3 luglio 2014

L'Uomo naturale - Sul concetto del valore in sé della natura - Parte II^

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Saggistica ambientale
a cura di Mario Spinetti curatore del sito Ecologia profonda.com

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L’Uomo naturale
Sul concetto del valore in sé della natura
di Mario Spinetti





Appunti sparsi per una ecologia sociale 
ed una ecologia della conservazione

Presentazione di Guido Dalla Casa



PARTE SECONDA



II^ Edizione


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Revisione e presentazione: Guido Dalla Casa
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Illustrazione di copertina tratto dal sito Trattooepiercing

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Ringraziamenti

Un sentito ringraziamento lo dedichiamo a Guido Dalla Casa per la sua squisita correttezza, per la revisione del testo, per una sua presentazione e per averci concesso il permesso di inserire alcuni suoi illuminanti scritti all’interno dell’opera. Guido Dalla Casa è un bellissimo esempio di persona dedita ad un disinteressato amore per la natura, amore che lo ha spinto a divulgare quanto più possibile il pensiero dell’ecologia profonda, di cui rappresenta il maggior esponente nello scenario italiano oltre ad essere stato un vero e proprio antesignano.


L’ecologia profonda


“L’ecologia profonda è radicalmente tradizionale dal momento che collega una corrente antichissima di minoranze religiose e filosofiche dell’Europa occidentale, del Nordamerica e dell’Oriente e ha anche forti legami con molte posizioni filosofiche e religiose dei popoli nativi (compresi gli indiani d’America). In un certo senso essa può essere considerata come la saggezza che conserva il ricordo di ciò che gli uomini sapevano un tempo” (Devall & Sessions, 1989).
Dopo aver approfondito il grande pensiero della filosofia wilderness, non potevamo esimerci dal trattare, sia pur brevemente, il pensiero dell’ecologia profonda che focalizza, più di ogni altro, il valore in sé della natura e il valore globale di tutte le cose anche perché “l’imprecisione sulla ‘origine’ dell’ecologia profonda è poca cosa rispetto ai giudizi sommari, denigratori, ironici che si leggono assai spesso sulla stampa di largo consumo”(Salio, 1994). L’iniziatore esplicito di questa visione della realtà naturale e vitale è il filosofo norvegese Arne Naess che nel corso degli anni settanta tramite uno specifico e rivoluzionario articolo distinse categoricamente l’ecologia in superficiale (Shallow ecology) e in profonda (Deep ecology). L’ecologia profonda, come è implicito nella sua stessa definizione letterale, va ben oltre l’analisi superficiale e asettica dei problemi ambientali propria della scienza ecologica classica, manifestando, al contrario, solo una visione completa e totalizzante del mondo. “Si tratta dell’idea che non possiamo operare alcuna scissione ontologica netta nel campo dell’esistenza: che non c’è alcuna biforcazione nella realtà fra l’uomo e i regni non umani.... nel momento in cui percepiamo dei confini, la nostra consapevolezza ecologica profonda viene meno” (Fox, 1983 in Devall & Sessions, 1989). Tuttavia l’essenza dell’ecologia profonda è ben antecedente alle idee di Arne Naess in quanto già nelle epoche storiche remote (cultura indiana, animista, ecc.) si sono evidenziati atteggiamenti mentali e pratici unificatori dove ogni elemento aveva valore in sé ed era universale. “Sono una pietra, ho visto vivere e morire, ho provato felicità, pene ed affanni: vivo la vita della roccia. Sono parte della Madre Terra, sento il suo cuore battere sul mio, sento il suo dolore, la sua felicità: vivo la vita della roccia. Sono una parte del Grande Mistero, ho sentito il suo lutto, ho sentito la sua saggezza, ho visto le sue creature che mi sono sorelle: gli animali, gli uccelli, le acque e i venti sussuranti, gli alberi e tutto quanto è in terra e ogni cosa nell’universo” (Preghiera Hopi).
“Mentre l’ecologia superficiale si può considerare prevalentemente ispirata a un’etica del valore strumentale, seppure intesa in chiave ‘riformista’ (conservazione e preservazione) e non di puro e semplice sfruttamento, l’ecologia profonda sostiene tesi del valore intrinseco degli oggetti naturali” (Salio, 1989). Ottima anche la definizione del termine fatta da Capra (1997): “L’ecologia superficiale è antropocentrica, cioè incentrata sull’uomo. Essa considera gli esseri umani al di sopra o al di fuori della Natura, come fonte di tutti i valori, e assegna alla Natura soltanto un valore strumentale, o di ‘utilizzo’. L’ecologia profonda non separa gli esseri umani - né ogni altra cosa - dall’ambiente naturale. Essa non vede il mondo come una serie di oggetti separati, ma come una rete di fenomeni che sono fondamentalmente interconnessi e interdipendenti. L’ecologia profonda riconosce il valore intrinseco di tutti gli esseri viventi e considera gli esseri umani semplicemente come un filo particolare nella trama della vita”. Naess dichiara che “l’essenza dell’ecologia profonda sta nel porsi domande più radicali”, cioè nel porsi domande che mettono in discussione le certezze “superficiali” della nostra concezione del mondo, concezione che vede l’uomo protagonista assoluto della Terra, dominatore di tutte le creature. L’ecologia profonda, valica questo paradigma e sfocia nell’impersonale spostando l’uomo da motore centrale a semplice elemento della “trama della vita di cui siamo parte” (Capra, 1997). L’ecologia profonda ricondiziona lo stile della vita umana, pone quesiti su ogni atteggiamento del quotidiano e tenta di radicare nel pensiero una nuova etica universale ed onnicomprensiva. In altri termini un ecologo profondo avrà un atteggiamento positivo in qualsiasi settore dei rapporti sociali e “naturali” perché universalizza un principio che sin dall’origine è impostato su una visione monistica, radicale e paritetica. Scrive ancora Capra (1997): “Il potere del pensiero astratto ci ha condotto a considerare l’ambiente naturale - la trama della vita - come se consistesse di parti separate, che diversi gruppi di interesse possono sfruttare. Inoltre, abbiamo esteso questa visione frammentata alla società umana, dividendola in differenti nazioni, razze, gruppi politici e religiosi. Il fatto di credere che tutte queste parti - in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società - siano realmente separate ci ha alienato dalla Natura e dai nostri simili, e ci ha quindi sviliti. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, religio in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda”. 
Continua ancora Capra (1997): “Per l’ecologia profonda, la questione globale dei valori è decisiva; è, infatti, la caratteristica centrale che la definisce....... E’ una visione del mondo che riconosce il valore intrinseco delle forme di vita non umana. Tutti gli esseri viventi sono membri di comunità ecologiche legate l’una all’altra in una rete di rapporti di interdipendenza. Quando questa concezione ecologica profonda diventa parte della nostra consapevolezza di ogni giorno, emerge un sistema etico radicalmente nuovo.
Oggi la necessità  di una tale etica ecologica profonda è urgente, soprattutto nella scienza, dato che gran parte di ciò che fanno gli scienziati non serve a promuovere la vita ne a preservarla, ma a distruggerla......
Nel contesto dell’ecologia profonda, l’idea che i valori sono insiti in tutto ciò che è parte vivente della Natura, ha le sue basi nell’esperienza ecologica profonda, o spirituale, che la Natura e l’Io sono una cosa sola. Questa dilatazione totale dell’Io fino all’identificazione con la Natura è il fondamento dell’ecologia profonda....
Ne consegue che il rapporto fra una percezione ecologica del mondo e un comportamento corrispondente non è un rapporto logico ma psicologico. Dal fatto che siamo parte integrante della trama della vita, la logica non ci conduce a delle regole che ci dicano come dovremmo vivere. Tuttavia, se abbiamo la consapevolezza ecologica profonda, o l’esperienza, di far parte della trama della vita, allora vorremo (e non dovremo) essere inclini ad aver rispetto per tutto ciò che è parte vivente della Natura. In effetti, non possiamo fare a meno di reagire in questo modo”.

I principi basilari dell’ecologia profonda possono essere così riassunti (da Devall & Sessions, 1989):

1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono  inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuizione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuizione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.

Gli otto punti schematici testé riportati pongono in evidenza come l’ecologia  profonda, sia una delle poche concezioni che ha ricollocato l’uomo nella giusta armonia con la natura (in linea con una nuova etica della terra). Ecco un semplice parallelo tra i principi della cultura dominante e quella “profonda” dell’Ecologia profonda (da Devall & Sessions, 1989):

Cultura dominante: CD      
Ecologia profonda: EP

CD: Dominio sulla natura      
EP: Armonia con la natura

CD: L’ambiente naturale è una risorsa per l’uomo  
EP: Tutta la natura ha un valore intrinseco/uguaglianza delle biospecie

CD: Crescita economica/materiale per l’aumento della popolazione umana 
EP: Bisogni materiali semplici     

CD: Fiducia nell’abbondanza delle risorse   
EP: Risorse limitate della Terra

CD: Progresso e soluzioni ad alta tecnologia   
EP: Tecnologia appropriata: scienza non dominatrice

CD: Consumismo       
EP: Sobrietà/riciclaggio

CD: Comunità centralizzata/nazionale    
EP: Tradizione minoritaria/bioregione

Livingston (in Devall & Sessions, 1989) afferma giustamente che gli argomenti inerenti alla protezione della natura sono sempre stati impostati verso interessi umani diretti ed indiretti, tanto che senza una mutazione integrale della consapevolezza e della profondità dello spirito, non è possibile connettersi in verità con il mondo naturale e quindi “non c’è alcuna speranza di ribaltare la situazione e di proteggere i boschi e gli animali selvatici dalla distruzione umana”.
Per esempio l’istituzione di un’area protetta è un classico intervento dell’ecologia superficiale, sempre, come detto, in chiave antropocentrica. Non si mettono mai in dubbio le “certezze” della società e della scienza moderna, ma si criticano esclusivamente gli aspetti negativi apparenti di superficie senza andare mai al nocciolo della questione. E’ doverosamente giusto un intervento protettivo, si badi bene, ma deve essere integrato da quella visione “profonda” della realtà naturale dove l’uomo è un elemento indistinto in un tutto unico e dove ogni atteggiamento è sempre spontaneamente in armonia con l’altro.
Fermiamoci per un attimo a riflettere. Proviamo a cambiare la nostra vita. Entriamo nella spiritualità profonda della natura e perdiamoci entro le sue forze, senza pensare ad una meta né ad un nostro particolare interesse. Scrivono Lombardo & Olivetti (1991) “Un passo dietro l’altro. L’importante è non anticipare, non pensare a ‘quanto manca per arrivare’. Camminare, dentro le proprie scarpe, senza considerare il tempo esterno. Lo sanno bene quelli che hanno imparato a farlo, in montagna o più genericamente nell’ambiente naturale.....Camminare è, in primo luogo, andare alla ricerca del tempo perduto....Il tempo è perduto perché il presente pieno non esiste più, nella nostra vita, neanche nei momenti di svago e disimpegno. Viviamo in una dimensione in cui il passato è cancellato.....ma anche il presente è morto, sostituito da una continua anticipazione di quello che faremo fra dieci minuti, un’ora, due giorni. Un limite continuamente spostato in avanti”.
Proviamo allora a ricongiungerci alla natura, proviamo a raggiungere l’essenza delle cose nel loro profondo, anche nel più profondo di noi stessi, e spegnamo finalmente la bramosia delle sensazioni esterne. “Alla lunga, per partecipare con gioia e con tutto il cuore al movimento dell’ecologia profonda, bisogna prendere la vita molto seriamente. Chi mantiene un basso tenore di vita e coltiva un’intensa, ricca, vita interiore, riesce, meglio di altri, ad avere una visione ecologica profonda e ad agire di conseguenza. Mi siedo, respiro profondamente e sento esattamente dove sono “ (Arne Naess).
Scrive Dalla Casa (1996): “Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco ed unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita........Il mondo naturale non è ‘patrimonio di tutti, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa........ In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché”.
Tuttavia, come precedentemente detto, anche l’ecologia di superficie è importante, soprattutto per gli interventi che devono avere un immediato riscontro nel campo della conservazione. Tenuto altresì conto che per raggiungere una visione profonda dell’ecologia è necessario avviare un radicale mutamento del proprio pensiero, non si esclude che le acquisizioni mentali dell’ecologia di superficie siano una delle tappe fondamentali verso quelle profonde. Sperando che l’ecologia di superficie non sia un ennesimo spettacolo della “civiltà” occidentale!
“Per la prospettiva ecologica profonda, vivere la natura selvaggia significa:
a) sviluppare il senso del luogo;
b) ridifinire il ruolo dell’uomo nel sistema naturale: da conquistatore della terra a persona che sperimenta un contatto pieno con la natura;
c) coltivare la modestia e l’umiltà; e infine,
d) comprendere il ciclo vitale delle montagne, dei fiumi, dei pesci, degli orsi........
Come ecologista profondo........ Muir indagava la natura e non si limitava ad ammirarla. Cominciò a capire che le cavallette o i pini e le pietre non dovevano essere intese come entità separate perché erano strettamente connesse” (Devall & Sessions, 1989).

