro delle cose. “La Natura può aver destinato la terra fertile anche ad altri scopi che al nutrimento degli esseri umani”. (J. Muir).
Il pensiero conservazionistico, visto nella sua globalità, ha spesso ignorato il concetto del “noumeno” nel proporre una nuova impostazione mentale verso la natura, ribadendo invece ancora una volta la centralità dell’uomo come fine ultimo della protezione (etiche antropocentriche). Solo le etiche ecocentriche hanno introdotto questo nuovo paradigma sia in forma di valore intrinseco non utilitaristico che transpersonale (deep ecology). Molto importante è invece quello che si ravvisa nel “concetto di wilderness”, nel quale viene dato molto rilievo alla preservazione di un territorio per il suo valore in sé e non utilitaristico, diffondendo proficuamente questi principii, compiendo passi fondamentali in direzione di una nuova e reale filosofia della conservazione.
L’ecologia superficiale, esclusivamente antropocentrica, è nettamente incline verso una valutazione utilitaristica della natura (la natura rimane strumento, risorsa al servizio dell’uomo - Naess, 1994). L’ecologia profonda, invece, tende ad attribuire un valore intrinseco alle cose della natura (viventi e non) universalizzando il senso di identificazione.
Andare oltre il valore intrinseco della natura, significa perdersi in speculazioni conservazionistiche che si allontanano dall’assunto di questo valore e si snaturano in un profitto soggettivo ed egocentrico. Il passo successivo, ma già contenuto nel noumeno, è quello di riconnettersi con l’uno naturale valicando e disperdendo la weltanschauung dualistica della vita. Occorre dimensionarsi al di sopra delle parti e della mente soggettiva. Ciò non vuol dire che l’io personale debba essere sopraffatto, ma al contrario deve praticare una vera e propria rivoluzione soggettiva per confluire nell’infinito mare dell’impersonale.
“Sarebbe una grave ingiustizia liquidare il pensiero utopico come pura fantasia, immaginaria e irrealizzabile; relegarlo alla letteratura definita utopistica significa sottovalutare la sua ampia diffusione a molti livelli in tutte le culture. In qualsiasi modo venga espresso, il pensiero utopico è essenzialmente una critica dei difetti e dei limiti della società ed espressione di qualcosa di migliore” (P. Sears, 1965 in Devall e Sessions 1989).
Non è possibile prescindere dalla wilderness e, aggiungo, ancor più dal suo valore in sé. Chi recepisce il valore intrinseco delle cose, avrà una visione totalizzante della vita che sarà nuova e profonda (nel lavoro sarà onesto, nell’amicizia sarà sincero, nell’amore sarà leale, nel respiro sarà profondo, con il prossimo sarà gentile, e così via).
Giustamente Aldo Leopold asseriva che i problemi ambientali sono fondamentalmente di matrice filosofica, nella quale va ricercata la soluzione di un nuovo rapporto con la natura (Hargrove, 1990).
“Abbiamo cercato di metterci in relazione con il mondo intorno a noi soltanto attraverso il lato sinistro della nostra mente, e stiamo chiaramente fallendo. Se intendiamo ristabilire un rapporto vivibile, ci sarà necessario riconoscere la saggezza della natura, consapevoli che il rapporto con la terra e il mondo naturale richiedeva l’intero essere” (Dolores LaChapelle in Devall & Sessions, 1989).
Disse John Muir: “Ero uscito solo per fare una passeggiata ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto: perché mi resi conto che l’andar fuori era, in realtà, un andar dentro”.

“Dichiaro di capire
cosa c’è di meglio
che dire il meglio.
E lasciare sempre il meglio inespresso. (W. Whitman, A Song on the Rolling Earth)


La filosofia della conservazione


"Quando avrete inquinato l'ultimo fiume, catturato l'ultimo pesce, tagliato l'ultimo albero, capirete, solo allora, che non potrete mangiare il vostro denaro" (profezia degli indiani Cree). 
La materia che concerne la conservazione della natura può essere definita una vera e propria scienza filosofica che ha stretti  legami con l’ecologia. Occorre però avvertire che, quantunque un siffatto legame appaia intrinseco, sarebbe erroneo considerare la conservazione della natura un’esigenza che si esaurisce nella pura sfera scientifica, poiché essa ha una connotazione ben più ampia che spazia dalle implicazioni etiche a quelle sociali e politiche. D’altra parte una tale puntualizzazione giova anche all’ecologia in sé stessa, che, operando già in una sfera tanto vasta, non può sopportare altre sovrapposizioni. 
La scienza ecologica offre senza dubbio le basi alla conservazione dell’ambiente, ma questa dovrà poi percorrere una propria strada che è irta di ostacoli spesso difficilmente superabili. Infatti, la protezione della natura, entrando inevitabilmente in conflitto con le attività umane che turbano l’equilibrio dell’ecosistema, trova spesso una opposizione totalizzante e tenace, come sa esserlo solo quella connessa a interessi economici.
Il degrado ambientale è arrivato a sì alto livello che a volte l’animo del naturalista ne rimane sopraffatto al punto da non essere più in grado di appellarsi al rigore mentale, senza il quale non può impostare le direttive per la soluzione dei problemi. Accade invece altre volte che il naturalista abbia la ventura di portare i propri passi in zone, sempre più rare, non ancora ferite dal degrado, e allora l’incessante dialogare della natura lo affascina, ora con l’apparire delle tenui luci del sottobosco, ora con il bagliore di grandi distese di ghiaccio, ora col nitido stagliarsi di vette immacolate, ora col rosseggiare della faggeta in autunno.
“Una foresta ininterotta si stende da tutte le parti della capanna in cui scrivo, fluisce innanzi, in un cupo fiotto ondeggiante, verso settentrione, fino all’Oceano Artico. Nessuna ferrovia la traversa, per bruciare e distruggere, nessun colonizzatore la rovina col fuoco e con l’ascia. Da ogni eminenza, si possono contemplare leghe innumerevoli di Foresta, che non nutrirà mai le fauci affamate del commercio.
Questo è un posto differente, è un’altra giornata.
In nessun luogo qui la vista delle ceppaie e delle nobili vette abbattute offende l’occhio o rattrista lo spirito; nè la bellezza strana, selvaggia, inimmaginabile di questi tramonti nordici è sfigurata da filari e filari di alberi scheletrici ed orrendi......... Ritorno alle origini? Forse sì; ma ci hanno portato fortuna.
Tutti i sogni sono diventati veri, e anche più. Scomparsa è la paura assillante di una mano vandalica. La vita selvatica in tutte le sue numerose varietà, animali ritenuti timidi ed elusivi ci passano ora quasi a portata di mano, e a volte si fermano presso la capanna, ed osservano. Ed uccelli, e bestie minute e grosse, e creature piccole e grandi, si sono raccolti qui intorno, e frequentano il posto, e volano e nuotano o camminano corrono secondo la loro natura.
Piomba la Morte, come deve pure talvolta, e sorge la Vita al suo posto. La natura vive e procede e fluisce tutto intorno nel suo assetto armonioso e metodico.
Le cicatrici degli antichi incendi pian piano scompaiono; gli alti alberi diventano ancora più grandi. Si riaffollano le città dei castori. Il ciclo continua.... “. WA-SHA-QUON-ASIN (Grey Owl, 1940)
A questo punto un interrogativo si fa pressante: la civiltà potrà avere un avvenire? La risposta parrebbe essere negativa, perché l’uomo è ormai prigioniero di un modello di sviluppo che comporta irreparabili squilibri ambientali ed è, per di più, protagonista di una paurosa esplosione demografica che gli ha fatto quasi raggiungere il potenziale biotico  massimo che può essere attinto alla natura dalla specie umana. A ciò si aggiunge che una gran parte della popolazione del pianeta conduce un tenore di vita che comporta l’uso di una quantità enorme di energia nonché il consumo di preziosi metalli che si avviano al totale esaurimento.
In verità, gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento dell’ambiente naturale: l’acqua, l’aria, la flora, la fauna, l’assetto della cosiddetta materia inerte, ecc. L’uomo sfrutta la natura in mille modi, quasi sempre per il volgare ed inutile accumulo delle ricchezze e del potere. Ciò che una volta, nel piccolo e nell’episodico, poteva essere sostenibile (p.e. la caccia sportiva, il prelievo di risorse non rinnovabili, la pesca, l’emissione di sostanze relativamente inquinanti, ecc.), anche perché molte attività venivano adeguatamente filtrate e degradate dai sistemi naturali (per esempio l’autodepurazione dei fiumi o dei piccoli mari),  ora, con i mezzi tecnologici, con l’eccessivo uso delle “cose” e con il dramma della sovrappopolazione, molte attività umane non lo sono più e ciascuna di esse esercita un forte impatto sull’economia della natura. Se una o due persone persone raccolgono un fiore in un prato, il prato non ne risente affatto, ma se quella operazione viene svolta da migliaia di persone il prato perderà tutti i fiori che possiede. Questo deve far riflettere sulle continue pretese che l’uomo contemporaneo accampa continuamente anche in riferimento ad attività dei tempi andati. Si ricorda inoltre che anche nel passato, fenomeni sistematici e capillari, anche se esercitati con mezzi ridotti e da una popolazione meno esigente, hanno prodotto risultati deleteri per la natura (si pensi al massiccio disboscamento della Gran Bretagna, all’estinzione del lupo nell’arco alpino, alla scomparsa della popolazione Maia o a quella dll’isola di Pasqua). Un altro esempio ci viene offerto dal fenomeno del turismo di massa. Favorire al giorno di oggi la frequentazione turistica di luoghi naturali, vuol significare alterare completamente quei territori. Per esempio, gli ultimi luoghi abitati dall’orso bruno in territorio italiano (Abruzzo e Trentino), dovrebbero essere gelosamente tutelati dalla perniciosa presenza massiva delle persone, altrimenti nel volgere di un brevissimo tempo il plantigrado resterà un lontano ricordo della fauna autoctona.   
Dinanzi ad un siffatto degrado la difesa dell’ambiente deve divenire un obiettivo primario e globale. “La visione dell’uomo ‘signore del creato’, in pieno diritto di distruggere o alterare tutto, è dura a morire. Certe culture, più di altre, hanno manifestato addirittura una profonda ostilità verso qualsiasi cosa naturale: questo spiega perché in alcuni paesi industrializzati la degradazione e l’alterazione dell’ambiente siano maggiori che in altri” (Storer et al., 1984).
Ma occorre comunque considerare che i problemi ambientali sono a tal punto complessi che ipotizzare una loro soluzione all’interno di un solo Paese significa consumarsi in uno sforzo velleitario, giacché il degrado è, per così dire, ecumenico e non s’arresta davvero innanzi alle barriere doganali. Infatti è necessario osservare che il degrado non è uniformemente distribuito sul pianeta, in quanto esso presenta una distribuzione che potremmo definire a “macchia di leopardo”; sarebbe comunque una fallace speranza quella che intendesse ricostituire l’equilibrio ecologico generale mediante provvedimenti che curino le “macchie” caso per caso, poiché occorre al contrario che l’influenza negativa esercitata dalle attività umane sull’equilibrio ambientale venga drasticamente ridotta dappertutto. “Gli uomini devono trovare la soluzione ai problemi attuali in un contesto universale” (Dorst, 1990).
Occorre poi sgombrare il campo degli studi naturalistici o del pensiero comune da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in un grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo, cade in grave errore chi dice, ad esempio, “ se continua la distruzione delle foreste il danno si ripercuoterà sull’uomo”...” se si continua ad avvelenare i campi anche l’uomo ne resterà avvelenato”. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si ripresenti ognora il nostro inveterato antropocentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della vita e non, sulla Terra (ecocentrismo). La regola deve tendere a salvare un bosco secolare non per l’uomo, ma per il bosco stesso; alla fine anche l’uomo se ne avvantaggerà, ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. Dobbiamo invertire il pensiero di salvaguardare una “valle selvaggia” per poter poi provare emozioni e profonde sensazioni dinanzi a quello scenario naturale incontaminato. La “valle selvaggia” va mantenuta tale per se stessa, per il suo essere libero, poi se il nostro spirito ne troverà giovamento sarà solo una eventuale positiva conseguenza e non la molla che ci ha spinto ad operare per il mantenimento di quello status incontaminato. Sono andato alla fine della terra, sono andato alla fine delle acque, sono andato alla fine del cielo, sono andato alla fine delle montagne, non ho trovato nessuno che non fosse mio amico. (Canto per il Dio della Piccola Guerra, Navajo - in AA. VV., 1995). Il valore in sé delle cose indipendentemente da noi e da tutto è il pensiero più elevato che la mente umana possa concepire. E’ anche possibile giustificare l’antropocentrismo come “istinto” della specie umana per una efficace autoconservazione. In fondo ogni specie è un po’ “egocentrica” verso se stessa per sopravvivere nella natura. Ma negli altri esseri viventi l’egocentrismo porta in genere ad un indubbio vantaggio per la specie e un ancor più grande vantaggio per la natura tutta. L’egocentrismo umano invece porta distruzione e morte sia nell’uomo stesso che in tutto il mondo naturale. Tra l’altro gli atteggiamenti degli altri viventi non sono affatto premeditati e consapevoli delle conseguenze, mentre l’uomo è pienamente cosciente dei propri abusi, della propria superbia e delle proprie distruzioni e prevaricazioni. Una bella differenza dunque tra le due forme di egocentrismo! Scrive Santayana (1944): “Un californiano che ho recentemente avuto il piacere di conoscere mi diceva che se i filosofi vivessero tra i suoi monti, i loro sistemi sarebbero diversi da quello che sono i sistemi che la tradizione europea della buona creanza ci ha tramandati dai tempi di Socrate, perché questi sistemi erano egoistici; direttamente o indirettamente erano antropocentrici, e ispirati dalla fatua nozione che l’uomo o l’umana ragione, o l’umana distinzione tra il bene e il male, siano il centro e il perno dell’universo. Questo è ciò che i monti e le foreste dovrebbero farvi vergognare d’asserire”. Santayana con questo suo discorso presentato nel 1911 a Berkeley è stato uno dei pochi filosofi occidentali a sferrare un significativo attacco all’antropocentrismo e alla visione egocentroca del cristianesimo. Infatti “rappresentò una svolta storica nello sviluppo dell’indagine contemporanea su una visione del mondo alternativa e un’etica ambientale non soggettivistiche, antropocentriche ed essenzialmente materialiste.
Nel suo discorso Santayana affermava che acquisire consapevolezza ecologica per mezzo di un contatto profondo con la natura ci avrebbe aiutato ad abbandonare la zavorra del nostro sciovinismo umano” (Devall & Sessions, 1989). Gli aspetti di una siffatta esiziale commistione di ruoli sono focalizzati con grande chiarezza da Franco Zunino (fondatore dell'Associazione Italiana per la Wilderness) quando dice che ".... L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sè, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il 'diritto' della sua presenza". Scrive poi Pavan (1988): “...stiamo traversando una fase di confusione dell’uomo, dei suoi valori morali, dei suoi diritti e doveri, del suo ruolo e delle prospettive; siamo in una fase di scoperta degli errori che abbiamo fatto e stiamo facendo, ma abbiamo ancora la facoltà di corregerci.” 
Occorre domandarci: siamo realmente in grado di corregerci ? I dubbi sono tanti, troppi. Le nostre azioni distruttive sono molteplici e quasi mai si comprendono appieno le implicazioni connesse agli interventi che turbano l’equilibrio naturale: se, ad esempio, l’uccisione di un orso da parte di un bracconiere costituisce una drammatica ferita all’ambiente, una turbativa ancora maggiore è insita in quegli atti che, nel modificare l’ambiente in sé stesso, determina, col tempo, la scomparsa di tutti gli orsi nel territorio. Scrive Thoreau “Se vogliamo proteggere gli animali selvatici dobbiamo garantire loro una foresta in cui possano vivere e a cui possano far ricorso”.
Queste considerazioni sull’orso bruno ci portano a riflettere ancora sull’interconnessione dei problemi ambientali. In natura non esistono fenomeni vitali che esauriscono in sé stessi la ragione di essere; tutti i fenomeni sono concatenati tra loro, un po’ come accade per le singole scansioni musicali di una sinfonia. Tenuto fermo tale principio, è del tutto intuitivo che in un siffatto concerto naturale l’assetto territoriale eserciti un’incidenza che sovrasta gli altri fattori, a simiglianza di quanto accade col “leit-motiv” di un testo musicale. L’esempio sul quale ci siamo poc’anzi intrattenuti, ipotizzando la scomparsa dell’orso bruno in seguito al sovvertimento del suo “habitat”, trova un riscontro, portando a paragone un altro esempio, nella scomparsa dell’Aquila di mare da alcune zone del suo areale anche in seguito alla distruzione del proprio “habitat” rappresentato dalle coste marine che l’attività antropica ha profondamente modificato ed inquinato. Occorre tra l’altro puntualizzare che la conservazione di un territorio (valle, grotta, costa marina, ecc.) deve essere sempre paritetica alla conservazione di una specie animale o vegetale anche se un dato ambiente è di minime dimensioni (distruggere un territorio perché piccolo è come uccidere gli ultimi orsi del trentino ritenendo inutile la loro sopravvivenza in quanto ormai troppo pochi). Anzi, spesso, la salvaguardia dei “luoghi” è un atto ancora più importante. Le ultime aree selvagge hanno una grande importanza in quanto complessi integri o unitari e rari come tali; conservandoli salvaguarderemo anche i loro “capitali” di specie animali e vegetali salvaguarderemo il paesaggio, l’ambiente, l’intera struttura: tutto questo in un unico atto di azione. Animali e piante infatti sono solo una parte di un territorio, sia pur saliente ed inalienabile. “Un fiore senza giardino è condannato a morte anche se trova sopravvivenza nel limitato spazio di un vaso grazie alla seminazione artificiale” (F. Zunino).
Scrive ancora Pavan (1967): “ La natura è costituita da innumerevoli fattori legati fra di loro da fini, azioni e reazioni che costituiscono un equilibrio dinamico in continuo spostamento: l’uomo si getta a capofitto in azioni di disturbo, di alterazioni, e provoca profonde modificazioni e rotture di equilibri di cui raramente si preoccupa di prevedere l’evoluzione e il destino........Lo sviluppo storico dell’umanità, presa nel suo insieme, è avvenuto in modo molto disarmonico e così procede tuttora, mantenendo molti squilibri, talora aggravandoli e creandone nuovi.”
In natura ogni specie svolge la propria parte all’interno di un processo dialettico che tende al conseguimento di uno stato di equilibrio; questo non è ovviamente perenne, ed ha in sé stesso la capacità di assestarsi sui parametri che via via si presenteranno. E' da notare che ogni singola specificità biologica, allorché entra nel processo dialettico che determinerà poi il punto di equilibrio dell’ecosistema, assume un proprio assetto unitario. In teoria anche l’uomo dovrebbe partecipare al processo dialettico a parità di diritto con le altre specie, sia animali che vegetali, ma ciò in realtà non accade perché l’uomo, a causa del suo sviluppo intellettivo è, tra l’altro, in grado di modificare e stravolgere l’assetto della cosiddetta materia inerte mediante opere gigantesche, come - ad esempio - le dighe che sbarrano i fiumi, le autostrade lunghe migliaia di chilometri, il prosciugamento dei laghi, la costruzione di nuove città; a ciò si aggiunga che, forte della sua sofisticata tecnologia, l’uomo ha la possibilità di sterminare, nel volgere di un breve arco di tempo, qualsiasi altra forma vivente. Su tali problemi si intrattengono Galiano & Marchino (1990), che annotano “...il grande ‘peccato’ dell’uomo occidentale è di essersi staccato dalla natura, dal suo ambiente. Per lui il sole, la luna, le stelle, i fiori, le piante, gli animali, non sono più né ‘sorelle’ né ‘fratelli’. Dal cosmocentrismo è passato al teocentrismo ed è finito nell’antropocentrismo. La conseguenza ‘perversa’ è stata chiara: se l’uomo è centro di tutto, egli allora diventa despota, può imporre senza remora le sue leggi, può esercitare violenza sulla natura e oppressione sui fratelli. Ma la natura espropriata e manipolata manifesta tutti gli effetti boomerang di un tale intervento”. Con queste considerazioni G. Galiano e M. Marchino focalizzano icasticamente la dimensione dell’uomo di oggi che sembra drammaticamente vocato all’autodistruzione.
Il progresso rappresenta, secondo il Rousseau, qualcosa di esteriore rispetto all’uomo, qualcosa che non tocca ciò che v’è di più intimo nel nostro essere, cioè l’istinto naturale (Geymonat, 1971). Se poi il pensatore ginevrino sembra cadere nel paradosso quando proclama la superiorità della vita primitiva rispetto a quella realizzata dai popoli cosiddetti “civili”, è pur vero che uno degli aspetti più significativi della crisi dell’uomo moderno è proprio il suo distacco dalla natura. Ed è stato un distacco particolarmente cruento quello verificatosi negli anni che segnano l’inizio della rivoluzione industriale, quando il saccheggio dell’ambiente assunse una capacità distruttiva fino ad allora inimmaginabile. “L’umanità è un cancro nell’universo della vita” (David Foreman). L’uomo occidentale è infatti un vero e proprio “cancro” nell’organismo natura e, a similitudine delle cellule maligne, porta solo morte e distruzione.“La conservazione dell’ambiente manca il suo obiettivo perché è incompatibile con il concetto di terra che ci è stato tramandato dai tempi di Abramo: noi violentiamo la terra perché la consideriamo un articolo che ci appartiene. Solo quando la vediamo come una casa comune, a cui apparteniamo, possiamo cominciare a servircene con amore e rispetto” (Leopold, 1949-1997).
La necessità di trattare la questione ambientale prevalentemente dal punto di vista etico/filosofico, è mossa dalla constatazione che nell’occidente tutta la speculazione filosofica è stata praticamente priva, dalle origini ai giorni nostri, di argomentazioni sostanziali sulla materia (gli esempi sono pochi: J. Muir, A. Leopold, H.D. Thoreau, ecc.). Scrive infatti Hargrove (1990): “Nonostante i molti risultati monumentali della filosofia, essa non è mai riuscita, in tutto l’Occidente, a fornire una base per il pensiero ambientale. Questo insuccesso coinvolge tutte le branche maggiori: metafisica, epistemologia, etica, filosofia sociale e politica, filosofia della scienza e, naturalmente, estetica......
L’etica ambientale rappresenta per la filosofia l’occasione per correggere il suo maggiore errore, il rifiuto del mondo naturale qual è sperimentato concretamente nella vita reale......
Ci auguriamo che i preservazionisti e i conservazionisti della natura dell’inizio del prossimo secolo dispongano di teorie filosofiche migliori fra cui operare una scelta.....”. 
La mancanza di questa base filosofica ha senz’altro determinato tutti i sostanziali atteggiamenti negativi che l’uomo ha sviluppato nella sua visione del mondo (andropocentrismo, dualismo, ecc.). Ne sono testimonianza le ottuse speculazioni religiose scissionistiche e prevaricatrici proprie dell’Occidente o il rigido meccanicismo del razionalismo cartesiano. Scrisse A. Leopold (1949-1997): “Non esiste tuttora un’etica che consideri il rapporto dell’uomo con la terra, e con gli animali e le piante che crescono su di essa. Proprio come le schiave di Ulisse, la terra è considerata ancora una proprietà. Il rapporto con la terra è tuttora strettamente economico e prevede diritti ma non doveri.....
In breve, un’etica terrestre modifica il ruolo dell’Homo sapiens da conquistatore della terra a semplice membro e cittadino della sua comunità. Implica rispetto per gli altri membri e per la stessa comunità, in quanto tale”. 
Integra molto bene il discorso Capra quando scrive (1997): “Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa percezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo.
Oggi la necessità di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita né a preservarla, ma a distruggerla. Con i fisici che progettano sistemi di armamenti che minacciano di cancellare la vita sul pianeta, con i chimici che contaminano l’ambiente mondiale, con i biologi che mettono in circolazione tipi nuovi e sconosciuti di microrganismi senza poter prevederne le conseguenze, con gli psicologici e altri scienziati che torturano animali nel nome del progresso scientifico, con tutte queste attività che continuano, appare urgentissimo introdurre nella scienza delle norme di ‘eco-etica’”.
Vittorio Hosle nella sua interessante opera “Filosofia della crisi ecologica” (1992) evidenzia l’importanza che assume il pensiero etico/filosofico per una nuova responsabilità collettiva verso la natura. “Le catastrofi ecologiche sono la sciagura che incombe su di noi in un futuro non più lontano; nonostante tutti gli sforzi collettivi per rimuovere tale prospettiva, nonostante tutte le strategie sviluppate per rassicurarci e tranquillizzarci, nel frattempo questa convinzione si è consolidata nelle coscienze della maggior parte delle persone e costituisce il cupo sottofondo del senso della vita per la giovane generazione dei paesi sviluppati. Da un lato la prassi di coltivare questo sentimento ha in sé qualcosa di ripugnante, in quanto è fin troppo facile che essa porti alla rassegnazione e all’apatia, o addirittura, cosa ancor peggiore, che induca le masse a un edonismo frenetico e gli intellettuali a un cinismo morboso che si rassegna a ciò che sembra inevitabile e che desidera soltanto sorbire le ultime gocce dal calice del mondo, prima di mandarlo in frantumi. D’altro canto però questo pericolo non può servire a giustificare la rimozione e quindi l’imperterrita, folle corsa suicida verso l’abisso: ciò vale per ognuno di noi, e innanzitutto per la filosofia. Questa infatti mal si concilia con le rimozioni. perché la filosofia si occupa della verità, e precisamente non di questo o quel singolo momento di essa, ma della verità che concerna la totalità dell’essere...... La filosofia non può restare indifferente di fronte al suo destino. Nessuno dei grandi filosofi si è sottratto alle emergenze del proprio tempo......; quindi nel momento in cui è in gioco non solo il destino del proprio popolo, ma anche quello dell’umanità e di gran parte della natura inanimata, essere indifferente significa tradire la causa della filosofia......
Come è arrivato l’uomo a minacciare il proprio pianeta nel modo che oggi stiamo sperimentando? E di fronte a questa situazione ha ancora senso  l’idea del progresso? .........  Non è sufficiente riconoscere il pericolo in cui ci si trova quando, nel mezzo di un lago gelato, il ghiaccio scricchiola sotto i nostri piedi; bisogna cercare delle scappatoie per sfuggire al pericolo. E anche se tutt’intorno siamo avvolti dalla nebbia, la filosofia può comunque sperare di scorgere la spiaggia di salvezza grazie alla luce che irradia; può forse indicare la direzione nella quale è necessario procedere..... “.
Kaiser (1992) mette bene a fuoco gli aspetti estremamente negativi della visione dualistica della vita in quattro relazioni fondamentali (Io-Sé; Io-Tu; Io-mondo; Io-Dio). Scrive infatti: “(Io-Sé) Il dualismo divide l’uomo dalla natura, separandolo così da se stesso, in quanto anch’egli è natura. Frutto di questa scissione l’esperienza di una profonda contraddizione, di una lacerazione interiore, è la sensazione di non essere uno con se stesso, di non vivere in armonia con la propria persona - (Io-Tu) Una concezione dualistica della relazione dell’uomo con il suo prossimo implica che l’individuo si senta innanzi tutto separato dall’altro, contrapposto a lui. Ne sono un eloquente esempio le tendenze polarizzatrici nella vita politica e sociale - (Io-mondo) Il pensiero dualistico divisore vede l’uomo come opposto alla natura, in quanto sostanzialmente diverso da essa. Anche qui solo un passo ci separa dalle conseguenze dell’imperialismo, per cui l’uomo sarebbe chiamato a dominare sulla natura, sottomettendola al proprio volere - (Io-Dio) Nella relazione dell’uomo con il divino, il dualismo porta al concetto di un Dio personale e trascendente (e pertanto teistico), separato nettamente dall’uomo e dal mondo. Dio è ‘totalmente altro’, non confrontabile con alcuna cosa terrena. Conseguenza di questa concezione dualistica di Dio è la dissacrazione del mondo.... che sta alla base dell’imperialismo cosmico...”.
Scrive G. Snyder (1992): “La società americana (come tutte le società) ha un proprio sistema di assunti sulla realtà che vengono dati per scontati. Continua a nutrire una fede in gran parte acritica nel concetto di progresso. E’ attaccata all’idea che possa esservi un’immacolata obiettività scientifica. E, ancora più importante, funziona in base all’illusione che ciascuno di noi sia come una specie di ‘conoscitore solitario’, una pura intelligenza sradicata, senza numerosi strati di contesti locali: l’illusione che ci sia un ‘sé’ e il ‘mondo’”.
Una filosofia della conservazione deve dunque ispirarsi ad una profonda visione unitaria della vita, dove i particolarismi divisori lascino il posto all’universalità e all’impersonale: “L’esame delle parti non porta mai alla comprensione del tutto” (Fukuoka, 2001). Solo così il valore in sé delle cose potrà essere acquisito gradatamente dal pensiero collettivo facendo leva, nella fase iniziale, sulle persone più sensibili e profonde che avendo compreso tale idea si impegnino a diffonderla.
“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall).
“Non facendo nulla, non c’è nulla che non venga fatto” (Lao-Tze).


L’estetica ambientale


“Inquinamento, contaminazione, desolazione, sono parole che non sarebbero mai state create se l’uomo fosse vissuto secondo natura. Uccelli, insetti, orsi muoiono e si disfano in modo pulito e bello. (...) I boschi sono pieni di alberi morti e morenti, eppure la loro bellezza era necessaria per completare la bellezza della vita. (...) Ogni morte è bella!” (J. Muir, John of the Mountains, 1938 - tratto da Devall & Sessions, 1989). Mentre in passato le bellezze naturali erano viste solo come fenomeni estetici privi di contenuto, le concezioni della moderna estetica ambientale, oltre a valutare e riconoscere i vari aspetti della bellezza, premono preminentemente sulla protezione e conservazione della natura (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Ciò che viene maggiormente sentito è dunque il corretto rapporto tra uomo e ambiente e la vera tutela della natura. Al limite, le bellezze naturali vengono utilizzate per riaffermare argomenti a favore della loro conservazione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). E anche in questo caso possiamo sviluppare questo concetto sia in chiave egocentrica, cioè bellezze naturali valevoli solo se legate alla percezione sensoriale dell’uomo, e sia in chiave ecocentrica ovvero bellezze naturali dal proprio valore intrinseco. Hargrove (1990) scrive in proposito: “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto”.
La natura è considerata, a detta della scienza, come una specie di contenitore nel quale razionalmente è possibile discernere i vari elementi quantificandoli e ordinandoli secondo rigidi principi matematici e mentali (leggasi razionalismo cartesiano). Ne esce fuori una natura parcellizzata, controllata, asettica, dove ogni cosa è come deve essere. “La natura è un perpetuo caleidoscopio di mutamenti fecondi che si rifiuta ad ogni categorizzazione rigida. La mente può cogliere l’essenza di questo movimento, ma mai tutti i suoi dettagli” (Bookchin, 1995). 
Una visione olistica del mondo invece ci fa capire che la natura non è la somma di tutti i singoli elementi che la compongono né la somma delle relazioni tra i membri, ma certamente qualcosa di più. Theodore Roszak dice infatti che occorre essere consapevoli che il tutto è maggiore della somma delle parti. Il mondo naturale, allora, potrà essere visto con altrettanta validità e sicuramente con superiore spirito, anche attraverso le sensazioni, i profumi, le emozioni. Ne consegue che l’estetica ambientale invita ad un comportamento alternativo alla rigidità “professionale” della moderna scienza naturale. Un essere selvaggio conosce molto bene il proprio ambiente e riceve continue emozioni nel rapporto con esso: questa è la conoscenza naturale delle cose. Sviluppare dunque questo aspetto, cioè una conoscenza pratica fatta di esperienze e di sensazioni, è il migliore rapporto che possa istaurarsi per riconnettersi con la natura. Sentire il profumo del sottobosco dopo la pioggia, individuare la pista di un animale, osservare la dinamica dei processi geologici, saper pregustare l’imminenza di un temporale, saper accendere un fuoco con semplici mezzi o sapersela cavare in un ambiente selvaggio: questa è la principale conoscenza della storia naturale. Un lupo vive spontaneamente in unità profonda con il suo ambiente, ne conosce i “segreti”, e da esso percepisce continue sensazioni semplici. Probabilmente saranno diverse dalle nostre, come lo saranno da quelle di un orso o di un’aquila, ma in comune ci sono gli stessi due elementi: la conoscenza diretta e pratica del territorio e le sensazioni (paura, dolore, odore, smarrimento, gioia, ecc.).
La moderna scienza, prodotta dal pensiero umano, ha invece assunto un atteggiamento invadente, dominatore e aggressivo nei confronti della natura, riducendo quest’ultima a puro laboratorio esterno di asservimento e di distruzione (D’Angelo, in Gamba & Martignitti, 1995). Si riafferma il concetto dualistico (uomo, centro del mondo - natura, esterna e subordinata) e si postulano principi e corollari prevaricatori. A tale concezione si contrappone l’esperienza estetica. Scrive D’Angelo (in Gamba & Martignitti, 1995): “Di contro a questi atteggiamenti prevaricatori, l’esperienza estetica della natura offre un modello del rapporto non semplificatore e non invasivo, sia perché ci insegna a tenere conto di tutta la complessità della nostra interazione con l’ambiente, rivalutando la componente sensoriale della nostra esperienza, sia perché l’atteggiamento contemplativo proprio dell’esperienza estetica rappresenta l’antitesi della sottomissione violenta della natura compiuta dalla tecnica”.
Dinanzi all’attuale distruzione e invasione della natura, è impensabile proporre un’etica ambientale ricca di considerazioni utilitaristiche per l’uomo. Occorre invece definire un’etica che lo responsabilizzi e lo conduca verso una visione monistica e globale della vita per consentirgli la riconnessione con l’uno naturale. Per poter riconoscere i limiti e le dimensioni ridotte dell’uomo, essere paritario agli altri elementi del mondo naturale, è però necessario rinegoziare il valore delle cose. Ma, ad essere sinceri, un’etica così incisa di elementi non utilitaristici, troverà non pochi antagonisti nel corso della sua proposizione. Hargrove nella sua opera Fondamenti di etica ambientale (1990) annota: “Passiamo ora al problema finale, cioè all’affermazione che il bello naturale è inferiore al bello artistico, in quanto troppo estraneo per conformarsi ai criteri e ai gusti estetici dell’uomo. Questa posizione è stata sostenuta in ‘La nostra responsabilità per la natura’, dove Passmore afferma che la natura addomesticata è preferibile alla natura selvaggia, alla selvaticità, perché, dal punto di vista dell’uomo, è più gradevole e più intellegibile. L’uomo capisce la natura addomesticata perché ‘ha contribuito a crearla’. Per contro, continua Passmore, ‘l’uomo è in qualche modo alienato dalla natura selvaggia; essa è qualcosa di esterno a lui’.....
Questa concezione della natura ha elementi comuni, ad esempio, con la teoria di Locke della proprietà, per la quale la natura viene valorizzata dal lavoro dell’uomo. La natura così trasformata diventa proprietà, in quanto qualcosa di umano, il lavoro, è entrato a far parte della natura grezza e si è permanentemente unito a essa. Questa concezione della natura come qualcosa di incompleto e pressoché senza valore, che attende che l’uomo vi riversi struttura, ordine e valore, affiora anche negli scritti filosofici di Hegel, quando egli afferma che, poiché la natura non ha volontà propria, l’uomo ha diritto di usare la sua volontà d’impadronirsi di ogni e tutti gli oggetti naturali, facendoli suoi”. Ogni commento a queste disarmoniche argomentazioni sarebbe superfluo. Hargrove infatti nel paragrafo successivo ricorda che: “Dato che i nostri criteri estetici derivano dalla natura, è assurdo affermare che i criteri della natura sono troppo estranei per essere accettabili e intellegibili dall’uomo”. Integra il discorso Leopold (1949-1997): “Il turista a caccia di trofei ‘naturali’ ha delle peculiarità che contribuiscono in modo sottile al suo comportamento. Per soddisfarsi deve possedere, invadere, appropriarsi. Di conseguenza, i luoghi selvaggi che non può vedere personalmente non hanno per lui alcun valore. Da ciò deriva l’opinione comune che una terra inutilizzata non renda alcun servizio alla società. Per chi è privo di immaginazione un vuoto sulla carta geografica è un inutile spreco, per altri è la parte più preziosa”.
E poi ancora Hargrove (1990): “Secondo l’estetica positiva, la natura, nella misura in cui è naturale (cioè, non alterata dall’uomo), è bella e non ha qualità estetiche negative. Tale concezione ha trovato la sua espressione più famosa nella frase, continuamente citata nel diciannovesimo secolo, di John Constable, che affermò, ‘Non ho mai visto una cosa brutta in vita mia’. Secondo tale concezione, chiunque trovi il brutto in natura semplicemente non l’ha saputa percepire in modo giusto, non ha saputo trovare criteri appropriati in base ai quali giudicarla e apprezzarla esteticamente. L’estetica positiva è strettamente associata a un tipo specifico di argomento preservazionista, che sostiene il diritto della natura di esistere. Secondo quest’argomento, che generalmente è espresso in modo affatto inadeguato, tutto ciò che esiste ha diritto d’esistere semplicemente perché esiste…..”.
Scrive infine Franco Zunino (1980): “La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo”.