Occorre infine ricordare che un’ idea anche se sostenuta da una minoranza può nel tempo produrre degli effetti sostanzialmente positivi. Scrive infatti Kaczynskj (1997): “Prima della lotta finale i rivoluzionari non dovrebbero aspettarsi di avere la maggioranza dalla loro parte. La storia è fatta di minoranze attive e determinate, non dalla maggioranza, che raramente ha una idea chiara e precisa di quello che realmente vuole. Nel tempo necessario per arrivare allo sforzo finale verso la rivoluzione il compito dei rivoluzionari sarà quello di costituire un piccolo nucleo di persone profondamente coinvolte piuttosto che cercare di guadagnarsi il favore della massa. Per quanto riguarda la maggioranza, sarà sufficiente renderla consapevole dell’esistenza della nuova ideologia e ricordargliela con frequenza.... “.
“Quello che conta non è solo l’idea, ma la capacità di crederci fino in fondo” (Ezra Pound).


L’Ecologia Profonda
di Guido Dalla Casa

   La presunta mancanza di diritti negli animali, l’illusione che le nostre azioni verso di loro siano senza importanza morale o non esistano doveri verso gli animali, è una rivoltante grossolanità e barbarie dell’Occidente.
        Arthur Schopenhauer

   Se non si è capaci nemmeno di entrare in contatto con il proprio spirito, come si può sperare di entrare in contatto con lo spirito di un albero?
          Rarihokwats

   In contrasto con la concezione meccanicistica cartesiana del mondo, la visione del mondo che emerge dalla fisica moderna può essere caratterizzata con parole come organica, olistica ed ecologica. Essa potrebbe essere designata anche come una visione sistemica, nel senso della teoria generale dei sistemi. L’universo non è visto più come una macchina composta da una moltitudine di oggetti, ma deve essere raffigurato come un tutto indivisibile, dinamico, le cui parti sono essenzialmente interconnesse e possono essere intese solo come strutture di un processo cosmico.
          Fritjof Capra

   Riferire tutti i giudizi di valore all’umanità è una forma di antropocentrismo filosoficamente indifendibile.
          Arne Naess

   Questo mondo è davvero un essere vivente fornito di anima e di intelligenza…un unico vivente visibile, contenente tutti gli altri viventi, tutti quanti per natura gli sono congeneri...
           Platone
Dio dorme nella pietra,
sogna nel fiore,
si desta nell’animale,
sa di essere desto nell’uomo.
  (proverbio asiatico)

Fondamenti dell’ecologia profonda
Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunché. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio Lakota e Oglala: “La terra è del Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun significato universale.
Il concetto di progresso è un’invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso soltanto se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane.
Invece nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione di equilibrio.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia. 
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”, in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.
Per usare le parole di Fritjof Capra:

La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’”uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa. (8)


Alcuni aspetti della crisi attuale
Nell’ecologia profonda non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.
Il problema non è soltanto pratico, ma soprattutto filosofico. Infatti, solo come esempio, le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
Infatti con la concezione di un mondo fatto di polarità complementari ed equivalenti (Taoismo) o di un mondo privo di qualunque “ego” individuale o collettivo (Buddhismo) non avrebbe avuto alcun senso l’idea di “dominio” su qualcosa, come si vedrà nel Capitolo 6.
Invece il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso la Natura. Ne parleremo nel prossimo capitolo.
Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita della civiltà industriale.....
...... Tutta la nostra cultura “ottocentesca” di oggi è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato l’ambiente c’è anche più crisi umana, con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra “l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada. Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo, se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta, ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili. Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura” di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che: più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è dell’ordine dell’uno o due per cento.
Dall’articolo di un esperto:

I nostri parenti più stretti sono gli scimpanzè. La differenza genetica è soltanto circa dell’uno per cento. Noi siamo più strettamente simili agli scimpanzè di quanto probabilmente siano simili fra loro due rane qualsiasi che vi càpiti di incontrare.  (9) 

In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa esclusivamente della specie umana.
L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Etica e diritto nell’ecologia profonda 
Gli studi di un’etica non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
Fra questi possiamo certamente ricordare Aldo Leopold che, nel suo A Sand County Almanac affermava che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza della comunità biotica nel suo complesso (per comunità biotica si intende il complesso di tutti gli esseri viventi e del loro habitat). Una cosa è sbagliata quando manifesta la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
Se sentiamo usare per elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si tratti di accostamenti arditi. Oltre che più rispetto, potremmo avere nella Natura un arricchimento spirituale più completo.
“Lo spirito dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate, ma rispecchiano l’anima del mondo, che era ben riconosciuta da quelle culture umane che dedicavano gran parte del tempo al magico e al sacro.
Inoltre, per confronto con le concezioni dell’ecologia di superficie, ricordiamo che rispettare il naturale non-umano solo nella misura in cui è simile a noi è una concezione ben misera del rispetto, che dovrebbe invece fondarsi su una filosofia che riconosca i diritti dei non-umani in quanto entità che ne sono degne.
Anche rispettare la foresta amazzonica perché “appartiene agli indios” è già una concezione da ecologia di superficie ed è assai riduttivo, perché ribadisce che - per l’Occidente - la Natura vale qualcosa in quanto appartiene a qualcuno. Probabilmente l’affermazione stupirebbe alquanto le culture originarie locali, per le quali risulta invece evidente il fatto che sono loro ad “appartenere” alla foresta, come totalità più grande. La foresta deve esistere integra perché ne ha il diritto etico, in quanto ha un valore in sé.

La famosa risposta del capo indiano Seattle al Presidente degli Stati Uniti (1854)
Come potete comperare o vendere il cielo,
il calore della terra?
L’idea per noi è strana.
Se non possediamo la freschezza dell’aria,
lo scintillio dell’acqua, 
come possiamo comperarli?
Ogni parte di questa terra è sacra per il mio popolo.
Ogni ago di pino che brilla, ogni spiaggia sabbiosa,
ogni vapore nelle scure foreste,
ogni radura e ronzio d’insetto
è sacro nella memoria e nell’esperienza del mio popolo.
La linfa che scorre attraverso gli alberi
porta i ricordi degli uomini…
Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi.
I fiori profumati sono le nostre sorelle;
il cervo, il cavallo, la grande aquila,
questi sono i nostri fratelli.
Le cime rocciose, la linfa dei prati,
il corpo caldo del cavallo, e l’uomo:
tutto appartiene alla stessa famiglia…
I fiumi sono i nostri fratelli, e ci dissetano.
I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri bambini.
Se noi vi vendessimo la nostra terra,
voi dovreste ricordare ed insegnare ai vostri figli
che i fiumi sono nostri fratelli, e vostri;
e voi dovreste d’ora in poi dare ai fiumi la gentilezza
che dovreste dare ad ogni fratello…
non c’è nessun posto tranquillo nelle città dell’uomo bianco.
Non c’è nessun posto
per udire il dispiegarsi delle foglie in primavera,
o il frusciare delle ali di un insetto.
Ma forse c’è, perché io sono un selvaggio e non capisco.
Solo il fracasso sembra un insulto all’udito.
E che cosa è vivere
se un uomo non può udire il lamento di un caprimulgo
o le conversazioni delle rane intorno ad uno stagno di notte?
Io sono un pellerossa e non capisco.
L’indiano preferisce il soffice suono del vento
che vibra sulla superficie dello stagno, 
e l’odore del vento, pulito da una pioggia del mezzogiorno,
o profumato dall’odore del pino.
L’aria è preziosa per il pellerossa,
poiché tutte le cose hanno lo stesso respiro;
l’animale, l’albero, l’uomo,
condividono insieme lo stesso respiro.
L’uomo bianco non sembra accorgersi dell’aria che respira.
Come un uomo morente,
per molti giorni, è insensibile al fetore.
Ma se noi vi vendessimo la nostra terra,
vi dovreste ricordare che l’aria è preziosa per noi,
che l’aria condivide il suo spirito con ogni vita che sostiene.
Il vento che fu dato a nostro nonno al suo primo respiro
ha anche accolto il suo ultimo respiro.
E se noi vendessimo la nostra terra,
dovreste tenerlo a parte in un posto sacro,
come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare
per sentire il vento addolcito dai fiori del prato.
A queste condizioni noi considereremo la vostra offerta
di comperare la nostra terra.
Se noi decidessimo di accettare, io porrei una condizione:
che l’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra
come suoi fratelli…
Cosa è l’uomo senza gli animali?
Se tutti gli animali se ne andassero,
l’uomo morirebbe per la grande solitudine dello spirito.
Poiché qualsiasi cosa accada agli animali,
presto accade all’uomo.
Tutte le cose sono collegate.
Potreste insegnare ai vostri bambini
Che la terra sotto i loro piedi è la cenere dei nostri nonni.
Affinché loro rispettino la terra,
dite ai vostri bambini
che la terra è ricca delle vite dei nostri amici.
Insegnate ai vostri bambini
quello che noi abbiamo insegnato ai nostri,
che la terra è nostra madre.
Qualsiasi cosa accade alla terra, accade ai figli della terra.
Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su sè stessi.
Questo noi lo sappiamo: la terra non appartiene all’uomo;
l’uomo appartiene alla terra.
Questo noi sappiamo.
Tutte le cose sono collegate
come il sangue che unisce una famiglia.
Tutte le cose sono collegate.
Qualsiasi cosa accada alla terra, accade ai figli della terra.
L’uomo non ha intrecciato il tessuto della vita:
egli è semplicemente un filo di essa.
Qualsiasi cosa faccia al tessuto, la fa a se stesso…
Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo.
C’è una cosa che noi sappiamo,
e che l’uomo bianco un giorno scoprirà:
il nostro Dio è lo stesso.
Potete pensare ora che il vostro “Lui” come voi
desideri possedere la nostra terra; ma non è possibile.
Egli è il Dio dell’uomo e la Sua compassione è uguale
sia per il pellerossa che per l’uomo bianco.
Questa terra per lui è preziosa,
e danneggiare la terra è disprezzare il suo Creatore.
Anche l’uomo bianco passerà.
Ma nella vostra discesa brillerete luminosamente,
infuocati dalla forza di Dio che vi ha portati in questa terra
e per qualche scopo speciale
vi ha dato dominio su questa terra e sopra l’uomo rosso.
Questo destino è un mistero per noi,
poiché non capiamo quando i bufali
vengono completamente massacrati,
i cavalli selvaggi sono addomesticati,
gli angoli segreti della foresta sono appesantiti
con l’odore di molti uomini
e la vista delle colline in fiore
rovinata dai fili del telegrafo.
Dov’è il boschetto? E’ andato.
Dov’è l’aquila? E’ andata.
La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza.   (10)