La longevità “apparente” e la sovrappopolazione


“La crescita perpetua è il credo della cellula cancerosa” (E. Abbey). Nella società contemporanea corre l’idea che l’uomo viva più a lungo e che le malattie siano sotto controllo. Nulla di più falso. Se, statistiche alla mano, constatiamo che oggi siamo più longevi rispetto al passato, dimentichiamo di considerare, nel contempo, alcuni parametri fondamentali. Una volta la vita reale che si svolgeva era “netta”, cioè si sviluppava per un certo numero di anni senza “aiuti” e “protezioni” esterne. Si viveva, in sostanza, secondo l’influenza dell’ambiente e secondo la propria costituzione fisica. Le malattie poi, sin quando l’uomo era legato alla selezione naturale, erano contrastate dalle proprie difese biologiche, mentre l’atto della riproduzione era assicurato solo dai soggetti più in salute, in grado di tramandare geni “salubri” e “selezionati”.
Con il trascorrere delle generazioni, la selezione naturale è andata via via scemando per far posto ad una barriera artificiale (progressi medici, scientifici e sociali), che ha completamente isolato l’uomo dalle insidie ambientali. Scomparsa la selezione, la riproduzione di massa oltre a causare un notevole incremento della popolazione globale, consente la trasmissione dei geni difettosi, causando, così, un progressivo indebolimento della specie. L’uomo, dunque, è sicuramente riuscito ad allungare la media dell’esistenza in vita, ma ad una precisa condizione: che viva sotto una campana di vetro artificiale, seguendo rigide regole igienico-sanitarie ed intervenendo prontamente ad ogni più piccolo ostacolo. L’analisi critica di un quadro del genere, ci fa comprendere che in realtà l’uomo è molto più debole di una volta, è soggetto alle insidie di un numero maggiore di malattie ed è in netta decadenza nella psiche e nella materia. Proviamo, per ipotesi, a far nascere un bambino, figlio del retaggio genico della civiltà moderna, in un ambiente selvaggio, e lasciamolo sviluppare nel tempo secondo i dettami selettivi dell’ambiente. Se, alla fine, contiamo gli anni che sopravvive, ci accorgeremo che avrà avuto una vita più breve di uno stesso umano vissuto in analoga situazione ma figlio di una popolazione genica “selvatica”. Dunque, l’uomo tecnologico contemporaneo, è in apparenza più longevo, ma è in realtà più gracile, addomesticato, debole e senza carattere. Con grossi artifici (terapeutici, chirurgici, igienici, ecc.), si tutela artificialmente e conta in genere un numero maggiore di anni, ma non ha più la robustezza e l’energia di una volta. L’ingentilimento e la sedentarietà della vita quotidiana che la “civiltà” impone lo indeboliscono drammaticamente. Le statistiche, poi, confermano che le malattie sono sempre più numerose e variate. La sovrappopolazione nonché i continui e rapidi interscambi, favoriscono ulteriormente la nascita e la propagazione delle alterazioni patologiche (oggi in poche ore con un aereo è possibile diffondere un’infezione da un capo all’altro del mondo). Scrive Dorst (1988): “Il costante aumento delle malattie mentali e nervose di ogni tipo -’malattie di civilizzazione’- costituisce la prova più documentata della profonda mancanza di armonia oggi in atto tra l’uomo e il suo ambiente. Le attività umane portate al parossismo, spinte fino all’assurdo, pare che rechino in se stesse i germi della distruzione della nostra specie.
Questo fenomeno ricorda la politelia osservata nel corso dell’evoluzione di certi tipi di animali; un carattere comparso in una linea è in seguito capace di svilupparsi, e di svilupparsi esageratamente, fino a divenire nocivo e contrario agli interessi della specie stessa e senza avere, da quel momento, il minimo valore come mutazione di adattamento. Molte linee si sono estinte così nel corso dei tempi geologici, in seguito allo sviluppo esagerato di una caratteristica divenuta mostruosa. Ci si può chiedere se non sta accadendo lo stesso all’uomo e alla civiltà tecnica da lui creata, che gli ha permesso, all’inizio, di raggiungere un alto livello di vita ma il cui eccesso rischia di divenirgli fatale”. Anche numerose razze e popolazioni umane si sono estinte nel corso dei millenni proprio a causa di un loro eccessivo sviluppo divenuto “mostruoso” (Dorst, 1988).
Occorre prontamente ricordare come l’uomo, nello stato di cacciatore-raccoglitore, era rappresentato da popolazioni basse numericamente, il che sfavoriva lo sviluppo di numerose patologie infettive; tra l’altro, gli interscambi tra le varie popolazioni, erano minimi e localizzati. Per la loro sussistenza giornaliera si spostavano periodicamente allontanandosi così dalle proprie deiezioni ed immondizie (Goldsmith, 1992). Il tempo trascorso nella caccia e nella raccolta era una minima parte del totale lasciando così spazio al riposo e alla “riflessione” (Goldsmith, 1992).
Con la rivoluzione agricola, l’uomo comincia a sterminare parte della biocenosi che ostacola il proprio cammino determinando l’estinzione di moltissime specie animali e vegetali. Con la rivoluzione tecnologica ed industriale poi, ultimo stadio dell’invadenza, il numero delle specie estinte o portate sull’orlo dell’estinzione si moltiplica enormemente.
Se, per raggiungere i 3 miliardi di persone la razza umana ha impiegato all’incirca 600.000 anni, per raddoppiare sono stati sufficienti meno di 40 anni! Il problema della sovrappopolazione umana è forse uno degli elementi più preoccupanti e devastanti che si presentano alla società contemporanea e al mondo naturale. Eliminata la selezione naturale e i freni che imponeva l’ambiente, l’uomo ha dato corso ad una proliferazione estremamente esagerata saccheggiando le risorse ambientali e proteggendosi, nel contempo, con la tecnologia, la medicina e altro. Ma la sovrappopolazione porta ad un continuo stress, facilita la diffusione delle malattie, determina gravi squilibri fisiologici, innesca tensioni sociali,  e prelude, alla fine, alla decadenza della specie. Il problema non è da sottovalutare ed è da incoscienti propagandare politiche sociali in nome della proliferazione demografica. Occorre intervenire nell’immediato e drasticamente. Ma la miopia delle popolazioni, favorita anche dall’illusione religiosa e dalle politiche di profitto degli Stati, non consente di osservare, almeno in lontananza, i bagliori della speranza e forse non si pecca di eccessivo pessimismo se si immagina il futuro dei prossimi millenni come una sorta di deserto popolato, tra le forme più appariscenti, solo da qualche specie di insetto sopravvissuta al passaggio dell’uomo ormai autodistrutto.
Occorre, sia salvare la natura che l’uomo da se stesso (Dorst, 1988)! Nessuna politica di conservazione può prescindere dal problema della sovrappopolazione: “...la premessa assoluta è il blocco dell’espansione della popolazione umana” (Simonetta, 1976).  Scrive Kaczynskj (1997): “E’ accertato che la sovrappopolazione aumenta lo stress e l’aggressività. Il grado di affollamento che esiste oggi e l’isolamento dell’uomo dalla natura sono conseguenze del progresso tecnologico. Tutte le società preindustriali erano in prevalenza rurali. La rivoluzione industriale ha aumentato a dismisura l’estensione delle città e la proporzione della popolazione che vi vive, e la tecnologia moderna industriale hanno reso possibile alla Terra di sostenere una popolazione sempre più densa... “ “ Per le società primitive il mondo naturale (che, in genere, muta lentamente) forniva una struttura stabile e quindi un senso di sicurezza. Nel mondo moderno è la società umana che domina la natura, piuttosto che il contrario, e la società moderna cambia molto rapidamente a causa dei mutamenti tecnologici. Così non vi è una struttura stabile”.
Ebbe a dire Edward O. Wilson: “La responsabilità della crisi della biodiversità ha una sola grande ragione: il successo demografico della specie umana”.


La tecnologia e la pressione demografica


“La tecnologia ha illuso l’uomo che con essa egli possa migliorare la sua vita e le sue difficoltà. Ma in effetti l’uomo tecnologico è diventato ancor più schiavo e vincolato di reali catene che gli cingono i polsi e le caviglie: è diventato totalmente dipendente delle sue ‘creazioni’ tanto che la sua stessa esistenza viene meno senza quella campana di  vetro che si è costruita. O peggio: ha perduto per sempre la sua essenza e, paradossalmente, la sua libertà. E’ divenuto lui stesso, in altri termini, una macchina e una prigione di cui ne è stato il volontario creatore!”.  Lo sviluppo tecnologico è legato a volte alla ricerca pura, ma è più spesso sollecitato dall’esigenza di aumentare i mezzi di sostentamento della crescente popolazione del pianeta. Per ottenere tale scopo non si esita ad esercitare una distruttiva violenza sull’assetto naturale dell’ambiente, tagliando intere foreste, impiantando immensi complessi industriali, scaricando nei corsi d’acqua sostanze altamente inquinanti, cementificando ed asfaltando grandi superfici del territorio, prosciugando le paludi, sbarrando i fiumi e installando faraonici allevamenti di bestiame che producono enormi quantità di rifiuti organici. E' intuitivo, se non ovvio, che una così ampia manomissione del territorio e dei connessi ecosistemi si traduca nell’estinzione di molte specie di uccelli e di mammiferi, evento che si è purtroppo frequentemente verificato nell’arco di tempo che ci separa dall’inizio della rivoluzione industriale. E' necessario notare che l’aggressione esercitata ai danni della natura non sempre avviene in territorio contiguo a quello in cui si verifica l’accentuata pressione demografica, ma - grazie allo straordinario sviluppo dei mezzi di trasporto - le risorse ricavate dall’opera di manomissione vengono spesso convogliate anche a grande distanza, ove esse effettivamente occorrono, in prevalenza verso la fascia nord-atlantica che, a fronte di una popolazione che è pari a circa il 15% di quella mondiale, consuma quasi il 75% delle risorse planetarie. Uno squilibrio tanto accentuato non è dovuto soltanto ad uno “ standard” di vita adeguato alla domanda di una società “civile”, ma è causato anche da sprechi sconsiderati, come avviene ad esempio nel riscaldamento domestico, nell’illuminazione, nell’alimentazione, nell’uso di motori elettrici, nella produzione di beni inutili, nell’abuso degli antiparassitari chimici, ecc. ecc.
A questo punto domandiamoci se vi è la possibilità di comporre pragmaticamente il dissidio che oppone l'uomo alla natura; si, forse ciò è possibile se si riconsidera il problema nella sua globalità, che significa individuare un nuovo modello di sviluppo, e applicarlo nella sua interezza. Nuovo modello di sviluppo significa valutare le riserve di energia disponibili a livello planetario, programmarle e ripartirle in proporzione alla pressione demografica di ogni singola zona. Ma significa anche influire drasticamente sul comportamento del singolo uomo nei confronti della natura; quest’ultimo è un punto essenziale del problema.
Scrive saggiamente Dalla Casa (1996): “....Alla luce di tale andamento esponenziale del fenomeno ‘civiltà industriale’, appare perfettamente logico che per un paio di secoli non si sia notata la vera natura distruttrice di tale civiltà. Infatti i suoi effetti reali sulla Vita non possono evidenziarsi se non pochissimo tempo prima della sua fine.....
Quindi la persistenza del modello attuale per due secoli, fatto su cui poggia l’idea di continuazione della civiltà industriale sempre-crescente, costituisce invece un’ulteriore prova della sua fine imminente: come si è visto, il modello può esistere senza manifestare la sua vera natura per un tempo quasi uguale a quello della sua esistenza complessiva......
..continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto “.

L’uomo da cacciatore/raccoglitore 
a uomo tecnologico


“Nelle comunità di cacciatori-raccoglitori del primo mondo - il mondo degli abitanti dell’ecosistema - l’uomo ‘proiettava un’immagine amichevole sugli animali: questi parlavano fra di loro e pensavano razionalmente come gli uomini; avevano un’anima (...) (L’uomo era ancora) dentro quel mondo, non lo aveva ancora trasformato in uno strumento o in una mera fonte di risorse’.
Il secondo mondo - quello della cultura - è una creazione dell’uomo. Secondo l’analisi di Eiseley, è il risultato di forme più progreddite di rappresentazione simbolica, del fenomeno linguistico, della dislocazione affettiva, dell’invezione del tempo storico. L’uomo si è separato dal resto della natura, è diventato abitante della città e si è allontanato dagli ‘spiriti presenti in ogni albero e in ogni ruscello. I suoi compagni animali si allontanarono da lui furtivamente come randagi senza anima. Non parlarono più’. Il potere di Pan era perduto. Da quel momento la vita dell’umanità è considerata ‘irreale e sterile’.....” (Devall & Sessions, 1989 paragrafo su Loren Eiseley).
L’uomo primitivo viveva essenzialmente di raccolta (radici, frutti, ecc.) e occasionalmente di caccia e pesca. In quello stadio era perfettamente armonizzato con l’ambiente circostante tanto che non determinava nessun tipo di danno. Successivamente incominciò ad addomesticare gli animali e si trasformò in pastore. Nella fase seguente approdò all’agricoltura. Lasciatosi alle spalle la caccia e la raccolta, con la pastorizia prima e con l’agricoltura poi, comincia a disarmonizzarsi dall’ambiente circostante ed attiva gravi modifiche al mondo naturale. L’ultima fase poi, quella industriale e tecnologica, darà il colpo di grazia alla stabilità della natura, universalizzando gli interventi e amplificando le distruzioni. Si attua il definitivo declino della natura e l’apparente dominio della razza umana.
Se all’origine, con la pratica della pastorizia e dell’agricoltura, si infliggevano già gravi danni all’ambiente (disboscamenti, modifiche degli habitat, incendi estesi e dolosi, distruzione dei predatori che “insidiavano” il bestiame, ecc.), questi danni erano però localizzati in pochi punti della terra ed avevano effetti devastanti su piccola scala. Al contrario, con il progressivo aumento della popolazione e soprattutto con l’avvento della tecnologia (industria, chimica, ecc.), gli effetti negativi della varie pratiche (agricoltura chimica, allevamento intensivo, industrie leggere e pesanti, ulteriore distruzione dei predatori e alterazione massiccia degli habitat per la pastorizia, ecc.), hanno via via assunto carattere mondiale non risparmiando alcun angolo della terra e finanche parte dello spazio (oggigiorno l’attività agricolo/pastorale è distruttiva per l’ambiente come l’industria. Scrisse infatti Lovelock “che l’agricoltura praticata dalla popolazione umana sempre più numerosa rappresentava la minaccia più grave per la terra” - Worster, 1994). Ciò in connessione, come detto, con un brusco aumento della popolazione umana. Scrive Dorst (1988): “All’inizio l’uomo visse della semplice raccolta (frutti e radici vegetali) e di animali la cui cattura era agevole. Poi egli inventò varie armi che gli permisero di dedicarsi alla caccia e alla pesca: di esercitare, cioè, attività predatrici. In questo stadio (raggiunto nel Paleolitico inferiore), l’uomo è ancora parte integrante dell’ambiente naturale da cui esclusivamente dipende. Le modificazioni dell’ambiente che determinano la disponibilità di alimento, hanno una profonda influenza sull’uomo e lo costringono a dover cercare altrove gli elementi indispensabili alla sopravvivenza. Gli uomini di quell’epoca, che vivevano di caccia e di raccolta, modificarono nel complesso molto superficialmente il loro habitat”. Il tramonto della specie umana e, conseguentemente della natura, inizia gradualmente e localmente sin dal Neolitico, per divenire drastico, brutale ed universale ai giorni nostri. Infatti Paul Shepard asseriva che la crisi ecologica è in corso da diecimila anni: “Quando l’agricoltura si sostituì all’economia di caccia e raccolta, si verificarono mutamenti radicali nel mondo degli uomini di vedere e reagire alla natura circostante. Le centinaia di forme locali di organizzazione agricola che si sono sviluppate via via (....) miravano tutte a dare un volto completamente umano alla superficie terrestre, sostituendo il selvaggio con il domestico e creando paesaggi dall’habitat”(Shepard, 1973, in Devall & Sessions,1989). Integra bene J. Dorst (1988): “In fondo la storia dell’umanità può essere considerata come la lotta della nostra specie contro il proprio ambiente e il progressivo affrancamento dalla natura e da alcune leggi, e come l’asservimento del mondo intero - suolo, piante, animali - all’uomo e ai ritrovati del suo genio. Certo, l’uomo primitivo non aveva neppure lontanamente l’energia meccanica sufficiente perché la sua collisione con la natura superasse certi limiti esattamente circoscritti. Ma la differenza, tra il coltivatore neolitico intento a disboscare una radura e a dissodare il terreno, e l’uomo del 2000 che ha base di esplosioni atomiche smuoverà le montagne e modificherà il corso dei fiumi costringendoli ad irrigare i deserti, è solo una differenza di metodo. Il fattore umano deve essere preso in considerazione nell’equilibrio biologico del mondo partendo dagli albori dell’umanità, e se l’urto è divenuto sempre più profondo non bisogna però ingannarsi sulla sua antichità”. Ne fanno tuttavia eccezione i numerosi popoli che non sono approdati alla pastorizia e all’agricoltura (per esempio parte degli indiani nordamericani) e che pertanto rimasero in armonia con il proprio ambiente  (alcuni ancora lo sono) fin quando non sopraggiunsero i “bianchi” portatori della “civiltà occidentale” (Dorst, 1988). Ancora Devall & Sessions (1989) a proposito delle considerazioni di Shepard scrivono: “Non solo l’agricoltura stessa è un danno ecologico, ma, per Shepard, il contadino tradizionale ha condotto ‘la vita più ottusa che l’uomo possa mai vivere’. Mentre le prime fattorie che praticavano un’agricoltura di autosufficienza erano in armonia con l’ambiente, gli agricoltori delle odierne monoculture devono fare affidamento su una vasta e continua rete di rapporti socieconomici. La vita delle campagne è senza speranza nella organizzazione agricola industriale moderna. Le piante e gli animali domestici sono disastri biologici, continua Shepard, sono ‘schiocchezze genetiche’. Shepard concorda con Brownell quando afferma che gli uomini hanno bisogno degli animali selvatici nel loro ambiente naturale per poterli prendere da esempio e diventare pienamente uomini; i cuccioli addomesticati e gli animali da fattoria sono surrogati inadeguati e patetici. Per Shepard, un futuro ecologicamente sano vuole la scomparsa di quasi tutte le forme di organizzazione agricola, di piante e animali alterati geneticamente. Un altro elemento indispensabile per il futuro è il pieno riconoscimento che gli uomini sono geneticamente cacciatori-raccoglitori”.
Gian Luigi Mainardi (1973) riassume con estrema sintesi e limpida chiarezza l’ascesa e lo sviluppo dell’Homo sapiens sul pianeta terra. Ne riportiamo un breve, eloquente stralcio: “Circa 50.000 anni or sono, dopo una strenua, vittoriosa lotta con altri tipi di ominidi, una nuova specie, l’abile Homo sapiens, si accinse a intraprendere un cammino che in breve (geologicamente parlando) lo doveva condurre ad una posizione di assoluta preminenza. Dapprima la marcia fu lenta e vide il passaggio graduale dal chiuso habitat della foresta all’aperta pianura, la trasformazione della dieta da vegetariana a carnivora, con conseguente partecipazione al giuoco della preda e del predatore, lo sviluppo di tecniche di caccia in gruppo, l’impiego di rozze armi e utensili, la costruzione di rifugi sicuri. Per tutto questo lungo periodo l’ambiente rimase pressoché incontaminato, grazie alla relativa disorganizzazione, all’inconsistenza numerica e alla dispersione dell’unico abitatore che avrebbe potuto inquinarlo. La tregua non doveva però durare a lungo. La scoperta del fuoco come mezzo per conquistare nuovi spazi e favorire la crescita di piante da pascolo e da foraggio, insieme all’addomesticamento di varie specie animali, ebbero un effetto sconvolgente sugli ecosistemi.
Rapidamente la specie umana si moltiplicò, si andarono costituendo raggruppamenti sempre più numerosi, si evolsero strutture stabili via via più organizzate, e inevitabilmente prese consistenza il problema dell’accumulo dei rifiuti della comunità, la diffusione dell’inquinamento, delle malattie, dell’’erosione’ della natura. Da allora la marcia si è tramutata in corsa veloce e l’uomo ha vestito sempre più i panni del più catastrofico agente antiecologico che mai sia comparso sulla Terra, capace di interferire sconsideratamente con l’ambiente in mille modi, diretti ed indiretti...........
Finora la natura ha sopportato le ferite che le abbiamo inflitto, ma è chiaro che ci stiamo avvicinando ai limiti di tollerabilità. Non dimentichiamoci che in definitiva anche il grande Homo sapiens per sopravvivere ha bisogno della natura, ha necessità di acqua, di suolo, di ossigeno, di piante, di animali. Se dimenticherà questa verità elementare, egli in un futuro più o meno prossimo distruggerà se stesso”.
Devall & Sessions (1989) a proposito dell’impatto sulla natura da parte dell’uomo tecnologico contemporaneo ci ricordano che “l’eccessivo intervento umano nei processi naturali ha condotto altre specie sull’orlo dell’estinzione. Secondo gli ecologi profondi l’ago della bilancia pende da lungo tempo a favore degli uomini, ora dobbiamo riequilibrarlo per proteggere le specie minacciate: la tutela dei diversi tipi di natura selvaggia è un imperativo. Mentre i popoli nativi sono vissuti in comunità sostenibili per decine di migliaia di anni senza intaccare la vitalità degli ecosistemi, la moderna società industrial-tecnocratica minaccia ogni ecosistema sulla Terra e può anche apportare drastici mutamenti dei modelli climatici nella biosfera”.

La caccia

“Il maggior atto di coraggio non è uccidere, ma lasciar vivere”

“Ogni uomo dovrebbe nel suo profondo portare al più alto livello il rispetto per ogni forma di vita” (Albert Schweitzer, ma affermato anche da tante altre personalità di spicco e da molte religioni, soprattutto orientali)

La società contemporanea ha raggiunto, nei Paesi cosiddetti sviluppati, un elevato grado di “benessere” grazie anche alla progressiva affermazione del ceto medio. La logica del profitto, forza trainante del sistema, determina una notevole produzione industriale e un conseguente inquinamento ambientale. Il cittadino, asservito alle categorie capitalistiche, attiva il turnover del consumo, alimentando la richiesta di elementi e il suo conseguente utilizzo. Lo scenario naturale, contenitore globale delle attività umane, subisce pesantemente l’aggressione capillare e penetrante del meccanismo. Deforestazione, inquinamento chimico, acustico e nucleare, antropizzazione del territorio, riduzione delle aree selvagge, addomesticamento dei luoghi, sovrappopolazione, non sono che alcuni esempi delle conseguenze di tale sistema vitale.
In uno scenario così drammatico e precario, si innesta l’attività venatoria. Praticata dall’uomo sin dalle epoche preistoriche, quando era raccoglitore/cacciatore, è andata via via perdendo la sua funzione di pratica di sostentamento, grazie anche all’avvento dell’agricoltura e della pastorizia. Allo stato attuale permane in quasi tutti i Paesi con soli intenti ricreativi, di reminiscenza passionale e, occasionalmente, come attività di riequilibrio e di selezione delle popolazioni di animali (per esempio ungulati – anche se il problema cinghiale è stato creato da reintroduzioni selvaggio degli scorsi anni da parte proprio dei cacciatori) disarmonizzate per la mancanza di predatori naturali eliminati o ridotti dall’uomo. Ma poniamoci a questo punto una domanda: è ancora lecito o meglio ha ancora senso praticare l’attività venatoria “sportiva” in un mondo ormai ecologicamente devastato e alterato? Se il concetto di caccia come attività di sostentamento e di equilibrio faunistico può avere un senso, non lo può certamente avere l’attuale realtà venatoria, soprattutto in certi Paesi (come per esempio l’Italia).
Molti cacciatori, giustamente, asseriscono che i danni inferti all’ambiente vengono da altra fonte (industria, agricoltura chimica, antropizzazione, stile di vita, pascolo eccessivo, ecc.), ma dimenticano di dire che quel poco che è stato casualmente risparmiato da quella “fonte” negativa, deve essere ora distrutto o disturbato da loro.
Una cosa è il concetto di caccia, come prelievo alimentare del selvatico praticato da chi ne ha necessità vitali, e una cosa è la caccia nella realtà odierna. Se è lecito il primo concetto non può esserlo il secondo.
Uomini “tecnologici”, che vivono in una società avanzata, all’improvviso imbracciano il fucile e, ricordando i tempi andati, si dichiarano protezionisti e vanno a esercitare il loro divertimento “turistico/sportivo” sparando su tutto ciò che si muove (e non). Un gran numero di “fucilieri”, in territori già di per se distrutti ed alterati (inquinamento, strade montane, disboscamento, cementificazione, antropizzazione, ecc.), anche dalla nostra semplice invadenza, aggrediscono quel poco di selvaggio che è rimasto, arrecando tra l’altro una notevole fonte di disturbo ambientale e verso la fauna. E’ vero che lo stesso vale per le orde dei turisti, degli alpinisti, degli sciatori, dei cementificatori, ecc., ma qui è la caccia ad essere “analizzata”.
Pensate se è giusto che in un’area naturale (p.e. un’area wilderness) fortunatamente salvaguardata dalle ingiurie dell’addomesticamento, della “valorizzazione” turistica o da altro oggetto inquinante, venga praticata l’attività venatoria per uccidere un animale selvatico che ha già i suoi problemi per sopravvivere (restringimento dell’habitat, disturbo, difficoltà ambientali, ecc.). Per non parlare del disturbo causato dal rastrellamento dei cani e dal rumore dei colpi di fucili. Ogni cacciatore vale, come impatto sul territorio, almeno il quadruplo rispetto al normale turista! Non accenniamo poi al “rischio” pubblico delle pallottole vaganti e all’inquinamento da piombo dei pallini. Qui non si vuole porre in risalto gli aspetti morali, pietistici o animalisti, ma solamente un’ennesima soggettività dell’uomo. Non si vuole condannare chi ancora oggi, in qualche parte della terra, caccia o pesca per sopravvivere, ma solamente quella frangia dell’umanità che per diletto e per “passione” va “atavicamente” a caccia. Escludiamo ovviamente, lo ribadiamo, l’esercizio venatorio quanto è svolto per riequilibrare popolazioni di animali fortemente incrementate dalla mancanza di predatori naturali, anche se questa pratica deve essere attuata con molta oculatezza e nelle forme “gravi”. Se poi caccia deve essere, occorre allora rinegoziare le regole di concessione per cercare di codificare un comportamento eticamente compatibile. In primo luogo, un vero cacciatore, deve rinunciare alle comodità tecnologiche moderne (fucili all’infrarosso o con mirino cannocchiale, ricetrasmittenti, ecc.), deve rinunciare a recarsi in montagna utilizzando le strade che lo portano fresco e riposato in alta quota e deve acquisire una profonda cultura ecologica rispettosa preminentemente del valore in sé della natura e dei precetti dell’ecologia profonda. Altro elemento importante deve essere quello che tutto il territorio è chiuso alla caccia e solo in alcune aree è consentita praticarla tra l’altro a rotazione. Il numero dei cacciatori poi, deve essere considerevolmente ristretto in giusto rapporto (alternanza annuale dei permessi) con l’estensione del territorio aperto all’attività venatoria. Le specie cacciabili (per lo meno in certi Paesi, come p.e. in Italia) saranno quindi solamente quelle che possono essere riprodotte in cattività e facilmente reimmettibili (p.e. lepri). Tuttavia, tale pratica (cioè la reimmissione stagionale di fauna) evidenzia il grave squilibrio ambientale di certi territori non più produttrici spontanei di fauna selvatica e quindi soggetti a reintroduzioni venatorie continue e forzate (molte sono infatti le controversie e gli effetti collaterali delle reimmissioni forzate di animali di dubbia provenienza). E’ più che evidente quindi il fallimento di una situazione del genere e conseguentemente di una attività venatoria definibile in termini più appropriati estremamente “artificiale” e senza senso.
Tornando a considerare la pratica venatoria nella realtà, occorre aggiungere che sono fin troppo evidenti le differenze che si rilevano tra i vari Paesi. Se in Scandinavia, per esempio, il cacciatore rispetta in genere le norme cui sottostare, si autoregolamenta e partecipa attivamente alla salvaguardia del territorio (ad eccezione dei Sami, gli allevatori di renne che, malgrado ne abbiano migliaia, quando trovano un lupo, pur se nei loro territori sono scarsi, non si fanno scrupoli a sparagli illegalmente, malgrado lo Stato in caso di perdita di un capo gli da un cospicuo rimborso in tempi brevissimi. Inoltre sia pure in forma notevolmente minore, abbattono illegalmente anche linci ed aquile reali. Purtroppo è questa l'ignobile mentalità degli allevatori/cacciatori!), in altri, di converso, regna il più assoluto vandalismo, la furbizia e l’ignoranza (vedasi, per esempio, il caso di Malta). Vigono ovviamente le dovute e a volte corpose eccezioni. Se i cacciatori, negli anni trascorsi, quando regnava la più totale anarchia venatoria, si fossero preoccupati di tutelare veramente il territorio e si fossero organizzati non solo per sparare liberamente alla fauna selvatica ma soprattutto per impostare una razionale difesa ambientale (cosa che loro dicono di fare), quando negli anni seguenti, l’opinione pubblica, le associazioni ambientaliste e i vari legislatori avrebbero proposto ridimensionamenti della caccia e avrebbero istituito nuove aree protette, i cacciatori, a quel punto, potevano orgogliosamente sbandierare i risultati da loro ottenuti per la salvaguardia ambientale, almeno per quei settori che gli competevano, ed opporsi al ridimensionamento della loro attività. Invece, all’atto della resa dei conti, anche se parziale, si sono trovati con il deserto alle spalle (uccisione dei rapaci, quasi estinzione del lupo e dell’orso, ecc.). Un vero “ambientalista” non lo è solo quando gli viene imposto dalla legge. I cacciatori hanno perso l’occasione propizia.
L’uomo contemporaneo, nella maggior parte delle accezioni, è completamente estraneo alla dialettica della natura. E’ dunque essenziale, a questo punto, considerare che i pochi luoghi naturali rimasti ancora tali, debbano essere totalmente preservati o per lo meno controllati al massimo, dagli “interventi” umani di qualsiasi natura: turismo, ricreazione, sviluppo, caccia, ecc. Non è possibile opporsi a coloro che sono antagonisti dell’attività venatoria affermando, per difendere tale attività, che la distruzione del mondo è per altra causa. Qui si discute della negatività dell’uomo verso la natura in tutte le sue forme e una di queste è la caccia insensata, di disturbo e soprattutto non controllata nella realtà; ma il problema è controverso.
In materia di politica generale, Player, esponente mondiale del movimento wilderness asserisce che nessun tipo di caccia dovrebbe essere permessa nel “cuore” delle Aree Wilderness; per contro, Aldo Leopold, praticamente il fondatore dello stesso movimento, era un cacciatore convinto e “ideò” le Aree Wilderness anche per fini venatori. Occorre tuttavia ricordare che il Leopold si “muoveva” nei primi decenni del secolo scorso negli immensi territori statunitensi, dove ancora esistevano estensioni rilevanti di natura selvaggia e dove l’impatto dell’attività venatoria veniva adeguatamente filtrato dall’ampio “respiro” della natura e dalla bassa densità dei cacciatori stessi. In aggiunta, pur riconoscendo al Leopold tutti i meriti per aver diffuso, tra i primi, una nuova e rivoluzionaria etica ambientale e per aver contribuito alla salvaguardia di molti spazi wilderness, si ricorda che egli aveva, per oltre i due terzi della sua esistenza, una visione della natura fortemente antropocentrica e molto meno “illuminata” visto che considerava necessario “gestire la fauna selvatica” ponendo in prima linea una lotta spietata verso i grandi predatori (p.e. contro il lupo). Non dimentichiamo infine, riferendoci però non solo al Nordamerica, le numerose estinzioni di specie animali dovute al disinvolto uso delle canne tuonanti! Lo stesso Leopold ebbe a dire (1949-1997): “Date un’occhiata, innanzi tutto, a una palude popolata di anatre selvatiche; un cordone di automobili parcheggiate la circonda; appostato in ogni punto delle sue sponde coperte di giunchi si trova un ‘pilastro’ della società, il fucile automatico pronto, il grilletto che solletica un indice pronto a infrangere, se necessario, qualsiasi legge di Stato o di benessere pubblico per uccidere un’anatra. Il fatto che costui sia già supernutrito non placa in alcun modo la sua avidità”. Sicuramente Leopold avversava la caccia “tecnologica” ed era fautore di una attività venatoria “primaria” fatta di difficoltà, di luoghi selvaggi, di ricerca agnostica della preda, di avvicinamenti a piedi, di un solo ”colpo in canna”, di valore “culturale” e profondo della pratica e così via. Ma questi nobili principi sarebbero validi se tutti i cacciatori fossero sullo stesso “elevato” piano culturale ed etico, non certo nella pratica reale della massa; per di più, se anche tutti i cacciatori si comportassero con un fare pacato e primordiale, moltiplicati per il loro elevato numero ogni regola del buon senso verrebbe meno. Infine, ad onor del vero, anche il fucile automatico dovrebbe restare fuori da questa ricerca venatoria perché il cacciatore che vuole rivaleggiare pariteticamente con la preda dovrebbe farlo nel modo più sobrio possibile! Legittimare la pratica venatoria che poi per “democrazia” deve essere accessibile teoricamente a tutti significa che essa non sarà mai in realtà attuata con rispetto, controllo e a basso impatto ambientale. Chi crede nel contrario sa perfettamente di essere in malafede. A proposito di Leopold occorre ricordare che il suo pensiero “costituisce una pietra miliare nello sviluppo della posizione biocentrica” (Devall & Sessions, 1989) e che, come scrisse G. Sessions (in Roshi, 1989), “visse una drammatica conversione dalla mentalità di superficiale ecologia di ‘servizio’ e di gestione di risorse dell’uomo al di sopra della natura all’annunciare che gli esseri umani dovrebbero vedere se stessi realisticamente come ‘semplici membri’ della comunità biotica”. Tornando alla questione venatoria usiamo ancora le parole dello stesso Leopold (1949-1997) sul fare negativo di un certo tipo di caccia, che poi è un fare negativo della maggior parte della realtà venatoria “sportiva” mondiale: “Eccolo seduto in una barca d’acciaio, con le sue anatre da richiamo sintetiche che galleggiano poco più avanti. Grazie al motore non ha dovuto faticare per raggiungere il suo nascondiglio. Al suo fianco ha del combustibile per riscaldarsi in caso di vento forte e parla agli stormi di passaggio con un richiamo industriale dal quale spera che escano suoni attraenti.... Bisogna sparare subito perché la palude pullula di cacciatori (tutti equipaggiati allo stesso modo), che potrebbero farlo per primi. Apre il fuoco da una sessantina di metri, perché il suo schioppo è tarato sull’infinito e la pubblicità dice che le cartucce ‘Super Zeta’ hanno una lunga gittata.... Questo cacciatore sta assorbendo un valore culturale?...... Dal nascondiglio a fianco un altro cacciatore apre il fuoco da sessantacinque metri, nel disperato tentativo di prendere qualcosa.... Dove è finita l’idea della ‘mano leggera’ e la tradizione di sparare una sola cartuccia?..... Io stesso uso arnesi fabbricati industrialmente, tuttavia c’è un punto al di là del quale gli accessori acquistati al negozio distruggono il valore culturale della caccia...... ogni tipo di svago nell’ambiente naturale è essenzialmente primitivo, atavico, e ha valore solo per contrasto; una meccanizzazione eccessiva distrugge i contrasti, trasferendo la fabbrica nei boschi o nelle paludi”.
I buoni e salubri principi culturali della caccia sono ottimi, ma la realtà sarà in effetti corrispondente a quella cultura? Le parole di Leopold confermano questo dubbio, anzi danno la certezza, purtroppo, che la caccia attuale viene praticata solo in forma degenerante, come lo è d’altronde il turismo di massa, l’industralizzazione eccessiva, l’agricoltura chimica, la pesca dissennata e così via. Aldo Leopold forse, fu una bellissima eccezione.
Scrive Dalla Casa (1996): “Nelle civiltà di tipo occidentale esiste il fenomeno ‘uccidere per divertimento’: spesso l’uccisione è addirittura considerata un ‘merito’ da parte del cacciatore. Il fenomeno, gravemente presente, interessa comunque una minoranza, anche se piuttosto invadente; l’unico modo per limitarlo consiste per ora in rigorosi divieti.....
In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di un dio, che si può interpretare come ‘il genio della specie’: la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di sopravvivenza..... L’eventuale uccisione fatta ‘per divertimento’ o ‘senza scopo’ era un’offesa al dio: quindi veniva vissuta come un delitto......
Le culture animiste provocavano ben raramente l’estinzione di specie o la distruzione di ecosistemi: per molti migliaia di anni i nativi d’America sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie in armonico e dinamico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di civiltà europea per distruggere tutto.........
In genere le culture dell’Oriente consideravano gli altri esseri o in un ciclo di morti e rinascite (samsara) o comunque degni della massima benevolenza: tutti i viventi facevano parte di un equilibrio cosmico......
In sostanza, perché finisca veramente il fenomeno ‘caccia’, pur essendo assai utili anche i divieti, è indispensabile una nuova base etica e culturale....”.
Integra il discorso Hargrove (1990): “Molte tribù primitive avevano il costume di chiedere perdono e comprensione agli animali selvatici che uccidevano per cibarsene. Tuttavia questi costumi o tradizioni non sopravvissero nella civiltà occidentale, dove invece si sviluppò la tradizione di uccidere la natura per sport, cioè per il proprio piacere, non per ottenerne cibo. Il cacciatore, secondo questa tradizione, ricava piacere dall’uccisione di animali, senza alcuna sensazione di colpa”. Quanto finora detto vale ovviamente anche per la pesca sportiva (per non parlare di quella industriale che sta devastando i mari , fiumi e laghi). Scrisse con grande perspicacia J. Muir (1995): “.... Pure, gente di aspetto assai rispettabile, gente che pare perfino savia a guardarla, sta ad infilzare pezzi di vermi su pezzi di filo di ferro ricurvi allo scopo di catturare trote. Questa attività chiamano sport. Se i frequentatori di chiese si mettessero a pescare nel fonte battesimale per ammazzare il tempo durante le prediche noiose, il cosiddetto sport avrebbe una ragion d’essere; ma trastullarsi così dentro il tempio di Yosemite! Trovar piacere nell’agonia di creature che lottano per la vita.....”.
Ma non si commetta comunque il grave errore di utilizzare la caccia come specchietto per le allodole. Non si mascheri una presunta protezione di un territorio sbandierando il classico divieto di caccia, per poi progettare interventi cosidetti “ecocompatibili” su quel territorio (turismo di massa, sentieri attrezzati, sentieristica eccessiva e capillare, rifugi, ecc.). Abbiamo espresso parere negativo sull’attività venatoria almeno nei Paese antropizzati e compromessi, ma lo abbiamo fatto al pari delle altre attività negative dell’uomo. Altrimenti, in un territorio selvaggio, paradossalmente (molto paradossalmente), è meglio considerare l’attività venatoria, sia pur fortemente ristretta e indirettamente limitata a pochi, che lasciar lontano i fucili ma snaturare completamente quell’ambiente con altri dubbi interventi. Un gran numero di persone aborrisce la caccia come attività negativa, ma ignora totalmente (o finge di ignorare) il pesante impatto del turismo e delle altre forme che turbano la wilderness di un posto. Abbiamo espresso parere negativo alla caccia perché nella realtà molti praticanti di tale attività non sono degni di essa comportandosi in forma del tutto negativa, ma saremo teoricamente i primi a difenderla se i cacciatori dimostreranno una vera missione nei confronti della wilderness dei luoghi e nei confronti di un’autoregolamentazione degna di tal nome (attività venatoria secondo i precetti di Aldo Leopold che, come abbiamo primo evidenziato, erano impostati su una caccia di tipo “culturale”, controllata, agnostica, atavica). Quest’ultima riflessione è però nel modo più assoluto utopica!!
L’uomo contemporaneo attraverso le sue mille categorie di “necessità” (cacciatori, pescatori, sciatori, escursionisti, alpinisti, boscaioli, pastori, agricoltori, latifondisti, speculatori, ricercatori e “scienziati”, ecc.) accampa continuamente i diritti di poter far qualcosa, ognuno in forma esclusiva. Non è un caso poi che a farne le spese sia sempre l’ambiente. Ormai l’uomo è un elemento estraneo ai fenomeni della natura e per questo limitarlo è quanto mai opportuno e necessario. L’importante è non creare categorie di seria A con tutti i diritti e categorie di serie B senza diritti! 
E’ comunque cosa estremamente difficile riscontrare tra gli “ambientalisti di superficie” e i cacciatori il concetto del valore in sé della natura. In entrambe le categorie vige, quasi sempre, l’egocentrismo o meglio l’antropontrismo e nei cacciatori il miope interesse personalistico.
Scrive Franco Zunino: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso.
Invece, la maggioranza di quelli che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa (naturalisti, alpinisti, escursionisti, cacciatori, ecc.), raramente si pongono problemi di rinuncia ai propri piaceri per rispetto alle sue esigenze......... In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori dannosi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura.......'c'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che ne traggono attraverso l'uso'. E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande maggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore....".
Un ultima questione occorre evidenziare. I cacciatori accusano coloro che sono contro la loro attività (come profondamente il sottoscritto) affermando che quest’ultimi aborriscono dinanzi alle loro uccisioni e poi ignorano e si nutrono di carne frutto di allevamenti lager e di uno sterminio nei mattatoi (però, ribadiamo, non facciamo l'errore di dimenticarci anche dei pesci). Ciò è vero e lo scrivente sia per motivi ecologici, quanto anche per motivi di assoluto rispetto per ogni forma di vita, di coerenza e di salute è da decenni profondamente VEGANO (alimentarsi di soli vegetali), una pratica che in futuro per contribuire a salvaguardare almeno in parte il pianeta terra sarà quasi un obbligo esserlo tutti.

“Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi un torrente turbolento piegava a gomito. Vedemmo quello che pensammo fosse una cerva guadare, immersa fino al torace nell’acqua bianca spuma. Quando si arrampicò sulla sponda dalla nostra parte e scosse la coda ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò dal folto dei salici, radunandosi per dare il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente. Insomma, un vero e proprio mucchio di lupi si agitava e ruzzolava allo scoperto proprio sotto il nostro masso.
A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco, con più eccitazione che precisione.......
Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai dimenticato, che c’era qualcosa di nuovo per me in quei occhi, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo era giovane e mi prudeva il dito sul grilletto; pensavo che meno lupi significasse più cervi, e quindi niente lupi equivalesse al paradiso dei cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista......
Forse è proprio questo che significa il detto di Thoreau: ‘La salvezza del mondo si trova nella natura selvaggia’. Forse questo è il significato nascosto nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono” (A. Leopold, 1949-1997).
“Con tutti gli esseri e con tutte le cose, noi saremo sempre fratelli” (proverbio Sioux).
Lo scrivente avverserà sempre l’attività venatoria, ma anche tutte le attività che non rispettano la wilderness dei luoghi. Ovviamente chi scrive è anche lui “colpevole di errori” e non vuole additare solo agli altri il fare negativo!! Chi scrive non è certo portatore di verità assolute.
Disse il Budda: “La regola fondamentale di ciascun essere senziente è di avere sempre, e poi sempre una profonda COMPASSIONE!!.
E per concludere faccio propria la grande affermazione fatta da Albert Schweitzer circa quello di portare nel più profondo del proprio cuore il “rispetto per ogni forma di vita”, rispetto che fu auspicato non solo dallo Schweitzer, ma anche da molti altri personaggi di rilievo da tutto il mondo e finanche da molte religioni, sopratutto orientali.

Un’integrazione di Guido Dalla Casa (1996)

La caccia
Esaminiamo ora l’atteggiamento dei tre gruppi di culture nei riguardi della caccia:

- Nelle civiltà di tipo occidentale esiste il fenomeno “uccidere per divertimento”: spesso l’uccisione è addirittura considerata un “merito” da parte del cacciatore. Il fenomeno, gravemente presente, interessa comunque una minoranza, anche se piuttosto invadente; l’unico modo per limitarlo consiste per ora in rigorosi divieti. Nell’Occidente c’è chi spende soldi per poter uccidere, il che è addirittura il contrario del “procurarsi il cibo” indispensabile all’idea di caccia in tanti altri modelli.

- In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di un dio, che si può interpretare come “il genio della specie”: la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di sopravvivenza. Spesso l’animale più cacciato era considerato anche un totem, aveva una sua sacralità. L’eventuale uccisione fatta “per divertimento” o “senza scopo” era un’offesa al dio: quindi veniva vissuta come un delitto e poneva il cacciatore nella posizione di chi attende la punizione del dio, che potremmo anche chiamare “conseguenza del complesso di colpa”: di solito poi questa punizione arrivava puntualmente, attraverso le misteriose vie dell’inconscio e gli indissolubili legami fra mente e corpo.
Le culture animiste provocavano ben raramente l’estinzione di specie o la distruzione di ecosistemi: per molte migliaia di anni i nativi d’America sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie in armonico e dinamico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di civiltà europea per distruggere tutto.

- In genere le culture dell’Oriente consideravano gli altri esseri o in un ciclo di morti e rinascite (samsara) o comunque degni della massima benevolenza: tutti i viventi facevano parte di un equilibrio cosmico. Ciò dava luogo a morali del tipo “Non danneggiare alcun essere senziente”. Anche qui l’eventualità di divertirsi ad uccidere era vissuta come un grave delitto.
Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto a una vita libera e autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto. 
In sostanza, perché finisca veramente il fenomeno “caccia”, pur essendo assai utili anche i divieti, è indispensabile una nuova base etica e culturale.
Occorre comunque fare attenzione ai permessi di “caccia tradizionale” accordati da alcuni governi, e quindi dall’Occidente, alle culture tribali con il pretesto di mantenerle in vita, perché spesso questa caccia si traduce in un massacro con armi da fuoco per vendere pellicce a grosse compagnie commerciali e avere così il denaro per comprarsi il televisore. Gli eschimesi o i siberiani a caccia con l’elicottero non hanno niente di tradizionale: quando imbracciano un fucile sono già l’Occidente. Le civiltà tradizionali non esistono più dal momento in cui arriva un’arma da fuoco e vengono persi i valori della cultura originaria.
L’Occidente è contagioso e seduce facilmente con i suoi nuovi miti. Con questa caccia si ottiene solo un’ulteriore degradazione della Natura ed un massacro “occidentale” anche se compiuto da ex-appartenenti ad altre culture umane.
C’è una grande confusione fra razza e cultura: un eschimese che uccide la foca con un fucile o comunque con lo scopo di vendere la pelle a una compagnia commerciale non è un eschimese, ma è l’Occidente.
La caccia integrata nelle culture animiste è una cosa del tutto diversa dalla caccia commerciale o industriale, anche se effettuata da persone o collettività di etnìe non europee. La sostanza è data dall’intenzione, lo scopo e il modo, non dall’origine etnica del cacciatore.

La pesca

Il rispetto per ogni forma di vita è un atteggiamento spirituale e pratico di grande valenza esistenziale. Molte persone lo fanno, molte religioni orientali ne fanno uno dei loro principi basilari, ma purtroppo questa nobile consapevolezza è avversata dai più. L’essere Vegani (non cibarsi di nessun animale, compreso i loro derivati) è un grande risultato per il proprio essere può conquistare arricchendosi sotto tutti i punti di vista: etici, spirituali, salutistici.
Ma in questa sede non vogliamo parlare sul veganesimo, ma porre la nostra attenzione sulla crudele ed inutile mattanza che si fa dei pesci.
Normalmente si tende quasi sempre a parlare di non mangiare animali terrestri, o, per esempio le battaglie sull’ormai anacronistica e assurda attività della caccia, ci si concentra sempre a questa pratica. Molto raramente si parla di pesci. Anche loro, al pari di tutti gli esseri viventi, vanno rispettati e non mangiati.
Purtroppo, nell’ambito della pesca industriale, siamo di fronte a vere e proprie mattanze, che negli ultimi tempi hanno depauperato i mari, fiumi e laghi per offrire, ad un popolo ingordo di morte, esseri che dovrebbero vivere liberamente nelle acque. Poi, sia pure in forme notevolmente minore, c’è la pesca sportiva o in ogni caso quella praticata con la canna da pesca da molte persone. Molti condannano la caccia, ma si dimenticano spesso di aggiungere a questa condanna anche la pesca. Sembra che i pesci sia animali di serie B (a dimostrazione che l'atteggiamento verso i pesci è molto più superficiale e meno emotivo, rispetto agli altri animali terrestri è provato dal fatto che, mentre per questi ultimi quasi mai vediamo sui media - anzi direi mai - la loro macellazione, ma semplicemente le carni già pronte, per quanto attiene invece ai pesci è facile osservare la loro crudele cattura, il loro squoiamento e finanche in normali trasmissioni televisivi come si fa a pulirli, a sezionarli e così via. Nessuno si fa meraviglia e si irrita. Sembra che si stia operando su qualcosa che non era stato sino a poco prima un essere vivente che viveva libero nella libertà delle acque!! O, in aggiunta, molti dicono "io non mangio carne, ma solo pesce"!!). Ed invece anche loro meritano rispetto e, rinunciare a mangiarli, a noi fa solo bene (spiritualmente e salutisticamente. Non dimentichiamoci, tra l'altro, il grave inquinamento da metalli pesanti delle acque). Che assurdità vedere uomini moderni che per diletto e dicono “per passione” vanno a pesca. Quale inutile strage.
Ovviamente qui non si vuole in alcun modo includere tutti quei popoli nativi sparsi per il mondo che giustamente pescano per sopravvivere, ma solo per quelli che lo fanno per diletto e per sport!! Non serve cibarsi di pesce, essere vegani si vive meglio ed in ogni caso allo stesso modo. In tale maniera ci possiamo opporre anche alla pesca industriale, che, come abbiamo accennato, sta distruggendo le risorse trofiche delle acque, mare in particolare.
Facciamoci un esame di coscienza e, con un atto di grande altruismo e profondità spirituale, rinunciamo a mangiare esseri viventi. Si dirà: anche i vegetali sono esseri viventi. E’ vero, ma questi sono alla base dell’esigenza per sopravvivere. Qui non stiamo parlando di attuare un suicidio di massa, per non “uccidere” qualunque forma di vita, ma semplicemente quello di evitare ciò che è inutile fare.
Quindi il semplice gesto di diventare vegani, ci farà automaticamente rispettare tutte le forme di vita animali presenti sul pianeta terra.
Per concludere, quando siamo antagonisti dei cacciatori (esclusi ovviamente quelli che lo sono per sopravvivere) o dei mattatoi, ricordiamoci anche di includere il mondo dei pesci, sia riferito alla forma di uccisione industriale che a quella sportiva e dei piccoli pescatori.
Ricordatevi: quando parlate di animali e del loro rispetto, pensate anche ai pesci. Loro, metaforicamente, vi ringrazieranno.

Scrisse con grande perspicacia J. Muir (1995): “.... Pure, gente di aspetto assai rispettabile, gente che pare perfino savia a guardarla, sta ad infilzare pezzi di vermi su pezzi di filo di ferro ricurvi allo scopo di catturare trote. Questa attività chiamano sport. Se i frequentatori di chiese si mettessero a pescare nel fonte battesimale per ammazzare il tempo durante le prediche noiose, il cosiddetto sport avrebbe una ragion d’essere; ma trastullarsi così dentro il tempio di Yosemite! Trovar piacere nell’agonia di creature che lottano per la vita.....”.

Finalmente un po’ di chiarezza e di equilibrio.


Turismo e ambiente


Un tempo era appannaggio di pochi intellettuali, di esploratori o di arditi avventurieri. Successivamente il fenomeno ha coinvolto, a partire dal Nord America, larghi strati della popolazione, contaminando pochi decenni dopo l’intero Occidente e finanche l’Oceania (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995).
L’avvento della piccola borghesia e l’aumento delle disponibilità finanziarie facilita la necessità di crearsi un periodo di svago anche grazie alle ferie retribuite. Divenendo fenomeno di massa crea subito un grave impatto ambientale (diretto e indiretto con la costruzione di seconde case, residence, ecc.). Se nella fase iniziale le località prese d’assalto erano relegate in zone non molto distanti da dove si viveva, successivamente, grazie al potenziamento dei mezzi di trasporto e all’organizzazione dei viaggi, un numero crescente di persone si sposta in ogni luogo del pianeta, attratti dai richiami, culturali, naturalistici, ricreativi (Moretti, in Gamba & Martignitti, 1995). Anche le zone del Terzo Mondo subiscono l’invasione e la conseguente costruzione irrazionale e selvaggia delle strutture di ricezione. Da un fenomeno locale e relativamente ristretto, si è passato ad uno ampio e di massa per approdare ancora oltre con il turismo internazionale.
Per contrapporsi al dilagare del turismo consumistico, nasce il cosiddetto “ecoturismo”: il viaggio a misura di natura (sic!). Regole di base sono: fine educativo, non alterazione degli habitat frequentati, introito economico per le popolazioni locali in alternativa ad attività di sfruttamento della natura. Ma l’ecoturismo ha in sé il germe della distruzione ambientale: la massa. Divenuto infatti fenomeno di massa, rappresenta paradossalmente un pericolo preoccupante per gli habitat naturali. Milioni di “ecoturisti” che solcano i sentieri delle Alpi, dei parchi nazionali e delle riserve o che setacciano le foreste tropicali, le vette nepalesi o le coste australiane. Il turismo “verde”, proprio per immergersi nei luoghi più belli, prende spesso a riferimento le aree protette causando in quei luoghi un impatto estremamente negativo. L’ecoturismo allora assume, come il turismo classico, una forma devastante e incontrollabile. Scrisse J. Muir (1995) con grande profondità di spirito: “Pare strano che i turisti in visita a Yosemite siano così poco commossi da tanta inusitata grandiosità, quasi avessero gli occhi bendati e le orecchie tappate. La maggior parte di quelli che ho incontrato ieri guardavano come chi è del tutto inconsapevole di ciò che gli accade intorno, mentre le rocce stesse nella loro sublime bellezza fremevano agli accenti della possente congregazione di acque sonanti che scendono dai monti e qui si raccolgono con musiche che potrebbero cavare gli angeli dal paradiso”.
Allo stato attuale delle cose, il turismo di massa rappresenta una delle forme a maggior impatto ambientale (si pensi, per esempio, alla pratica dello sci). E’ una pura illusione credere di poterlo contenere entro certi limiti. Il turismo una volta esploso è inarrestabile e si comporta come un cancro. Avviene dunque la prostituzione della natura “venduta” al turismo “ecocompatibile” con la scusa che ciò è il prezzo da pagare per “tutelare” un luogo (il mercato dell’ecologia). Ma ci chiediamo: da chi lo tuteliamo se lo vendiamo ad attività che essendo di massa compatibili non sono affatto? “Solamente l’andare da soli, nel silenzio, senza bagaglio, permette di entrare davvero nella natura selvaggia. Tutti gli altri viaggi non sono che polvere, hotel, valigie e chiacchiere” (J. Muir). Queste profonde e semplici parole di J. Muir ci ricordano quali potrebbero essere le qualità di un turismo e di un turista oculato: la discrezione, la spiritualità, la semplicità, il senso del luogo, la riflessione. Se a queste qualità individuali sommiamo il non addomesticamento dei luoghi  inevitabilmente si determinerà una bassissima densità di visitatori ed una altissima qualità del “viaggio”. Tra l’altro, occorre ricordare, ciò che non è espressamente attrezzato, favorito e pubblicizzato non causa fenomeni di massa.
Aldo Leopold  comprese subito il grande pericolo del turismo di massa e dello sviluppo tecnologico quando scrisse (1949-1997) che: “Lo svago divenne un problema preciso ai tempi del primo dei Roosvelt, quando le linee ferroviarie, che avevano escluso la campagna dalla città, cominciarono a trasportare masse di cittadini nelle campagne. Ci si accorse che più gente ci andava più piccola diventava la possibilità individuale di godere di pace, solitudine, natura e bei panorami, e sempre più lungo il tragitto necessario.
L’automobile ha esteso questa spiacevole situazione, in precedenza di lieve entità e a carattere locale, fino ai limiti estremi delle strade praticabili, rendendo scarso qualcosa che prima abbondava. Ma questo qualcosa si deve comunque trovare, e allora, come ioni proiettati dal sole, i turisti della domenica si irradiano da ogni città, generando calore e attrito ogni fine settimana. L’industria del turismo fornisce vitto e alloggio per attrarre sempre più ioni, sempre più in fretta e sempre più lontano..... Le imprese costruiscono strade nell’entroterra, quindi acquistano altre terre per assorbire il flusso vacanziero, accelerato dalle strade appena costruite. L’industria dell’accessorio spiana la strada verso la natura vergine; la conoscenza dei boschi diventa l’arte di usare tutti i vari arnesi disponibili........ per chi cerca qualcosa di più, questo genere di svago all’aria aperta è diventato un processo autodistruttivo, in cui si cerca senza mai veramente trovare alcunché: una delle grandi frustrazioni della società meccanizzata”.

La grave minaccia del turismo


Sappiamo che le aggressioni patite dalla natura hanno avuto le più svariate origini, tra cui quelle legate alle attività industriali, alla cementificazione, al disboscamento, alla crescita demografica.
Ma a queste forze negative s’è aggiunta in questi ultimi anni, come abbiamo appena visto, l’azione distruttiva esplicata dal turismo di massa, sia tramite le sue infrastrutture dirette che per mezzo di quelle indotte. Si tratta di una invasione senza precedenti che non ha risparmiato nessuna parte del pianeta, con punte  che si concentrano ovviamente nelle località più accessibili e spesso in quelle più ricche di fascino paesaggistico. Ma, troviamo turisti dappertutto: nell’Artico per fotografare gli orsi bianchi standosene comodamente seduti in un pullman, nelle isole del Pacifico, in Alaska, nelle riserve, nei parchi nazionali. Le coste, specie quelle italiane, sono state cementificate e assalite per far posto ad alberghi, ville, spiagge attrezzate,  cancellando in tal modo ogni traccia di ambiente  incontaminato, com’è accaduto, ad esempio, in molte località della Sardegna. Poi è arrivato il turismo montano con l’esplosione dell’escursionismo che invade anche i punti più reconditi della montagna, privandola in tal modo della tranquillità che è il suo precipuo attributo. Oltre a frequentare i sentieri segnati che conducono un po’ dappertutto, le masse degli escursionisti perlustrano ogni luogo, spesso comportandosi in maniera incivile (schiamazzi, abbandono di rifiuti, accensione di fuochi, campeggio in luoghi non consentiti). In Italia il fenomeno è talmente diffuso da far temere della sorte degli equilibri della montagna, soprattutto per quanto concerne le Alpi; basti pensare che nei mesi di punta alcune ascensioni devono essere effettuate in fila indiana (occorre ricordare che le Alpi, nella loro interezza, vengono visitate ogni anno da oltre 100 milioni di turisti a fronte di una popolazione residente di 12 milioni). Gli escursionisti, questa vasta schiera di moderni trovatori che non insegue rime di poesie provenzali, ma sogna la conquista di cime appenniniche o alpestri che immortala poi in innumerevoli foto, veri cimeli da mostrare orgogliosamente agli amici. Infatti l’aver raggiunto una cima, o una remota valle, o un lago montano è impresa che l’escursionista celebra con accenti di vittoria, quando invece il suo animo rimane spesso quasi del tutto sordo al lirismo dei paesaggi che man mano si schiudono, nè riesce a percepire la bellezza delle tenui luci del sottobosco, o del sommesso mormorio dei torrenti, o del vellutato e misterioso canto del cuculo (vigono le dovute e corpose eccezioni). Per non parlare poi del disinteresse e della non percezione verso gli aspetti negativi inflitti dall’uomo sui territori che l’attivo escursionista sta attraversando (snaturamento dei luoghi, impatto delle strutture presenti in natura, rifugi, ecc.). Anzi, se un luogo non è ben “umanizzato” (p.e. con cartelli indicatori ben evidenti, sentieri chiari e battuti, ecc.) sente il dovere di lamentarsi e di definire quell’ambiente del tutto “abbandonato” o male “gestito”.  Che dire poi dell’alpinista tutto teso alla “conquista” di una parete rocciosa? In questo caso l’ambizione non si appaga di una foto ricordo, ma mira a cose molto più alte, come possono essere la risonanza nazionale o mondiale del “record”, o una fruttuosa sponsorizzazione, o anche i diritti di autore derivanti da un’improvvisa folgorazione letteraria. Si aggiunga poi che lo stesso alpinismo ha ormai perso quella dimensione genuina che lo distingueva negli anni passati, tanto da trasformarlo, come detto, in una sorta di competizione a suon di record e di ritorno di immagine. Nascono e si sviluppano così i rifugi di montagna (legati ovviamente anche all’escursionismo), vie ferrate, palestre di roccia, ecc. Scrive Malatesta (1997): “La sublimazione della montagna, processo inevitabile e che fa parte del suo fascino, esaltando la forza perenne e il potere ritenuto indomabile della natura, ha fatto dimenticare la fragilità del suo ecosistema e di come sia abbastanza facile annientare il ‘richiamo’, al di là di una retorica a volte insopportabile. Spiega bene Carlo Alberto Pinelli, orientalista, documentarista e coordinatore internazionale di Mountain Wilderness, che la cultura della montagna non precede, ma segue la cultura della società in cui è immersa. Gli alpinisti erano romantici in epoca romantica, nazionalisti nel più acceso periodo nazionalistico e ora sono diventati consumistici. Si commuovono davanti alla bellezza della natura incontaminata, ma in realtà sono legati al mondo da cui vogliono fuggire, trascinandosi dietro i suoi vizi peggiori: una competizione eccessiva e nevrotica, l’aggressività, l’uso della montagna come pretesto per dubbie ambizioni. E l’ambiente come nemico da conquistare”.
Per non parlare poi dello sci-alpinismo che arreca per parte sua un notevolissimo disturbo alla fauna durante il delicato periodo invernale e dello sci di discesa che, enormemente facilitato dagli impianti di risalita (in Italia oltre 3.000 chilometri di funivie), nonché da tutte le strutture annesse (alberghi, punti ristoro, ecc.) sta letteralmente devastando le montagne, tanto più se si pensa che in questi ultimi tempi si è arrivato a portare gli sciatori in quota con gli elicotteri (elisky)! Notevole disturbo arreca anche lo sci-escursionismo e lo sci di fondo perché sono divenuti fenomeni di massa che concentrano un gran numero di persone nelle montagne. Altri “devastatori” della montagna sono i ciclisti muniti delle mountain-bike, divenuti in pochi anni un vero flagello. Si pensi che negli Stati Uniti, dove queste biciclette sono nate, si è arrivato al punto di  proibirne il transito in molte località  di montagna. Negli ultimi anni si va sempre più diffondendo la pratica del volo a vela con gli alianti che spesso frequentano proprio i territori vitali dei rapaci o sorvolano a bassa quota aree protette apportando gravi disturbi alla fauna. Al volo a vela va aggiunto la pratica del deltaplano e del sempre più diffuso parapendio. Analoga manomissione registrano gli ambienti costieri e tutte le zone dei laghi mortificate da impietose colate di cemento e invase da fiumane di turisti e vacanzieri. Nelle coste così devastate dove potrà più trovare rifugio l’aquila di mare o il falco pescatore? Non dimentichiamo poi lo sfruttamento degli animali per fini turistici e pubblicitari. Animali sfruttati, ridotti a macchine per gli illusori vantaggi del momento. Animali “usati” e “ammaestrati” per il dubbio divertimento dell’uomo (che poi portano solo vantaggi economici a chi pratica tali attività. Si pensi agli acquari con delfini, orche ed altro, agli animali nei circhi, agli animali negli zoo-lager, ecc.). Infine è opportuno ricordare l’attività sempre più diffusa esplicata da fotografi e cineasti "naturalisti" che spesse volte è fonte di notevole turbamento per la vita degli animali selvatici soprattutto durante il periodo riproduttivo. Con gli esempi ci fermiamo qui.
Scrive F. Zunino (1995): “Non si gridi, quindi, allo scandalo o all’oppressione delle minoranze ogni qualvolta si prendono provvedimenti a difesa della Natura ledendo quelli che sono solo supposti diritti. Non si additi sempre il danneggiatore più “grosso”, da colpire prima di loro, ripetendosi di categoria in categoria, perché per ognuno sono sempre ‘gli altri’ il vero pericolo, quelli da colpire: come gli evasori fiscali!
In Italia è permesso scalare praticamente ovunque, andare in mountain bike praticamente ovunque, sciare su neve, pascoli e ghiaioni praticamente ovunque, discendere fiumi e risalire canaloni praticamente ovunque, scalare cascate di ghiaccio praticamente ovunque: tutte nuove ‘arti’ di uso della Natura: ma è sufficiente che si metta un solo divieto a queste attività perché tutti strillino alla lesa maestà delle loro categorie; non uno che si faccia un esame di coscienza. Invece non dovremmo mai dimenticare che l’uso ricreativo della natura resta comunque quello più avulso e falso nel contesto ambientale, che più nulla ha dell’antico sano rapporto d’equilibrio. Per assurdo, in fondo, il più giusto rapporto con la natura è quello di rinunciare a viverla! E proprio perché questo assurdo non debba finire per diventare l’unica regola per salvaguardarla, dobbiamo porci dei limiti e accettare delle regole”. (N.B. Lo scritto di Zunino è stato inserito in questo paragrafo per integrare meglio il discorso fatto sulla problematica turistica, ma il significato del testo può senz’altro essere valido per tutte le altre attività dell’uomo come quelle del lavoro, del cosiddetto “sviluppo” e in genere dello stile di vita di ognuno di noi).
“E’ chiaro, e non servono ulteriori spiegazioni, che l’utilizzo di massa diminuisce in maniera diretta le possibilità di solitudine e che quando si intendono i luoghi per campeggio, i sentieri e i gabinetti come altrettanti elementi di ‘sviluppo’ delle risorse inerenti alle attività di diporto, si afferma qualcosa di falso. Queste facilitazioni per le folle, infatti, non sono assolutamente un fattore di sviluppo, nel senso di arricchimento o crescita ma, al contrario, sono solo acqua aggiunta a una minestra già insapore” (A. Leopold, 1949-1997).
Per concludere osserviamo che sarebbe necessario sensibilizzare l’opinione pubblica in ordine agli effetti devastanti esercitati dal turismo di massa, affinché si pongano allo studio ipotesi di salvaguardia dell’ambiente naturale, ma occorre purtroppo convincersi che i grandi vantaggi economici apportati dal turismo di massa rappresentano un ostacolo insormontabile. “L’andar soli offre un doppio vantaggio: il primo di essere con se stessi, il secondo di non essere con gli altri” (A. Shopenhauer).