Qualche esempio
Per richiamare la differenza fra ecologia di superficie ed ecologia profonda riprendiamo, per esempio, il problema delle foreste:
- l’ecologia di superficie vuole salvare le foreste perché senza di esse l’umanità non può vivere e l’atmosfera terrestre ne resta alterata;
- l’ecologia profonda vuole salvare le foreste, oltre che per la ragione precedente, perché sono sacre, sono una mente: la foresta è soprattutto un’entità spirituale.
Alcune culture amazzoniche avevano l’albero cosmico, attorno al quale si organizzava l’universo, fisico e metafisico.
Oggi l’umanità occidentalizzata è sempre più chiusa in sé stessa: l’antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. Un tempo, la natura aveva un significato che ognuno percepiva nel suo intimo, nel suo inconscio. Persa questa percezione, l’uomo distrugge la natura e con ciò si condanna.
Naturalmente pensieri di ecologia profonda sono prodotti anche nella nostra cultura, come quelli scritti dalla ineguagliabile penna di Ceronetti:

Ci sono degli eroi, gli eroi continueranno ad esserci sempre, qualcuno che va a coprirsi di piaghe per versare sabbia sul reattore di Cernobil, o gli impressionanti pompieri del Golfo che in un anno sono riusciti a spegnere i pozzi gettati da Saddam all’attacco della biosfera, o i Chico Mendès uccisi dai rami di foreste condannate che si convertono in pistole assassine, o quelli di Greenpeace che sfidano radiazioni, odii e botte per documentare i crimini ambientali dei governi: ma tutti questi eroi sono figli dei disastri, il loro numero aumenterà soltanto in proporzione ai disastri, una vocazione eroica non chiama che dal dolore e dal fuoco…
Gli altri sono autori o complici dei disastri, siamo qualche miliardo su questo piatto della bilancia, e tutti abbiamo lasciato fare, anzi siamo tuttora in qualche modo tutti sterminatori attivi di terra-madre, deicidi di Cibele, pur d’ingozzarci di consumi che sono chiodi piantati nella carne della vita… E basta accennare a ridurli perché si sfreni il panico: Borse con l’infarto, folle imbestialite, il muraglione vacuo delle proteste cieche.
…Le devastazioni etiche e mentali prodotte da dollari-macchine-medicina nell’oscura substantia umana, sono molto più da considerare di qualsiasi ristagno di un’economia che porta in sé, nella sua fatale idolatria della percentuale e dell’espansione, il genio intero, vergine, della distruzione.  (11)

Ricordiamo comunque che l’ecologia profonda - come filosofia di vita – non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o da qualche movimento di minoranza di oggi: da tremila anni in India, e da tempi ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”. In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.
Anche nel nostro mondo classico ci sono state voci in tal senso, come Pitagora, ma la corrente principale dell’Occidente ha condotto all’attuale mentalità antropocentrica e materialista, ha portato l’odierna civiltà industriale, e con essa l’inquinamento, la deforestazione, l’esplosione demografica, la denutrizione, la tossicodipendenza e la criminalità.
La nostra società è incapace, per numerose ragioni, di risolvere questi problemi.
La prima ragione dipende dal nostro sapere frammentato in discipline e compartimenti stagni e dalla metodologia riduzionistica della scienza ufficiale, entrambi fattori che concorrono a farci vedere i nostri problemi isolati l’uno dall’altro.
Un’altra ragione è quella di considerare i problemi alla luce della brevissima esperienza della nostra civiltà industriale, una frazione minima dell’esperienza umana complessiva sul nostro pianeta.
Ma forse la ragione principale è che dovremmo affrontare la conclusione inaccettabile che i nostri problemi sono inevitabili fattori concomitanti di quello che siamo abituati a chiamare “progresso”, e che quindi possono essere risolti soltanto invertendo questo tipo di sviluppo: “ponendo il progresso all’opposizione”.
Deve perciò essere trasformato il nostro sistema politico-economico e, per applicare soluzioni reali, è necessario allora individuare quali siano state le caratteristiche principali delle società tradizionali del passato che si dimostrarono capaci, per migliaia di anni, di evitare di creare i terribili problemi che ora ci troviamo di fronte.
Postulare una società ideale per la quale non ci siano precedenti nell’esperienza umana, come hanno fatto molti dei nostri teorici della politica, è molto simile a postulare una biologia alternativa senza riferimento alle strutture biologiche del tipo di quelle che finora si sono dimostrate vitali. 
Non si vuole sterilmente cercare di riproporre il passato, ma per individuare le caratteristiche indispensabili di società stabili e capaci di risolvere i problemi attuali dobbiamo trarre ispirazione dalle società tradizionali del passato.

Da un essere vivente lontano da noi
Quando un’ape trova una fonte di nettare, ritorna all’alveare e comunica alle altre api la sua scoperta spiegando dove si trova la fonte di cibo, attraverso la cosiddetta “danza”, cioè formando in volo una figura composta da una circonferenza e da un suo diametro. In questa danza: 
- l’angolo formato dal diametro percorso con la direzione del sole è funzione della direzione dei fiori;
- il valore del raggio della circonferenza è proporzionale alla distanza dei fiori.
In altre parole, l’ape fornisce alle sue compagne la posizione dei fiori in coordinate polari. Dopo questa comunicazione, le altre api sono in grado, da sole, di trovare facilmente i fiori e quindi il nettare.
 Resta aperta ogni considerazione sul significato di questo fatto: se cioè le api siano in grado di “misurare” le distanze e gli angoli, anche in rapporto al nostro concetto di misura. Probabilmente questa constatazione, dati anche i suoi aspetti geometrici, avrebbe fatto felice Pitagora.

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Note
(8) Fritjof Capra – Il punto di svolta – Ed. Feltrinelli, 1984.


(9) Da una risposta del Dr. Milford Wolpoff riportata nell’articolo The Search for Modern Humans  di J. Putman- National Geographic, ottobre 1988.

(10) Questo è il discorso pronunciato dal Capo indiano Seath, meglio conosciuto come Capo Seattle, durante l’assemblea tribale del 1854, in preparazione dei trattati fra il governo federale e le tribù indiane dell’Oregon e dello stato di Washington, in cui le autorità federali promettevano una riserva, rendite e servizi in cambio di cessioni di terra. Capo Seattle parlò sempre nella sua lingua nativa Duvamish e il Dott. Smith, che prese nota del suo discorso, insistè molto nel dire che il suo inglese era inadeguato per rendere nella traduzione la bellezza del pensiero e dell’immaginazione di Seattle. Infatti ogni lingua riesce ad esprimere appieno solo la visione del mondo della cultura che l’ha prodotta.
Il discorso di Seattle è riportato in molte pubblicazioni riguardanti l’ecologia o le popolazioni native. Questa traduzione è stata pubblicata sul periodico Paramita n. 42, aprile-giugno 1992, con il titolo Questa terra è sacra.


(11) Guido Ceronetti – Clinton, così non salverai la Terra Madre, pubblicato sul Corriere della Sera del 23 novembre 1992.

Arne Naess, il filosofo dell'Ecologia profonda
di Guido Dala Casa

Arne Naess, il più grande filosofo norvegese del ventesimo secolo è stato il fondatore dell’ecologia profonda.

"Riferire tutti i giudizi di valore all’umanità è una forma di antropocentrismo filosoficamente indifendibile"
Arne Naess

Il 12 gennaio 2009 Arne Naess si è spento a Oslo, all’età di quasi 97 anni.

Arne Dekke Eide Næss è considerato il più grande filosofo norvegese del ventesimo secolo: la sua formazione giovanile si è basata soprattutto su pensatori come Spinoza e Gandhi, oltre che sulla filosofia buddhista. È generalmente riconosciuto come il fondatore dell’ecologia profonda. È stato nominato professore della cattedra di filosofia all’Università di Oslo all’età di 27 anni.
Naess è stato anche un alpinista di fama e nel 1950 ha guidato la prima ascensione al Tirich Mir (7708 m), nella catena dell’Hindu Kush. Il suo rifugio più noto è sempre stato quello di Tvergastein cui era particolarmente affezionato, tanto che la sua filosofia è spesso chiamata “Ecosofia T” proprio dall’iniziale di quel rifugio, situato nel Sud della Norvegia.
La sua “messa in pratica” dell’ecologia profonda era quella che lui chiamava friluftsliv, traducibile più o meno come “vita all’aria aperta”.

L’atto di origine dell’ecologia profonda è considerato il suo articolo “The Shallow and the Deep, Long-Range Ecology Movement” pubblicato su Inquiry n. 16 del 1973 e basato su una sua conferenza del 1972. In realtà, come filosofia di fondo e di comportamento, l’ecologia profonda era ben nota agli sciamani Hopi o Lakota, ad altre culture native o ad alcune filosofie di origine asiatica, ma Naess è stato il primo a definirla in termini scientifico-filosofici occidentali. In quell’articolo diventato famoso, Naess distingue fra un’ecologia “superficiale”, che si batte per la conservazione della natura, che però rimane risorsa al servizio dell’uomo, e un’ecologia “profonda”, che sostiene il valore intrinseco delle realtà naturali. Se tutto ciò che esiste è interrelato, se cioè “tutto dipende da tutto”, l’essere umano non è più separato dal mondo naturale ma ne è solo una parte, che interagisce con le altre e verso le quali deve assumere un atteggiamento empatico.

Il grande merito dell’ecologia profonda è quello di spostare la coscienza da centrata-sull’umano a centrata-sulla-Terra. Naess definì il movimento dell’ecologia superficiale, molto più diffuso di quello dell’ecologia profonda, come “la battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, che farà spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. L’approccio di superficie dà per scontata la fede nell’ottimismo tecnologico, nella crescita economica, nello sfruttamento basato sulla scienza e nella continuazione delle attuali società industriali. Naess così si esprime: “I sostenitori dell’ecologia di superficie pensano di poter modificare le relazioni dell’uomo con la Natura all’interno della struttura della società oggi esistente”.
“La maggior forza trainante del movimento dell’Ecologia Profonda – scrive Naess – se paragonato a tutta la restante parte del movimento ecologista, è l’identificazione e la solidarietà con tutta la Vita”. Il primato del mondo naturale è considerato “un’intuizione” e non un derivato filosofico o logico. In linea di principio, ogni essere vivente ha diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa. Per Naess vanno compresi fra gli esseri senzienti gli organismi individuali, gli ecosistemi, le montagne, i fiumi e la Terra stessa.