Il mercato dell’ecologia


“Dedica mezz’ora al giorno a pensare al contrario di come stanno pensando i tuoi colleghi” (A. Einstein).
Oggi tutto è in vendita e tutto è venduto. Il mercato, parola sacra della civiltà occidentale è il pane quotidiano di tutte le forze governanti. La mercificazione della natura, al pari di quella sociale, sta di conseguenza raggiungendo livelli spaventosi. Le tematiche ambientali sono continuamente subordinate al mercato e questo non solo per il volere degli economisti, ma anche per buona parte del mondo ambientalista che si è ormai arreso palesemente alla combinata natura-sviluppo-mercato (la produttività dei parchi ne è il più chiaro esempio). E’ un atteggiamento estremamente negativo che solo le forze ambientali più radicali, profonde e scevre dalla politica stanno combattendo, mentre “gli ecologisti” di maniera, dell’opportunità della “poltrona”, vogliono ulteriormente sviluppare. La natura “immagine” o meglio la natura “spettacolo” viene venduta quotidianamente da una operazione sagacemente pianificata. In tal senso agiscono non più i singoli operatori di settore, ma riviste altamente accreditate, quotidiani, intere Regioni, associazioni ambientaliste, forze politiche, gestori di aree protette (i direttori dei parchi sembrano più dei “manager aziendali” che operatori di questioni naturalistiche), ecc. Se prima la natura veniva venduta per i suoi “prodotti”, ora, oltre che per questi, viene venduta anche per la sua immagine.
Dicono che ormai la natura si può tutelare solo se garantisce “sviluppo”, solo se il tornaconto sia economico e di immagine (l’ecoturismo di massa ormai lo conosciamo tutti). Per il resto, la vera conservazione di un orso, di un lupo o di un paesaggio, non importa quasi più, perché è ben altro ciò che “rende”. In ogni caso un’aquila vale per l’immagine che offre, non per il suo valore in sé. Il mercato dell’ecologia è il colpo di grazia ad una natura ormai da tempo agonizzante e morente. Se da certe forze ci si aspettava almeno un piccolo contributo, ciò è venuto meno e lo sconforto non può che assalire chi ancora crede nella purezza degli intenti e nel valore in sé delle cose. E’ giunto il momento di smascherare una situazione che, se agli economisti o agli arrivisti della società occidentale capitalistica sta molto bene, non può essere accettata da chi vuole ancora sperare in un futuro non dominato da un uomo tecnologico/economico che vede solo nei propri interessi personali o di gruppo l’unica realtà di questa terra. Il silenzio, sulla questione trattata, è ormai diffuso e quasi nessuno ha il coraggio di opporsi a questo strisciante modo di pensare e di fare. Ci sono però delle eccezioni, anche autorevoli, ed è piacevole, per chi ancora crede in una natura che ha un proprio valore, nel riportare il passo che segue, scritto da un convinto e profondo ambientalista. Eccone un breve quanto significativo stralcio: “Ormai stiamo arrivando al mercato dell’ecologia. E bisogna pure che qualcuno inizi a dirlo..... In pochi anni tutta la valenza ‘rivoluzionaria’ del valore-ambiente è stata perfettamente e tranquillamente inglobata dal valore-mercato attraverso il passaggio dello ‘sviluppo sostenibile’. In altri termini, questa nostra società mediatica, strutturata per formare consumatori (e consenso) in batteria, con una sapiente e veloce operazione sociale e politica, ha ridotto l’ambiente, da valore fondamentale, a sé stante e alternativo, a semplice e innocua patina con cui rafforzare i valori dell’economia di mercato. Ormai, l’ambiente non conta più di per sé ma solo se e in quanto crea occupazione, fa crescere i consumi (e il mercato), aumenta il dio PIL: così come si conviene quando c’è un governo di ‘risanamento economico’.
Il fatto più preoccupante è che questa operazione è stata, ed è, avallata anche da una parte del mondo ambientalista, la quale, per timore di diventare ‘marginale’ in una società incentrata sul valore-mercato, ha adottato la ‘tattica’ di ‘coniugare’ e ‘contaminare’ l’ambiente con i valori economici dominanti; fatto del tutto scontato nell’ambientalismo italiano, mai affetto da fondamentalismo, e da sempre attento al binomio economia-ecologia.......
Siamo passati, insomma, ‘dallo sviluppo sostenibile’ all’ecologia di mercato e stiamo rapidamente arrivando al mercato dell’ecologia......
Ed allora, per evitare equivoci, sarà meglio premettere con chiarezza, ogni volta, che noi difendiamo e continueremo a difendere l’ambiente di per sé, e non perché è funzionale ai ‘valori’ di mercato” (Amendola, 1997).
Per quanto attiene specificatamente alle aree protette occorre ricordare (considerazione più volte espressa in questo lavoro) che purtroppo i “manager” che gestiscono le aree protette o spesso gli enti regionali e governativi, non si curano affatto, salvo sporadiche eccezioni, di attuare realmente e concretamente una seria politica ambientale che tuteli in primis le esigenze della natura in generale. Oggi nelle aree protette di molti distretti europei si parla sempre più della loro resa economica (“la produttività economica dei parchi”), della loro immagine turistica (l’ecoturismo!), delle loro potenzialità di accogliere al meglio i visitatori, ma quasi mai, in senso reale e pratico, del loro status selvaggio e dei reali interessi della fauna. Questo modo di fare, per quanto attiene a specie a rischio, sta indirettamente e definitivamente compromettendo la loro esistenza. Se l’operato di un bracconiere viene giustamente additato come fatto gravissimo e negativo, il pernicioso e subdolo operato degli enti preposti al governo dei territori protetti, passa del tutto inosservato, anzi spesse volte l’opinione pubblica ignara delle reali situazioni, plaude loro inconsapevolmente. Conclude ironicamente Zunino in un suo articolo sulla “conservazione attiva” nella logica del parco produce: “..... Sembra che oggi la natura si possa salvare e proteggere anche in questo modo nuovo e moderno di fare conservazione, affinché possa in primo luogo produrre comunque danaro sonante!”.


Il naturalista/biologo contemporaneo


“Che ti move, o omo, ad abbandonare le tue proprie abitazioni delle città, e a lasciare li parenti ed amici, ed andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo ?...” (Leonardo da Vinci).
Il naturalista “spirituale” e “profondo” si volge ad osservare la natura con lo stupore che pervade chi si appresta ad ascoltare con umiltà di spirito e di intelletto il misterioso concerto col quale l’universo scandisce la propria dialettica. L’attenzione di quel ricercatore non si dirige ad uno specifico fenomeno naturale, ma si interessa della natura nella sua totalità, si arricchisce del suo fascino e ne ricava a volte intuizioni tali, da far compiere un salto di qualità alla ricerca scientifica.
Del tutto diversi sono gli interessi reali del naturalista superficiale che soggiace ad una sorta di esasperazione delle categorie aristoteliche, ossia ad una specializzazione portata alle sue estreme espressioni, in ciò assecondato dallo straordinario sviluppo tecnologico; accade così che egli si trasformi, in molti casi, in una specie di “computer” ambulante, che raramente si allontana dall’Università o da altri laboratori per effettuare l’osservazione sul campo e, quando vi si piega, non vede l’ora di ritornare tra le fidate mura dei gabinetti scientifici per “scaricare” nel computer i dati frettolosamente raccolti (vigono le dovute eccezioni). “La mente moderna divide, specializza, pensa per categorie....” (Adorno et. alii., 1991), oppure, citando Thomas Kuhn, “la scienza normale è un tentativo strenuo e determinato di costringere la natura nelle caselle concettuali fornite dall’istruzione professionale”.
Questo declassare la natura da categoria dell’universo a mero strumento di competizione utilitaristica, riguarda quindi la cosiddetta “ricerca” scientifica? Certo, qui la riflessione deve farsi più attenta e circospetta, giacché la ricerca è materia che incute un timore reverenziale, quasi che la sua carica esoterica sia pari a quella che circondava l’antica alchimia. È vero, si rimane ammirati innanzi al paziente metodo del botanico o dello zoologo, che tutto annotano, ordinano, sperimentano e - alla fine - catalogano con estremo rigore. E che dire dei mostri in camice bianco che “torturano” nei laboratori di tutto il mondo milioni di animali sia per ricerche medico-farmaceutiche che per studi etologici (p.e. le ricerche sul comportamento degli scimpazè in gabbia ridotti a vere e proprie macchine). Da questa attività i solerti “ricercatori” trarranno senza dubbio un accresciuto prestigio accademico e una grande notorietà all’interno dell’opinione pubblica, ma è tuttavia lecito chiedersi se, al di là della speranza di conseguire questi ambiti riconoscimenti, essi siano stati mossi anche dal rispetto per la natura, che è un rispetto del tutto indifferente alla fama e al prestigio. Rispetto per la natura significa anche “sentire” che l’esemplare di orso, poco prima osservato e catalogato, non è soltanto un’entità da racchiudere nell’elaborazione di dati statistici, ma è una creatura che deve essere riconosciuta ed ammirata per quello che essa è, e per quello che essa rappresenta all’interno del mirabile ordine/disordine universale.
Scrive Brian Martin (1993): “Gli esperti scientifici sono i nuovi santoni della società moderna. Sentenziano su qualunque argomento con la massima delle autorità, quella scientifica. Criticarne l’opinione è eresia.
Eppure si può fare. Anche gli esperti sono vulnerabili, in molti modi. I loro dati possono essere messi in discussione e anche le ipotesi su cui si basano. Si può contestare la loro credibilità e anche la loro competenza in quanto tale. I loro punti deboli possono essere svelati e sfruttati senza pietà........
Gli anarchici sono contrari ad ogni sistema in cui un ristretto numero di persone domina sugli altri. A loro modo di vedere, le decisioni andrebbero prese direttamente dalla gente, sulla base di un dialogo libero e aperto. Il sapere è importante, ma dovrebbe essere un sapere accessibile e utilizzabile da parte di tutti. Oggi, invece, la ‘competenza’ è tanto specialistica ed esoterica da essere utile soltanto agli esperti e ai loro datori di lavoro....... Una società egualitaria e partecipativa darebbe certo un alto valore alla conoscenza, ma la renderebbe disponibile a tutti e non esclusivo appannaggio delle elite..... Eppure è raro che il ruolo degli esperti venga messo in discussione in quanto tale...... E’ tempo invece di incoraggiare la gente a pensare con la propria testa invece di affidarsi continuamente a qualcun’altro”.
“L’esperto è colui che sa moltissimo su pochissimo” (N. M. Butler).
Giova qui ricordare il pensiero e la vita pratica di un biologo canadese, Sam Miller, che si occupava di ricerche sugli orsi e su altre specie animali il cui “habitat” ricadeva nello sterminato territorio del Canada. Giorno dopo giorno egli si rendeva conto che la sua “forma mentis” era sempre più “imbrigliata” dalla ricerca pura e astratta che lo costringeva a trascorrere la maggior parte del tempo dinanzi al computer per elaborare dati ed a riempire tabelle. Un giorno, all’improvviso, disse basta, lasciò tutto e si rifugiò nella tundra canadese, poco oltre le grandi foreste di conifere. Lì oggi vive in un piccolo chalet dove ospita, come una sorta di albergatore sui generis, quelli che vogliono trascorrere in quei luoghi giorni indimenticabili; in questo modo egli si guadagna da vivere e può girovagare in quella natura selvaggia munito del binocolo e di taccuino per gli appunti, alla stregua di un naturalista spensierato che, quasi con l’animo di un fanciullo, si entusiasma dinanzi ai meravigliosi scenari della natura (vedasi ad esempio John Muir o Sigurd Olson). 
Il naturalista che oggi indaga nella natura come fa Sam Miller è al di fuori della competizione scientifica, al di fuori delle carriere universitarie o dei riconoscimenti di prestigio, né può intervenire in convegni altolocati dove si discutono le relazioni dei “sapienti”, giacché un naturalista di tal genere è certamente “fuori mercato” ed è perciò irriso dalla confraternita dei ricercatori. “L’indiano che riesce perfettamente a trovare la sua strada nel bosco, è dotato di un’intelligenza di cui l’uomo bianco non dispone. Osservarla aumenta la mia capacità, e così pure la mia fede. Mi rallegro di scoprire che l’intelligenza scorre in canali diversi da quelli che conosco” (H. D. Thoreau - in AA. VV., 1995).
Si è voluto citare l’esperienza di Sam Miller poiché essa non proviene, come qualcuno potrebbe pensare, da un naturalista frustrato nelle sue ambizioni, e perciò critico del sistema, ma è un’indicazione, anzi è un merito che si leva ad alta voce da un naturalista che poteva primeggiare nel “sistema”, se lo avesse voluto. Col seguente pensiero di H. D. Thoreau sembra completarsi il ritratto di Sam Miller:”Lo studioso che ha solamente armi letterarie è incompleto. Deve essere un uomo spirituale. Deve essere preparato al cattivo tempo, alla povertà, all’offesa, alla stanchezza, alla dichiarazione di fallimento, a molte altre contrarietà. Dovrebbe avere tanti talenti quanti più può” (23 giugno 1845). Sempre facendo riferimento a Thoreau, Worster scrive (1994): “I fatti dovevano diventare esperienze per l’uomo nella sua interezza, non mere astrazioni in una mente scissa dal corpo, e il naturalista doveva immergersi completamente negli odori e nelle trame della realtà percepibile..... ‘Giri senza meta con un impermeabile, bagnato fino alle gambe, ti siedi sulle rocce coperte di muschio e sui ceppi ad ascoltare il verso delle rondini migratrici che volteggiano tra le querce.... a casa nonostante tu sia all’aperto, comodo nonostante tu sia bagnato, affondando ad ogni passo nella terra in disgelo’”.
Essere preparati al cattivo tempo, alla povertà, alla stanchezza dice il Thoreau, e - si potrebbe soggiungere - essere preparati ai pericoli e alla drammaticità della solitudine, come lo erano gli uomini primitivi che, col vivere secondo le leggi naturali, acquisivano la perfetta conoscenza del loro ambiente.
Scrive G. Celli a proposito del naturalista Bernd Heinrich (riferendosi alla sua opera “Corvi d’Inverno, 1992) ".... il buon Heinrich non è uno psicologo, proclive ai congegni tecnologici e al laboratorio, è un naturalista, e pensa che l'occhio, a presa diretta con il cervello, e quindi con il giudizio, resti ancora uno strumento organico insostituibile per cogliere le peculiarietà del comportamento animale........ un conto è osservare l'animale dal vivo, e un conto sul video. In questo secondo caso, mancano gli odori del bosco, il rumore del vento tra gli alberi, la meravigliosa liquidità del cielo d'inverno, quel paesaggio vivente che respira attorno all'animale nel bersaglio. Del cannocchiale, si capisce!...".
Su queste considerazioni dovrebbe meditare il naturalista di oggi, onde riappropriarsi delle ragioni della natura che sono ben lontane dalle ragioni del successo cattedratico, e ancor più lontane "dall'accanimento dell’indagine”, oggi di moda (radiocollari, catture continue per studi fisiologici, ecc.), che non solo disturba gli animali che ne sono oggetto, ma li danneggia ed invade per di più quella che potrebbe essere definita la “privacy fisiologica” dei poveri inquisiti, e tutto con il principale intento di fare uno “scoop” che abbia risonanza in una pubblicazione scientifica di prestigio. Il naturalista, invece, potrebbe svolgere un ruolo importante nella divulgazione del concetto del valore in sé della natura e quindi della sua reale conservazione. Scrisse Adolph Murie (in Heacox, 1991), studioso dei lupi dell’Alaska: “Ricordo la prima impronta di orso che vidi in vita mia...... Tutto ciò che vedemmo fu un’impronta in una pozzanghera di fango. Ma l’impronta era un simbolo, ancora più poetico che il vedere lo stesso orso - un approccio delicato e profondo allo spirito dell’Alaska selvaggia. In qualunque momento l’impronta di un orso può creare un’emozione più forte che il vedere l’orso stesso, perché viene chiamata in gioco l’immaginazione. Ti metti a osservare accuratamente il paesaggio, aspettando di vederlo comparire a ogni momento, mentre l’attenzione si affina e si rinvigorisce. L’orso è da qualche parte e può essere dovunque. La zona si è improvvisamente vivificata, ha acquisito una qualità nuova e più ricca”.
Ma come si è già notato, il ricercatore dei nostri giorni, fatte le dovute eccezioni, non ama eccessivamente le “uscite sul campo” ma predilige riferirsi più spesso alle esperienze maturate da altri, che a loro volta si abbeverano ad altre fonti, sì che sia gli uni che gli altri si giovano di una quantità di dati che, opportunamente elaborati, vanno a formare relazioni o pubblicazioni che si impongono alla generale attenzione per la loro voluminosità. Lo sviluppo della specializzazione scientifica ha portato ad una sorta di “sordità specialistica” (Boulding in Pignatti 1994), cioè all’incapacità di percepire i caratteri generali di un sistema a causa della concentrazione ossessiva dell’attenzione sui particolari (Pignatti, 1994). La nozione olistica di paesaggio tende invece a superare questa particolare “sordità” ricercando una rappresentazione globale del sistema (Pignatti, 1994). L’etnologo ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl (Del Re, 1997) ci ricorda che “presto ci renderemo conto che per salvarci dovremo collaborare e cominciare a capire il mondo nel quale viviamo. Servirà un atteggiamento più interdisciplinare, quasi ecumenico. Servirà più coordinamento tra le varie discipline scientifiche, ma anche tra la biologia e la teologia, tra la fisica e la filosofia. Perché chi è un’autorità in un campo specifico di solito è il più ignorante al di fuori di quel campo”. Completa il discorso Rocco Guy  Jaconis (1992): “Quando era un laureando in biologia della selvaggina alla Cornell University, nella mia mente avevo organizzato il mondo naturale in tanti piccoli compartimenti. Trentacinque anni di esperienza nella natura e nell’insegnamento, mi hanno fatto invece comprendere che c’è una sottile, travolgente, comprensione la quale non è divisibile in compartimenti, e che è parte della conoscenza quotidiana delle genti primitive, in tutto il mondo”.
La natura, in tutte le sue manifestazioni, non è un laboratorio “scientifico”, tecnico, categorico ed asettico. Un membro di una comunità selvaggia non conosce l’ambiente circostante secondo un approccio “razionale e scientifico”, ma secondo un dettame istintivo e “mentale”. Ora noi, nel nostro pensiero contemporaneo, riduciamo i fenomeni naturali alla pura sfera scientifica, archiviandoli come concetti che hanno significato solo se analizzati e sezionati da questo punto di vista (leggasi razionalismo cartesiano). Occorre invece “sentire” diversamente le cose, e porsi nella natura con una visione spontanea, intuitiva ed olistica. La scienza naturale, invece, deve essere concepita esclusivamente come il “prodotto” successivo di una visione filosofica e spirituale della conoscenza. “Il primato del ‘razionale’ sull’’emotivo’ e sull’’intuitivo’ è solo un pregiudizio della cultura occidentale odierna” (Dalla Casa, 1996).
L’analisi ecologica che ne deriva deve muoversi in “profondità” senza fini “antropici” anche solamente sottintesi, e deve approdare ad una visione transpersonale e non egocentrica (leggasi ecologia profonda). Il naturalista “profondo” deve quindi riconoscere il valore intrinseco della natura e deve imparare a non definirla, poiché, come detto, “il Tao definito non è l’eterno Tao” (Lao Tse).
Worster (1994) evidenzia bene la visione “stretta” dello scienziato: “La delusione di Leopold per il paesaggio troppo artificiale influenzava anche la sua fede nella scienza; egli era giunto a pensare che la capacità di percezione dei ricercatori accademici fosse troppo limitata per cogliere la completezza della natura, fattore essenziale per realizzare una protezione ambientale a vasto raggio. Uno dei saggi di Sand County Almanac dal titolo Storia naturale - La scienza dimenticata, rappresenta un appello al ritorno all’educazione all’aperto, olistica, ad uno stile scientifico aperto ai dilettanti e agli amanti saggi della natura , più sensibile al ‘piacere di essere immerso in una natura selvaggia’. Nei laboratori e nelle università si insegnava che ‘la scienza è al servizio del progresso’; essa faceva lega con la mentalità tecnologica che regimentava il mondo inseguendo il progresso materiale e doveva quindi essere trasformata insieme alla tendenza manageriale”.
Scrive l’impeccabile penna di Della Casa (1996): “........ ricordiamo che Bateson chiama ‘follia riduzionista’ l’idea che si possa descrivere con pienezza ontologica la Natura, che è molto più ricca di significato di quanto non sia possibile rappresentare. La complessità fisico-spirituale del mondo naturale è infinita: solo con la percezione intuitiva se ne può avere una pallida idea.
Il paradigma della semplificazione si basa su quella che è stata chiamata la ‘schizofrenica dicotomia cartesiana’, il dualismo fra il cogito soggettivo e la rex exstensa oggettiva. La scienza occidentale è stata fondata (fino alla prima metà di questo secolo) sull’eliminazione del soggetto, nella convinzione illusoria che gli oggetti, esistendo indipendentemente dal soggetto, possano essere studiati in quanto tali”.
Quali conclusioni trarre dalle considerazioni sulle quali ci siamo finora intrattenuti? Una è certamente la più importante: è necessario che la mente del naturalista si volga esclusivamente all’osservazione della natura, liberandosi dall’acriticismo, dal dogmatismo scientifico e dall’idolatria degli archetipi accademici ed antropici che riducono la scienza a livello di vuoti rituali officiati da alcuni “grandi turiferari”. Ovviamente il naturalista contemporaneo non può essere visto solo in questa luce negativa che abbiamo appena tratteggiato. Ci sono le dovute eccezioni e ci sono “scienziati” che si discostano nettamente da quella visione dogmatica e antropocentrica. E’ certamente nutrita la lista di “operatori” del settore che si dedicano veramente alla conservazione e alla ricerca con una visione globale e profonda. Questo per onor di verità!
“Anche le piante mi interessavano, ma non scientificamente. Ero attratto da esse per un motivo che mi sfuggiva, e col sentimento che non dovessero essere estirpate e seccate: erano esseri viventi che avevano significato solo finché crescevano e fiorivano, un significato nascosto, segreto, uno dei pensieri di Dio. Dovevano essere considerate con reverenziale timore e contemplate con filosofica meraviglia. Ciò che poteva dire la biologia era interessante, ma non era l’essenziale” (Carl Gustav Jung).


Lo “sviluppo” tecnologico e scientifico.
Un mondo in antitesi alla natura


“Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold).
Nell’era dei personal computer, e del tutto elettronico, appare quasi anacronistico scrivere una lettera a mano, o leggere un libro di sera, senza guardare la televisione. La vita tecnologica condiziona ormai il modo di vivere e, quel che più preoccupa, la condizionerà maggiormente nell'avvenire, fino a trasformare l’uomo in una sorta di robot, non più mosso dai sentimenti ma soltanto da impulsi elettrici. Alcuni scienziati e sociologi affermano con convinzione che proprio la tecnologia consentirà di salvare il pianeta terra dall’autodistruzione, giacché l’affinamento della ricerca si tradurrà nella realizzazione di macchine poco inquinanti, di basso consumo e più efficienti. Ora, è inutile sottolineare l’inattendibilità di un’affermazione del genere, poiché se può essere vero che l’avanzare della tecnologia porta al miglioramento della qualità, è pur vero che, sotto la spinta della pressione demografica, è inevitabile che non si tenga conto del grado di pericolosità delle nuove scoperte, non osteggiate dall'autorità politica a causa delle rilevanti implicazioni sociali che il problema comporta. Anche la scoperta dell’energia nucleare sembrava  immune da effetti nocivi, invece poi - come sappiamo - quella innocua scoperta ha partorito la bomba atomica e il disastroso “effetto Chernobyl”. Alla stessa stregua si asseriva che le ricerche genetiche non avrebbero dato luogo a degenerazioni di sorta, poi da quelle sperimentazioni sono nati mostri che gli apprendisti stregoni non sanno esorcizzare. Qualche cosa di simile accadde nel XVIIIº e XIXº secolo, quando dalle ricerche condotte per puro spirito di conoscenza da Lavoisier, Gay Lussac, Boyle, Mariotte e Avogadro, si arrivò man mano alle applicazioni dei nostri giorni, quando l'abnorme crescita dei consumi collettivi, ha prodotto un grado di inquinamento chimico che, in modo diretto, o mediato, rischia di estinguere la vita sul pianeta terra. E. Goldsmith (1997) ci ricorda che “il progresso è antievolutivo e anti-Via che serve a sconvolgere l’ordine cruciale dell’ecosfera e a ridurne la stabilità”, mentre T. Roszak asserisce che “noi non siamo caduti tra le braccia di Gog e Magog: vi siamo progrediti”. J. Dorst (1990) a proposito dello sviluppo della scienza ci ricorda che “Di questa immensa e ingenua fiducia si è crudelmente abusato. La scienza non ha impedito le guerre, le violenze, le ingiustizie: le ha anzi rese più acute. I vantaggi da essa procurati sembrano controbilanciati dagli inconvenienti. Ogni progresso sembra farsi ripagare, talvolta dispendiosamente, con svantaggi ancora maggiori. La fisica delle particelle ci ha istruito sulla struttura della materia: noi ne abbiamo approfittato per creare l’arma nucleare. La chimica ha permesso di sintetizzare sostanze fino ad allora sconosciute e di proteggere le coltivazioni dagli attacchi dei predatori: ma noi abbiamo inquinato le terre, i mari e i fiumi riversando prodotti indistruttibili, generatori di problemi....”. Basta fare un’altra semplice riflessione: la grande foresta nordica, la Taiga, una volta al riparo dell’azione distruttrice dell’uomo grazie al suo isolamento geografico e ai rigori del suo clima, sta incominciando a vedere la caduta massiccia al suolo dei suoi giganti, al pari di quelli dell’Amazzonia, giacché la dilagante tecnologia produce macchine capaci di lavorare in quelle zone, con quel clima. Esordisce Kaczynskj nel suo manifesto (1997): “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa della vita di coloro che vivono in paesi ‘sviluppati’ ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche, inflitto danni notevoli al mondo naturale..... “. Scrive Dalla Casa (1996): “Il concetto di progresso è invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso solo se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine ‘sviluppo’ significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane”. Incalza Charles Russel (in Devall & Sessions, 1989): “Un pionere è un uomo che giunge in una terra vergine, cattura con le trappole tutte le bestie da pellicccia, uccide tutta la selvaggina, estirpa le radici (...). Un pioniere distrugge le cose e chiama questo civiltà”.
Konrad Lorenz (1984) asseriva che l’evoluzione non è di necessità finalizzata a un concetto di “meglio”, i meccanismi di adattamento non si identificano nelle idealizzazioni dell’uomo. L’attuale spinta evolutiva verso la tecnocrazia è una corsa verso il declino. “La società tecnologica estrania gli uomini non solo dal resto della natura, ma anche da se stessi e dagli altri; genera necessariamente finalità e valori distruttivi capaci spesso di compromettere l’interazione fra collettività salde e vitali e il mondo naturale.
La visione tecnologica del mondo ha come immagine ultima la totale conquista e il dominio della natura e dei processi naturali spontanei - l’immagine di un ‘ambiente totalmente artificiale’ rimodellato in base a norme umane e gestito dall’uomo per l’uomo” (Devall & Sessions, 1989).
E’ bene riflettere su quanto scrive Dalla Casa (1996): ” Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione delle scienze fisiche ad opera di Newton. La causa principale sono state le idee di Cartesio.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente, ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso sul Pianeta: la civiltà industriale.
E con essa è scoppiato il dramma ecologico”.
L’aberrante visione antropocentrica di Cartesio prende le mosse dalla sua netta distinzione tra “spirito” e “materia”. Solo l’uomo ha “il possesso” dello spirito, quindi tutto il resto, materia inerte, è a sua completa disposizione, forte anche dell’idea biblica “di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi” (Dalla Casa, 1996). Tutto il mondo naturale vivente o non vivente è una sorta di grande macchina che si muove solamente sotto impulsi meccanici e metodici (gli animali per esempio sono solo degli automi che non provano alcuna sensazione o dolore). Al pensiero di Cartesio si associa quello di Locke, proteso, senza alcun rimorso, alla manipolazione, al controllo ed alla distruzione del mondo naturale. Completa il quadro Bacone che vede nel dominio della natura l’unica vera “missione” dell’uomo. Altri autori di rilievo ebbero invece una visione ben diversa delle cose (p. e. Leibniz), ma le loro filosofie non riuscirono ad imporsi come quella di Cartesio che invece divenne la colonna portante di tutto “lo sviluppo” occidentale (Dalla Casa, 1996). Sulla neutralità della scienza dinanzi alle concezioni metafisiche annota con acutezza Dalla Casa (1996): “La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera ‘ovvio’ ed ‘acquisito’. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza mascroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero ‘ripetibili’”.
Scrive ancora Della Casa (1996): “Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea ha aggravato il preesistente ‘diritto divino’. Con il materialismo, ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia, vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi di ‘natura originaria’ per allietarsi la vita: questa è l’ecologia di superficie”.
A proposito dell’intervento della tecnologia per il superamento dei problemi ambientali scrivono Devall & Sessions (1989): “Chi pratica la resistenza ecologica non accetta che esistano solo soluzioni puramente tecniche a problemi sociali in modo riduttivo (come l’inquinamento atmosferico). Questi problemi non sono altro che sintomi di questioni più ampie. Le soluzioni tecnocratiche presentano tre grandi pericoli. Il primo sta nel credere che far ricorso all’ideologia dominante e alla tecnologia sia l’unica soluzione accettabile. Il secondo pericolo è l’impressione che si stia facendo qualcosa mentre di fatto il problema reale continua a sussistere: aggiustare alla meglio distoglie dal ‘vero lavoro’. Infine c’è il pericolo di credere che nuovi esperti - come gli ecologi professionisti - possano trovare la soluzione al problema, mentre c’è il rischio che diventino gli addetti alle pubbliche relazioni di imprese ed enti con l’unico obiettivo di ottenere potere e profitto”.
Integra il discorso R. Galli (in Gamba & Martignitti, 1995): “Tra i prodotti dell’intelligenza e dell’attività umana la tecnologia è sicuramente quello che più di ogni altro è considerato responsabile del progressivo deterioramento del rapporto tra uomo e ambiente. All’impiego diffuso e persuasivo della tecnologia si attribuiscono infatti, in primo luogo,  i grandi mutamenti che l’uomo ha prodotto nel mondo naturale; non a caso per indicare il nuovo ambiente che ne è risultato è stato coniato il termine di tecnosfera. La storia della costruzione della tecnosfera si confonde con la storia dello sviluppo tecnologico ed entrambe con quella dell’emergere della questione ambientale......”.
La società contemporanea non è impostata sulla sobrietà e sull’equilibrio stazionario, ma sul consumo e sullo spreco delle risorse, in netta antitesi con la dinamica degli elementi naturali. Anche l’ex presidente degli Stati Uniti d’America (Clinton), simbolo dell’opulenza, dell’occidentalismo e del consumismo (gli americani sono il 5% della popolazione mondiale e consumano come il 35% - Storer et al., 1984), il 27 giugno 1997 in una dichiarazione alle Nazioni Unite ha asserito che la terra è in allarme rosso, sull’orlo di una crisi ambientale irreversibile. Ma poiché le questioni ambientali sono solo “formali” e non sostanziali, da simili discorsi non segue mai nulla di concreto e di esecutivo ma solo promesse di cambiamenti, parametri ipotetici da rispettare e così via (si veda anche la totale apatia e disattenzione verso i vari protocolli volti a ridurre l’impatto inquinante dell’uomo). Nessun intervento radicale e rivoluzionario viene sostenuto anche se siamo in allarme rosso: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole” (E. Severino). Gary Snyder (1992) ci ricorda che “Se cercassimo davvero di insegnare loro i valori della civiltà occidentale.....non faremmo che vendere l’ideologia dell’individualismo, dell’unicità umana, della speciale dignità umana, dell’illimitato potenziale dell’Uomo, della gloria che arride al successo...... Dopo il protestantesimo, il capitalismo e la conquista del mondo, tutto sommato è forse questo il punto di arrivo della cultura occidentale”. Doug Peacock (da Snyder, 1992) riassume la cultura occidentale con tre assunti “Introversione ebraica, narcisismo greco, dominio cristiano”. Kaczynskj nel suo manifesto ci ricorda (1997): “Solo con la rivoluzione industriale l’effetto della società umana sulla natura divenne veramente devastante. Per alleviare la pressione sulla natura non è necessario creare un tipo particolare di sistema sociale; occorre solo liberarsi della società industriale. Ma anche quando questo principio fosse accettato esso non risolverebbe tutti i problemi. La società industriale ha recato inoltre un tremendo danno alla natura e passerà molto tempo prima di poterne curare le ferite. Persino le società preindustriali possono arrecare danni significativi alla natura. Nondimeno, liberarsi della società industriale realizzerà un grande progetto. Alleggerirà, nei suoi aspetti più devastanti, la pressione sulla natura così da poter rimarginare le sue ferite. Toglierà alle società organizzate la capacità di aumentare il loro controllo sulla natura (inclusa quella umana). Qualunque tipo di società possa esistere dopo il decesso del sistema industriale è certo che la maggior parte delle persone vivrà vicino alla natura, perché in assenza di tecnologia avanzata non vi è altro modo in cui la gente possa sopravvivere. Per alimentarsi dovranno tornare a essere contadini, pastori, pescatori, cacciatori, ecc. E, in generale, l’autonomia locale dovrà tornare a svolgere un ruolo significativo perché la mancanza di una tecnologia avanzata e di comunicazioni rapide limiteranno la capacità dei governi o delle altre grandi organizzazioni di controllare le comunità locali”.
Anche J. Dorst che è certamente un uomo di scienza e uno strenue difensore della ricerca scientifica sente la necessità di allarmare il mondo, attraverso le sue opere, per il profondo impatto ecologico che l’uomo riversa sull’intero pianeta. Scrive infatti (1990): “La civiltà industriale, spinta fino all’assurdo, sembra così portare in sé i germi della propria distruzione. La sua accelerazione prodigiosa fino al parossismo costituisce un esempio tipico di un fenomeno ben conosciuto dai biologi che studiano l’evoluzione delle stirpi animali. Una caratteristica apparsa con modestia si sviluppa progressivamente favorendo sempre più l’animale; la sua ulteriore esagerazione le fa presto superare i limiti della nocività: essa diventa allora contraria agli interessi stessi della specie, non avendo più alcun valore di adattamento. Molte specie sono sparite, nel corso delle ere geologiche, in seguito allo sviluppo mostruoso di una dello loro caratteristiche. Ciò che è vero per un animale lo è altrettanto per civiltà che hanno creduto per un momento che la loro crescita irragionevole fosse sinonimo di potenza e che sono sparite bruscamente, vittime del loro gigantismo........ Non si pensi dunque con distacco  alle culture che sono crollate con il passare dei secoli: la salute della nostra civiltà, così complessa e per questo stesso motivo così fragile, è una pura apparenza. I sintomi, il cui elenco si allunga continuamente, ce lo ripetono con insistenza”.
E’ fuori dubbio che alcune scoperte della scienza ci hanno portato dei vantaggi e del “benessere”, almeno per lo stile di vita contemporaneo (si pensi al campo medico, farmacologico, meccanico o ingegneristico), nè si può obiettare alcunché alla lunga lista di  “utilità” che, almeno in apparenza, la scienza ci offre (almeno per coloro che ci credono!). Questo però non dà la licenza ad una fede cieca ed acritica nei riguardi della ricerca scientifica e dell’operato degli addetti ai lavori. Non può certamente farsi di tutta un’erba un fascio ma occorre uscire fuori dagli schemi della mente contemporanea che par muoversi solo sotto gli impulsi del razionalismo e del meccanicismo. Scrive Bates (1970): “Mi sembra inutile, arrivati a questo punto, tentare di compilare una lista dei vantaggi specifici venuti alla civiltà da queste applicazioni della scienza, dato che i vantaggi, la “utilità della scienza” sono stati adeguatamente messi in risalto da tutti coloro che si sono presi il compito di “divulgare” la scienza..........
I vantaggi sono reali, ma mi domando se sono così grandi come i nostri divulgatori ci vorrebbero far credere....... L’intero concetto di progresso è qualche cosa che si è insinuato nella nostra mente con l’avvento e lo sviluppo della scienza, cosicché diviene difficile per gli scienziati sfuggire completamente al compito e alla responsabilità di determinarne la direzione e la velocità......
Soprattutto negli ultimi secoli siamo sfuggiti ai meccanismi che mantengono l’equilibrio e i rapporti nella comunità biotica. Siamo andati a briglia sciolta, come un’erbaccia introdotta in un nuovo continente. Abbiamo conservato il tasso di natalità a cui si era adattata la specie nella sua evoluzione attraverso la vita selvaggia del Pleistocene, e contemporaneamente abbiamo alterato radicalmente la natura e l’incidenza dei fattori che provocano la morte. Il risultato è una densità di popolazione che va al di là di ogni ragione, di qualsiasi possibilità di sostentamento, e non si vede ancora la fine”.
Sulla responsabilità morale della scienza moderna Hosle (1992) evidenzia che “Se paragoniamo il sapere biologico del nostro tempo con quello di Aristotele, il progresso è incommensurabile; ma se paragoniamo la sua consapevolezza della necessità dell’integrazione degli esseri viventi nella totalità dell’essere con il rifiuto da parte della moderna scienza della natura di riflettere sulle premesse filosofiche del proprio operato, allora ci assale il dubbio se questa evoluzione possa essere definita sotto tutti i rispetti come progresso; e per concludere, verrebbe voglia di parlare di decadenza se si paragonasse il senso di responsabilità morale proprio della scienza antica con il rifiuto, anzi con l’incapacità dello scienziato moderno di rispondere sul piano morale delle vaste conseguenze del proprio operato......
Son ben lontano da voler idealizzare il passato......; ma l’uomo non aveva il potere che oggi è nelle sue mani. E’ la sproporzione tra potere e saggezza che dà motivo di preoccupazione; e dal punto di vista storico questa sproporzione non può che coincidere con uno sviluppo del potere dell’uomo sulla natura quale soltanto la società industriale può consentire”.
Tornando ancora al manifesto di Kaczynskj (1997): “Immaginiamo un alcolizzato di fronte a una botte di vino. Immaginiamo che egli cominci col dire a sé stesso: ‘Il vino non ti fa danno se usato con moderazione. Perché, dicono, le piccole dosi di vino ti fanno persino bene! Non mi farà alcun male sorseggiarne un po’’. Sappiamo bene come va a finire. Non dimenticare che la razza umana rispetto alla tecnologia è un alcolizzato di fronte a una botte di vino”.
Concludiamo il paragrafo con una profonda riflessione di Fukuoka (2001): “L’uomo si vanta di essere l’unica creatura con la capacità di pensare. Pretende di conoscere se stesso e il mondo naturale, e crede di poter usare la natura a proprio piacimento. E’anche convinto che intelligenza sia sinonimo di forza e che qualsiasi cosa lui desideri sia alla sua portata.
L’umanità, evolvendosi, compiendo progressi nella scienza e ampliando smisuratamente la sua cultura materialistica, si è via via allontanata dalla natura ed è finita per costruirsi una civiltà propria, come un bambino capriccioso che si ribella alla madre. Tuttavia queste frenetiche attività, queste città gigantesche, hanno portato l’uomo verso gioie vuote e disumanizzate, verso la distruzione del proprio ambiente, mediante lo sfruttamento indiscriminato della natura. La dura punizione per esserci allontanati dalla natura e averla depredata delle sue ricchezze, si è manifestata con l’impoverimento delle risorse naturali e alimentari, gettando un’ombra oscura sul futuro del genere umano. Dopo aver aperto gli occhi sulla gravità della situazione, l’uomo ha finalmente cominciato a considerare il da farsi, ma, a meno che non sia disposto a un serio esame di coscienza, non potrà fare a meno di seguitare sulla via della totale rovina.
Estraniatosi dalla natura, l’esistenza umana diventa vana, la sorgente vitale e la crescita spirituale si inaridiscono. L’uomo si ammala e si indebolisce sempre di più a causa della sua strana civiltà che altro non è se non una inutile lotta per un frammento di tempo e di spazio”.
Il concetto che i processi mentali siano superiori nell’ambito umano è un’argomentazione del tutto pretestuosa, spocchiosa e che sa tanto di un ennesimo accentramento antropocentrico. Goldsmith (1997) ci chiarisce bene il concetto: “L’idea che i processi mentali dell’uomo siano categoricamente distinti da quelli di altri animali è un’assunzione gratuita che non si basa su nessuna conoscenza valida di alcun tipo. In particolare, è gratuito sostenere, come fa attualmente la scienza ufficiale, che solo gli esseri umani siano ‘intelligenti’ - tanto più che il termine non è mai stato definito in modo soddisfacente. Dichiaratamente, abbiamo dei test d’intelligenza, ma, come osserva Herrick, ‘non sappiamo esattamente che cosa misurino’. Alcuni autori, tra i quali Ashis Nandy, sostengono che l’intelligenza è poco più che ‘ciò che è misurato dai test d’intelligenza’”.


Lo stile di vita


“Come l’albero non finisce con le punte delle sue radici o dei suoi rami, e l’uccello non finisce con le sue piume e col suo volo, e la terra non finisce con i suoi monti più alti: così anch’io non finisco con le mie braccia, i miei piedi, la mia pelle, ma mi espando di continuo con la mia voce e il mio pensiero, oltre ogni spazio e ogni tempo, perché la mia anima è il mondo” (N. H. Russel, indiano Cherokee).
Il mondo della vita scorre come un fiume, a tratti placido a tratti impetuoso, e lungo il suo possente cammino accoglie nel suo letto tutti gli elementi dell’ambiente circostante e delle proprie interiorità. Si sente ormai nel cuore che occorre mutare il proprio stile di vita, occorre chiudere il cerchio per uscire dall’infame mondo dello “spirito” contemporaneo per collocarsi, quanto più possibile, alle parti marginali, per non ritrovarsi in punto di morte (parafrasando un po’ Thoreau) incatenati alle assurdità, alle sudditanze ed essere stati complici della morte della natura per poi non fare altro che amaramente comprendere di non aver vissuto.   
Nei secoli che precedettero l’Evo moderno il rapporto di dipendenza che intercorre tra un individuo e l’altro, e - con più ampia accezione - tra un individuo e la società che lo esprime, era di una semplicità estrema, ed egualmente semplici erano le conseguenti sovrastrutture socio - politiche. La produzione agricola, fondamento dell’economia, era affidata ad una società di contadini al cui interno ogni singola unità familiare costituiva un “unicum” economicamente autarchico. Si consumavano carboidrati, proteine e grassi che erano prodotti in proprio, si filava e si tesseva la lana ricavata dalla tosatura degli armenti, e si illuminavano le modeste dimore con le lucerne alimentate dall’olio ricavato dai propri oliveti.
Si coglie qui l’opportunità fornitaci dal riferimento alla lucerna per effettuare un raffronto tra quella convivenza “arcaica” e la convivenza di oggi: quando una famiglia appartenente a quell’antica società decideva di accendere la lucerna non doveva compiere che un atto semplice, sottratto ad ogni mediazione, riempiva cioè la lucerna con l’olio conservato nei grandi recipienti di terracotta; l’accensione di una lampadina elettrica è invece oggi un atto che mette in moto una centrale (p.e. la centrale atomica Phoenix in territorio francese), attiva una condotta elettrica ad alta tensione, e mette in moto tutta una serie di sinergie e di controlli che la grande distribuzione di energia richiede. L’accensione della lampadina è una esemplificazione che vuole emblemizzare l’odierna complessità tecnica - economica del rapporto consumo/produzione ma, com’è ovvio, vi sono altre migliaia di consumi che attivano rapporti altrettanto complessi, anzi spesse volte di una complessità ben maggiore, articolata com’è in innumerevoli variabili. “L’uomo ha smarrito la propria via nella giungla della chimica e dell’ingegneria, e dovrà ritornare sui suoi passi, per quanto doloroso ciò possa essere. Dovrà scoprire dove ha sbagliato, e far pace con la natura. Nel far questo, forse potrà riacquistare il ritmo della vita e l’amore per le cose semplici della vita, che saranno per lui una gioia che si rinnova ogni giorno” (R. St. Barbe-Baker in Goldsmith, 1997).
Occorre altresì sottolineare che la maggior parte dei consumi oggi disponibili esprime una straordinaria forza di seduzione nei confronti dei potenziali utilizzatori; così, ad esempio, la disponibilità di una sfarzosa illuminazione, o dell’acqua corrente e del riscaldamento automatico, ci dà l’illusione di essere più liberi perché più ricchi della facoltà di scelta, ma in effetti solo chi fa luce con la fiamma dell’olio che ha prodotto, solo chi va ad attingere l’acqua del torrente, solo chi si riscalda al fuoco della legna che ha precedentemente raccolto, può dirsi un uomo veramente libero, in quanto la sua personalità non si lascia manipolare dalla catena “esasperazione dei bisogni - consumo - produzione”. Parafrasando J.J. Rousseau si può affermare che eravamo nati liberi, e ovunque siamo in catene. “The mass of men lead lives of quiet desperation” (La maggior parte degli uomini trascorre una vita di quieta disperazione - Henry D. Thoreau).
Non a tutti appare chiaro che il modello di sviluppo basato sulla predetta catena non è un archetipo della natura, né affonda le proprie radici lontano nel tempo, ma è al contrario una costruzione umana abbastanza recente, anzi potremmo dire quasi contestuale al nostro tempo, se consideriamo che, per diversi, lunghi millenni, altri furono i rapporti economici che regolavano la convivenza civile. Il sorgere dell’organizzazione capitalistica della società, e perciò della produzione di massa, si fa risalire da alcuni al XVI secolo col nascere delle prime città commerciali, da altri al processo di industrializzazione avviatosi nella seconda metà del settecento; tra i fattori che si pongono alla base di tale processo, v’è nell’Inghilterra del XVI secolo la recinzione (enclosures) delle terre di uso comune e la loro appropriazione da parte dei latifondisti, col conseguente esodo della popolazione rurale verso le città, ove essa si trasformava in manodopera per la nascente industria. Il sorgere di grandi imperi coloniali, col conseguente afflusso di materie prime a basso prezzo, l’immissione di grandi quantità di metalli preziosi in Europa, l’effetto esercitato dalle “enclosures” di cui si è già detto, furono gli eventi che crearono le condizioni necessarie al sorgere del capitalismo moderno attraverso “l’accumulazione originaria”, alla quale contribuirono, secondo alcuni, anche la pirateria e la tratta degli schiavi.
Occorre considerare non di meno che il capitalismo ha attraversato diverse fasi storiche; quella che si distingue per l’incentivazione dei consumi ha inizio dalla crisi degli anni 30 (del secolo trascorso), quando - su suggerimento del Keynes - essa fu usata come antidoto alla grave depressione dell’economia mondiale. Ma quella che doveva rappresentare una fase congiunturale si è poi trasformata in una fase strutturale fino a raggiungere, tramite l’ossessiva aggressione pubblicitaria, la paradossale catena che abbiamo poco prima definita “esasperazione dei bisogni - consumo - energia”. Tuttavia la società occidentale capitalistica odierna non potrà perdurare nel futuro: il crollo repentino e globale sarà totale a meno che non rinunci alla “creazione” dei bisogni e ponga urgentemente in atto i provvedimenti indirizzati alla protezione dell’ambiente; ma questo è in netta antitesi con i principi stessi del meccanicismo capitalistico. Il clamoroso fallimento del distorto socialismo reale lascia momentaneamente e illusoriamente ampio spazio. La totale assenza dei rapporti unitari con le cose e con se stessi è la peggiore manchevolezza dell’uomo contemporaneo: 
“Le mie parole non sono che una cosa sola. 
Con la grandezza delle montagne,
Con la grandezza delle rocce,
Con la grandezza degli alberi,
Esse non sono che una cosa sola con il mio corpo
Esse non sono che una cosa sola con il mio cuore.
Voi tutti mi verrete in aiuto
Grazie al vostro potere soprannaturale.
E tu, giorno, E tu, notte!
Voi tutti mi guardate
E io non sono che una cosa sola con il mondo” (Preghiera, Yokuts - in AA. VV., 1995)

Dalla Casa (1996) citando l’ecologo Paul Ehrlich, scrive: “Supponiamo di trovarci a salire su di un aereo e di vedere che c’è una persona che sta tranquillamente schiodando i rivetti, che sono un tipo speciale di chiodi che tengono insieme le lamiere dell’ala. Naturalmente allarmatissimi ci mettiamo a gridare all’uomo di smetterla: ma lui ci risponde di stare tranquilli perché non è la prima volta che lo fa (li rivende ad una ditta) e non è mai successo niente; anzi lui stesso sta per partire col medesimo volo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ovviamente l’uomo non si rende conto che a furia di schiodare arriverà a togliere quel bullone che segna la soglia massima di resistenza dell’ala privata dei bulloni medesimi, e a quel punto succederà la catastrofe. La stessa cosa accade per il nostro pianeta: continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto”. 
Il mutamento del proprio stile di vita è dunque una tappa essenziale per la salvaguardia di tutti gli ecosistemi del mondo, ma sarebbe un grave errore considerare questi cambiamenti solo in qualche settore particolare. Scrive infatti Giovanni Salio (1989): “Occorre allora un cambiamento su più fronti, da quello culturale ed etico, a quello politico, normativo, relazionale, sociale tecnologico. Mi è difficile pensare che un cambiamento di queste proporzioni possa avvenire senza una filosofia di base ispirata sì ad una vita che renda gli esseri umani più felici, ma non attraverso un semplice edonismo materiale, che porta quasi inevitabilmente a una rincorsa senza fine di bisogni indotti, quanto piuttosto a uno stile di vita ispirato a una scelta di ‘semplicità volontaria’ che renda più ricchi interiormente, anche se più poveri esteriormente”. Integra il discorso Devall & Sessions (1989):  “Nelle società industrial-tecnocratiche propaganda e pubblicità incessanti stimolano falsi bisogni e desideri distruttivi atti a favorire un aumento di produzione e consumo. Questo ci distoglie spesso dall’affrontare la realtà in modo oggettivo e dal cominciare il ‘vero lavoro’ di crescita e maturità spirituale”.
“Il risanamento della spaccatura fra la coscienza dell”uomo e la natura è tappa inalienabile per chi vuole vivere così come la natura pensava che avremmo dovuto vivere” (concetto tratto dalla terza e quarta parte del libro di D. LaChapelle, 1978 in Devall e Sessions, 1989).
Annota Giuseppe Moretti (1995): “C’è una precisa sequenza che traccia la genesi del rapporto uomo natura nella cultura occidentale:
- dalla natura totemica delle genti primarie, cacciatori raccoglitori, dove ogni forma di vita aveva un significato perché parte di un ampio e misterioso insieme (la natura selvaggia era la loro casa);
- alla natura madre delle genti divenute agricoltori allevatori, dove la natura era sacra, era madre/nutrice perché premiava con ricchezza di messi le loro fatiche;
- alla natura prodotto, dove le logiche matematiche nè misurano l’importanza ed il valore.
La natura non è più nè sacra nè totemica, ma merce di potere, di arricchimento o di semplice svago.
Noi apparteniamo a questa terza fase. Ogni giorno sul posto di lavoro, sui giornali, sul tram, nelle conferenze, ci viene ricordato che apparteniamo all’era moderna, che la natura è inscindibilmente parte di un’irrinunciabile crescita del PIL (prodotto interno lordo). Che non si può tornare indietro. Ma c’è una linea di pensiero, giunta sino a noi, custodita nelle liriche dei poeti, nelle visione dei mistici, nei miti, negli archetipi e nella saggezza delle genti semplici native, che ci parla di una continuità di immagine simbiotiche con il mondo naturale che troppo sbrigativamente abbiamo messo da parte.
Il recente fiorire di una sensibilità ecologica che chiede all’umano moderno di ‘fermarsi’, di ‘riflettere’, di far chiarezza su quello che è il proprio ruolo sulla terra, non è altro che la reazione dell’umano selvatico dentro di noi alla distruzione del verde delle foreste, della chiarezza delle acque, della salute del suolo. A questa consapevolezza istintiva  deve seguire una ricostruzione concettuale e pratica della nostra appartenenza alla trama della vita. Una ricostruzione che, secondo Gary Snyder, è ‘istruita dal posto - informata sulla situazione eco-biotica, socio-politica e sulla storia sociale e ambientale del proprio luogo’”.
Per completare lasciamo la parola al sempre attuale pensiero di Rousseau che osserva: “Vivere non è respirare, è agire, è far uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi che ci danno il senso della nostra esistenza. L’uomo che ha vissuto di più, non è quello che ha contato un maggior numero di anni, ma quello che più ha sentito la vita.
Tutta la nostra saggezza consiste in pregiudizi servili; tutti i nostri usi non sono che soggezione, molestia e angoscia. L’uomo civile nasce, vive e muore in schiavitù: alla nascita lo si serra nelle fasce; alla morte lo si inchioda in una bara; finché conserva aspetto umano è incatenato dalle nostre istituzioni.
Osservate la natura e seguite la via ch’essa vi traccia.....”.
Ecco una bellissima poesia di Edgar Lee Masters su cui riflettere:

“Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio -
è una barca che anela al mare eppure lo teme.”
(George Gray di Edgar Lee Masters dalla traduzione di Fernanda Pivano, 
nell’edizione Einaudi, Torino 1974).

“In un piccolo regno con poca popolazione,
farei sì che gli strumenti per dieci e cento uomini non fossero adoperati.
Farei sì che al popolo calesse di morire
E che lontano non se ne andasse,
che pur avendo carri e navigli
non vi salisse,
che pur avendo armi e corazze
non le schierasse.
Farei sì che tornasse alle cordicelle annodate
e di esse si servisse,
che trovasse gustoso il suo cibo,
belle le sue vesti, comoda la sua dimora,
dilettevoli i suoi costumi.
Gli stati vicinori si vedrebbero l’un l’altro,
le voci dei galli e dei cani
si risponderebbero l’un l’altra,
ma i popoli giungerebbero alla morte per vecchiaia
senza aver commercio l’un con l’altro”.
(Starsene per proprio conto, in Testi taoisti, UTET, 1977 da Devall & Sessions, 1989).

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto” 
Henry David Thoreau

“Mentre compi la tua scelta nella vita, non dimenticarti di vivere” 
Samuel Johnson

“Non si può chiedere ad un lupo di diventare altro da sé. E’ una violenza. Difendi sempre la tua essenza contro ogni tentativo di esproprio. Scopri che animale sei e vai. Avrai fortuna. Segui la legge della natura. Sii te stesso. Questo è il mio augurio caro fratello mio......
Ricordati che ogni fiore selvaggio, anche se appassisce in fretta, prima di morire dona al vento infiniti semi....”.


Le aree protette


L’istituzione di aree protette rappresenta un passo importante e decisivo per la salvaguardia di interi ecosistemi e per la protezione della flora e della fauna. Tuttavia tali aree non possono essere considerate sufficienti ad una vera conservazione del mondo naturale se non sono accompagnate da una visione unitaria, profonda ed ecocentrica di tutta la realtà biotica e abiotica. Fermarsi alla protezione superficiale di questa e quella area senza mutare radicalmente il pensiero antropocentrico, non solo non garantirà realmente alcun successo alla conservazione del mondo, ma vanificherà la stessa creazione delle specifiche aree “protette”.
L’istituzione di tali aree muove dalla necessità di assicurare una valida difesa degli spazi vitali ancora totalmente o parzialmente incontaminati, al solo scopo di proteggere la natura. Ma occorre purtroppo rilevare che nella realtà storica tale nobile intento è spesso prevaricato da motivazioni derivanti da interessi antropici di tipo turistico-ricreativo; non a caso il primo parco nazionale istituito nel mondo, quello di Yellowstone, nacque sotto il segno di una siffatta ambiguità originaria. Accade a volte che, aree nate col genuino intento di salvare la natura vedano successivamente stravolgere il loro “status” a causa “dell’esplosione” turistica che inevitabilmente apporta costruzione di strade, di punti di ricezione, di rifugi, di sentieri e di altre strutture, spesso sollecitate dagli interessi economici delle popolazioni che vivono in contiguità col parco. E' soltanto da sperare che una siffatta contaminazione di intenti non coinvolga col passare degli anni i grandi parchi che si estendono in zone disabitate come quelle del Canada e della Siberia, ma non si pecca di eccessivo pessimismo se si profetizza anche per quelle aree un futuro gravido di insidie. Per quanto attiene in particolare alle problematiche afferenti alle aree protette che si sviluppano in territorio italiano, occorre sconsolatamente osservare che l’alta densità demografica della penisola genera spesso situazioni conflittuali tra l’amministrazione dell’area e le popolazioni locali, da cui consegue un confronto dialettico che si conclude spesso con compromessi che vanno immancabilmente a scapito della natura (occorre “indennizzare” le popolazioni locali per evitare o ridurre lo sviluppo di attività non compatibili con l’ambiente o finanziare invece ogni iniziativa compatibile con la tutela del territorio). E' perciò auspicabile che nel futuro non vengano vanificati gli statuti dei parchi, né si verifichino cedimenti nei confronti di egoistiche pressioni di tipo economico. Ovviamente, occorre ricordare, le popolazioni locali non vengono affatto considerate quando si opera in località del terzo mondo o in ogni caso in località dove gli abitanti del luogo non hanno un “peso” politico e sociale. L’uomo occidentale distrugge l’ambiente e poi chiede ai “locali” i sacrifici. Perché spesso si parla di spostare interi villaggi da un luogo all’altro per determinati interessi (per esempio per la deviazione di un corso d’acqua o per la costruzione di una diga) ma stranamente quegli spostamenti non riguardano mai luoghi “altolocati” (proviamo a chiedere di spostare Manhattan!!!). Il “peso” che un’area protetta scarica sulle eventuali popolazioni locali deve essere assorbito da tutta la comunità che deve farsi carico delle operazioni nell’interesse collettivo. Mettere in condizioni di “far produrre” un’area protetta per favorire i locali, significa, sicuramente favorire i locali, ma significa anche distruggere l’obiettivo che si era posto per la conservazione reale di un territorio (leggasi in prima istanza “sviluppo turistico”). Quindi, come si esporrà più compiutamente poco oltre, occorre operare con la politica dell’indennizzo e del decentramento delle attività a forte impatto in luoghi a bassa valenza ambientale.  
E' importante notare che l’istituzione di aree protette può assolvere anche il compito di scongiurare l’estinzione di animali o di piante che soltanto con un’adeguata tutela possono sopravvivere. Un emblematico esempio di protezione di specie animali conseguente all’istituzione di un’area protetta è il salvataggio dell’orso bruno marsicano e del camoscio d’Abruzzo grazie alla creazione del Parco Nazionale d’Abruzzo. 
Da queste considerazioni appare chiaro che, attesa la estrema gravità del degrado ambientale, occorre intervenire radicalmente, senza compromessi, ponendo la salvaguardia dell’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse; ciò può essere spesso conseguito, almeno in parte del territorio, attraverso l’istituzione di aree protette, nelle quali non solo è limitato o precluso l’intervento umano, ma a volte la presenza dell’uomo è tassativamente vietata (riserve di tipo integrale). E' da tenere inoltre presente che, ove una riserva voglia effettivamente esplicare la propria funzione protettiva, deve inglobare una vasta porzione di un territorio che si configuri come un’espressione completa, armonica ed omogenea sotto l’aspetto territoriale, fitologico e zoologico (un’area protetta deve essere più grande possibile, ma sempre in riferimento alla qualità ambientale e non alla “strumentalizzazione” del territorio per estendere fortemente la superficie del parco con chiari intenti “speculativi” economici). E' inoltre necessario che l’area protetta sia circoscritta entro una fascia di rispetto esterna che funga da ammortizzatore tra l’area protetta stessa e il restante territorio antropizzato. Purtroppo però aree realmente protette di tipo integrale, oltre che limitate numericamente, hanno quasi sempre un’estensione di scarso rilievo, il che deriva certamente dal fatto che questo tipo di protezione tutela realmente l'ambiente ma non indulge ad interessi di natura economica. Scrive Dorst (1988): “Agli occhi dei naturalisti, la prima e più importante misura da adottare è la costituzione di riserve naturali integrali poste sotto il controllo dell’amministrazione pubblica e in cui sia tassativamente proibita qualsiasi azione umana, tendente a modificare gli habitat o ad apportare perturbazioni di qualsivoglia genere ed entità alla fauna o alla flora. In queste riserve la natura deve essere lasciata a se stessa, come se - in teoria - l’uomo non esistesse”.  
Con quanto detto sinora non si vuole affatto affermare che tutte le aree protette debbano essere precluse alle persone, trascurando in tal modo l’importante funzione educativa e di ricreazione spirituale che a volte quelle possono svolgere per la sensibilizzazione delle masse alla protezione dell’ambiente. Ma, per fare ciò è necessario imporre severi vincoli poiché un’area protetta è un’oasi di natura, e non un giardino pubblico. Quindi si consideri pure l’apertura di parchi nazionali e di riserve naturali almeno nelle parti meno delicate, ma a condizione che la presenza umana, vuoi quella connessa ai visitatori occasionali, vuoi quella rappresentata dalle comunità locali, sia rigidamente controllata ed armonizzata al ritmo della natura.
Alcune volte appare utile l’istituzione di aree protette “orientate” nelle quali si mira a ripristinare le condizioni naturali compromesse dall’attività antropica; tale obiettivo si consegue a volte mediante la reintroduzione di specie faunistiche presenti in epoche anteriori e distrutte dall'uomo, altre volte attraverso l'eliminazione di opere umane come strade, dighe, costruzione di altri manufatti, ecc. Ovviamente questo tipo di intervento potrà essere attuato solamente in quelle aree che presentino condizioni abbastanza integre, che abbiano un minimo di capacità di ripresa e conservino la potenzialità necessaria ad accogliere le precedenti forme di vita. In altri termini se in un’area si vuole reintrodurre una specie faunistica che era presente in passato, non basta proteggere solamente tale area per procedere senz'altro alla reintroduzione della specie, ma è necessario accertarsi che in quelle località ci siano ancora le condizioni necessarie a che la specie animale reintrodotta possa affermarsi e prosperare nuovamente. Se la gestione reputasse utile dar corso ad una qualche forma di reintroduzione all'interno dell'area protetta, dovrebbe far precedere gli eventuali interventi da lunghi e meticolosi studi, come ad esempio: raccolta delle testimonianze storiche sulla passata presenza della specie, individuazione delle cause che hanno determinato la scomparsa della specie, rilievi sulle esistenti condizioni ecologiche dell’area al fine di appurarne la compatibilità con le specie da reintrodurre (se la specie reintrodotta ha un vasto areale di spostamento, occorre valutare anche le “reali” condizioni ambientali e protezionistiche dei territori circostanti al fine di garantire condizioni idonee alla specie reintrodotta anche se sconfina dalla Riserva/Parco). Gli interventi ritenuti scientificamente attuabili dovranno ridurre al minimo le manomissioni del territorio (se p.e. sarà necessario costruire recinti di acclimatazione, occorre ubicarli in luoghi a basso impatto ambientale, preoccupandosi altresì di costruirli con strutture poco appariscenti).
Sarebbe gravissimo errore procedere all'introduzione o reintroduzione di specie animali o vegetali storicamente assenti nella zona oppure reintrodurre specie animali che, pur non trovando nella Riserva le condizioni ecologiche necessarie per la loro sopravvivenza (p.e. le fonti alimentari), vengano mantenute esclusivamente con aiuti umani artificiali. Altrettanto grave errore sarebbe quello di reintrodurre/introdurre una specie per soli fini estetici (molti esempi ci vengono offerti dall’operato degli Anglosassoni come in Gran Bretagna, in Nuova Zelanda, in Australia).
La nascita di un’area protetta dovrebbe quindi essere motivata esclusivamente dall’esigenza di conservare il territorio fine a se stesso, ponendo da parte qualsiasi fine utilitaristico diretto. La realtà dei fatti però smentisce in molti casi questa considerazione perché, come già detto in premessa, ancora non si avverte la mutazione del pensiero umano, sempre rivolto ai propri egoistici e miopi interessi. E’ quanto mai opportuno ricordare le parole scritte in merito  da Franco Zunino che ci aiutano, senza altri approfondimenti, ad esporre chiaramente il nostro punto di vista (da Wilderness Documenti Anno IX n°2, 1994). “La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita”.
Lo spirito che sta all’origine dell’istituzione delle aree protette non può essere stato che questo: decidere di non interferire con l’intelligenza nella logica delle cose naturali che succedono in un certo luogo. Almeno, questo è quello che si coglie leggendo più di una relazione, discorso od atto relativo alla nascita dei primi parchi nazionali del mondo sul finire del secolo scorso e all’inizio del nuovo. Ed è questo il significato vero, originario, che, solo, dovremmo dare al termine conservare: lasciare tutto come è!
E’ ovvio che sia poi stata la logica dello sviluppo a prendere comunque il sopravvento, a fare in modo che questo semplicissimo concetto venisse alterato, riportando le istituzioni che sono i parchi nella logica del profitto dalla quale idealmente le avevamo sottratte. John Muir alla fine del secolo scorso disse che “la battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente, perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore”. Aveva ragione, perché da allora nulla è cambiato! Solo, per meglio comprenderlo, bisognerebbe sostituire i termini: giusto = conservazione, errore = sviluppo.
Ovviamente la decisione di voler conservare un certo luogo per sè e di per sè, se non altro come conseguenza o come scopo per questa scelta, può anche scaturire da disparate motivazioni: perché il luogo è insolito per bellezza, o perché è l’ultimo lembo di uno stato ambientale che a causa di un sovrasviluppo è sparito quasi ovunque, o perché ne siamo innamorati per la sua usualità nella nostra vita. Se questo principio, perché un principio ritengo che sia, fosse sempre stato tenuto presente quando si sono costituiti parchi e riserve, pur riconoscendo l’esistenza delle dette motivazioni come spunto per la sua applicazione, sono certo che sì, oggi avremmo un numero assai minore di “aree protette” ed “aree protette” più piccole, che potremmo realmente definire, considerare e presentare al mondo come tali!
Settant’anni dopo la nascita dei nostri parchi nazionali storici, Abruzzo e Gran Paradiso, anche la difesa, la conservazione dei loro angoli più belli, più di valore scientifico, più amati, è ancora in forse! Questa è la conseguenza della continua mancata osservanza di quel principio.
Ancora assistiamo quotidianamente alla battaglia interpretativa sul perché di quelle leggi istitutive e sul come vadano applicate per realizzare le finalità che premettevano e promettevano. Ancora ritorniamo a visitare questi parchi scoprendo sempre qualcosa di antropico in più là dove ricordavamo essere natura. Sempre meno natura e sempre più “umanità”, un processo ripetitivo propagatosi di parco in parco come una malattia inarrestabile. Ciò perché nel nostro Paese il principio di cui ho detto non è stato praticamente mai realmente posto come fondamento alla progettazione ed istituzione di un parco o di una riserva naturale.
Nella stragrande maggioranza dei casi i parchi nazionali, regionali ed altre aree protette, sono stati voluti, progettati ed istituiti con alla base un principio economicista piuttosto che conservativo. Si sono istituiti dei parchi come si sarebbe potuto creare delle strutture o “holding” turistiche. Si è tentato di dare o voler dare, con un parco, quelle stesse cose che hanno dato o si vorrebbe dare con certe iniziative di promozione turistica quali bacini sciistici, centri residenziali, porticcioli, eccetera. Ed è in ciò che sta l’errore di base perché, mentre nulla impedisce ad un centro turistico di adeguarsi sempre di più per soddisfare la richiesta di mercato, per un parco si finisce per creare attorno ai parchi o nei parchi stessi, tanti piccoli centri che producono economia, cosicché il parco divenga anch’esso una fonte di guadagno, di posti di lavoro, di soddisfazione turistico-ricreativa, eccetera; in buona fine, si viene a fare di un parco tutto l’opposto di quello che un parco dovrebbe divenire. Tutto ciò perché, si sono sempre confusi i due principi - quello conservativo e quello economico - mettendoli su un piano di parità, mentre il secondo dovrebbe essere solo subalterno. E, addirittura, per le forze politiche subalterno è finito per divenire il primo! E’ sufficiente leggere certi rapporti, articoli giornalistici, interviste a politici ed autorità, per comprendere come nella nascita di ogni nuovo parco la logica prima non è già di conservare un angolo di natura per motivazioni etiche, bensì di risolvere i problemi economici e occupazionali di una regione.
Ancora oggi questa logica domina in assoluto tra le forze politiche e tra quelle, ed è più grave, ambientaliste più politicizzate: parco uguale a risorsa economica per lo sviluppo di aree depresse. E’ un binomio consuetudinario. Ecco quindi parchi con territori enormi per tutelare aree di scarso valore; ecco quindi vincoli che non esistono o talmente “adattabili” da permettere ogni forma di intervento; ecco quindi che questo “male di non protezione” vengono a soffrire anche quelle parti centrali dei parchi che invece, uniche, meritavano il parco e la rigida tutela che un parco presuppone. Certo, inversamente facendo si sarebbe salvato, conservato, un territorio con vincoli severi su minore spazio: ma nella logica dei politici e politicanti non si sarebbero stanziati miliardi e miliardi per “valorizzare” il parco, per fare del parco un centro turistico e grande resa economica.
Parco come investimento, quindi, non già come garanzia di tutela di un qualcosa di bello, unico, o di valore scientifico a prescindere dal prezzo economico che potrebbe avere per la società o vi si potrebbe ricavare “valorizzandolo”............
Ci si continua a chiedere cosa debba rappresentare un’area protetta, quando questa domanda è quasi pleonastica tanto è semplice la risposta: ovvero, alla difesa di un luogo affinché non muti mai più nell’aspetto esteriore.
Si continua a legare strettamente la concezione di parco alla politica economica, i parchi come investimento, mentre i parchi sono e dovrebbero restare solo cultura e valori interiori in quanto dovrebbero sempre prescindere da quello che di economico potrebbero anche dare.
Ecco quindi e perché la logica del profitto legata ai parchi. I parchi che devono rendere. Così in questa logica, per farli rendere, si scende ai compromessi più deleteri se non per essi come istituzioni, almeno per i complessi ideologici che devono preservare, per la bellezza dei luoghi, per le aspettative dei visitatori più sensibili i quali vengono a perdere in qualità di sentimenti, di emotività, di gioia.
Una delle certezze degli ambientalisti è il non voler riconoscere che i parchi rappresentano dei sacrifici per chi li vive; che i parchi facciano paura agli abitanti locali per i vincoli che impongono. Ed è su questa certezza che poi viene basata la logica dei parchi legata al profitto. Ma è vero invece il contrario! E il problema va risolto non già istituendo dei parchi che non facciano paura (quello che si sta facendo da noi): perché sarebbero ( e sono) dei falsi parchi! Va risolto istituendo dei parchi coscienti del fatto che i parchi sono un lusso, se lo vogliamo dire con un brutto termine. Quindi è giusto che questo lusso lo paghi la società tutta facendo in modo che ciò non avvenga solo sulle spalle di chi li abita, di chi ne è “proprietario” per radici sociali.
Alla logica del profitto va opposta la logica che ovunque un parco arrechi un danno, un aggravio, questo danno e questo aggravio vanno pagati, indennizzati, operando quindi con una logica esattamente opposta a quella del profitto. Solo così i parchi potranno essere degli organismi democratici inseriti in un sistema democratico senza che perdano la loro funzione primaria.
Che un parco possa portare ricchezza a piccoli centri o a singoli individui od anche a nuclei famigliari è un dato assodato ed anche estremamente ovvio, ma non bisogna fare di questo fatto, o fatti, delle motivazioni con valori assoluti e ripetibili per giustificare l’istituzione di altri parchi, perché non potrà mai essere così per tutti i parchi, per tutti i centri dei parchi, per tutti gli abitanti dei parchi.
I parchi devono essere concepiti ed esistere come valori culturali, spirituali; se poi da tali valori ne sprigionano anche degli interessi tangibili, ma senza che li si debba prostituire a questo fine, allora ben vengano questi interessi: ma solo come si offre una mancia per un buon servizio, non per pagare il conto!
E’ illusorio ritenere che un parco possa “pagare il conto”, portare tanta ricchezza quanta ne porterebbe la stessa area lasciata allo sviluppo normale ed imprenditoriale del libero mercato. E’ questa la grande menzogna che accompagna la nascita dei nostri parchi; il male oscuro per cui si continua a lottare prima per istituire i parchi, poi per salvarli da questa logica della “valorizzazione”, del profitto, su cui vengono fondati.
Toccasana di questa logica è il turismo. Del turismo ebbe a dire lo scrittore francese Jean Mistler: “è quell’attività consistente nel trasportare persone che starebbero meglio a casa propria in luoghi che sarebbero migliori senza di loro”. C’è in questa frase la filosofia più profonda del perché di un parco che “rende” secondo la logica del profitto, finisce col non essere più quell’istituzione la cui finalità doveva essere la conservazione di un luogo, l’istaurazione di un qualcosa di per sé, divenendo invece solo un qualcosa al servizio del turismo e del sistema economico.
I parchi vanno invece prioritariamente istituiti per salvare, conservare un luogo.......”.
In alcune regioni italiane, paradossalmente, gli assessorati alle aree protette sono a volte associati al turismo e allo sport. Ciò la dice lunga! Inoltre, le regioni presentano le proprie aree protette non come realtà territoriali di vera e disinteressata conservazione della natura, ma piuttosto come aree destinate a “produrre” a “rendere” ad essere “utilizzate”. La “produttività dei parchi”, uno dei slogan che sta più a cuore degli amministratori, ma anche a buona parte degli ambientalisti, si realizza appieno con le guide regionali ai servizi e alla fruizione turistica. Le aree protette, infatti, vengono presentate secondo ciò che “offrono” di più umano possibile: aree attrezzate, centri visita, musei, sentieri autoguidati, percorsi ciclabili, percorsi ginnici, percorsi a cavallo, piste per sci di fondo, sentieri segnati, ecc. La logica è ancora una volta quella dell’ “uso” della natura, magari ricreativo, turistico, ma sempre dell’uso. Occorre però ricordare che la parola conservazione è sempre in contrasto con qualsiasi attività di massa dell’uomo. Un po’ di minimalismo non farebbe certo male alla società contemporanea.