Il libro di Rachel Carson “Primavera Silenziosa” (1962) lo aveva colpito profondamente. Gli esseri viventi, pensava Arne Naess, hanno un valore in sé. Come gli uccelli delle sempre più silenziose campagne americane, hanno bisogno di essere protetti dall’invadenza di miliardi di umani. Bisogna cercare una nuova armonia ecologica tra gli esseri viventi che abitano il pianeta Terra. Questo rinnovato equilibrio passa a livello teorico attraverso la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: il diritto alla vita di ogni essere vivente è assoluto e non dipende dalla maggiore o minore vicinanza alla nostra specie. A livello pratico il nuovo equilibrio ecologico passa attraverso la riduzione della popolazione umana, l’uso di tecnologie a basso impatto ambientale e la mancanza di interferenza umana in moltissimi ecosistemi.

Il 12 gennaio 2009 Arne Naess è tornato alla Terra. Il pensiero di Arne Naess è senza dubbio assai radicale ed intriso di pessimismo sulla capacità umana di realizzare l’armonia ecologica da lui teorizzata. Tuttavia è certo che egli ha contribuito molto ad una cultura ambientale più consapevole.
È autore di circa cinquanta libri ed un numero enorme di articoli: il libro principale tradotto in italiano ha come titolo "Ecosofia. Ecologia, società e stili di vita" (Ed. RED, 1994). Fra gli altri libri possiamo citare Freedom, Emotion and self-subsistence (1975), Ecology, community and lifestyle (1989), Life’s philosophy: reason and feeling in a deeper world (2002).
Un panorama completo degli scritti di Naess si trova nell’opera in dieci volumi “The Selected Works of Arne Naess”, pubblicato nel 2005 da Springer.

Il grande merito dell’ecologia profonda è quello di spostare la coscienza da centrata-sull’umano a centrata-sulla-Terra e di dirci quali dovrebbero essere le relazioni con il mondo naturale nel 21° secolo.
Questo è veramente un grande risultato della vita e dell’opera del filosofo norvegese. Infine il significato dell’opera di Naess è stato anche quello di presentarci una via verso il ritrovamento di una relazione pre-industriale, animistica e spirituale con la Terra, con il rispetto verso tutte le specie e non solo la specie umana. Questo è il messaggio di cui ha bisogno il nostro tempo, che la Terra non è soltanto una “risorsa” per l’umanità, qualcosa che deve essere sfruttato commercialmente.
Purtroppo i personaggi più noti del movimento ecologista non hanno mai nominato pubblicamente l’ecologia profonda, né parlato della sua grande importanza: non è per caso, dato che i suoi principi comporterebbero modifiche considerate troppo drastiche alla società e soprattutto al sistema economico.

Ora Arne è tornato alla Terra.

Sono certo di rendere un omaggio al grande filosofo, che ha spesso ispirato anche il mio pensiero, riportando qui gli otto principi dell’Ecologia profonda.

Piattaforma dell’ecologia profonda, versione ecocentrica-sintetica

1.- Il ben-essere e il fiorire della Terra vivente e delle sue innumerevoli parti organiche/inorganiche hanno un valore in sé.

2.- La ricchezza e la diversità degli ecosistemi della Terra, come pure delle forme organiche che alimentano e sostengono, contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono anche valori in sé.

3.- Gli umani non hanno alcun diritto di ridurre la diversità degli ecosistemi della Terra ed i loro costituenti vitali, organici ed inorganici.

4.- Il fiorire della vita e della cultura umane è compatibile con una sostanziale riduzione della popolazione umana. Il fiorire creativo della Terra e delle sue innumerevoli parti richiede come necessaria tale diminuzione.

5.- L’attuale interferenza umana con il mondo non-umano è eccessiva, e la situazione sta peggiorando rapidamente.

6.- Si devono cambiare le politiche attuali. Tale cambiamento riguarda i fondamenti dell’economia e le strutture tecnologiche e ideologiche.

7.- Il cambiamento ideologico è principalmente quello di apprezzare la qualità della vita piuttosto che aderire all’illusione di un tenore di vita sempre più alto.


8.- Coloro che sottoscrivono i punti sopra elencati prendono l’impegno di partecipare ai tentativi di implementare le necessarie modifiche.


L’ Ecosofia T di Arne Naess

di Mariella Guarraci



L’introduzione da parte del filosofo norvegese Arne Naess dell’espressone “Ecologia profonda” esprime la consapevolezza che la semplice lotta contro l’inquinamento e lo spreco delle risorse sia utile ma limitata, in quanto non affiancata e supportata da una visione d’insieme che concepisce l’Uomo come parte di quel tutto organico che è l’Ambiente. Secondo Naess per superare le crisi ambientali l’Uomo deve riuscire a ritrovare quella sua collocazione nella Natura che il riduzionismo e il meccanicismo gli
hanno fatto perdere e affinché questo possa accadere occorre che “ogni persona adulta si assuma la responsabilità di elaborare la propria risposta ai problemi attuali dell’ambiente secondo una prospettiva globale”. Ogni soggetto è dunque chiamato a prendere coscienza delle idee ecologiche e a sviluppare la propria proposta, la sua personale Ecosofia, ovvero un codice individuale di valori che orienti le proprie scelte:
“una ecosofia non è altro che una visione globale di tipo filosofico che trae ispirazione dalle condizioni di vita nell’ecosfera. Dovrebbe quindi costituire la base filosofica che permette a un individuo di informare la sua azione ai principi dell’Ecologia profonda.”
L’Ecosofia di Arne Naess, da lui definita Ecosofia T, dove T sta per Tvergastein, il rifugio di montagna in Norvegia dove venne elaborata, propone di riorientare la nostra civiltà agendo dall’interno del sistema politico, cogliendo ciò che c’è di positivo e cambiando ciò che non lo è. L’Ecosofia T infatti non si allinea con nessuna ideologia classica e non risparmia critiche alla religione cristiana e all’economia occidentale. L’egualitarismo biosferico affermato dall’Ecosofia T non rappresenta tuttavia una prospettiva estremista: non nega le grandi capacità di homo sapiens ma “propone di usarle per sviluppare un atteggiamento di responsabilità universale che le altre specie non possono né capire né condividere”.
Le regole ecosofiche sono chiare: l’Uomo deve limitare l’uccisione degli altri esseri viventi, non deve infliggere loro inutili sofferenze e non deve usarli mai solo come mezzi. L’Uomo deve coltivare un nuovo concetto olistico dove tutti gli esseri viventi sono considerati parte della Natura, ricordando che:
“prendere le distanze dalla Natura e da ciò che è naturale significa prendere le distanze da ciò che è elemento costitutivo dello stesso Io. In questo modo si demolisce la propria identità, ciò che l’individuale è, e pertanto il senso d’identità e dignità. Alcuni fattori ambientali, per esempio la madre, il padre, la famiglia, i primi amici, hanno un ruolo”.[….]
Così scrive Naess: “se un topo fosse collocato nel vuoto assoluto non sarebbe più un topo. Gli organismi presuppongono un ambiente” centrale nello sviluppo dell’Io, e lo stesso si può dire della casa e dell’ambiente che la circonda. La ricerca ecologica e quella psicologica hanno messo in luce i rapporti che il nostro sé stabilisce, nel corso del suo sviluppo, con un’infinita ricchezza e varietà di fenomeni naturali, soprattutto con la vita organica, ma anche con la natura inorganica. [...] Il bambino cresciuto, il naturalista in senso filosofico, allarga i propri sentimenti positivi a tutta la Natura in base all’intuizione che tutto sia interconnesso.”
Ogni essere vivente ha un valore intrinseco e ha il diritto alla vita, al dispiegamento delle proprie potenzialità, pertanto l’Uomo ha il diritto di realizzarsi, ma nel farlo deve tenere conto delle realizzazioni altrui. Naess chiarifica che: “L’uguaglianza del diritto a realizzare le proprie potenzialità, affermata in via di principio, non è una norma pratica che ci impone una condotta identica nei confronti di tutte le forme di vita. Piuttosto suggerisce, come criterio guida, di limitare l’uccisione di altri esseri, e più in generale di eliminare gli ostacoli alla loro realizzazione.”
Ad esempio Naess respinge l’affermazione: “io ti uccido perché valgo di più” ma non: “io ti uccido perché ho fame”. È come se la seconda affermazione contenesse una implicita richiesta di scusa : “mi dispiace, ma devo ucciderti perché ho fame.” Questo non implica una classificazione dei viventi in base al loro valore ma giustifica in qualche modo il fatto che si agisca in modo differente nei confronti di esseri viventi diversi.
Questo porta anche ad abituarsi a distinguere i meri desideri dai reali bisogni appagando questi ultimi con il minimo impatto sulla Natura.
Uno degli aspetti che possono influire notevolmente sul cambiamento di mentalità promosso dall’Ecologia profonda è rappresentato dalla capacità di identificazione con gli altri esseri viventi. L’identificazione dipende dall’ambiente, dalla cultura e dalle condizioni economiche in cui si vive e si trova alla base della percezione della Natura come unità complessa. La prospettiva ecosofica tende a sviluppare processi identificativi così profondi “che i confini del proprio sé non sono più indicati in modo adeguato dall’io personale o dall’organismo. Allora ci si sente profondamente parte della totalità della Vita. [...] Ciò implica anche una transizione da un atteggiamento del tipo io-lui a uno del tipo io-tu.”
Al contrario l’incapacità di identificarsi conduce all’indifferenza, porta a relegare oggetti o avvenimenti lontani su uno sfondo privo di importanza e di conseguenza a non intervenire fino a quando un problema non ci riguarderà direttamente, forse essere troppo tardi. Scrive Naess: “Più riusciamo a comprendere il legame che ci unisce agli altri esseri, più ci identifichiamo con loro, e più ci muoveremo con attenzione. In questo modo diventeremo anche capaci di godere del benessere degli altri e di soffrire quando una disgrazia li colpisce. Noi cerchiamo il meglio per noi stessi, ma attraverso l’espansione del sé ciò che è meglio per noi è meglio anche per gli altri. La distinzione tra ciò che è nostro e ciò che non lo è sopravvive solo nella grammatica, non nei sentimenti.”
Ancora una volta è chiamata in causa l’Educazione per promuovere l’empatia, l’espansione del proprio sé, la percezione delle interdipendenze su cui si fonda la vita e l’identificazione con la Natura. Questo non implica la rinuncia dell’uomo moderno alla propria eredità culturale ma il recupero e la valorizzazione di quella sua tendenza, o, meglio, di quel suo bisogno definito vita all’aria aperta.
In Norvegia per esprimere questo concetto si usa la parola friluftsliv che indica “una sorta di stato positivo della mente e del corpo a contatto con la Natura che ci avvicina ad alcuni dei molti aspetti dell’identificazione della realizzazione del Sé nella Natura che abbiamo perduto.”
Promuovere la friluftsliv significa incrementare un divertimento sano che ricorda le occupazioni dell’uomo preindustriale e consente di trascorrere più tempo a contatto con la Natura. Grazie a queste attività è possibile promuovere il rispetto per la Natura ed educarsi a combattere gli sprechi, valorizzare le risorse disponibili, riconoscere la bellezza e il valore della diversità, sviluppare il pensiero intuitivo e identificativo, sperimentare le interconnessioni tra e con tutto ciò che ci circonda, criticare gli interventi umani di maggiore impatto ambientale dopo averne personalmente sperimentato l’aggressività nei confronti del paesaggio. Passare più tempo immersi nella Natura consente anche di discernere i bisogni concreti da quelli superflui e di cominciare a considerare la qualità della vita anziché badare esclusivamente alla quantità di ciò che può offrire. Solo vivendo tutto questo concretamente, sulla propria pelle, è possibile sviluppare la propria Ecosofia, interiorizzare i principi dell’Ecologia profonda e modificare il proprio stile di vita, non per seguire l’ennesima proposta new-age ma perché se ne comprende il valore.
Non sarà facile raggiungere tale risultato perché spesso si attende che la situazione raggiunga livelli critici prima di intervenire per un miglioramento. Può essere di grande utilità entrare in contatto con istituzioni politiche ed economiche, ONG, ma soprattutto con insegnanti e specialisti della comunicazione di massa che possano veicolare i nuovi valori ecologici e spingere ogni persona a sostenere uno stile di vita meno miope che favorisca l’intera ecosfera di cui essa stessa è parte.


L’Ecologia di superficie
di Guido Dalla Casa


Premesse
      In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero ancora esiguo ma rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.
Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo” e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio: le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.
In sostanza non si intaccano mai le concezioni globali dell’Occidente, il paradigma dominante resta lo stesso. Sia l’ecologia nata dalla problematica dei “limiti dello sviluppo”. Sia quella che cerca di tenere “bello” l’ambiente e abitabile la Terra lo fanno soprattutto per il benessere dell’uomo, la cui posizione centrale e particolare non viene minimamente scossa.
Anche l’idea di conservare la Terra in buono stato per le generazioni future attribuisce valore alla Natura soltanto in funzione della nostra specie: l’antropocentrismo non viene messo in discussione.

I limiti dello sviluppo
 Il tipo di pensiero ecologista cui accennerò ora è nato all’inizio degli anni Settanta con la pubblicazione del famoso rapporto del Club di Roma “I limiti dello sviluppo”, titolo in cui è già evidente l’impostazione dello studio: lo sviluppo va arrestato lentamente, perché ha dei limiti fisici, oggettivi. Quindi non possiamo fare a meno di fermarlo: occorre frenare per l’uomo, anche se con grande dispiacere.
 Non si intacca alcun principio dell’Occidente, anzi il mondo è considerato un sistema meccanico straordinariamente complesso: la concezione meccanicista non è minimamente messa in dubbio. La spinta all’equilibrio globale è una necessità fisica, la Terra deve essere rispettata perché diversamente non consentirà la vita dell’uomo.
 Il rapporto era stato impostato semplificando il sistema mondiale con cinque grandezze: le risorse naturali, la popolazione umana, gli alimenti, l’inquinamento e la produzione industriale. Erano poi stati schematizzati i tipi di interazione fra queste grandezze su scala mondiale e si erano studiate le tendenze future estrapolando gli andamenti verificatisi dall’inizio dell’éra industriale.
 Come noto, il risultato dello studio fu che il sistema sarebbe collassato attorno agli anni 2020-2030, naturalmente se non si fossero modificati gli andamenti e le interazioni, cioè il modo di vivere. Attorno al 2030, quando i cinque diagrammi dello studio “impazziscono”, la Terra avrà livelli di degradazione intollerabili: però questo fatto non era preso in considerazione come disastro “in sé”. 
 A coloro che non si preoccupano più di quel rapporto perché finora non è successo niente pur essendo continuato l’andamento precedente delle grandezze in esame, è opportuno ricordare che mancano ancora trenta o quaranta anni prima che si debba notare qualcosa di macroscopico. Anzi, gli indici presi in esame stanno procedendo secondo le curve uscite allora dall’elaboratore.
 Lo scienziato Paul Ehrlich ha proposto a tale riguardo una parabola che mi sembra molto istruttiva. Supponiamo, scrive Ehrlich, di trovarci a salire su un aereo e di vedere che c’è una persona che sta tranquillamente schiodando i rivetti, che sono un tipo speciale di chiodi che tengono insieme le lamiere dell’ala. Naturalmente allarmatissimi ci mettiamo a gridare all’uomo di smetterla: ma lui ci risponde di stare tranquilli perché non è la prima volta che lo fa (li rivende ad una ditta) e non è mai successo niente; anzi lui stesso sta per partire col medesimo volo, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ovviamente l’uomo non si rende conto che a furia di schiodare arriverà a togliere quel bullone che segna la soglia massima di resistenza dell’ala privata dei bulloni medesimi, e a quel punto succederà la catastrofe. La stessa cosa accade per il nostro pianeta: continuiamo con la più grande incoscienza ad eliminare una specie dopo l’altra, ed apparentemente non succede nulla nell’ecosistema globale. Ma ad un certo punto salterà tutto.
 Ricordiamo anche il paragone di Bateson con la rana messa a bollire in una pentola con acqua fredda: se si aumenta lentamente la temperatura dell’acqua, la povera rana non riuscirà ad accorgersi quando è arrivato per lei il momento di saltar fuori e finirà lessata.
 Il rapporto del Club di Roma ebbe sostanzialmente tre grossi pregi:
- di introdurre il problema con un linguaggio scientifico-matematico, che viene di solito abbastanza accettato dagli ambienti ufficiali, anche se soltanto come metodo;
-  di evidenziare l’idea di crescita esponenziale, cioè invitare alla meditazione su cosa significano i fenomeni che hanno un simile andamento nel tempo;
- di richiamare l’attenzione sulla gravità del problema demografico: se non si arresta l’attuale esplosione della popolazione mondiale, ogni altro provvedimento diventa inutile; oggi l’umanità aumenta di un milione di individui ogni quattro giorni
 A questo proposito à bene ricordare che l’area del mondo più sovrappopolata -anche se non cresce quasi più - è l’Europa, con alte densità e con impatto altissimo, dato l’insostenibile livello di consumo pro-capite dei suoi abitanti.

La crescita esponenziale
 Ritengo utile richiamare con un paio di esempi cosa significa l’andamento esponenziale, che è il modo di procedere della civiltà industriale.
 Il primo esempio è un aneddoto:

Un Maragià indiano, per saldare un debito di riconoscenza verso un suo saggio suddito, gli promise di soddisfare un suo desiderio.
 Il saggio chiese un certo quantitativo di grano: quello che si ottiene mettendo un chicco sulla prima casella della scacchiera, due chicchi sulla seconda, poi quattro, otto, sedici, e così via raddoppiando. Il maragià restò stupito dalla modestia di quella richiesta e ordinò che venisse portata una scacchiera ed un sacco di grano. L’incaricato a deporre i chicchi si accorse ben presto, già nella seconda fila di caselle, che si preparavano guai e che il sacco non sarebbe bastato, anche se la prima fila era andata via con quantità di grano molto modeste.
 Per avere il totale dei chicchi, basta moltiplicare due per sé stesso sessantaquattro volte; provate e vi divertirete: con i calcolatorini in commercio farete prestissimo, ma il numero uscirà presto dal visualizzatore delle cifre. Il numero risultante sull’ultima casella della scacchiera ha una ventina di zeri e corrisponde al raccolto mondiale di grano per duemila anni! Secondo l’aneddoto, il maragià si trovò nell’alternativa di non mantenere la parola data o far tagliare la testa al vecchio saggio. (2) 

 Un altro esempio classico può illustrare ancora meglio il tipo di rapidità nel tempo dei fenomeni che avanzano con l’andamento “del raddoppio”, che equivale ad aumentare di una percentuale annua costante il valore già raggiunto.
 Supponiamo che un microorganismo in crescita esponenziale con raddoppio giornaliero “uccida” la superficie di un lago e ci metta sessanta giorni a farla fuori tutta. Se un gruppo di esperti, notando la moltiplicazione del microorganismo, si recasse a visitare il lago al 56° giorno, cioè a quattro giorni dalla morte totale, vedrebbe soltanto un sedicesimo del lago già “morto” e tutto il resto bel tranquillo: probabilmente se ne andrebbe proponendo solo qualche blando correttivo e scagliandosi contro gli “allarmisti” che ritenevano urgente un rimedio.
    E’ forse istruttivo seguire l’andamento di tale fenomeno (i valori sono arrotondati):
 Se il microorganismo ha la superficie di un micron (3) quadrato e la superficie totale del lago è di un Km quadrato, si ha:
- inizialmente l’area ricoperta dal microorganismo è di un micron quadrato;
- dopo 20 giorni il microbo ha infettato un millimetro quadrato di superficie, cioè dopo un terzo del tempo totale il fenomeno non è ancora percepibile; 
- dopo 40 giorni, cioè due terzi del tempo totale, la superficie ricoperta è un metro quadrato, cioè il fenomeno è rilevabile solo con grande difficoltà; comunque nessuno darebbe importanza alla cosa;
- dopo 56 giorni, come si è detto, è ricoperto un sedicesimo del totale, cioè il fenomeno è visibile ma per molti “non ancora preoccupante”.
 Dopo altri quattro giorni è tutto finito.
 Alla luce di tale andamento esponenziale del fenomeno “civiltà industriale”, appare perfettamente logico che per un paio di secoli non si sia notata la vera natura distruttrice di tale civiltà. Infatti i suoi effetti reali sulla Vita non possono evidenziarsi se non pochissimo tempo prima della sua fine: ritornando all’esempio del microorganismo nel lago, chi potrebbe effettivamente accorgersi di un metro quadrato inquinato se è sparso su una superficie di un Km quadrato, cioè un milione di volte più grande? Eppure in quel momento il fenomeno ha già “lavorato” per due terzi del tempo totale a sua disposizione.
 Quindi la persistenza del modello attuale per due secoli, fatto su cui poggia l’idea di continuazione della civiltà industriale sempre-crescente, costituisce invece un’ulteriore prova della sua fine imminente: come si è visto, il modello può esistere senza manifestare la sua vera natura per un tempo quasi uguale a quello della sua esistenza complessiva.
 E’ utile comunque ricordare che l’impostazione al problema ecologico data dai “limiti dello sviluppo” non è stata sostanzialmente contestata sul piano scientifico, è stata soltanto ignorata dal mondo ufficiale, impossibilitato ad arrestare una spinta che persiste da due o tre secoli, proprio perché non si può cambiare il modo di vivere senza modificare il pensiero filosofico.
 A questo punto viene da chiedersi che senso ha un modello culturale che non può durare per un tempo indefinito, cioè che ha in sé la certezza della propria fine.
 Secondo i sacerdoti della crescita, succederà “qualcosa” che consentirà di crescere sempre. A parte che non si capisce cosa possa essere, viene da chiedersi perché questi economisti non portino subito in Banca mille lire e le lascino su un conto al sette per cento annuo di interesse, visto che - per il fenomeno esponenziale sopra accennato - dopo circa cinque secoli la somma depositata sarà diventata un milione di miliardi di lire che faranno felice qualche diretto discendente, neanche troppo lontano. Il bello è che - secondo gli stessi sacerdoti, che adorano la crescita come una divinità - se centomila persone fanno la stessa operazione, tutti si ritrovano il loro milione di miliardi dopo cinque secoli. Ancora soltanto qualche secolo in più, e la quantità di denaro di quei “conti in Banca” supera il volume di una sfera che comprende tutto il sistema solare.
 Non possono accorgersi di questa assurdità proprio perché la crescita viene considerata intoccabile, cioè una divinità. 
 E’ istruttivo riportare la conclusione dell’aggiornamento del famoso rapporto del Club di Roma eseguito venti anni dopo:

    Abbiamo ripetuto più volte che il mondo non si trova di fronte un futuro preordinato, ma una scelta. L’alternativa è tra modelli. Uno afferma che questo mondo finito non ha, a tutti i fini pratici, alcun limite. Scegliere questo modello ci porterà ancora più avanti oltre i limiti e, noi crediamo, al collasso.
    Un altro modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che non vi è abbastanza tempo, e che gli esseri umani non possono essere moderati, né responsabili, né solidali. Questo modello è tale da autoconfermarsi: se il mondo sceglie di credervi, farà in modo che esso si riveli giusto, e ancora il risultato sarà il collasso.
    Un terzo modello afferma che i limiti sono reali e vicini, che c’è esattamente il tempo che occorre ma non c’è tempo da perdere. Ci sono esattamente l’energia, i materiali, il denaro, l’elasticità ambientale e la virtù umana bastanti per portare a termine la rivoluzione verso un mondo migliore.
   Quest’ultimo modello potrebbe essere sbagliato. Ma tutte le testimonianze che abbiamo potuto considerare, dai dati mondiali ai modelli globali per calcolatore, indicano che esso potrebbe essere corretto. Non vi è modo per assicurarsene, se non mettendolo alla prova. (4)

E’ comunque evidente che il terzo modello comporta una modifica profonda e radicale dei valori attuali della cultura occidentale, cioè un sistema di vita ben diverso.