La gestione delle aree protette


“Per un controllo ed una supervisione morale a favore della natura sulle attività di gestione degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi della natura non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo” (punto 5 del Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness).
Molti cittadini particolarmente sensibili alle sorti della natura traggono un respiro di sollievo quando apprendono che è stata istituita una nuova area protetta, in quanto pensano che nel futuro quell’area non correrà più alcun rischio. Questa convinzione è spesso smentita dai fatti, giacché accade purtroppo che aree divenute protette continuino a subire ferite e danni  ingenti. L’origine di questi danni non è sempre dovuta, come potrebbe pensarsi, a situazioni oggettive di varia natura, ma è a volte legata al modo stesso col quale le aree ancora selvagge sono gestite. Per questi motivi l’operato dei “manager” o degli enti governativi preposti alla gestione delle aree protette deve essere controllato alla stregua di qualsiasi attività che possa in qualche modo turbare l’ecosistema del territorio. I fatti che giustificano tali pessimistiche considerazioni si riferiscono a parchi nazionali gestiti  più in funzione del flusso turistico che in riferimento alle vere esigenze della protezione della natura; riserve ridotte a supporti di sperimentazioni biologiche; gravi alterazioni degli habitat di aree selvagge; ingiustificate costruzioni o ristrutturazioni di rifugi o di strutture analoghe; aree di picnic realizzate in zone di delicato valore naturalistico; apertura o ristrutturazione di strade di montagna motivate dal pretesto di realizzare in tal modo una migliore gestione o una più attiva sorveglianza; introduzione o reintroduzione forzata di animali non preceduta da preliminari approfondimenti tendenti ad appurare se la specie reintrodotta sia stata precedentemente presente in quell’habitat e per quali cause ne è poi scomparsa; taglio di boschi, passati per interventi di gestione naturalistica, e tagli  di gestione motivati da erronee ed empiriche consuetudini; insufficiente attività di sorveglianza da parte del personale preposto, ecc. Per non parlare poi dello spinoso problema delle strade montane e boschive che se ricadono nelle aree protette nella migliore delle ipotesi vengono chiuse da sbarre (con numerosi permessi di accesso), ma mai smantellate del tutto (leggasi ripristino ambientale). Infatti una pratica del genere non rientra nella logica dei “gestori” (nè tanto meno nella gente che ha una mentalità solo utilitaristica), e viene accanitamente avversata (ci sono ovviamente le dovute eccezioni). C’è sempre un motivo che ne giustifica la continuazione dell’esistenza. Chissà perché una strada montana, all’interno di un territorio protetto, non debba essere smantellata? Se si chiedono finanziamenti economici per ristrutturare o aggiungere qualcosa di umano in più nel territorio, in genere vengono sempre trovati, se invece, si volesse dar corso ad un’opera reale di ripristino ambientale, come potrebbe essere l’eliminazione di una strada, fondi e interessi scendono nell’oblio. Non accade mai che si dia vantaggio univoco al mondo naturale. Che dire allora di questi “gestori” della natura? Occorrerebbe anzitutto cambiare la loro “forma mentis” che non sa sottrarsi alla politica “del fare”, dell’introdurre, dell’avviare, del ristrutturare, del trasformare, tutto con una sorta di febbrile attivismo che non riesce a concepire che il “non fare”, e lasciare in molti casi che la natura si riequilibri anche da sé, come è avvenuto durante qualche milione di anni, è il miglior modo per salvare le aree selvagge di questo pianeta. Con ciò non si vuole asserire che tutti gli interventi siano errati, ma si intende comunque dire che la natura dell’intervento e la sua intensità debbono ispirarsi ad un reale principio di conservazione, rispettoso del ritmo e delle ragioni della natura (il ripristino ambientale in molti casi sarebbe estremamente utile per ridare un po’ di selvatichezza al mondo gravemente antropizzato). “Molti degli obiettivi della conservazione dell’habitat di altre specie, compatibili con l’uguaglianza biocentrica sono sintetizzati nell’espressione ‘Lascia vivere il fiume’, ove il ‘fiume’ è una più ampia definizione degli esseri viventi, e comprende non soltanto gli esseri umani o gli alberi che crescono lungo il fiume ma l’intero ecosistema dell’energia vivente. Un’altra possibilità in armonia con lo slogan di Naess ‘semplicità di mezzi, ricchezza di fini’ è ‘non fare’” (Devall & Sessions, 1989).
Il punto 5 del Documento Programmatico dell’Associazione Italiana per la Wilderness recita: "...... La gestione dei Parchi e delle aree protette in genere, è una cosa complessa. E’ noto come i motivi che portano e continuano a portare alla loro costituzione, non sono sempre stati, ed anzi, salvo in passato, si può dire quasi mai, quelli della protezione di valori naturali, ma piuttosto la cosiddetta “valorizzazione” di beni ambientali. Già questo termine ci dice quali e quante implicazioni di varia natura agiscono conseguentemente a danno proprio del valore ambientale che le aree dovrebbero tutelare, ed anche delle esigenze interiori dei visitatori più sensibili.
Le pressioni economiche e di sviluppo tecnologico ed urbano sono tali e tante che spesso le scelte degli amministratori, per comodità o per demagogia, tendono a mettere gli interessi della natura in secondo piano, proprio perché la natura non ha la possibilità di gridare le proprie esigenze, di farle prevalere, nè di protestare quando le si fa torto o la si lede nei suoi diritti.
La funzione di controlli morali su queste gestioni dovrebbe essere di tutte le associazioni protezionistiche, ma sappiamo bene come spesso questo controllo venga 'indirizzato' o addirittura evaso a seconda di chi gestisce le aree protette. Troppo spesso si è guardato e si guarda non al bene della natura ma al bene di chi la natura ha il compito di gestire, e appunto per questo motivo non si è sempre fatto l’interesse della natura......".
Secondo dettami logici la creazione di un’area protetta, parco o riserva che sia, dovrebbe essere motivata, come abbiamo appena visto, dalla conservazione reale di quel luogo e di tutta la vita che in esso prospera. Dopo aver rigidamente operato in tal senso, eventuali risvolti economici e sociali, che positivamente ricadono sulle comunità locali, interne o limitrofe all’area, possono essere accettati anche da una severa logica di tutela. Ma questo tipo di vantaggio deve essere un eventuale riflesso che la reale politica della conservazione porta con sé. Nella realtà invece, in tanti casi, si opera esattamente all’opposto: istituire un’area protetta significa in primo luogo “sviluppo”, “benessere”, “prosperità”, “turismo”, “produttività”, strutture e attività “ecocompatibili”, “immagine” e quanto altro. Poi, eventualmente, se ne rimangono le possibilità, si parlerà di tutela del territorio. Ma poiché questa tutela arriva alla fine, rimane ben poca cosa e, per la natura, i frutti da raccogliere quasi non ce ne sono. 
Ricordiamoci poi che soventemente le aree protette acquisicono cospicui finanziamenti per attuare serie di studi e di eventuali interventi di tutela sui loro territori (anche se, ad onor del vero, una buona parte dei cosiddetti studi sono solo dei paraventi per scoprire alla fine “l’acqua calda” perché i risultati finali utili ad una vera conservazione erano sempre stati già noti da tempo ma mai attuati, forse perché scomodi, o perché “necessitavano” di ulteriori studi per attingere a nuovi opulenti finanziamenti; evidentemente le “fonti” non erano mai sufficienti), ma, malgrado la “pioggia” di milioni, quasi mai, per fare un solo esempio, si è attuato un semplice quando efficace intervento: comprare, nel vero senso del termine, almeno ogni qual volta ciò sia possibile, territori da sottrarre ai vari danneggiamenti e porli sotto un rigido vincolo di conservazione che si ispiri ai dettami della wilderness dei luoghi (un esempio palese può essere quello per salvaguardare specie faunistiche a grave rischio di sopravvivenza o habiat peculiari che stanno per collassare).  

Dopo aver enumerato gli errori che molte volte emergono dalla gestione delle aree protette occorre porsi ora un interrogativo: a chi attribuire la paternità di tali errori? Certamente alla esasperata burocrazia, all’impreparazione, al disinteresse, alla malintesa concezione del prestigio, alla spasmodica applicazione della “scienza” al mondo naturale che spesso non arreca a quest’ultimo affatto beneficio perché dissipa energie, finanziamenti e tempo, o finanche all’estetismo ambientale ma, più che altro, all'accettazione pragmatistica delle ferree regole della politica economica e alla visione strettamente antropocentrica di tutto il mondo naturale. La gestione “umana” delle aree protette è infatti una conferma di quella visione “superficiale” di tutto l’atteggiamento mentale dell’uomo occidentale.

La paura di perdersi


“..... buttare una manciata di foglie di tè e un po’ di pane in un vecchio sacco e saltare il cancelletto del giardino di casa” (J. Muir).
L’addomesticamento del territorio è diventato una pratica inscindibile dal pensiero quotidiano dell’uomo civilizzato.
Si imbrigliano fiumi, si cementificano coste e valli, si aprono cave, si erigono rifugi ed alberghi montani, si costruiscono aree pic-nic: la lista potrebbe essere lunga. Purtroppo, dall’addomesticamento e dallo snaturamento dei luoghi, non ne restano immuni neanche le aree protette, che spesso, anno dopo anno, presentano sempre qualcosa di umano in più e qualcosa di natura in meno.
La paura di perdersi o di correre altri rischi, ha determinato, soprattutto nelle zone montane, la necessità di realizzare tutta una serie di strutture: rifugi, bivacchi, segnaletiche vistose e abbondanti, colonnine di soccorso SOS, ecc. Tutto ciò frutto di una mentalità che ragiona all’inverso: se un’escursionista cade in un burrone o uno sciatore precipita in un crepaccio, anziché responsabilizzare la gente a non recarsi in montagna nei posti pericolosi o ad essere consapevoli dei rischi che si corrono, si preferisce “recintare” l’orlo del burrone per impedirne la caduta, si preferisce alterare un luogo arricchendolo di mille segnavia e cartelli per non far perdere l’escursionista, si decide di erigere rifugi in serie per “rifocillare” il viandante “tecnologico” del duemila.
In certi Paesi, per esempio in Nordamerica, immensi territorio wilderness non presentano alcun riparo o struttura umana, pur contenendo infiniti rischi per la persona. Coloro che vogliono visitare un luogo del genere devono essere consapevoli dei propri limiti e dei rischi che possono correre. Non si “snatura” la natura ma si plasma la mentalità del singolo al selvaggio e alle difficoltà che si possono incontrare.
La natura in sè non è mai “assassina”, è l’uomo stesso che si mette in condizione di morire o di subire danni!
“Le montagne, dice il maestro, stanno camminando...
Sono costantemente a riposo e costantemente in movimento.
Dobbiamo dedicarci a uno studio dettagliato
della virtù di camminare...
Chi dubita che le montagne si muovano,
non ha ancora capito il suo proprio movimento”
(Dogen, Sutra dei monti e dei fiumi).
Scrisse un indiano Piedineri: ”Un uomo non dovrebbe mai camminare con tanto impeto da lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare”.


Il concetto di Wilderness,
una nuova esigenza di conservazione 
delle aree e delle risorse naturali.

“La natura selvaggia è sia una condizione geografica 
che uno stato d’animo”

“La conservazione della natura selvaggia per il valore in sé 
e per una visione ecocentrica ed  olistica”


“In ogni luogo ci vorrebbe un posto, così, lasciato incolto” (Cesare Pavese).

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso” (Franco Zunino).

Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a sé stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita. Scrive Aldo Leopold (1949): “ La wilderness è una risorsa che può diminuire ma mai aumentare. Le distruzioni possono essere bloccate o limitate in maniera tale da rendere un’area ancora fruibile per la ricreazione, o per la scienza, o per la fauna, ma la creazione di nuova wilderness nel vero senso della parola è impossibile. Ne consegue, allora, che ogni programma di conservazione che riguardi la Wilderness è un’azione difensiva, mediante la quale la sua degradazione può essere ridotta al minimo....
La capacità di comprendere il valore culturale della Wilderness sta divenendo in ultima analisi una questione di umiltà intellettuale. Il presuntuoso pensiero dell’uomo moderno si è distaccato dalle sue radici con la terra, e sostiene di avere già scoperto cosa è importante; è chi ciancia di imperi, politici o economici, che resterà indietro di migliaia di anni....”.
Ma vediamo ora di spiegare qual é l'essenza del “concetto di wilderness”, vediamo perché esso è da considerarsi una vera e propria filosofia da cui si genera il pensiero protezionista e, in via più generale, la concezione stessa della vita. Riportiamo integralmente le lodevoli parole di Franco Zunino fondatore, come detto, dell’Associazione Italiana per la Wilderness. 
“Lo sviluppo sociale in continua evoluzione sta alterando ogni angolo della nostra terra, e anche le aree veramente selvagge rimaste tali per casualità o in quanto fino ad oggi prive di interessi economici o non utilizzabili a questo scopo, vengono ormai giornalmente intaccate da sempre nuove iniziative a loro danno, senza che mai le giustificazioni economiche ad una loro alterazione siano considerate in second’ordine a quelle spirituali, definendo tali, per brevità, tutte quelle esigenze per cui ovunque nel mondo si protegge la natura.
Le poche aree senza strade e moderne costruzioni rimaste vengono considerate ‘terra di conquista’ dalla civiltà, e gli uffici preposti alla pianificazione del territorio e al suo uso vi programmano sempre nuove forme di sfruttamento anziché preservarle nel loro stato naturale come rarità ecologiche quali esse sono, e anche come Eden per i bisogni emotivi dell’individuo. Nessuno nei contesti sociali locali sembra più amare la propria terra, il paesaggio in cui è nato! Anche l’uso ricreativo dell’ambiente da parte dei cittadini si sta rivelando, specie nei Parchi Nazionali, un’ultima frontiera della conquista dell’uomo, in quanto un eccessivo uso in tal senso rischia di trasformarsi in un danno più sottile e strisciante, meno appariscente di una strada o di un residence, meno fastidioso della caccia sul piano morale, ma altrettando dannoso e deteriorante di tutto quanto di fisico e di psichico è racchiuso nella definizione di natura selvaggia, cioè di ‘Wilderness’ così come è intesa nella cultura anglosassone.
Wilderness è un termine che può suonare oscuro al profano, ma il cui significato intrinseco va ben al di là della sua letterale traduzione, esso definisce infatti anche i dettami di una filosofia specifica, che è scaturita da esigenze umane sia di godimento emotivo nel contatto con la natura selvaggia che di conservazione di quei territori naturali dove queste esigenze possono esprimersi.
Il 'Concetto di Wilderness’ altro non è che la definizione di questa filosofia; una filosofia che vede nel rapporto uomo-natura un rispetto reciproco che privilegia la natura nei casi di conflittualità di interessi; una filosofia alla cui base c’è veramente l’idea di dare corpo a patrimoni ambientali da lasciare alla posterità, investendo le nostre generazioni della loro responsabilità in questo senso, cioè di decidere oggi il limite massimo oltre il quale l’uomo e le sue suggestioni non devono più andare, per lasciare un perenne spazio alla natura e alle sue creature selvagge.
.......Dobbiamo preparare l’opinione pubblica di oggi e quella di domani a comprendere l’esigenza spirituale delle nostre e delle future generazioni di godere anche solo del fatto di sapere che esistono ancora luoghi lontani, nel senso di ampi e selvaggi; luoghi dove la natura è lasciata a sé stessa come agli albori della vita sulla terra, e con garanzie durature di una loro preservazione nel tempo che li sottragga all’evoluzione della civiltà........
Le Associazioni di protezione della natura hanno troppo spesso ignorato le esigenze puramente spirituali legate al rapporto uomo-natura, e così quegli impatti sulla natura da parte dell’uomo che, soddisfacendo bisogni puramente materiali di sviluppo sociale o di ricreazione meramente fisica, ne impediscono la loro espressione; esse hanno sottovalutato la potenziale forza distruttrice della spirale economica della nostra civiltà nelle sue sfumature più insidiose, così come quelle delle necessità dell’uomo come individuo. Non sono poche le volte che queste Associazioni hanno espresso consensi favorevoli a certe attività, troppo superficialmente credute educative o necessarie e quindi compatibili con le motivazioni della conservazione in quanto sviluppate da chi gestisce aree protette o divulgate e promosse con l’intento di migliorare il rapporto con la natura da chi in realtà mira ad indiretti interessi economici (es. campeggio, escursionismo, caccia fotografica, artifici di gestione faunistica, quando non realizzazioni di rifugi, strade e altre strutture ‘indispensabili’), che viste in un’ottica diversa sono di fatto l’embrione di guasti che minano alla base proprio quello che è il ‘Concetto di Wilderness’. Per una mancanza di previdenza corriamo il rischio di essere noi protezionisti che nei casi più delicati inneschiamo, senza potere di controllo, processi un giorno difficilmente arginabili (e la storia della conservazione insegna, per chi vuole imparare!), aiutati in questo dalla collaborazione compatta dei mass-media, per lo più favorevoli ai discorsi economici che stanno dietro alle sempre nuove giustificazioni che permettono all’’effetto uomo’ di incancrenirsi sempre più in profondità negli ambienti naturali.
Verrà un giorno in cui anche le visite ai Parchi dovranno essere programmate, e limitati saranno gli artifici per godere della natura con le immancabili facilitazioni, oggi più che mai in auge (e dietro ai quali sta sempre la spirale economica): di questo passo banalizzeremo anche i luoghi più selvaggi, remoti ed impervi della terra!
Certe aree naturali vanno salvate solo perché hanno diritto di continuare a perdurare nel tempo così come sono giunte a noi, modificate solo dalla lenta evoluzione delle forze della natura o da quelle primitive dell’uomo, e quindi non perché siano ‘usate’ dall’uomo di oggi come centri di produzione economica o di sfogo ricreativo, cioè in senso materiale stretto. Esse devono esistere invece per loro stesse; la natura va salvata in queste aree più selvagge solo per la fauna e per la flora, che vi si devono sviluppare in completa armonia. In questi luoghi l’uomo deve porsi dei limiti precisi oltre i quali di principio non permettere più ogni ulteriore e pur minimo intervento modificatore o realizzazioni artificiose, e deve avere poi la forza e la volontà di tirarsi indietro anche come visitatore non appena la sua presenza tende a modificarne lo stato fisico, o anche quello psichico del visitatore stesso, che deve sempre godervi le sensazioni di un rapporto di solitudine con la natura selvaggia.
Certo, questa è una scelta difficile, ma è l’unica seria alternativa da opporre alla paurosa antropizzazione del paesaggio che quotidianamente ci circonda e alla vandalizzazione degli ambienti naturali che facciamo quando ci trasformiamo in turisti estivi o domenicali........è giunto il momento di fare questa scelta di ‘utilizzo-non utilizzo’ per le zone più selvagge.......Se non lo faremo oggi per mancanza di coraggio politico sarà troppo tardi per le generazioni future. Qualsiasi altra decisione volessimo prendere a loro salvaguardia fisica o anche dei valori spirituali che esse, così, racchiudono e rappresentano, sarà un palliativo che servirà solo ad evitare alle nostre generazioni la responsabilità di una scelta che si sa difficile e impopolare.....”
Thoreau osservò che “nella wilderness è la salvezza del mondo”, e si disse convinto che una natura selvaggia aiuta a conoscere meglio noi stessi, a migliorarci e a migliorare la società in cui viviamo. Il solo pensiero che un’area possa rimanere wilderness, ossia selvaggia “forever”, affrancandosi dalla presenza dell’uomo conquistatore e assoggettatore, colpisce profondamente la sensibilità di una persona che abbia una propria vita spirituale. Come abbiamo già sottolineato, il concetto di Widerness non riguarda solo lo spazio fisico di un territorio ma concerne anche l’emotività interiore da cui l’uomo, solo di fronte alla natura selvaggia, può essere preso. La filosofia wilderness può quindi riassumersi in una frase “ La natura selvaggia è sia una condizione geografica che uno stato d’animo”.
Scrive Salvatore Veca (1986): “ la natura non è una pseudo-persona verso cui gli esseri umani siano responsabili: lo siamo nei suoi confronti per il semplice fatto che le nostre azioni causano alterazioni della biosfera e non possiamo più, o meglio, non dobbiamo più essere i predatori della biosfera. Ovviamente, noi facciamo parte della natura, senza disporre di un controllo totale di essa (non siamo responsabili della sua esistenza), e tuttavia differiamo in alcuni aspetti essenziali da altri elementi costituenti della natura. A differenza delle altre specie, sembra che noi possiamo cambiare - migliorare o peggiorare - gli effetti delle nostre azioni sulla natura: questa responsabilità causale genera una responsabilità morale....”.
A corollario di quanto osservato in merito alla protezione della natura secondo la filosofia wilderness, ci sia consentito di formulare una riflessione di tipo provocatorio: se qualcuno proponesse di distruggere una grande opera d’arte, un museo o una preziosa chiesa romanica verrebbe certamente considerato un folle, ma paradossalmente non è considerato folle chi decide di distruggere un bosco secolare per far passare un'autostrada o per realizzare un impianto sportivo d'alta montagna, con tutti i danni ambientali che quelle opere comportano.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura perché è l’uomo che la distrugge ed è suo compito quindi tutelarla, a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di una semplice componente del materialismo dialettico, a cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l'ambiente naturale: solo questo potrebbe essere in chiave ironica l'essenza della filosofia antropocentrica.
Gary Snyder (1992) annota magistralmente: “Thoreau dice: ‘Give me a wildness no civilization can endure’ (datemi un mondo selvatico che nessuna civiltà possa tollerare). Una cosa del genere non è difficile da concepire. Più difficile è immaginare una civiltà che il mondo selvatico possa tollerare. Eppure questo è precisamente quello che dobbiamo cercare di fare. Wildness non significa semplicemente conservare il mondo; wildness è il mondo. Da lungo tempo le civiltà orientali e occidentali sono in rotta di collisione con la natura selvatica e oggi in particolare i paesi industrializzati hanno il dissennato potere di distruggere non solo singole creature, ma intere specie, interi processi della terra. Abbiamo bisogno di una civiltà capace di convivere pienamente e creativamente con il mondo selvatico, con l’essere selvaggio..... La wilderness è un luogo dove il potenziale selvaggio è pienamente espresso, dove una varietà di esseri, viventi e non, si manifestano secondo il loro ordine interno..... Wilderness vuol dire totalità, interezza. Gli esseri umani emergono da quella totalità; e l’idea di riaffermare la nostra partecipazione all’assemblea di tutti gli esseri non è affatto un pensiero regressivo”.
Scrive ancora Zunino: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso.
Invece, la maggioranza di quelli che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa (naturalisti, alpinisti, escursionisti, cacciatori, ecc.), raramente si pongono problemi di rinuncia ai propri piaceri per rispetto alle sue esigenze......... In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori dannosi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura.......'c'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che ne traggono attraverso l'uso'. E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande maggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore....".
Scrive ancora Zunino e completa il discorso: "Il Wilderness Concept è quella ipotetica barriera invisibile ma invalicabile contro le pressioni delle esigenze economiche, e quindi di sviluppo, della società umana, posta dall'uomo stesso a difesa della natura, o meglio a garanzia della sua perpetuità. In pratica una premeditata rinuncia dei diritti dell'uomo per garantire quelli della natura. Questa barriera è stata codificata per la prima volta al mondo nel 1964 con una legge speciale del Congresso americano. I territori delimitati da questa barriera legislativa sono per sempre e per principio tutelati contro ogni progetto di modifica al loro stato ambientale.
Oggi è il momento di cominciare seriamente a batterci affinché in tutto il mondo venga applicato questo concetto conservazionistico.
Salvare il salvabile delle ultime terre selvagge della Terra è una priorità indifferibile; abbiamo troppi esempi di luoghi selvaggi andati persi nel volgere di pochi anni perché ritenuti enormi o inattaccabili per assenza o scarsità di risorse o per la difficoltà di operarvi imprese redditizie. E' invece bastato poco perché il lento erodere di terre ai grandi spazi selvaggi si sia evoluto con un crescendo esponenziale vertiginoso (l'Amazzonia è l'esempio più attuale) in conseguenza a sviluppi socio-economici impensabili solo pochi anni fa; e così è stato per le risorse naturali scoperte in luoghi impensabili, risorse di qualità ed in quantità, la cui richiesta ha raggiunto i vertici sui mercati mondiali (petrolio, uranio, gas, ecc.): e qui insegna l'Antartide, ritenuto una landa sterile e desolata e ora scoperto come inesauribile miniera di ricchezze per il mondo intero! E' così pure i luoghi ritenuti inavvicinabili per le difficoltà tecniche di aprirvi vie di penetrazione: le scienze ingegneristiche nell'ultimo decennio hanno praticamente risolto ogni problema tecnico: ormai è solo questione di soldi. Se si vuole fare arrivare la civiltà mediante strade, dighe e costruzioni d'ogni natura non c'è più barriera naturale che riesca a fermare o contenere la volontà colonizzatrice dell'uomo.
Ad un tale stato di cose, tutte basate sul profitto, solo una corrente di pensiero può opporsi con efficacia. La volontà di distruggere colonizzando o sfruttando si può combattere solo con una volontà opposta: quella di conservare. Nessuna convinzione utilitaristica potrà mai prendere il posto a quella esigenza interiore e morale di conservarci qualcosa che amiamo perché sentiamo intimamente nostro come l'angolo preferito dalla nostra casa. Fino a che non ci convinceremo che conservare un luogo o un territorio è come far sì che gli estranei rispettino le nostre proprietà materiali (chi non si ribella a chi ci imbratta la casa o l'automobile?), non otterremo nessuna legge, nessun provvedimento duraturo a difesa dell'ambiente: accetteremo sempre compromessi, compromessi che considereremmo assolutamente inaccettabili se dovessero riguardare le nostre proprietà materiali. E questo non è giusto. Vuol dire che non abbiamo ancora raggiunto una coscienza sociale che ci faccia sentire nostro ciò che è di tutti. Ovverosia, continueremo a considerare ciò che è di tutti come se non fosse di nessuno o comunque mai nostro.
E' per questi motivi che piuttosto che vincoli seri e duraturi continuiamo ogni giorno a chiedere alle forze politiche la istituzione di nuovi Parchi ed aree protette solo per la soddisfazione di stampigliare queste definizioni su aree circoscritte cartograficamente ma che ben poco hanno di Parco o di Riserva della e per la natura, accettando labili vincoli pur di ottenere quelle semplici espressioni geografiche che, appunto, sono divenuti i Parchi italiani, siano essi nazionali o regionali. La 'Parcomania' affibiataci dai cacciatori esiste, non è una definizione per deridere il movimento ambientalista!
I Parchi Regionali istituiti negli ultimi anni, e così le molte Riserve Naturali regionali e statali, nonché i Parchi Nazionali progettati, sono basati su vincoli così poco vincolanti che al di là del solito scontato ed a volte inutile divieto di caccia, ben poco difendono dei patrimoni ambientali delimitati quali 'aree protette'.
Corriamo il rischio che come già in passato è avvenuto per tutti i Parchi nazionali esistenti, si vengano a perdere i valori ambientali e paesaggistici migliori proprio dopo che essi sono o saranno stati, teoricamente, sottoposti a tutela! Pensiamo quali grandi aree di natura selvaggia erano il Gran Paradiso o l'Abruzzo o lo Stelvio all'atto della loro designazione in Parchi Nazionali: 60.000, 30.000 e 70.000 ettari di Wilderness! Ora di quella Wilderness è rimasta ben poca cosa.
Oggi, quali Parchi o altre Riserve garantiscono che nessuna opera stradale o rifugio (per non parlare di peggio!) venga realizzata nei loro confini dopo la data della loro designazione? Pochi, se non nessuno in senso rigido.
Ecco quindi la necessità di una nuova corrente di pensiero conservazionistica in merito a ciò. Una corrente che scopra e faccia proprio il Wilderness Concept. Non è una 'Parcomania'. Bensì una scelta oggettiva dei luoghi meritevoli di vera tutela, da scindere da quelli di scarso valore ambientale o, peggio, con valori solo socio-economici per i quali possono anche andar bene gli pseudo vincoli di oggi. Una scelta, quindi, non tanto dei luoghi da tutelare per essere sfruttati quanto dei luoghi da conservare veramente, per necessità biologiche e psicologiche; da difendere come difendiamo i nostri giardini, per abbellire i quali spendiamo danaro al solo fine indiscusso di crearci qualcosa di bello da guardare e da godere. Solo prendendo atto e coscienza di un tale assioma potremo batterci al fine di ottenere anche da noi delle norme vincolistiche ispirate al Concetto di Wilderness, norme da applicarsi nell'ambito di tutte le aree protette esistenti e da prevedersi in quelle di futura istituzione, almeno a difesa delle ultime aree selvagge rimaste nel territorio italiano. E solo così potremo considerare la loro difesa nostro diritto indiscutibile, al pari del diritto alla difesa della nostra casa, delle nostre proprietà fondiarie, dei nostri beni materiali in genere.
Forever wild può significare anche per sempre nostro!”.
John Muir in una lettera al fratello scrisse: “Vendimi 20 ettari del prato vicino al lago e tienilo recintato in modo che non vi possa penetrare il bestiame.... voglio che resti incalpestato per la salvezza delle felci e dei fiori e, anche se non potrò rivederlo mai più, la bellezza dei suoi gigli e delle sue orchidee sarà tanto presente alla mia mente che ne gioirò soltanto immaginandomeli”.
La nostra mente ormai atrofizzata in uno stile di vita artificiale, illusorio e superficiale, non ci consente di poter concepire, anche per un solo istante, l’esistenza di una natura che non sia stata manipolata e trasformata dall’uomo. Il nostro pensiero di uomini “civili” non include più qualcosa che non sia umano o per lo meno umanizzato. Ecco perché apprezziamo solo le cose che evidenziano in qualche modo una “presenza” umana, anche minima, ma sempre umana (un sentiero selvaggio, non battuto e non marcato, viene considerato “abbandonato”, impraticabile, non confortevole). Tutto deve essere sempre sottomesso in qualche modo all’operato dell’uomo. Si spera che le ultime aree della terra che ancora sono immuni dal “morbo” umano, rimangano tali per sempre.
“Quello che ho cercato di dire è che la conservazione del mondo è nella natura selvaggia... La via è fatta di spazi selvaggi. La cosa più viva e la più selvaggia. Non ancora sottomessa all’uomo, la sua presenza la rinvogorisce.... Quando voglio ri-crearmi, cerco il bosco più intricato, più fitto e più esteso e, per l’abitante della città, il più tetro e paludoso. Vi entro come in un luogo sacro, un Sanctum sanctorum. Lì è la forza, il midollo, della Natura. In breve, tutte le cose buone sono selvagge e libere” ( H.D. Thoreau).
John Mitchell in un suo articolo (1998) ci ricorda, a conferma di quanto detto pocànzi che: “Quando si parla di wilderness non si intende esclusivamente un luogo fisico, e neppure un sistema di gestione...... Wilderness è anche uno stato mentale. Un’idea a un tempo inafferrabile e terrena: personale quanto il rischio, la libertà, la solitudine e il riposo spirituale; concreta quanto la terra vivente e le acque che ne disegnano il profilo”.  Aggiunge poi, citando un suo interlocutore Charles Little che: “La terra è una comunità, insegnava Leopold. Le sue acque, il suolo, le piante, gli animali, compongono un insieme armonico non per il nostro beneficio, bensì per il loro”.
E’ bene completare ed integrare il discorso con le parole del già più volte citato Aldo Leopold, cui si deve la designazione della prima Wilderness Area del mondo, ed universalmente noto per i suoi trattati sull’”Etica della Terra”. Dall’opera A Sand County Almanac (1949/1968, traduzione di F. Zunino): “La Wilderness è il materiale grezzo dal quale l’uomo ha manipolato il manufatto chiamato civiltà.
La Wilderness non è mai stata un materiale grezzo omogeneo. Era molto varia e i manufatti risultati sono, pertanto, molto differenti. Queste differenze nel prodotto finale noi le conosciamo come culture. La ricca diversità nella selvatichezza delle quali hanno preso vita.
Per la prima volta nella storia della specie umana, due cambiamenti sono incombenti. Uno è l’esaurirsi della Wilderness nella porzione del globo più abitata. L’altro è l’ibridazione delle culture del mondo attraverso i moderni mezzi di trasporto e l’industrializzazione. Nessuno dei due può essere prevenuto; o forse potrebbe anche esserlo, visto che, da alcuni insignificanti miglioramenti dei cambiamenti che incombono, certi valori possono essere preservati prima che siano persi.
Per il fabbro accaldato nel lavoro, il ferro sulla sua incudine è un avversario da conquistare. Così era la Wilderness, un avversario per i pionieri. Ma per il fabbro in riposo, capace per un momento di gettare uno sguardo filosofico nel suo mondo, lo stesso ferro grezzo è qualcosa da amare e custodire, perché dà determinazione e significato alla sua vita. Questo significa la preservazione di alcuni rimasugli di Wilderness come pezzi di museo, per il piacere di quelli che potrebbero un giorno desiderare vederli, viverli, o studiarvi le origini della loro eredità culturale”.

Pur se alcuni passi sono una ripetizione di quanto scritto sulla wilderness, riportiamo alcuni punti (punto 1 e 2) del documento programmatico dell'Associazione Italiana per la Wilderness, affinché si focalizzi ancora meglio l'importanza di alcuni aspetti di questa reale visione della conservazione della natura.