I Parchi naturali
     Una delle politiche dell’ecologia di superficie è quella di tenere isolate alcune aree naturali del Pianeta salvandole dall’invadenza del cosiddetto progresso. Tale pratica, pur non intaccando i fondamenti che causano il dramma ecologico e lasciando a volte il sospetto che fuori da queste aree sia consentito ogni sfruttamento, è comunque da sostenere in ogni modo. Infatti è uno dei modi concreti in tempi brevi per salvare specie ed ecosistemi altrimenti destinati all’estinzione: essi potranno riprendersi nelle aree adatte del Pianeta quando saranno cambiati i paradigmi dominanti.
     Spesso la finalità pubblicizzata per i Parchi è piuttosto antropocentrica, cioè essi verrebbero creati per il “godimento dell’uomo”, ma questo è l’unico modo - date le premesse della cultura dominante -  perché tali Parchi possano essere accettati. 
Facciamo alcuni esempi:
Una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per scopi ricreativi e di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti. Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento, visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo” non viene messa in discussione.

La questione etica e il problema dei “diritti”
 Se portiamo il problema in termini giuridici, nell’ecologia di superficie la natura va protetta perché è “res communitatis” e non è “res nullius”. Resta comunque sempre “res”, si tratta di proprietà, di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si può e si deve utilizzare o godere da parte di qualcuno o di tutti. L’uomo è sempre al centro, è il riferimento di tutto, vivente o non vivente.
 Gli ecosistemi, gli animali, le piante non sono soggetti morali né di diritto, ma hanno valore solo in funzione umana (proprietari, gruppi, collettività, ecc.): l’animale o l’ecosistema sono evidentemente considerati “non coscienti” o “non senzienti”. Non si capisce proprio come venga stabilito il confine, o quale sia la caratteristica che fa attribuire la qualifica di “soggetto morale” o “soggetto di diritto”. Se fosse qualunque forma di “intelletto” o di facoltà intelligente - a parte la solita difficoltà di stabilire la “quantità di soglia” - non si capirebbe proprio come vengano assegnati diritti ben precisi (come soggetti) a un pugno di cellule o ai menomati o cerebrolesi gravi, o a persone in coma, purchè si tratti esclusivamente di umani.
 E’ evidente la derivazione biblica e cartesiana di questi atteggiamenti: la distinzione nasce da un pregiudizio metafisico, di cui si parlerà in seguito.
 L’etica religiosa dell’Occidente ha riservato scarsa attenzione ai non umani, escludendoli da ogni considerazione morale, o semplicemente umanitaria e relegandoli, in quanto privi di anima, nella sfera dei mezzi al servizio dell’uomo. L’ascesa della filosofia dello scientismo tecnologico, che degrada tutto a oggetto, ha ulteriormente peggiorato l’atteggiamento collettivo.
 Invece non c’è nulla che impedisca di essere soggetto morale e dotato di diritti non solo a un animale, ma anche a un fiume, a una montagna, a una palude.
Oggi comunque sappiamo dall’etologia - ma anche dal senso comune - che almeno gli animali provano piacere e dolore e hanno interessi preferenziali: insomma non esistono differenze rilevanti fra umani e altri animali. Anche gli studi di neurobiologia non rivelano differenze qualitative fra le strutture umane e quelle di altri animali. Quindi non ci sono ragioni plausibili per escluderli da considerazioni etiche.
Poiché inoltre non è possibile stabilire confini fra animali e vegetali, né fra individui e “ambiente circostante” e comunque con la visione olistica e sistemica che vedremo, non c’è motivo per escludere qualunque entità naturale dall’essere soggetto etico e giuridico.
Anche per l’ecologia di superficie, cominciamo allora a vedere che cosa significa “etica ambientale”. Essa è stata definita come l’insieme dei princìpi che regolano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente: princìpi che determinano specifici doveri a carico dell’uomo. Per mondo naturale si intende “l’intero complesso degli ecosistemi naturali del nostro pianeta, assieme a tutte le popolazioni animali e vegetali che compongono le comunità biotiche dei singoli ecosistemi”. E’ chiaro dunque che parlando di tutela delle specie in via di estinzione si parla necessariamente anche della conservazione dell’ambiente in generale; anche perché purtroppo le specie minacciate non sono poche, non si limitano a qualche uccello esotico, qualche grosso carnivoro o ad animali dalla pelliccia particolarmente pregiata o ad altri casi sporadici del genere. Si parla ormai di migliaia di specie animali e vegetali scomparse nel corso degli ultimi anni, e di decine di migliaia in immediato pericolo di estinzione. Si arriva ad ipotizzare la loro scomparsa nell’immediato futuro al ritmo di una all’ora. E’ difficile quantificare in maniera precisa, ma è evidente che ci troviamo di fronte ad un fenomeno di dimensioni tali da coincidere, in definitiva, con la sparizione stessa del mondo naturale.

L’illusione dei due sistemi
 Il nostro mondo occidentale è quasi sempre spaccato in due in tutti i campi, date le sue premesse. Facciamo qualche esempio accennando alla sostanziale uguaglianza di atteggiamento verso la Natura di alcune correnti di pensiero che si credono “opposte”, ma nascondono in realtà le stesse concezioni di fondo.
 Sia il dualismo metafisico credente-ateo sia quello economico capitalismo-collettivismo non sono rilevanti agli effetti del problema ecologico. Tutte le parti dicono di “difendere la natura” e accusano il polo “opposto” di essere la causa del male. Fino a qualche anno fa una fetta dell’Occidente ha sbandierato l’illusione che il dramma ecologico fosse dovuto al profitto, pur avendo il materialismo e il progresso addirittura come valori assoluti e metafisici. 
 Per portare un esempio pratico, è nota la disastrosa situazione ambientale degli ex-Paesi socialisti: il prosciugamento del lago d’Aral e le sue drammatiche conseguenze, l’inquinamento del lago Bajkal, i folli piani di alterazione planetaria programmati per i fiumi siberiani.
 I detentori della cultura occidentale a Ovest hanno sterminato gli amerindiani, a Est hanno distrutto tutte le culture asiatiche e artiche. L’Occidente ha mostrato lo stesso volto a Est e a Ovest, verso la Natura come verso le altre culture umane.
 Non si capisce che differenza comporti - anche sul piano teorico - il fatto di perseguire “lo sviluppo” per ottenere il profitto o per avere i risultati previsti nel piano quinquennale.
 L’obiettivo primario è in entrambi i casi l’espansione economica, che porta inevitabilmente con sé la distruzione della Natura. Il problema nasce dai fondamenti della civiltà industriale e non dai dettagli del sistema economico.
 Ad esempio, è assai riduttivo pensare che la distruzione della foresta amazzonica o della taiga siberiana sia dovuta “alle multinazionali” o ai governi brasiliano o russo. La realtà dei fenomeni è che si tratta della continuazione di quel processo con il quale l’Occidente divora la Terra e distrugge le civiltà tradizionali già da alcuni secoli.
 Non possiamo cavarcela dando “la colpa” a qualcuno.
 La causa è il concetto stesso di espansione economica, pilastro su cui poggia la nostra civiltà attuale.
 Anche l’opposizione credente-ateo non ha differenze sostanziali, come vedremo più diffusamente nei capitoli successivi.
 Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia” e hanno come mito il “progresso”.
 Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale (cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve modificare a suo vantaggio.
 Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento) oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti. Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo” che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma gli effetti sono praticamente gli stessi. 
 Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di Cartesio, oltre che all’idea esasperata di dominio dell’uomo sulla Natura, propria del filosofo inglese Bacone, tanto per fare solo qualche esempio.
 Nell’immaginario dell’Occidente, l’Universo è un’enorme, complicatissima Macchina smontabile, con l’optional del Grande Ingegnere.
 Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero un sèguito numerico minore.
 Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.
 Poiché l’ecologia di superficie si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente, non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione” o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima, installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per il mondo.
 Dall’ecologia di superficie viene anche l’illusione dello “sviluppo sostenibile”, locuzione che suona come “salita in discesa” o “pioggia asciutta”, avendo in sé una contraddizione di termini.
 L’unica conclusione evidente ma che non viene detta perché è intollerabile alla civiltà occidentale (non volendo modificarne le premesse) è che lo sviluppo non è sostenibile, è un fenomeno impossibile sulla Terra, è incompatibile con il sistema biologico globale.
 Cullarsi nell’illusione che stiamo per scoprire la via dello sviluppo sostenibile può essere pericoloso. E’ invece perfettamente lecito parlare di “società sostenibile”, intendendosi come tale un sistema in equilibrio dinamico, cioè senza alcuna crescita materiale permanente. 
 Infine, anche questo pensiero, di provenienza amerindiana, fa parte dell’ecologia di superficie:

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro depositato nelle vostre Banche. (5)

Qualche nota dall’immaginario
 Se leggiamo qualche anticipazione romanzesca o cinematografica, notiamo un grado di angoscia maggiore nei racconti ambientati in un mondo immaginato come estrapolazione degli andamenti attuali rispetto a quelli in cui il mondo ha subìto un collasso che ha arrestato i fenomeni di oggi, e quindi si trova nel “giorno dopo” di un evento traumatico.
 Nei primi si trovano distese di deserti al posto di foreste, il caldo è soffocante, l’acqua è rara e accaparrata dai ricchi, le specie sono poche, c’è rassegnazione e c’è il consumo “obbligatorio”.
 Nei secondi si può contare sulla rinascita di un mondo cambiato, c’è almeno la speranza. La vita può riprendersi, anche se ha bisogno di tempi lunghi.
 Anche nell’immaginario gli ottimisti sono coloro che prevedono la fine della civiltà industriale, o un cambiamento radicale dei paradigmi di pensiero e quindi dei modi di vivere.
 Infine, una nota dall’antropologo:

Forse bisogna cercare nella natura, attorno a noi, la spiegazione del destino dell’Occidente e anche i presagi per il nostro avvenire.
I lemmings sono piccoli roditori del Nord-Europa e dell’Asia simili ai nostri topi campagnoli. In determinati periodi essi abbandonano le Alpi della Scandinavia in gruppi numerosi, come guidati da un misterioso suonatore di flauto, e si dirigono verso il mare del Nord o il Golfo di Botnia. Lungo questo tragitto, che è il loro senso della storia, essi subiscono gli attacchi dei carnivori o degli uccelli predatori che li distruggono a migliaia. Malgrado tutto, essi proseguono la loro strada e, raggiunta la meta, si gettano nel mare e vi annegano.
Le cavallette hanno anch’esse un simile senso della storia. Molte specie, tra cui la Locusta migratoria, vivono nella natura senza commettere danni: gli individui sono solitari e sparsi. A un determinato momento, per una ragione ancora sconosciuta, queste specie pullulano; le giovani cavallette che nascono e crescono in popolazioni fitte hanno colore e forma diversi: sono più grandi e di colore più chiaro, spesso di un bel verde.
I naturalisti ne hanno fatto una specie diversa: la Locusta gregaria. Esse si riuniscono in gruppi numerosi e, quando sono adulte, se ne volano tutte assieme, costituendo quelle nuvole di cavallette che i contadini del Mediterraneo temono moltissimo; esse avanzano a balzi enormi, nella stessa direzione inesorabile per molti giorni. Possono devastare ogni vegetazione in poche ore, o abbattersi su una steppa per marcirvi in mucchi al sole oppure precipitarsi a nugoli nel mare.
Che cosa potrebbero dire i lemmings se potessero scrivere la storia di una delle loro migrazioni? “Siamo in marcia verso un felice domani, la nostra nazione fortemente strutturata cresce di ora in ora, e nonostante vari attacchi, progrediamo nella stessa direzione, conservando la nostra organizzazione che, sola, permette all’individuo di marciare verso quel progresso che intravediamo già, tutto azzurro, ai piedi delle montagne”.
Le cavallette intonerebbero un canto di trionfo: “Noi procediamo in avanti. L’universo potrà nutrirci per un secolo, poiché siamo in via verso la “planetizzazione” della nostra specie”.
La storia ha un senso per le cavallette, per i lemmings e per la civiltà occidentale: essa sfocia in un suicidio collettivo, prima della “planetizzazione” di una specie. Ogni individuo vede però in questo slancio ultimo una marcia verso una situazione migliore. Più i lemmings si allontanano dal punto di partenza, dicono i naturalisti, più sono eccitati; nulla li può fermare; davanti a un ostacolo sibilano e digrignano i denti per la collera.
Anche noi, ben lontani ormai dalle nostre origini, sentiamo profondamente che nulla deve intralciare la nostra marcia verso ciò che chiamiamo il Progresso.
Noi infatti, uomini dell’Occidente, non facciamo altro che correre verso il mare, verso la morte, in file serrate. A ogni guerra, il vortice in cui siamo afferrati si inabissa sempre più, aumentando il nostro progresso materiale, sminuendo i nostri ultimi valori spirituali, annientando l’umanità fin nel cuore dell’uomo.
L’orgoglio ci fa vedere in questa caduta il desiderato compimento della nostra esistenza terrena. Come il Principe di questo Mondo, l’Occidente attira a sé l’umanità intera, promettendo i beni materiali e la conoscenza delle tecniche ma incatenandola per sempre, sostituendo ogni pensiero con l’eterno desiderio, per meglio trascinarla con sé.
La scena della tentazione si rinnova ogni volta che l’Occidente incontra una civiltà tradizionale. Ogni volta degli uomini prendono coscienza della propria nudità, del proprio sottosviluppo materiale. Con i fianchi cinti di cotonina, devono lavorare fino al limite delle loro forze e, quando il sudore della fronte non basta più, devono dare l’equilibrio della propria anima e tutta l’armonia del mondo. Allora l’Occidente trascina nella propria caduta un nuovo dannato, mentre si chiudono le porte di un paradiso, perduto una volta di più.
Se la civiltà occidentale scomparisse, l’umanità non ne sarebbe colpita, poiché già da molto tempo non è più solidale con essa: un impero avrà finito di esistere, aggiungendo ad altre rovine quelle del proprio orgoglio. I nostri monumenti saranno altrettanti enigmi per gli archeologi del futuro, perché sembrerà strano che degli uomini abbiano fatto costruzioni con il solo scopo di ammassare vertiginosamente dei materiali, senza cercare di rinchiudervi, con la chiave del loro pensiero, i numeri dell’universo. 
I popoli che ci rimpiazzeranno parleranno forse di castigo divino, senza immaginare che siamo stati noi i giudici e i carnefici di noi stessi, scrivendo ognuna delle lettere della nostra condanna con le conseguenze di ciascuno dei nostri atti. (6)

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Note
(2)-L’aneddoto riportato si trova, con qualche variante di dettaglio, in molti testi di matematica e di dinamica della popolazione (cfr. quelli di P. e A. Ehrlich) come esempio divulgativo di andamento esponenziale.
(3) millesimo di millimetro
(4) D. e D. Meadows – Oltre i limiti dello sviluppo – Ed. Il Saggiatore, 1993.
(5) Questa espressione di un nativo amerindiano è stata pubblicata sulla rivista “Il Panda” del W.W.F. italiano ed è riportata anche in un numero del periodico “Notizie Verdi”.
(6) Jean Servier - L’uomo e l’Invisibile – Ed. Rusconi, 1973