Punto 1 - Wilderness come sentimento
Come ogni bellezza, anche la natura nella vastità dei suoi molteplici aspetti fisici e delle sue manifestazioni prima di destare in noi interessi d'ordine scientifico o culturale o soddisfare esigenze ricreative, desta emotività. Negarlo sarebbe sciocco; ognuno di noi con la riflessione può riuscire a risalire a questa prima emozione di scoperta del mondo naturale. Tutto il resto dei nostri interessi è venuto dopo, con l'acculturamento. La natura è pertanto in primo luogo un patrimonio spirituale per l'uomo, e i complessi ambientali più intatti e quindi più belli secondo un metro di giudizio naturalistico, sono le cattedrali o i santuari di questa spiritualità.
Nella società moderna si può essere malati dello spirito così tanto quanto nel corpo, e in questi caso il contatto con la natura, il vivere nella natura in modo equilibrato divenendo membri partecipi della sua comunità ritrovando ancestrali rapporti con essa, può essere un modo, e sicuramente lo è per molti individui, di ritrovare stat d'animo che ci migliorano e che migliorano il nostro vivere civile con gli altri, la nostra etica sociale; è quindi un modo per migliorare la società in cui viviamo. La natura diventa in questo caso una componente indispensabile della nostra esperienza di vita. Questo è il sentimento che gli anglosassoni hanno strettamente legato all'esperienza di "Wilderness".
Di fronte ad un bosco distrutto, ad una montagna deturpata, a qualsiasi modificazione di stati paesaggistici che amiamo o che abbiamo amato, sentiamo dentro di noi un moto di rivolta spontaneo, che è la nostra prima reazione a questi misfatti. Tutti gli altri motivi, sociali, culturali, ricreativi, scientifici ed anche economici, li elenchiamo dopo, col ragionamento. Ancora una volta notiamo, quindi, come sia il valore spirituale a destare il nostro primo e più sentito interesse. nonostante questo, la tendenza comune è di porre questi altri motivi al primo posto dei nostri interessi, e di farne le motivazioni per cui vogliamo proteggere la natura; giungiamo in pratica a negare anche a noi stessi l'emotività che abbiamo dentro e che è il primo motivo di rivolta e pertanto il vero primo motivo per cui dobbiamo batterci per tutelare il patrimonio naturale (e questo vale anche per le opere artistiche, il cui valore sentimentale è sempre superiore a quello venale): la vista stessa senza questi sentimenti non avrebbe senso o sarebbe ben sterile e fredda.
In definitiva, bisogna proteggere la natura perché è bella, perché ci piace e ci procura emozioni, e soprattutto perché ha diritto di esistere. Chi capisce questo sentimento ha capito la filosofia Wilderness. Legare questa idea ai soli spazi selvaggi è limitativo: i grandi spazi selvaggi sono solo i luoghi migliori, tra i massimi per bellezza e ricchezza naturalistica, dove garantire i diritti della natura e dove la nostra emotività nei rapporti con essa si manifesta maggiormente.
I bisogni spirituali dell'uomo legati alla natura sono in aumento, ma sia il capitalismo che il consumismo si fondano su una società materialistica che tende ad ignorare questa esigenza umana e che sta distruggendo o quanto meno assoggettando ogni fenomeno naturale alle sue necessita tecnologiche ed economiche; se c'è una possibilità di fermare questa evolution, non è nel rivoluzionamento dei sistemi sociali, ma nell'esaltare e far progredire i valori dei sentimenti umani, perché è in essi l'unica forza capaci di resisterle e di condizionarla.
Le motivazione interiori sono tra l'altro le uniche che non potranno mai essere assoggettate alla volubilità degli uomini politici e degli amministratori del territorio. Anche nei momenti più critici della vita sociale sarà più difficile derogare alla necessità di salvaguardare una poco di natura; anche di fronte a gravi esigenze contingenti ci si potrà opporre, nel limiti dell'umano, alla distruzione della natura. Una tale forza non ha nessuna delle motivazioni materialistiche.

Punto 2 - Wilderness come maggiore rispetto della natura
Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e di solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, almeno in alcune aree, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarle sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengano evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima ancora del nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso:
Invece la maggioranza di coloro che amano la natura, la fauna, la flora, o ne godono attraverso la ricreazione fisica in essa, raramente si pongono problemi di rinunzia ai propri piaceri per rispetto delle sue esigenze. Di solito, ogni organizzazione, ogni gruppo di interesse, tenta di porre dei limiti ad altri organismi o gruppi di persone la cui libertà di azione minacci le proprie esigenze. Si guarda quasi sempre agli altri, prima di fare autocritica e cominciate a vedere cosa vada limitato delle proprie attività. L'esempio più lampante è la rivalità tra naturalisti e cacciatori. I primi vorrebbero abolire del tutto la caccia, vista come attività rivale ai loro interessi, ma quasi mai si pongono problemi di limitazione alla loro attività di osservazione, studio o ricreazione pur dannose come la caccia in certe situazioni. I secondi, dal canto loro, sono sempre pronti a prendersela col turismo o con gli inquinatori, ma evitano di porre limiti al terribile impatto che la loro categoria infligge alle popolazione faunistiche. Ogni categoria di fruitori della natura cerca in buona fine da una lato di limitare la libertà delle altre antagoniste, e dall'altro di scegliere delle alternative che diano solo la parvenza di limitazioni alle proprie attività, trovando sempre motivazioni sufficienti per giustificare il proprio "diritto all'ambiente" e negare quello degli altri.
In realtà ogni categoria di fruitori della natura deve rassegnarsi a porsi dei limiti, perché non esistono fruitori buoni e fruitori cattivi, ed è nella limitazione di tutte le libertà il compromesso giusto che permette di garantire alla natura la possibilità di perpetuarsi nella sua libertà, perché mentre sono adattabili le nostre esigenze, il più delle volte non lo sono quelle della natura. L'"Etica della Terra", o l'etica ambientale, di Aldo Leopold, è in fondo anche questo.
"C'è bisogno di amore verso la Terra, non verso i piaceri che se ne trae attraverso l'utilizzo". E' invece, purtroppo, quasi sempre l'inverso per la stragrande mggioranza degli aderenti ai vari gruppi di interesse, dall'ornitologo al cacciatore. Una politica di "carryng capacity", cioè di un uso razionale ed equilibrato non solo delle risorse ma anche dell'ambiente come luogo di ricreazione, e nel primario rispetto delle esigenze della natura.......
L'uomo deve rispettare la natura per il suo valore in sé, e deve sapersi tirare indietro non appena la sua presenza vi incide negativamente, non trovare cavilli e rimedi provvisori per giustificare la necessità o, peggio, il "diritto" della sua presenza……”

Prima di concludere e passare ad illustrare alcune notizie pratiche si vuole fare un ultima riflessione.
E’ stato ampiamente esposto precedentemente l’alto e lodevole significato della filosofia Wilderness per la conservazione di un territorio selvaggio ed abbiamo visto che un area sottoposta a quel principio rappresenta, nella sua attuazione pratica, una forma concreta e reale di protezione/conservazione che si esprime al massimo grado a cui oggi si possa arrivare.
Quello che invece si vuole  portare bene alla luce (anche se Zunino ne ha già abbondantemente parlato) è il fatto che il Concetto di Wilderness, abbia nel suo seno, un aspetto fondamentale molto importante, sia per gli effetti che proietta su una eccellente protezione della natura, ma anche un principio tanto caro all’Ecologia profonda: “il valore in sé della natura”. Riportiamo nuovamente quanto detto da Zunino all’inizio del documento: “La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso" (Franco Zunino).
Il valore in sé della natura è un atteggiamento tra i più profondi che si possono elaborare. Si va oltre il fine antropocentrico ed utilitaristico della natura e si riconosce che il suo esistere prescinde da quello dell’uomo. Certo l’uomo, soprattutto negli ambienti selvaggi, può trovare il massimo godimento, soprattutto spirituale, di vivere una natura vera e può gioire sapendo che si tratta di un’area tutelata con il più alto valore possibile oggi auspicabile (si ricorda, come detto, il Wilderness Act americano che nel lontano 1964 ha sancito un punto di svolta epocale per una vera tutela dei territori naturali).
Questo pone, come detto, il concetto di wilderness al di fuori di ogni logica utilitaristica della natura e, come sappiamo, imprime alla conservazione reale di un territorio un valore che non ammette compromessi, cioè tutelare un ambiente, ma non permettendo, o al massimo ridurre al minimo, molte attività umane che alla fine snaturano, almeno in buona parte, gli effetti iniziali dell’atto protettivo (la politica dei parchi in Italia ne è un esempio). Il concetto di Wilderness, guarda in primis agli interessi della natura e, successivamente - ma in forma completamente diversa rispetto a quello che molti credono sia buono per l’ambiente - a “vantaggi” anche per l’uomo, ma questi vantaggi sono per lo più di carattere spirituali e molto poco materiali.
Le aree wilderness non sono riserve integrali nelle quali non è possibile accedere, ma l’etica della wilderness ci dice di farlo “in punta di piedi”, perché occorre ricordare che in un’area selvaggia è sempre la natura ad essere “padrona” e protagonista. L’uomo deve sapersi tirare indietro al minimo cenno di disturbo o di alterazione. Scrisse un indiano Piedineri: ”Un uomo non dovrebbe mai camminare con tanto impeto da lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare”.
Il riconoscimento del valore in sé della natura, porta ad approdare ad un altro concetto fondamentale che stravolge tutte le posizioni che l’uomo ha sempre avuto nei riguardi della natura (e non solo): l’ecocentrismo!! Si abbandona la centralità dell’uomo (antropocentrismo), e questo porterà ad una vera rivoluzione di tutti gli atteggiamenti mentali e materiali che si esprimono. E, fatto questo passo si arriva direttamente alla concezione dell’olismo, l’unità del tutto, una visione che pone sullo stesso livello ogni elemento di madre terra (animato e non): “Non si può toccare un fiore senza disturbare una stella” (G. Bateson). 
Dice Hargrove “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto…..” e conclude “….la Wilderness è oggi simbolo universale di un territorio selvaggio non manomesso dalla mano dell’uomo in cui la natura, libera di rappresentarsi, si manifesta in tutto il suo splendore”.

Dedicato……. ad una Wilderness che conservi per sempre gli ultimi territori selvaggi stando esclusivamente dalla parte della natura, grazie ad una sua visione, olistica, ecocentrica, profonda e che riconosce, nel suo massimo significato, il valore in sé della natura tutta”.

Dopo questa lunga dissertazione vediamo ora di riassumere le finalità generali della filosofia wilderness e di accennare ad alcune applicazioni pratiche della stessa.

Le finalità
1 - Per una nuova filosofia che consideri la natura un valore spirituale per l’uomo, che esalti il suo valore morale e di bellezza e l’emotività che essa suscita nell’animo umano; affinché sia maggiore il suo rispetto e più sicuri e duraturi i vincoli presi a sua tutela.
2 - Per un più giusto rapporto tra l’uomo e la natura ed un uso equilibrato dell’ambiente anche se a fini ricreativi e di godimento nel primario rispetto delle sue esigenze: affinché sia effettivamente possibile tramandare di generazione in generazione sempre uguali i nostri patrimoni ambientali.
3 - Per il mantenimento della assoluta integrità territoriale e paesaggistica delle aree naturali più selvagge, dentro e fuori le aree già protette; affinché pur nel rispetto di tradizionali utilizzi delle risorse naturali e recupero di valori culturali, esse si conservino per sempre inalterate.
4 - Per l’approvazione da parte degli organi legislativi ed altri organismi che gestiscono il territorio, di leggi e provvedimenti speciali che tutelino i valori della natura selvaggia; affinché sia garantita per sempre e per principio la intangibilità delle aree naturali più selvagge e vi sia proibita ogni forma di motorizzazione ed antropizzazione.
5 - Per un controllo e una supervisione morale a favore della natura sulle attività di gestione degli organismi che amministrano le aree protette; affinché i primari interessi della natura non debbano mai essere messi da parte o sminuiti per fare quelli dell’uomo.
6 - Per il riconoscimento legittimo di un diritto di proprietà morale sulle bellezze naturali a prescindere dalla proprietà catastale dei suoli; affinché ogni valore della natura non sia più considerato solo in un’ottica economica con la conseguente negazione del valore estetico e spirituale che lo stesso bene possiede.

La nascita concreta della wilderness
Scaturita in America nel secolo scorso e diffusasi soprattutto in questo secolo, fino ad allargarsi al resto del mondo, la filosofia Wilderness ritiene, come abbiamo appena visto, che la natura vada conservata in quanto valore in sé, e considera questo valore un patrimonio spirituale per l’uomo per ciò che esso esprime, a livello interiore, in ogni individuo.
Il Concetto di Wilderness ha invece soprattutto una profonda implicazione protezionistica, significando un vincolo duraturo nel tempo con il massimo di garanzie che la società possa dare. Codificato in USA in una legge speciale, esso ha permesso di designare quelle zone protette note come “Aree Wilderness” che hanno l’eguale nella vasta gamma di Parchi ed altre Riserve analoghe per la difesa della natura. Esse hanno lo scopo di preservare gli angoli più selvaggi della Terra nel loro stato più primitivo, e per questo rappresentano un fatto di insuperabile qualità nella politica di tutela del territorio; ciò non solo per garantire la sopravvivenza della fauna e ella flora nei loro stati originari o il più vicino possibile a tali stati, ma per permettere anche all’uomo di goderne in una natura incontaminata, e soprattutto di goderne in equilibrio ed in armonia.

The Wilderness Act
1964 - Il 3 settembre 1964 il Congresso americano approva, dopo vent’anni di discussioni e revisioni dei testi, il Wilderness Act (legge per le zone selvagge), la prima legge mondiale che riconosce, definisce e tutela il valore della Wilderness, designando contemporaneamente una lunga serie di tale aree. E’ la legge più rigida in materia di difesa ambientale mai approvata da un governo, e tuttora mai eguagliata. La difesa del valore Wilderness è anteposta ad ogni altra esigenza; i territori così protetti, completamente selvaggi e privi di strade, vengono sottratti per sempre ad ogni manipolazione e riservati esclusivamente al libero sviluppo delle forze naturali. L’uomo può però visitarle quale membro partecipe della comunità vivente, ovverosia in modo equilibrato, senza interferenze o forme di usura ambientale.
1980 - Con un’altra legge destinata a restare come pietra miliare nella storia del conservazionismo mondiale, il Congresso americano designa in un colpo solo 40 milioni di ettari di nuovi territori protetti nello Stato di Alaska, dei quali circa la metà immediatamente classificati Wilderness e sottoposti ala rigida legge del 1964.
E’ sintomatico notare come questa legge rigidissima sia anche un esempio unico di sinteticità e chiarezza legislativa: si è codificata la migliore forma di protezione ambientale con soli 35 articoli pari a 12 pagine dattiloscritte!
Attualmente sono sottoposti ai vincoli del Wilderness Act  più di 500 aree per un totale di oltre 40  milioni di ettari.
“Tuttavia,  - annota J. Mitchell (1998) - nei posti che sono riuscito a visitare, ho osservato e sentito abbastanza da poter affermare che dopo quasi 35 anni il National Wilderness Preservetion System regge ancora piuttosto bene. Non che manchino i problemi. Così come le foreste, i parchi e i rifugi nazionali che le racchiudono, anche le riserve integrali sono esposte ad insidie: l’uso improprio, l’abuso vero e proprio, e poi l’insufficienza di fondi, l’erosione dei sentieri, le specie esotiche invasive, i battibecchi politici e gli interessi locali contrari all’intervento normativo del governo. Sinora, però, nella maggior parte dei casi, sulle difficoltà ha prevalso l’ingegno.
Fra tutte le questioni che assillano i responsabili, forse nessuna richiede un tale dispendio di soldi e di tempo quanto l’impatto dei visitatori sui sentieri e sui campeggi. Negli ultimi trent’anni, l’uso ricreativo delle wilderness areas si è moltiplicato di sette volte rispetto al passato....”. 

La wilderness nel mondo
Il concetto della difesa delle ultime grandi aree selvagge della terra dagli Stati Uniti si allarga al resto del mondo, ed in particolare ai paesi di origine anglosassone. Allo stato attuale le nazioni che vantano una specifica legge sulle aree Wilderness sono: Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Kenia, Finlandia.

“Non sarò più giovane, ma ne sono felice se non c’è un paese selvaggio in cui esserlo. A che serve tutta la libertà del mondo senza un punto vuoto sulla mappa?” (Aldo Leopold).

“Se tu conoscessi i territori più selvaggi come conosci l’amore, non vorresti mai separartene. E’ del corpo dell’essere amato che parliamo, non di proprietà terriere” (Terry Tempest Williams).

“La rivalutazione della natura selvaggia è una delle più straordinarie rivoluzioni intellettuali nella storia del pensiero umano riguardo all’atteggiamento verso la terra... Da inferno terrestre, la wilderness è diventata un rifugio di quiete dove i visitatori possono avvicinarsi, felici, alla dimensione divina sull’onda delle parole dell’ambientalista John Muir e delle melodie di John Denver... “ (Roderik Nash).

“Noi esseri umani dobbiamo tornare a una comprensione della terra e dell’aria nel senso morale del termine. Dobbiamo vivere in armonia con un’etica della terra. E’ l’unica alternativa possibile a morire” (N. Scott Momaday, Kiowa - in AA. VV., 1995).

“Io nacqui nella prateria dove il vento soffiava liberamente e dove non c’era nulla a bloccare la luce del sole. Io nacqui dove non c’erano recinti e dove ogni cosa respirava liberamente.
Io voglio morire là, e non dentro questi muri” (Dieci Orsi, Comanche Yanmparika - in AA. VV., 1995).

“La Wilderness non è mai stata così importante quanto oggi. Ma non così importante oggi quanto lo sarà domani”(Vance G. Martin).

“Che qualcuno mi mostri un luogo la cui vista risulti insopportabile a qualsiasi civiltà”  (Henry D. Thoreau).

"La salvaguardia del mondo naturalen è riposta nel suo stato di wilderness" (Henry D. Thoreau).

"La Wilderness è molto più di laghi, fiumi e boschi lungo le rive, molto più del pescare o del campeggiare. Essa è il senso di primitivo, dello spazio, della solitudine, del silenzio e dell'eterno mistero" (Sigurd Olson).

“La risposta a qualsiasi domanda la troverai sempre nella natura selvaggia” 

"La natura sarà salvata solo se l'uomo le manifesterà un po' d'amore semplicemente perché è bella, e perché noi abbiamo bisogno di bellezza, qualunque sia la forma a cui siamo sensibili a seconda della nostra cultura e della nostra formazione intellettuale. Perché questa sensibilità è la migliore e la più integra espressione dello spirito umano" (Jean Dorst).

“La natura selvaggia è un bisogno spirituale che ognuno di noi si porta dentro e che va dal semplice amore per il bello al preponderante bisogno di solitudine che sentono alcuni. E’ il senso di fastidio che proviamo in natura di fronte all’opera dell’uomo, anche quando quest’opera è minima o ha fini di conservazione o di studio. La natura selvaggia è acqua libera di scorrere, di erodere, di gonfiarsi e straripare; è la libertà di volare e di correre degli animali; sono gli orizzonti intatti di montagne o di piatte paludi; è l’immensità del cielo su un panorama d’erba; è il silenzio della natura e lo scrosciare d’acque nelle valli montane; l’urlo del temporale nella foresta; il sibilo della bufera e il boato pauroso della valanga; il lento volo dell’aquila che annulla lo spazio tra le montagne; è il gioco delle onde sulle scogliera. La natura selvaggia è girare attorno lo sguardo e non vedere segno d’uomo; è ascoltare e non udire rumori d’uomo” (Franco Zunino).

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita” (Franco Zunino).


Per una Wilderness profonda


“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia” (Robert Marshall)

“Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold)

“La battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente, 
perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore” (J. Muir)

“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse inconsciamente invidia"


In questo documento vogliamo porre in evidenza la parte più profonda del Concetto di Wilderness ovvero il valore in sé che riconosce agli elementi della natura. Emendiamo quindi gli aspetti di ecologia di superficie, infarciti di antropocentrismo a cui approdano molto spesso i vari movimenti wilderness (tra cui quello italiano). Infatti Franco Zunino, praticamente il “padre” italiano di tale movimento, con un pensiero tipicamente “occidentale” scrive: ” Secondo me non si può prescindere dall'uomo. Che piaccia o meno, l'uomo è al centro del mondo e non sarà mai possibile evitarlo. Ed essendo noi uomini dotati coscienza e di intelligenza, è inevitabile che qualsiasi cosa si faccia, la si faccia sempre per l’uomo. Quindi la conservazione della natura non è altro che una reazione alla parte dell'uomo che la sta distruggendo. Ma anche chi la vuole difendere, sempre per l'uomo lo vuole fare. Dire che bisogna preservarla di per sé e che così facendo poi servirà comunque all'uomo è quasi pleonastico, perché in realtà sempre per noi che la amiamo lo facciamo, che sia per scopi materiali, scientifici o spirituali. E allora non cerchiamo di negare una realtà che magari non ci piace ma che è tale, nell'illusione di una natura che vive di per sé (ma che certamente non si autoapprezza!). Se l'uomo non ci fosse, neppure la natura di per sé avrebbe senso. Io sono felice di sapere che la natura dell'Isola di Papua esiste integra di per sé, ma è comunque un di per sé che mi soddisfa ed appaga come uomo. Quindi è sempre per l'uomo che noi desideriamo la preservazione di per sé di luoghi che mai vedremo nella nostra vita, ma che finché viviamo ci allieta sapere che esistano. E' un concetto difficile da spiegare, ma alla fine sempre all'uomo si ritorna. Altrimenti, prima che opporci alla distruzione della natura di questo nostro pianeta dovremmo farlo per impedire che l'uomo ne scopra altri, i quali certamente esistono e vivono di per sé. Ma ha senso pensare così? Ci potrà mai appagare l'idea di un mondo naturale che vive di per sé ma che neppure sappiamo se esiste?! Io non credo. Per appagarci dobbiamo sapere che esiste, e nel momento che sappiamo che esiste, ecco che l'uomo torna al centro, a quell’ombelico che l'ecologia profonda vorrebbe negare”. Lo stesso Zunino, in altro passo del suo pensiero, pare che si sconfessi da solo, quando dice: “la protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso" . E poi ancora: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso".

Continuando con Dalla Casa egli risponde a Zunino dicendo che ”Sono rimasto abbastanza stupito nel constatare che la filosofia wilderness, secondo la visione di Zunino, è completamente antropocentrica.
Le aree wilderness sarebbero da preservare allo stato completamente naturale, ma per la rigenerazione spirituale dell’uomo e non per un valore in sé o per la loro spiritualità intrinseca. In sostanza la filosofia wilderness si adegua ai principi dell’ecologia di superficie e del pensiero corrente, tranne che per il fatto (lodevole) di chiedere una gestione completamente diversa delle aree protette naturali-selvagge, che comunque restano isole in un mare di “progresso”.
L’affermazione che mi sembra davvero insostenibile è che l’ecologia profonda sarebbe “materialista” e la filosofia wilderness avrebbe invece aspetti più “spirituali”. Infatti:
- la filosofia wilderness, come esposta da Zunino, vede la parte spirituale-psichica-mentale solo nell’uomo: le aree wilderness vanno preservate, ma per il miglioramento spirituale dell’uomo;
- l’ecologia profonda vede un aspetto profondamente mentale-psichico-spirituale in tutte le entità naturali e nelle loro relazioni. Vede la nostra specie come componente interrelata in queste relazioni e quindi dotata anch’essa di profondo valore spirituale in quanto parte inscindibile di questa Natura, di quest’Anima del mondo.
Come si fa ad affermare che l’ecologia profonda è più “materialista” della filosofia wilderness? A me sembra proprio il contrario. Nella filosofia wilderness lo spirito è prerogativa di una sola specie, nell’ecologia profonda è ovunque.
Inoltre, a mio avviso il concetto di “primitivo” è privo di significato. Mi sembra invece che Zunino segua sostanzialmente le idee correnti che portano al vertice del cosiddetto “progresso” l’attuale civiltà industriale: al massimo ne chiede qualche correttivo. Mi sembra di capire che considera il “Cristianesimo”, palesemente inteso come l’attuale tradizione ebraico-cristiana, come un “progresso” rispetto alle visioni animiste-panteiste di tante altre culture umane.
La visione giudaico-cristiana-islamica è invece soltanto il frutto di spaccature profonde, dualismi inconciliabili fra Dio e il mondo, lo spirito e la materia, l’uomo e la natura. Diventa così facile passare al materialismo puro, basta togliere uno dei due termini, già ben separati. Non c’è nessuna “superiorità”. E’ forse superfluo aggiungere che tale visione non ha praticamente nulla dell’insegnamento di Cristo, di cui non sappiamo quasi niente. Resta soltanto l’impressione che tale insegnamento richiama moltissimo “l’amore compassionevole verso tutti gli esseri senzienti” del Buddhismo Mahayana.
Come dettaglio, esistono un centinaio di specie fossili intermedie con altri Primati, dagli Australopiteci al Neanderthal e poi all’Homo sapiens. Mi piacerebbe sapere da che parte vengono collocati questi esseri senzienti da chi sostiene la spaccatura umani-animali.
E poi aggiungo, non stiamo parlando di due contrapposizioni tra la filosofia wilderness e l'ecologia profonda. L'una è insita nell'altra e, soprattutto l'ecologia profonda, racchiude una visione universale che include ogni nostra positiva prospettiva delle cose. Infine è un grave errore inquadrare l'importanza della filosofia wilderness in una visione meramente antropocentrica (sarebbe più logico e significativo dargli una peculiarità ecocentrica ed olistica)”.

Occorre invece con forza ribadire il concetto del valore in sé della natura affinché si evidenzi ancor più un intimo legame che può intercorrere tra il concetto di Wilderness classico e l’Ecologia profonda, che porta con se una nuova etica ambientale integrata dal Manifesto per la terra; tutto ciò produce fondamentali elementi che universalizzano i concetti di conservazione e quindi di tutto il pensiero ecologico. Non è infatti sufficiente impegnarsi solo (anche se ovviamente è già un atto lodevole) alla salvaguardia di territori (wilderness e non), ma occorre anche impostare una nuova forma di pensiero affinché la protezione della natura divenga una sol cosa con il quotidiano esistere. Estinguere il dualismo e abbracciare la visione olistica e bioregionale del tutto. In tal modo il concetto di Wilderness epurato dai marcati riflussi dell'ecologia di superficie che, come abbiamo accennato, troppo spesso gli appartengono, esporterà principi non solo di salvaguardia diretta e reale delle aree selvagge, ma anche di pensiero.
Questo è un punto fondamentale poiché pensare di conservare un luogo quanto più selvaggio possibile senza andare ad intaccare anche una nuove concezione del mondo, è certamente un fatto importante, concreto e lodevole, ma ha alla base dei piedi di argilla, in quanto fermandosi ad una visione miope e mirata verso un unico elemento “superficiale” conservativo, in una proiezione futura verrà inesorabilmente fagocitato da un sistema di pensiero che è fermo alla centralità dell’uomo e sempre allo sfruttamento della natura, in tutti i sensi che tale concezione intende. Infatti vedere la Wilderness in funzione dell’uomo, anche se in forma prevalentemente spirituale, è anche essa una forma vera e propria di ”utilizzo“ utilitaristico della natura. In questo caso è meno grave, poiché è un utilitarismo volto ad esaltare fondamentalmente gli aspetti spirituali che l’uomo carpisce nel vivere la Wilderness (anche se non mancano quelli materiali), ma ha un “cancro” dentro se, poiché pone la questione in senso di proteggere un territorio per un ennesimo beneficio dell’uomo. E’ vero che la classica visione della wilderness riconosce il valore in se stesso di un territorio, ma ciò prende vita solo se l’uomo ne può “beneficiare” in un qualche modo. Ricordiamo invece il precetto fondamentale che dice “la natura deve essere salvaguardate per il suo valore in sé e non per un nostro interesse materiale, spirituale o etico che sia”; poi, a questo punto e con questa visione se anche l’uomo troverà un giovamento ben venga, anzi è auspicabile, ma ciò deve essere esclusivamente un riflesso, non lo scopo di quel ”salvataggio”. Occorre comprendere che se non si cambia la forma mentis utilitaristica, il libero dispiegarsi della natura non troverà mai spazio, perché sarà ”frenato” sempre dagli interessi diretti dell’uomo. E senza una visione olistica, ecocentrica ed universale, nel futuro tutto naufragherà nella totale distruzione di madre terra, poiché essendo dapprima stata totalmente posseduta dall’uomo, viene di conseguenza annientata. Nessuno mette in dubbio che l’uomo “originario” vedesse nella natura quasi esclusivamente elementi di sua utilità, ma in questo caso parliamo di “sopravvivenza” e, come il resto delle forme di vita sulla terra, “sfruttava” ciò che trovava a disposizione, ma non arrivava mai a distruggere ciò che era il suo pane. Ma l’uomo di cui stiamo parlando è un uomo che ha sviluppato una eccessiva, anzi direi, unica via di sfruttamento/utilizzazione delle risorse naturali che, oltrepassato i fini di sussistenza è approdato agli interessi “economici” e sta annientando tutto, solo perché oramai vede nella natura un immenso “cavoau di una banca” a cui “rubare” quanto più non posso, tutto il denaro che ivi trova riposto. 
“Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di ‘visioni del mondo’ sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di ‘visioni del mondo’ ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola” (G. Dalla Casa).
E’ certamente vero che voler cambiare la forma mentis, spostandola dalla visione attuale centrata-sull’umano verso una centrata-sulla-Terra, non è cosa facile ed immediata, ma sviluppare questa rinnovata visione (rinnovata poiché all’origine dei tempi così veniva vissuta) è fondamentale perché nel tempo, sia pure lungo, qualora affermata, approderà a risultati universali, unici ed imprescindibili. “L’uomo è un fenomeno filosofico sorpassato. L’universo è fin troppo vasto perché solo l’uomo vi dimori” (H. D. Thoreau) e, citando J. Muir “La natura ha tanti altri scopi, non certo gli interessi degli uomini” oppure ““La Natura può aver destinato la terra fertile anche ad altri scopi che al nutrimento degli esseri umani”.

Dalla Casa, ricordando la figura di Arne Naess scrive a tal proposito: “In realtà, come filosofia di fondo e di comportamento, l’ecologia profonda era ben nota agli sciamani Hopi o Lakota, ad altre culture native o ad alcune filosofie di origine asiatica, ma Naess è stato il primo a definirla in termini scientifico-filosofici occidentali. In quell’articolo diventato famoso, Naess distingue fra un’ecologia “superficiale”, che si batte per la conservazione della natura, che però rimane risorsa al servizio dell’uomo, e un’ecologia “profonda”, che sostiene il valore intrinseco delle realtà naturali. Se tutto ciò che esiste è interrelato, se cioè “tutto dipende da tutto”, l’essere umano non è più separato dal mondo naturale ma ne è solo una parte, che interagisce con le altre e verso le quali deve assumere un atteggiamento empatico.
Il grande merito dell’ecologia profonda è quello di spostare la coscienza da centrata-sull’umano a centrata-sulla-Terra. Naess definì il movimento dell’ecologia superficiale, molto più diffuso di quello dell’ecologia profonda, come “la battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, che farà spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. L’approccio di superficie dà per scontata la fede nell’ottimismo tecnologico, nella crescita economica, nello sfruttamento basato sulla scienza e nella continuazione delle attuali società industriali. Naess così si esprime: “I sostenitori dell’ecologia di superficie pensano di poter modificare le relazioni dell’uomo con la Natura all’interno della struttura della società oggi esistente”.
“La maggior forza trainante del movimento dell’Ecologia Profonda – scrive Naess – se paragonato a tutta la restante parte del movimento ecologista, è l’identificazione e la solidarietà con tutta la Vita”. Il primato del mondo naturale è considerato “un’intuizione” e non un derivato filosofico o logico. In linea di principio, ogni essere vivente ha diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa. Per Naess vanno compresi fra gli esseri senzienti gli organismi individuali, gli ecosistemi, le montagne, i fiumi e la Terra stessa.
Il libro di Rachel Carson “Primavera Silenziosa” (1962) lo aveva colpito profondamente. Gli esseri viventi, pensava Arne Naess, hanno un valore in sé. Come gli uccelli delle sempre più silenziose campagne americane, hanno bisogno di essere protetti dall’invadenza di miliardi di umani. Bisogna cercare una nuova armonia ecologica tra gli esseri viventi che abitano il pianeta Terra. Questo rinnovato equilibrio passa a livello teorico attraverso la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: il diritto alla vita di ogni essere vivente è assoluto e non dipende dalla maggiore o minore vicinanza alla nostra specie. A livello pratico il nuovo equilibrio ecologico passa attraverso la riduzione della popolazione umana, l’uso di tecnologie a basso impatto ambientale e la mancanza di interferenza umana in moltissimi ecosistemi…….. 
Infine il significato dell’opera di Naess è stato anche quello di presentarci una via verso il ritrovamento di una relazione pre-industriale, animistica e spirituale con la Terra, con il rispetto verso tutte le specie e non solo la specie umana. Questo è il messaggio di cui ha bisogno il nostro tempo, che la Terra non è soltanto una “risorsa” per l’umanità, qualcosa che deve essere sfruttato commercialmente.
Purtroppo i personaggi più noti del movimento ecologista non hanno mai nominato pubblicamente l’ecologia profonda, né parlato della sua grande importanza: non è per caso, dato che i suoi principi comporterebbero modifiche considerate troppo drastiche alla società e soprattutto al sistema economico”.

“Non si può toccare un fiore senza disturbare una stella” (G. Bateson).
Dice Hargrove “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto…..” e conclude “…la Wilderness è oggi simbolo universale di un territorio selvaggio non manomesso dalla mano dell’uomo in cui la natura, libera di rappresentarsi, si manifesta in tutto il suo splendore”.

DEDICATO……. “ad una Wilderness che conservi per sempre gli ultimi territori selvaggi stando esclusivamente dalla parte della natura, grazie ad una sua visione, olistica, ecocentrica, profonda e che riconosce, nel suo massimo significato, il valore in sé della natura tutta”.


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”La civiltà non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta!” (John Muir).

Ma elaborare il profondo dissidio dell’uomo con la natura è un compito tutt’altro che facile, anche se si vuole arrivare semplicemente alla pura consapevolezza del fatto. E’ in parte come voler ricomporre un complicatissimo puzzle fatto di tanti elementi diseguali senza averne davanti l’immagine guida. Questo è dovuto anche dal fatto che occorre eradicare una forma di pensiero che negli ultimi secoli si è indirizzata, progressivamente, verso una disgiunzione totalizzante dove le monoculture mentali, improntate sul profondo solco del dualismo (l’uomo da una parte e la natura, ben distinta, dall’altra), si sono fortemente arroccate in una visione unilaterlmente volta verso la sola verità ed esistenza del genere umano. Un nuovo pensiero, libertario e di ampie vedute, deve dunque affrontare un duplice ostacolo; il primo è quello di eradicare il pensiero globalizzato sulla dominanza e unilateralità dell’uomo (pensiero che anche in forma inconscia è ora insito nelle menti), il secondo sarà quello di disarcionare le false certezze così fortemente incastonate per intravedere, sia pure in lontananza, una visione olistica del tutto. Quanti autorevoli personaggi con il loro dire ed il loro agire hanno cercato di svolgere questo immane compito, ma, almeno in prima battuta, si sono visti nella difficoltà di farsi metabolizzare da “monoculture mentali” volte all’esatto opposto. Ma forse un giorno quello che per ora, sotto certi aspetti, appare ancora distante, sarà compreso e praticato in totale consapevolezza e comprensione. All’inizio gli acuti “profeti” (Aldo Leopold, John Muir, H. D. Thoreau, ecc.) di un profondo cambiamento non sono stati capiti o addirittura del tutto ignorati, ma pur se il tempo è ormai molto ristretto, un cauto ottimismo sull’inversione anche parziale della rotta, potrebbe aleggiarsi nell’aria (?!). Comprendere, capire, autoesaminarsi sembrano terminologie e concetti difficili da digerire, ma non è escluso che facciano invece il loro giusto percorso per arrivare, alla fine, ad essere acquisiti. La speranza, pur se flebile, è sempre l’ultima a morire. Ma per il momento finché lo sfruttamento, il saccheggio e la distruzione del pianeta terra (sotto tutti i fronti) rappresenterà ancora un enorme vantaggio economico, estremamente arduo apparirà il modo di procedere verso la giusta operatività e visione delle cose. Sinora infatti l’uomo dalla sua cecità ha cominciato a vedere qualcosa, ma solo i resti fumanti lasciati dietro al suo devastante cammino e sarà così saggio e lungimirante da invertire la rotta? I dubbi rimangono molti e in gran parte irrisolti. Molteplici azioni che ora paiono positive sono ancora una piccola goccia d’acqua in un grande oceano eccessivamente sporco di “petrolio”!

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita” (Franco Zunino).



Wilderness: il "lato selvatico" 
e non conformista americano 

di Eduardo Zarelli

Vi è un fiume carsico che collega il pensiero ecologista americano al ruolo profetico permanente nella storia degli Stati Uniti: quello di chi pensa, pratica e ripropone la buona custodia della terra (steawardship) come componente essenziale della libertà umana e della giustizia sociale. Dalle virtù civiche di Thomas Jefferson al “trascendentalismo” di Emerson ed Henry D. Thoreau, dal naturalisimo pionieristico di John Muir al conservazionismo di Aldo Leopold, c’è parte del retroterra culturale a cui attingono le “virtù rurali” di Wendel Berry; il bioregionalismo di Peter Berg e di Kirkpatrick Sale; il ritorno alla selvaticità (wildersness) di Gary Snyder; il “paradigma olista” di Fritjof Capra e di Gregory Bateson. Forse la vastità e la profonda bellezza dei paesaggi unite alla saggezza della cultura pellerossa, hanno insinuato fin dalle origini nello spirito americano - prometeica esaltazione della modernità conquistatrice di un “eterno” West trasposto nell’ideal tipo della Frontiera - un particolare richiamo interiore alla natura come riferimento sostanziale della civiltà. Poiché lo stile di vita edonistico statunitense è divenuto il maggior fattore di distruzione degli equilibri naturali, il ruolo di questi pensatori si è fatto più gravoso e contraddittorio rispetto a quello dei loro predecessori. Poiché la cultura americana ha tradito la sua vocazione originaria, essi si pongono criticamente nei confronti di quella vocazione.
Aldo Leopold - fondatore, tra l’altro, della Wilderness Society e morto 50 anni fa mentre tentava di domare un incendio nella prateria che minacciava la sua fattoria - nel suo Almanacco di un mondo semplice riproduce immagini semplici ed essenziali tratte dall’esperienza del mondo naturale. La sua è una commovente descrizione dei mutamenti che la natura subisce nel corso di un anno, con il fiorire e lo sfiorire della vegetazione e il conseguente comportamento degli animali: la ciclicità delle quattro stagioni come analogia della spirale dell’esistenza umana. Questa parte narrativa sfocia quindi nelle riflessioni sul rapporto uomo-natura, delineando quell’originale prospettiva biocentrica, in cui il sapere ecologico si allea all’etica e all’estetica; prospettiva, questa, che ha esercitato un influsso decisivo sull’ecologia del profondo. Leopold, evidenziando i fallimenti del “protezionismo” ambientale, parte dal presupposto che la “Terra è un organismo” e che, solo sentendola come una “casa comune” a cui apparteniamo, potremo servircene con il dovuto rispetto. Il degrado della bellezza della natura corrisponde alla riduzione della sua complessità, diversità, stabilità: quell’equilibrio, che ne sostanzia in profondità la pienezza vitale e simbolica.
Sicuro erede di questo atteggiamento interiore è Wendell Berry, poeta, scrittore, saggista, professore di letteratura all’Università del Kentucky, ma, soprattutto, agricoltore. Il suo approccio alla repentina degradazione ambientale, culturale e umana della società industriale inizia nei primi anni Sessanta, quando la dimostrazione dei danni ecologici diventa evidente al grande pubblico grazie a opere come Primavera silenziosa di Rachel Carson. A differenza di molti pensatori e letterati di quell’epoca, per la maggior parte legati alla Beat Generation, alcuni dei quali (come Gary Snyder) suoi strettissimi amici, Wendel Berry non vaga per il paese alla Easy Rider. La sua protesta contro il consumismo non persegue una “fuga dal Sistema” o la recisione delle radici; al contrario il suo contributo è rivolto alla riscoperta delle fonti della cultura occidentale, che l’industrialismo progressista ha soffocato. Rivisitando le grandi opere della letteratura europea, dall’Odissea alla Divina commedia al Paradiso perduto di Milton, insieme al Vecchio e Nuovo Testamento, Berry rintraccia i presentimenti del tragico destino occidentale. La sua poesia e la sua letteratura non hanno nulla di estetizzante o intimistico, ma si rivolgono comunque all’anima contemporanea straziata dalla mancata identità personale e sociale. Non indulgono alla nostalgia ma forniscono a politici, economisti e uomini della strada, delle indicazioni pratiche e della intelligenza tecnica e storica sedimentata dalle sobrie virtù civiche comunitarie.
Con i piedi per terra è l’emblematico titolo di una sua raccolta di testi (tradotta anche in Italia); gli argomenti spaziano dall’improprio primato dell’economia industriale, al fallimento “specialistico” dell’istruzione universitaria, al nostro rapporto con gli strumenti della tecnologia e con la natura selvaggia. Il problema della coerente e pratica applicazione della coscienza personale e comunitaria nella vita di ogni giorno è quello centrale di ogni uomo. Quando una società nega questa esigenza, separandosi dalla propria tradizione, regredisce nell’anomia individualistica e nel degrado culturale, nonostante la patinata veste di prodigi tecnologici e successi materiali di cui si riveste. Berry si richiama, in controtendenza, ad una prospettiva di radicamento etico del quale l’economia può, e quindi deve, essere un mero strumento. Nell’interpretare l’evoluzione del modello economico statunitense immagina retoricamente come sarebbe stata la società, se nel dopoguerra si fosse dato il giusto peso alle comunità rurali rispetto alla crescita esponenziale del prodotto interno lordo, se si fosse investito nella qualità della vita con lo stesso impegno impiegato per dispiegare il complesso militare-industriale più potente del mondo. Domanda oggi quanto mai pertinente e drammaticamente attuale.
La ricaduta localistica del pensiero di Wendel Berry è presa alla lettera dal movimento bioregionalista americano. La parola bioregione si compone semanticamente di bio, la parola greca che significa vita e “regione” che deriva dal latino regere, cioè governare. La vita che si autogoverna nel limite biotico di un territorio. Un territorio abitato, un luogo definito dalle forme di vita che vi si svolgono, piuttosto che dall’artificio della razionalizzazione; una regione governata dalla natura. Tutto ciò è credibile solo coltivando una rinata sensibilità per la specificità dei luoghi e delle culture, una lealtà politica verso il territorio in cui si vive, unite a pratiche economiche e sociali sostenibili, cioè radicate nella particolarità del territorio e delle sue tradizioni, espresse dalla sensibilità delle comunità locali. La pluralità delle identità comunitarie evita i rischi di accentramento del potere e quindi di colonialismo o imperialismo. La complementarietà e lo sviluppo di una fitta rete di relazioni intercomunitarie - tra cui la sussidiarietà e l’interdipendenza - possono definire con sufficiente approssimazione l’intento di un “federalismo ecologista”. Il problema di fondo è di ripensare pluralisticamente il mondo fuori dall’universalismo monistico e dall’etnocentrismo occidentale rispetto al quale tutto diventa barbarie, periferia retrograda.
In questa prospettiva naturalistica è maggiormente noto in Europa il pensiero di Fritjof Capra. Grazie all’originalità e all’importanza dei suoi contributi - fra cui il bestseller internazionale Il Tao della Fisica - il fisico americano è oggi considerato uno degli intellettuali più credibili tra coloro che propugnano un nuovo “paradigma” olistico per interpretare e favorire il mutamento del modello di sviluppo tecnomorfo. Il debito dell’autore all’ecologia del profondo è riconosciuto limpidamente, quando definisce il “nuovo paradigma” come una visione del mondo che si fonda sulla consapevolezza della interdipendenza fondamentale di tutti i fenomeni ed afferma che, come esseri individuali e sociali, tutti noi incidiamo e contemporaneamente dipendiamo dai processi ciclici della Natura. Nelle sue opere Capra, analogamente a Bateson, accosta la fisica contemporanea e la tradizione sapienziale constatando come, inconsciamente, la scienza contemporanea si allontani sempre più dalla cornice entro cui è nata, che è quella cartesiana di una scissione fra mente e natura. Così, idee come quella della “sostanziale interconnessione della natura” - fondamento di buona parte del pensiero orientale - o archetipi mitici come la “danza di Shiva” cioè della materia come emanazione energetica, cominciano ad acquisire un preciso significato nel linguaggio della fisica occidentale; infatti le teorie dei quanti, dei quark e del cosiddetto bootstrap giungono a descrivere analiticamente la “compenetrazione” dell’esistente. È intuibile la portata di questa vulgata, che travalica i campi del pensiero scientifico e investe le categorie della “modernità” tutta. 

Capra prospetta un radicale mutamento in atto nell’ambito del sapere. I modelli lineari e deterministici ereditati da Newton e Darwin si stanno rivelando sempre più inadatti a favorire la comprensione del mondo e di noi stessi: è necessaria una nuova sintesi dell’universo, alla quale, da campi diversi, stanno contribuendo gli studiosi impegnati su fronti apparentemente distanti ,che si chiamano teoria di Gaia, teoria sistemica, della complessità e del caos. Capra tenta a una sintesi complessiva di questa “insensibile” rivoluzione, scorgendo il delinearsi di un nuovo/antico pensiero, che vede nella natura e negli esseri viventi non entità isolate, meccanicistiche, ma sempre e comunque “sistemi viventi” dove il singolo è olisticamente in stretto rapporto di interdipendenza con i suoi simili e il sistema tutto. La somma di queste relazioni, che legano gli universi della psiche, della biologia, della società e della cultura è una rete: la rete della vita. Ricongiungersi alla trama della vita significa edificare e mantenere comunità sostenibili, in cui si possano soddisfare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni senza pregiudicare l’equilibrio complessivo. Tra le comunità umane la diversità culturale ricopre un ruolo analogo alla biodiversità nell’ecosistema. Diversità significa relazioni molteplici date da approcci diversi a problemi simili. La diversità è la risorsa vitale contro l’uniformità suicida di cui l’unilateralismo occidentale ne è epifenomeno epocale.


Vivere lo spirito della Wilderness 

di Franco Zunino

La maggior parte di noi amanti della natura, la natura non la vive; bensì la visita. Non è facile spiegare il sentimento che trasforma un’esperienza nella natura selvaggia in qualcosa che non sia tematicamente scientifica, come succede quasi sempre agli ornitologi o agli appassionati di botanica (ma anche a gran parte dei biologi della selvaggina e della fauna in genere) o chi considera il mondo naturale come una lavagna per appunti didattici e di conoscenze (tutto diviene scopo di educazione, e noi finiamo per assumere la semplice funzione di scolari o maestri), o per soddisfazioni epiche (ne godono la maggior parte degli alpinisti ed altri praticanti attività avventurose) o per ricreazione fisica (quando il fitness e la salute o il benessere sono il vero nostro motivo). Così, però, si è ben lontani dallo spirito della wilderness. Cercare lo scenario naturale solo come una cosa od un luogo per soddisfare propri interessi o appagare desideri egocentrici è lungi da uno spirito wilderness. Quando, invece, veramente, si vive lo spirito della wilderness? E chi si avvicina veramente alla comprensione del selvatico che è in noi, che è rimasto in noi perché parte inscindibile del nostro ancestrale DNA? Per assurdo che possa sembrare, è spesso l’individuo privo di cultura che vi riesce, o chi ha la capacità di mettere da parte la sua base di conoscenze e si compenetra nel mondo della natura trasformandosi in essere membro e partecipe del tutto, spogliandosi del substrato che ci ha dato la civiltà, una scorza di conoscenze e di bisogni che sono spesso indispensabili. Si capta più spesso l’esistenza di questo spirito in pastori o montanari in genere, quando non in cacciatori o pescatori, cioè individui che vivono la natura non in modo virtuale come noi naturalisti ma ritornandovi “antichi”. Difatti, può ancora considerarsi naturale un mondo soggiogato all’uomo per i suoi bisogni da manuale? La Natura trasformata in orto, addomesticata, in tutte le sue forme, finanche nella sua funzione (se così la possiamo definire) di mantenersi preservata per diretto impegno dell’uomo? Ma la Natura esiste e vive di per sé, e solamente ritornando col nostro io a quello stato che la civiltà ha soffocato dentro di noi può scoprirsi lo spirito della wilderness, sentirlo e viverlo.
Si intuisce più uno stato di wilderness durante l’emozione di un momento, quando tutte le nostre cognizioni si annullano di fronte ad eventi che ci impediscono la riflessione nozionistica che non in tante pagine di saggi, ed ore ed ore di lezioni di cultura naturalistica o filosofica di cui sono pieni i libri, si sentono in sale di convegni o si leggono in siti Internet. Allora sì, diventiamo parte integrante di ciò che vediamo o viviamo, che può essere anche solamente l’improvviso scroscio di un temporale che nella foresta ci costringe a rintanarci sotto una roccia e sentiamo allora il mondo attorno a noi ritornare primordiale e noi farne parte con quel semplice istintivo atto di difesa. Allora sì, si coglie il vero spirito della natura selvaggia, se ne capisce il diritto che essa possa continuare a perpetrarsi almeno in qualche luogo, il diritto a noi di poterne fare parte, non di essere solo visitatori. E ciò succede perché in quel momento noi diventiamo parte di quel tutto e non più estranei al mondo naturale………



Una dedica ad alcune autorevoli 
figure dello spirito Wilderness 

Henry David Thoreau, John Muir, Sigur Ferdinand Olson, 
Robert “Bob” Marshall e Aldo Leopold*



1. H. D. Thoreau

“Ecco, ecco Walden, lo stesso lago tra i boschi che scopersi tanti anni fa; dove lo scorso inverno fu abbattuta una foresta, un’altra ne sta sorgendo, presso la riva, e più rigogliosa che mai” - H. D. Thoreau.
Prima di Thoreau altri parlarono della natura selvaggia da un punto di vista filosofico, ma Thoreau è stato il primo a parlare espressamente della natura selvaggia come “Wilderness”, terra vergine e sconosciuta, e soprattutto il primo a sentire la necessità di una conservazione da farsi con atti del governo politico dei paesi. Molti conoscono il saggio di Thorea Walden; or, Life in the Wood, tradotto e pubblicato forse in ogni parte del mondo........
La natura selvaggia, e soprattutto la semplicità della vita in essa, lontano dal consumismo e dalle mille esigenze della civiltà, sono il perno della sua riflessione diffusa in Walden, un saggio che, sebbene contempli sublimi pagine di argomenti conservazionistici ed il lettore ambientalista possa estasiarsi a leggerle, scoprendo quanto attuali esse siano ancora oggi, e nella descrizione della natura si possa intuire quanto amore Thoreau le portasse di per sé, al naturalista può anche risultare prolisso e noioso come ogni trattato di filosofia.
A mio parere, invece, il vero saggio naturalista e conservazionista in senso moderno, dove essere espresse le vere radici della filosofia e dell’Idea Wilderness, sono racchiuse in un altro libro nel quale si può pienamente comprendere il pensiero conservazionista di Thoreau ed il suo istintivo legame con la natura selvaggia,...... un libro che tratta la naturalistica narrazione delle sue esplorazioni per diletto nei boschi selvaggi del nord est degli Stati Uniti: Maine Woods (I boschi del Maine).
E’ in questo volume che si può meglio comprendere il Thoreau naturalista e ambientalista, etnografo e geografo; qui egli ha riportato le sue più profonde riflessioni sulla natura selvaggia e sull’esigenza di una sua conservazione mediante leggi prima che essa sparisca del tutto; qui egli ha scritto che In wilderness is the preservation of the world (La salvezza del mondo sta nella natura selvaggia), la frase che più lo ha reso famoso tra gli ambientalisti; qui egli già parla espressamente di conservazione, giungendo a proporre la costituzione dei Parchi Nazionali, ad “inventarli” oserei dire, per difendere le foreste selvagge dallo sviluppo e per preservare la gente pellerossa che ancora le vivevano e che già in buona parte si era estinta in quella zona dell’America settentrionale con l’incalzante avanzare della civiltà dei bianchi che lui vedeva come nefasta........
Henry David Thoreau, naturalista, filosofo ed agrimensore (come viene presentato nelle biografie) nasce a Concord, nel Massachusetts, il 2 luglio 1817. Si laurea in letteratura nel 1837. Dopo gli studi diviene discepolo dell’allora già famoso filosofo Ralph Waldo Emerson, un’altro dei cosiddetti filosofi della natura selvaggia, nell’abitazione del quale poi si stabilì per un certo periodo, divenendone una specie di maggiordomo. Il 4 luglio del 1845 si trasferisce sulle rive del lago Walden (poco più di uno stagno) a soli alcuni chilometri da Concord, di proprietà degli Emerson, dove si costruisce una capanna e dove vivrà in una specie di eremitaggio e più o meno stabilmente per circa due anni; soggiorno e riflessioni di questo periodo diverranno poi argomento del suo libro più famoso, Walden, che uscirà nel 1854.
Nel frattempo (nel 1846), già avvezzo a viaggiare per esplorare il mondo della natura che lo circondava......., ed anche in seguito nel 1853 e nel 1857, effettuerà alcune escursioni nei boschi (ma sarebbe meglio dire foreste, data lo loro composizione ed estensione) del Maine, dai cui appunti di viaggio trarrà poi quello che è il suo libro più incline alla wildeness come percezione filosofica, maturando anche le prime ideee per una sua conservazione mediante atti governativi quale unica possibilità per impedirne l’incivilimento.
Ammalatosi di tisi a causa di un’infreddattura contratta trascorrendo all’aperto una fredda giornata di dicembre per contare gli anelli di due ceppaie di noce americano e di quercia bianca, dopo un ultimo viaggio naturalistico e curativo nel Minnesota, muore il 6 maggio del 1862, lasciandosi dietro una immeritata fama di scrittore fallito.
Non è il caso qui di aggiungere altro su questo padre di un’idea che solo di lì ad un secolo avrebbe trovato i suoi massimi sostenitori. Thoreau è passato, ma ha lasciato una traccia indelebile dietro di sé, una traccia che, come la foresta che egli cita nella frase che è riportata nel sottotitolo di questa iniziale nota, risulterà comunque vincitrice sull’invadenza dell’uomo; perché il seme delle sue idee è germogliato e la foresta di pensiero che ha creato non solo vive ancora oggi, a quasi centocinquantanni dalla sua morte, ma è saldamente proiettata nel futuro.


2. John Muir

In effetti John Muir può certamente considerarsi il primo vero conservazionista d’America e del mondo. Prima di lui ci sono stati dei grandi ed emeriti naturalisti, studiosi delle scienze naturali e viaggiatori, esploratori e geografi, ecc, ma mai nessuno fece quel salto di qualità che spinse John Muir a divenire un tale fervente conservazionista come pochi poi se ne videro sul finire del secolo IX° e nella prima metà del XX°. Se non ideò lui il concetto di Parco Nazionale, fu certamente lui quello che ne interpretò maggiormente la funzione preservazionista, di “isola” del mondo naturale da difendere dall’invadenza dell’uomo. Basti ricordare che già nel 1869 pur lieto dell’interesse della gente verso le bellezze della natura, sembrava preoccuparsi degli aspetti negativi del nascenti fenomeno turistico cui assistette, mentre ancora oggi ci si ostina a considerare il turismo un fattore positivo per i Parchi solo per il fatto che queste istituzioni vengono considerate aziende capaci anche di creare economia e posti di lavoro (come se ci fosse bisogno per un Parco per ciò!). Fautore della protezione integrale dei boschi di Sequoia e della Sierra Nevada, quale inestimabile valore naturalistico, così ebbe a scrivere del fenomeno turistico che già stava prendendo piede in quell’abbozzo di Parco chiamato Yosemiti Valley: “Curioso spettacolo questa gente che procede in fila indiana in mezzo alla foresta in abiti vistosi, spaventando gli animali selvatici; si direbbe che perfino i grandi pini ne siano disturbati e gemano di sgomento”.
Era nato in Scozia nel 1838, trasferitosi giovanissimo negli Stati Uniti, sulla trentina iniziò a viaggiare come studioso della natura, dopo che per un incidente presso l’officina in cui lavorava (e dove, novello Leonardo, inventò anche apparecchiature meccaniche) stette per perdere la vista; quel fatto lo trasformò, facendogli comprendere quanto importante fosse la bellezza del Creato, e spingendolo a decidere di dedicare il resto della sua vita ad essa.
Da studioso delle scienze naturali viaggiò per tutti gli Stati Uniti, dal Winsconsin alla Florida, alla California e fino alla lontana Alaska ed anche nell’America meridionale, osservando e annotando di fiori, piante, animali, rocce e ghiacciai; eppure più interessato alle emozioni che tutto ciò gli dava che non ai dati scientifici: “parte della bellezza del mondo è costantemente sotto i nostri occhi e basta a far fremere ogni nostra più intima fibra; tante ne sappiamo godere, anche se i nodi della creazione sono al di là della nostra comprensione”. Un amore verso le cose del creato che ebbe il culmine quando visitò la California e letteralmente rimase affascinato della bellezza di alcune delle vallate divenute poi famose, come quella di Yosemite, con le loro alte pareti rupestri incise dai ghiacciai, scroscianti di cascate ed ombrate da foreste di Sequoia. Tale fu il suo fervore in loro difesa, da convincere infine il governo degli Stati Uniti ad istituirvi uno dei primi Parchi Nazionali, ampliando il preesistente nucleo protetto della vallata di Yosemite - che prima ancora del Parco di Yellowstone per la sua bellezza già era stata sottoposta a tutela nel 1861. E qui avrebbe gettato la pietra miliare del moderno ambientalismo quando, dopo aver ottenuto l’istituzione di altri due Parchi Nazionali, solo di lì a pochi anni, dovette battersi contro tutti i poteri e gli uomini che anche lo avevano aiutato ad istituirli, i quali cedettero alle lusinghe della civiltà che avanzava e diedero il permesso di costruire una diga nella vallata gemella di Yosemite, la Hetch Hetchy, allagandola per poter rifornire d’acqua la sempre più esigente città di San Francisco in forte espansione. Fu una battaglia persa per John Muir, l’ultima perché sarebbe morto l’anno dopo, nel 1914, all’età di 76 anni.
A sostegno delle sue idee aveva fondato il Sierra Club, la ancora oggi nota associazione posta tra ambientalismo ed alpinismo, la prima che in America inizò a battersi per la preservazione della natura selvaggia, ed ancora oggi una di quelle più emerite. Se Thoreau fu solo un filosofo della Wildeness, Muir fu il primo a battersi espressamente per la sua preservazione. Per lui i grandi spazi dell’America che fino ad allora tutti cercavano di conquistare erano la casa in cui vivere (“andare in montagna è tornare a casa”) e la causa per cui vivere: “la battaglia per la conservazione della natura continuirà indefinitivamente. Essa è parte della universale battaglia tra il giusto e l’errore”.
“... (i suoi schizzi, ndr) poco infatti possono dire a chi non abbia a sua volta veduta tanta natura selvaggia, e come un linguaggio abbia imparato a decifrarla. Questi monti benedetti sono così colmi della bellezza di Dio che non v’è spazio per le nostre meschine speranze ed esperienze personali. Bere quest’acqua spiumeggiante, respirare quest’aria che freme di vita è puro piacere e il corpo intero percepisce il calore del fuoco e i raggi del sole non solo con gli occhi, ma con tutta la pelle. Ma non si può spiegare a parole quest’aura di piacere estatico e appassionato in cui si muove. Si ha l’impressione in questi momenti che il corpo sia omogeneo ad essa e solido come cristallo”.

3. Sigurd F. Olson

Figlio di emigrati svedesi, nacque a Chicago nel 1899 e morì nel Minnesota nel 1982. E’ stato uno dei leader storici del movimento Wilderness, ma è anche ritenuto il massimo scrittore/naturalista d’America…….. Olson aveva una capanna su di un promontorio in uno dei tanti laghi che costellano il Minnesota ai confini col Canada; lì egli scrisse la maggior parte dei suoi libri. Quel promontorio, che egli aveva battezzato Listening Point (“promontorio di ascolto”, letteralmente tradotto, anche se il senso vero – ed ormai filosofico – che Olson gli ha poi voluto dare è piuttosto quello di “posto di ascolto”), divenne il luogo dove egli si ritirava a vivere e ad ascoltare il mondo della natura…..
Se Aldo Leopold aveva della Wilderness un senso di etica ecologica, l’idea di Sigurd Olson era basata su una “sensazione di bellezza”. Questa definizione racchiude emblamaticamente tutto lo spirito di Olson……..
Crebbe nella zona dei grandi laghi tra il Wisconsin ed il Minnesota, ma “fu la vasta regione di oscure foreste ed intricata serie di laghi e fiumi della Boundary Waters Canoe Area (BWCA) che divenne infine la casa del suo cuore e lo sfogo della sua passione: Durante gli anni del mio girovagare nel grande Nord canadese, egli ricordava, scoprii l’importanza degli spazi aperti. In quelle spedizioni c’era il tempo di pensare durante lunghe ore di ininterrotto pagaiare, ed io appresi che la vita è una serie di orizzonti aperti, senza che mai uno termini prima che in lontananza già ne appaia un altro”.
“Per quasi sessant’anni, da che l’aveva conosciuta (la zona della BWCA, n.d.r.), Olson si sarebbe battuto per mantenerla priva di strade, di dighe, di barche a motore, di alberghi, ed i suoi cieli privi di aereoplani”. Aveva quell’amore verso il mondo naturale che può sentire solo chi vi è cresciuto dentro, quasi mai visitatore nel senso che oggi si dà al termine, quanto parte integrante di quei grandi spazi in cui amava perdersi per lunghi periodi in interminabili viaggi, quasi sempre in canoa, attraverso fiumi e laghi del nord Minnesota e del Canada. In quei luoghi egli viveva alla pari con tutto quanto lo circondava, accomunato ad essi, cogliendo non soltanto la visione di paesaggi, di posti, di animali e di fiori, ma anche apprezzando tanto la visione di un cervo o di uno scoiattolo quanto il suono del vento o lo scrosciare della pioggia, la luminosità delle stelle, o il silenzio di quelle immensità selvagge; cogliendo quella che lui definì “singing wilderness” nel suo primo libro: il suono, la voce, la musica della wildeness, il suo canto: l’armonia dei luoghi selvaggi, che è uguale per tutti quanti lo sappiano ascoltare, perché, come egli scrisse, “everyone has a listening point somewhere” (ognuno ha un posto di ascolto da qualche parte).
Questa è la sua lezione più grande, quella che ha diffuso nei suoi tanti scritti e libri: la sua eredità per tutti noi.
Egli fu un “profeta di gioia”, un poeta della Wilderness”. E, forse, per chi lo ha conosciuto intimamente, quest’ultima potrebbe essere la più bella definizione del suo personaggio…… 
Là dove tutti parlavano di natura in termini tecnici e scientifici, egli aveva riempito le pagine dei suoi libri con descrizione emotive, facendo vivere anche al lettore quei luoghi e quei momenti che egli descriveva.
“Senza amore per l’ambiente naturale, la conservazione è priva di significato o scopo, perché solamente un profondo ed intrinseco sentimento per l’ambiente può giustificare la sua preservazione” (Sigurd Ferdinand Olson).

4 - Robert “Bob” Marhall

La storia di Robert “Bob” Marshall, ritenuto “uno degli americani che più ha influenzato l’evoluzione della conservazione della Wilderness”, fondatore della Wilderness Society americana, la prima organizzazione al mondo totalmente dedita alla preservazione della Wilderness, ha inizio propro là dove il “Forever Wild”, il “Concetto di Wlderness, il selvaggio per sempre, trovò la sua prima applicazione: nell’Adirondack Forest Preserve. Fu lì che egli scoprì la sua grande passione per gli spazi aperti e fece le sue prime esperienze di vita nella natura selvaggia, soprattutto vero maniaco delle escursioni che oggi verrebbero definite alpinistche e delle lunghe camminate. Per tutta la sua breve vita egli soffrì del fatto di non essere nato cent’anni prima, all’epoca dei grandi esploratori Lewis e Clark……..ma si appasionò eccezionalmente per gli sconfinati spazi dell’Alaska.
Robert Marshall nacque a New York il 2 gennaio 1902, figlio di un noto avvocato costituzionalista e convinto conservazionista. L’impegno conservazionista di suo padre finì ovviamente per influenzare lo spririto di Bob Marshall, essendo egli stato uno dei maggiori promotori della Adirondack Forest Preserve (ogg nell’Adirondack State Park) dello stato di New York. Fu, infatti, suo padre Louis, ad “inventare” quello che poi passerà alla storia come il Concetto del “ferever wild” o Concetto di Wilderness; cioè impegni legislativi per una tutela la più duratura possibile di almeno alcune zone selvaggie…….
Fu però la sua leggendaria passione per il camminare ad iniziarlo alla Wilderness…… Si laureò in scenze forestali e nel 1933 entrò nel Servizio Forestale Nazionale. Fu inviato a Missoula, nel Montana, dove fece le sue prime esperienze come giovane forestale ed assistente. Lì trascorse i suoi anni più gioiosi, dove potè soddisfare la sua passione di camminatore instacabile nella natura selvaggia delle foreste demaniali circostanti. Oggi quei luoghi fanno parte di una delle più vaste Aree Wilderness d’America, a lui dedicata……. Fu poi nominato Direttore Forestale dell’ufficio per gli Affari Indiani, poi la sua attività nel settore pubblico si espanse nel 1937 quando venne spostato a dirigere la Divisione per la Ricreazione ed i Terreni, un incarico che fu praticamente creato apposta per lui.
Marshall era un uomo pratico, ed un conservazionista convinto, che si battè non tanto per la diffusone della filosofa Wilderness medante libri ed altri scritti (che pure lo resero famoso, con titoli quali: The People’s Forests, Artic Village, Alaska Wilderness) quando per ottenere la protezione delle rimanenti aree di Wilderness degli Stati Uniti. Con dovizia di precisione preparò un inventario quando più completo possibile delle potenziali Aree Wilderness e quando, nel 1939, il Servzio Forestale prese infine in considerazione la sua idea e quella di Leopold di riconoscere come protette delle aree Wlderness, fu propro dall’elenco di Robert Marshall che vennero estrapolate e protette le prime Primitive Areas, Wild Areas e Wilderness Areas…….
Ma il grande merito di Robert Marshall resta la sua decisione di far nascere un’associazione che si dedicasse espressamente alla protezione della Wilderness….. e così nacque la The Wilderness Society….. Fu, infatti, grazie all’impegno di quest’Associazione e degli amici e compagni di Marshall, se di lì a quasi trent’anni il Congresso americano potè approvare il famoso Wilderness Act, dando finalmente un ufficiale riconoscimento nazionale alle Aree Wilderness, con una legge che prevede un impegno di vincolo tra i più sicuri e severi del mondo.
Come detto il suo grande amore fu l’Alaska ed era da poco tornato da uno dei suoi quattro viaggi in quelle terre selvagge quando Robert “Bob” Marshall improvvisamente morì, l’11 novembre del 1939, per un attacco di cuore. Aveva 37 anni.
Sigurd Olson definì Marshall “uno dei migliori scorridori della wlderness del continente, con nel sangue l’amore per i grandi spazi aperti; uno dei pù grandi campioni che la causa della wilderness abba perso, un uomo il cui amore per le zone selvagge era profondo e sincero, un uomo che ha avuto il coraggio di battersi per le cose in cui credeva”.

5 – Aldo Leopold

Aldo Leopold nacque nel 1887 a Burligton, Iowa, figlio di immigranti di origine tedesca. Iniziò ad occuparsi dell’ambiente come naturalista e cacciatore, per finire convinto conservazionista: “La conservazione è uno stato di armonia tra l’uomo e la natura”, sosteneva. Per approfondire questo suo interesse si iscrisse a quella che fu la prima facoltà di scienze forestali americana, aperta presso la prestigiosa Università di Yale. Nel 1909, appena laureatosi, venne assunto nel Servizio Forestale degli Stati Uniti d’America. In un’epoca che si era appena lasciata alle spalle il mito della Frontiera, fu mandato a prendere servizio come Supervisore delle Foreste Demaniali del Nuovo Messico. Laggiù scoprì il valore delle zone selvagge rendendosi conto del patrimonio che di esse era compreso nelle terre federali e di come stesse velocemente riducendosi. Ma in quegli anni Leopold ebbe modo di vivere anche un’esperienza che lo marchiò nel profondo, quando sparò ad una lupa e vedendola morire ebbe la sensazione di leggere negli occhi di quell’animale una condanna per ciò che aveva fatto e stava ancora facendo nel sostenere lo sterminio dei pradatori, ovunque considerati nocivi. Su questa esperienza scrisse allora uno dei saggi più noti, dal titolo “Thinking like a mountain” (Pensare come una montagna”)…….. pensieri che furono il punto di svolta di tante sue cognizioni, che poi lo portarono al concetto dell’Etica della Terra dove in natura nulla è inutile e tutto è collegato.
Fu però solo nel 1919 che Aldo Leopold maturò il convincimento che almeno una quota di quelle zone selvagge dovevano e potevano essere preservate, fermare almeno in qualche luogo lo sviluppo, mettendo da parte il valore commerciale delle foreste viste solo come fornitrici di legname…… maturò quindi in lui l’idea di lasciare allo stato wilderness particolari luoghi, perché Wilderness era il termine che in America si usava per indicare i luoghi rimasti selvaggi, inesplorati, vergini o comunqque non manipolati dall’uomo…….
Ma se l’impegno per divulgare e preservare sempre più aree di Widerness fu fatto proprio dall’amico Robert “Bob” Marshall, Aldo Leopold preferì poi approfondire l’aspetto filosofico del conservazionismo, dell’ecologia e della biologia della selvaggina. Nel 1933 lasciò il Servizio Forestale per divenire Professsore di Gestione della Selvaggina presso l’Università del Wisconsin…….
Attraverso una multitudine di esperienze e di analisi dei suoi interessi, finì per scoprire, ma forse si potrebbe dire “inventare”, l’ecologia moderna, lo studio dell’insieme dei fattori e delle cose, animate ed inanimate, che formano lo scenario vitale che infine lo portarono a quell’Etica della Terra per cui divenne famoso…….. The “Land Ethic” è ritenuto il suo saggio più profondo, composto riunendone tre che già aveva scritto sulla conservaazione e l’ecologia: per una biografo, questo saggio “fu, e rimane, uno straordinario documento, il punto fermo del tragitto geografico e spirituale di Leopold”.
Ma la fama maggiore Aldo Leopold la dovette all’ultima delle sue opere, ed esplose dopo la sua morte, quando il volume al quale aveva lavorato in infinite revisioni negli ultimi anni di vita venne infine edito: “A Sand County Almanac”. Un’opera che racchiude temi che spaziano dalla poetica letteratura ambientalista, alle scienze naturali, alla preservazione della Wildderness, alla caccia, all’emotività che spinge l’uomo al mondo della natura. Un’opera più nata dal cuore e dallo spirito che non dalle conoscenze tecnico-scintifiche che aveva riservato agli altri volumi; un grido d’amore verso quel mondo naturale per il quale aveva vissuto e che aveva nella Widerness il suo fondamento…… Una Bibbia ecologica ancora oggi insuperata e continuamente stampata in nuove edizioni. Come gà scritto si deve ricordare che Leopold fu “l’inventore” delle Wilderness Areas ed artefice della prima di esse. Ma lui fu anche convinto cacciatore, ma ciò non stride con i principi di conservazione poiché egli praticava un’attività venatoria quasi filosofica, ricca di elementi agnostici, atavici, di sensazioni spirituali, di pareteticità con la preda, ben lungi, nella maggior parte dei casi, dall’attuale modo di praticare la caccia sportiva (scrisse numerosi trattati dedicati all’aspetto venatorio della natura).
Aldo Leopold cessò di vivere il 21 aprile del 1948, per un attacco di cuore (su Aldo Leopold si legga anche quanto scritto nei capitoli: ecologia, il concetto di wilderness, etica della terra).


* (estrapolato da scritti di Franco Zunino tratti da: documenti Wilderness anno XI n°4 ottobre/dicembre 1996, anno XIV n°4 ottobre/dicembre 1999, anno XV n°4 ottobre/dicembre 2000, anno XVII n°1 gennaio-marzo 2002, anno XX n°4 ottobre-dicembre 2005)


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