Il bioregionalismo: il senso del luogo


“Quando trovi il tuo posto lì dove sei, la pratica avviene” (Dogen).
La nostra frenesia quotidiana e il nostro stile di vita asettico e materialistico ci porta sempre più ad ignorare la conoscenza del posto in cui viviamo, alienando dalla mente ogni manifestazione naturale e bramando sempre uno status in continuo mutamento ma mai dinamico e creativo. Vivere in armonia con il luogo secondo un’esistenza equilibrata, armonica, profonda. Non è necessario tornare alle “caverne” ma semplicemente ad uno stile di vita consapevole dello spirito del proprio luogo. J. Muir“per vivere la natura selvaggia ed una vera vita” dava molta importanza allo sviluppo del senso del luogo.
La bioregione può essere giustamente definita come la migliore organizzazione naturale nel rapporto tra gli individui che cooperano tra di loro e lo spazio intimamente integrato ed unitario che li circonda. Scrivono Devall & Sessions (1989): “In un’epoca nella quale organismi governativi ed economisti discutono del ‘sistema mondiale dell’economia’ e degli usi militari dello spazio extratmosferico, volgere l’attenzione alle nostre bioregioni è un atto profondamente legato alla tradizione. La bioregione è il luogo migliore in cui cominciare ad acquisire consapevolezza ecologica.
La nozione di bioregione non è affatto nuova. Per Jim Dodge, ..... ‘è stata il princpio culturale che ha animato  al novantanove per cento la storia dell’umanità ed è vecchia almeno quanto la coscienza’.
Un secondo elemento della bioregione è l’autoregolamentazione. Come dice Dodge ‘anarchia non significa essere fuori da ogni controllo, bensì non  essere soggetto al controllo di altri’. Le comunità locali ispirate ad un interesse comune per la bioregione, per la crescita libera delle piante e degli animali del luogo, possono prendere decisioni riguardo ad azioni individuali e collettive nel rispetto dell’integrità dei processi naturali presenti. Aver cura di un luogo significa evitare lo sfruttamento.
‘Un terzo elemento che compone la nozione di bioregione è lo spirito’, spiega Dodge. Non esiste una pratica religiosa unica per questo significato di spirito bioregionale...... basata su intuizioni ecologiche profonde può essere espressa in svariati modi”.
Nel Nord America la visione della bioregione è molto sviluppata tanto che sono nati numerosi movimenti ambientalisti volti all’affermazione del “senso del luogo”. Tra questi merita un particolare cenno la fondazione Planet Drum, fondata nel 1973 da Peter Berg con sede in San Francisco. Pubblica regolarmente un giornale (Raise the Stakes) per la diffusione e l’approfondimento della filosofia bioregionalista. Ecco un breve stralcio (Welcome home!) del documento di apertura del I° Congresso Bioregionale del Nordamerica del 1984 (tratto da AA. VV., 1994): “Sempre crescente consenso sta ricevendo l’idea che, per assicurare la bontà dell’aria, dell’acqua e del cibo che ci permettono di sopravvivere, dobbiamo diventare i custodi del luogo in cui viviamo.
Si comincia ad avvertire quanto impoverisca il non conoscere i propri vicini, né la natura che più ci è prossima. Si scopre che il modo migliore di pensare a se stessi è quello di far attenzione a ciò che ci riguarda, di proteggere e, assieme, recuperare la nostra regione.
Il bioregionalismo riconosce, nutre, sostiene e celebra i legami locali: terra, piante e animali, fonti, fiumi, laghi, acque sotterranee, oceani, aria, famiglia, amici, vicini, comunità, tradizioni native, sistemi indigeni di produzione e commercio.
Il bioregionalismo afferma che è venuto il tempo di conoscere le potenzialità del luogo.
Di prestare piena attenzione alla sua natura ed alla sua storia, e di mettere in comune le aspirazioni per assicurare un futuro sostenibile.
Di sostenerci, cioè, facendo ricorso a fonti rinnovabili di cibo e di energia.....
Il bioregionalismo assicura la soddisfazione dei bisogni primari attraverso le risorse locali.
Locali devono essere l’educazione, la cura della salute ed in genere tutto ciò che può essere materia di autogoverno.
La prospettiva bioregionale ricrea un sentimento di partecipazione all’identità locale, fondata su una rinnovata coscienza critica e sul rispetto per l’integrità delle nostre comunità ecologiche.......
La sicurezza della vita comincia con l’assunzione delle responsabilità a livello locale.... “.
Si affida ora alla penna di Giuseppe Moretti (1991) - profondo conoscitore e sincero cultore del bioregionalismo - il compito di completare e presentare i concetti base di questa visione filosofica della realtà locale. “Oggigiorno sembra che l’uomo moderno abbia riscoperto la natura; il bisogno di contatto con essa è in continuo aumento; i Parchi Nazionali e le aree protette vedono aumentare il numero dei visitatori anno dopo anno.
La gravità dei problemi ambientali ha messo in moto una frenesia a sostegno di una tesi che vorrebbe ognuno di noi amante e rispettoso della natura, in tutti i settori; economico, sociale, ambientale.
Di colpo, attività, prodotti, mansioni sono diventate ecologiche.
Certo, esistono persone sincere ed iniziative lodevoli, ma decisamente chi ha a cuore le sorti dell’ecosistema Terra ha più di una ragione di sconcerto.
La protezione della natura e le pratiche cosiddette ‘ecologiche’ nel nostro sistema economico/sociale sembrano più un eco business che un reale tentativo di porre nella giusta dimensione il rapporto fra l’uomo e l’ambiente in cui vive.
I luminari della cultura tecnologica/industriale sembrano agitarsi a vuoto nelle sabbie mobili delle proprie convinzioni filosofiche; i politici, perennemente prigionieri dell’andamento del “prodotto interno lordo”.
La natura viene convenientemente definita in modo utilitaristico, dando valore e diritto all’esistenza a tutto ciò che è utile per l’uomo; manca completamente l’umiltà che contraddistingue le culture primarie, native, aborigine, per le quali la natura, e tutti gli esseri viventi che dimorano nell’ecosistema, hanno valore in sè.
Certo, non siamo nè Hopi, nè Sioux o Kayapo, nè Dayak.
Quindi, per quanto incoerente questo ravvicinamento alla natura possa sembrare, è saggio non essere negativamente pessimisti, ma piuttosto semplicemente ed umilmente dare il proprio contributo affinché il lavoro da fare trovi il giusto sentiero. Il lavoro da fare è molto più profondo e completo di quanto si possa immaginare. Quanto segue è modestissimo contributo al ri-connettere noi stessi con la NATURA. Alla base di questo concetto dimora la convinzione che non ci può essere reale, effettiva, duratura ri-connessione senza il risveglio del selvatico dentro.
Non si tratta di un lavoro effimero, platonico ma dinamico, che arricchisca l’uomo di una nuova visione di vita.
Non è cosa che si può apprendere leggendo un libro, anche se molto utili e stimolanti sono le esperienze di quanto ne hanno scritto, da David H. Thoreau e John Muir, da Aldo Leopold fino al contemporaneo Gary Snyder.
Il teatro di questa ricerca è il luogo in cui si vive, non importa quanto naturale sia rimasto; avere una situazione Wilderness dietro casa è un privilegio per pochi ormai, il vantaggio di questi non deve scoraggiare, è comprensibile pensare a posti lontani dove i processi della vita si possono capire meglio, come nella Wilderness appunto, ma si può imparare altrettanto nel proprio posto concentrandosi con quanto ci sta attorno; certo, in molti casi è un mondo nascosto dove dell’equilibrio naturale rimangono solo frammenti.
Si tratta di capire noi stessi in relazione alla comunità naturale di cui si è intrinsicamente parte.
Risintonizzarsi con il selvatico dentro non può avvenire separatamente dalla comprensione e dall’apprezzamento dello Spirito del posto, il quale non è niente di fantasioso o misterioso: ‘è nient’altro che il verso del Picchio o del Coyote, o della Ghiandaia o del vento che muove le fronde di un albero o una ghianda che casca sul tetto del garage’, come ha scritto Gary Snyder in Good Wild Sacred.
Non ci si unisce allo spirito del posto standosene davanti alla TV o ad oziare al bar; bisogna vivere il posto e viverci abbastanza a lungo, passare da mero visitatore ad occupante e pertecipante.
Entrando in contatto con il mondo selvatico si impara a guardarsi attorno prestando attenzione alla complessità delle relazioni del paesaggio, dai corsi d’acqua alle piante, dal clima ai venti dominanti, dove il Pendolino ha il suo nido o la Faina la propria tana.
Non è un esercizio meramente scientifico, un elencare quante specie di uccelli sono presenti o quante e quali specie di piante o di fiori, quanto cm. di pioggia cade nel mese di marzo ecc.....
Si tratta di un’attenzione, di un grado di attenzione più profondo, più intimo, in relazione, a volte, a una pianta o ad un animale, ad un fiume o ad una roccia in particolare.
La Terra e le sue creature ci parlano se sappiamo ascoltare.
‘L’ecosistema locale ci parla, se sai ascoltare, ma devi prima imparare ad ascoltare bene in un posto, poi puoi andare in altri posti e la Terra cointinuerà a parlarti; la Terra non ti parlerà mai veramente se non hai imparato ad ascoltare bene in un posto in particolare’ (Gary Snyder, citato in Earth Festival di Dolores LaChapelle).
Questo tipo di relazione conduce ad una identificazione morale basata sull’uso responsabile delle forme di vita necessarie per il nostro sostentamento.
‘Procurandoci il nostro cibo direttamente dalla terra abbiamo in regalo il sapere da dove esso viene, pulendolo e preparandolo sappiamo pure com’è venuto a noi, attraverso il lavoro delle nostre mani e del nostro corpo, sappiamo che cura e rispetto vanno mostrate verso gli animali che ci nutrono.
C’è un piacere speciale nel prendersi questa responsabilità per il nostro sostentamento e accettare il legame di familiarità con gli animali che ci danno la vita’ (Richard Nelson in The Island Within).
Ritrovare la propria identità, il sè profondo, il selvatico dentro pone l’uomo decisamente fuori da considerare la Natura in termini utilitaristici, di fatturato, di capitale. Ciò produce un’ampliamento della propria consapevolezza, cominciando ad imparare direttamente dalla Madre Terra.
A pensare in termini di armonia piuttosto che di prevaricazione, di conservazione piuttosto che di sfruttamento, di stabilità piuttosto che di miope progresso, di diversità piuttosto che di monocultura; comportandoci di conseguenza in relazione al posto in cui si vive, alla propria Bioregione e in relazione alle altre Bioregioni.’In Wilderness is the preservation of the world’ (H. D. Thoreau)”.
Un nitido esempio di perdita totale del senso del luogo, ci viene offerto dal turista, che, frettolosamente e disarmonicamente, si sposta da un luogo all’altro senza percepire veramente “il luogo” e senza viverlo. Immergersi in un ambiente, capirlo, viverlo fino in fondo, apprezzarne il “respiro”, sono tutte sensazioni che solo il tempo, la calma e la riflessione ci offre. I nativi nordamericani rappresentano, al contrario dei turisti, uno dei migliori esempi del bioregionalismo. La perdita del senso del luogo è forse una delle più gravi mancanze dell’uomo contemporaneo. Nessun essere distrugge integralmente e consapevolmente la fonte del proprio nutrimento!
Molto bella la riflessione di Gussow (1971, da Devall & Sessions 1989): “Oggi si fa un gran parlare di salvaguardia dell’ambiente. E’ diventato un dovere, perché è proprio l’ambiente a darci i mezzi di sussitenza. Ma, in quanto uomini, abbiamo bisogno anche di nutrimento spirituale e alcuni luoghi assolvono proprio questa funzione. Sperimentare un incontro diretto e profondo con la natura è l’evento catalizzatore che converte un appezzamento di terreno qualsiasi - un ambiente, se volete - in un luogo. Il luogo è una parte dell’intero sistema ambientale che è stata rivendicata dai sentimenti. Considerata come un semplice sistema di supporto alla vita, come una risorsa a vantaggio dell’uomo, la terra è invece un ambiente, un insieme di luoghi. E’ indicativo il fatto che, ad esempio, non parliamo di un ambiente che abbiamo conosciuto, ma ricordiamo posti e luoghi. Abbiamo nostalgia dei luoghi, li conserviamo nella memoria, e sono ancora i suoni, gli odori e le immagini dei luoghi che ci incalzano e che spesso confrontiamo con il nostro presente”. O quella di Vincent Vycinas (in Devall e Sessions, 1989): “Il significato originario di abitare non è risiedere ma creare e prendersi cura dello spazio in cui qualcosa prende possesso di ciò che gli spetta e si sviluppa. Abitare significa fondamentalmente salvare, nel senso più antico di dare la libertà a qualcosa, di diventare se stessa, di diventare ciò che è essenzialmente (...). Abitare è prestare attenzione alle cose così che se ne rilevi l’essenza (...)”.

“Com’è difficile staccarsi dai luoghi. Per quanta attenzione facciamo, ci trattengono. E lasciamo pezzetti di noi stessi sui paletti delle staccionate, piccoli stracci e brandelli della nostra vita” (Katherine Mansfield).


Femminismo ed ecologia


“Ogni cosa che dà la vita è femminile. Quando gli uomini cominceranno a capire la segreta armonia dell’universo, di cui le donne sono sempre state a conoscenza, il mondo cambierà in meglio“ (Lorraine Canoe, Mohawk - da AA. VV., 1995). Il lupo selvaggio ricorda alla donna il suo essere selvaggio e se anche le strutture sociali maschiliste le hanno imposto una maschera e un dominio assoluto, la forza dell’istinto selvaggio può tornare alla luce per ridare alla donna la sua vera essenza e per riaffermare la sua profonda visione ecologica ed unitaria della natura. “Non è azzardato affermare che lo scisma primario tra natura e umanità (uno scisma che forse ha avuto origine dalla subordinazione gerarchica della donna da parte dell’uomo) ha ingenerato enormi fratture nella vita quotidiana, oltre che nella nostra sensibilità teoretica” (M. Bookchin in AA.VV., 1987).
La sensibilità femminile è nettamente più incline a percepire quel superamento del dualismo tra mondo umano e mondo naturale e se l’uomo non le avesse imposto la sua arroganza e la sua dominanza, il mutuo rapporto tra l’essere vivente e l’universo non avrebbe subito la scissione che invece ci ha condotto verso il baratro ed ha portato la condizione femminile verso la perdita della propria dignità e del proprio respiro selvaggio. Ma l’ululato del lupo ricorda alla donna il suo essere profondo, scevro, nella sua intimità, dai meschini parametri di dominio che sono invece profondamente radicati nell’essere maschile. La donna, liberata dalle catene che l’hanno avvolta per secoli, può tornare a correre, libera ed unitaria con il mondo selvaggio che le riconosce invece, in uno spirito assoluto, il suo valore e la sua partecipazione al concerto multiforme della natura. Occorre che la sua ribellione prenda il sopravvento affinché annulli in un sol colpo, dalle fondamenta, quella gabbia in cui è stata reclusa alienandola dalla dialettica degli elementi unitari. L’ululato del lupo selvaggio ricorderà alla donna che può farcela, può gettare la maschera imposta, può liberarsi del giogo che la opprime e farle adornare il capo con il senso della profonda verità delle cose. Il lupo selvaggio ricorda alla donna che l’uomo, nella sua infinita tristezza ha incupito la sua stessa esistenza lacerando la sua compagna della vita, rinunciando a vivere in armonia con essa e rinunciando alle gioie del vivere unitario. Da qui ha infierito nella distruzione anche su se stesso, perché distruggendo la donna ha tolto da se quel saggio e profondo senso del selvaggio che lo ha condotto verso la sua misera ed angosciata esistenza. Con il dominio assoluto, l’uomo ha dimenticato e soppresso ciò che la donna aveva da insegnarli: la profonda uguaglianza tra uomini e donne e la profonda uguaglianza ed unità con tutti gli elementi dell’universo. “Rispondi. Alla voce del vento. All’invito della natura. Alle domande del cuore. Rispondi al richiamo” (N. Evans, 1998).
“L’ecofemminismo considera la dominanza patriarcale degli uomini sulle donne come il prototipo di ogni dominazione e di ogni sfruttamento nelle loro varie forme: gerarchie, militaristiche, capitalistiche, industriali. In particolare sottolinea che lo sfruttamento della Natura è andato di pari passo con quello delle donne, che in ogni epoca sono state identificate con essa. Questa antica comunione fra donna e Natura lega la storia della donna a quella dell’ambiente, ed è all’origine di una affinità ovvia tra femminismo ed ecologia. Di conseguenza, l’ecofemminismo considera la conoscenza empirica tipicamente femminile come uno dei principi fondamentaali per una visione ecologica della realtà” (Capra, 1997).
“In effetti, alcune femministe sostengono che l’ecologia profonda sia una formulazione intellettuale delle intuizioni che molte donne hanno da secoli.....
Le femministe ampliano il senso di meraviglia nella nostra vita e l’impegno per un ruolo nella società attivo, nonviolento e creativo, dal momento che ci invitano a curare le nostre relazioni personali e a esaminare più a fondo i modi di pensiero prevalenti che sono la causa dell’egoismo, della competitività, dell’astrazione e del dominio. Il femminismo, inoltre, ha svelato l’esistenza di una ‘voce per la natura’ in quanto tale, piuttosto che esclusivamente per gli esseri umani” (Devall & Sessions, 1989).
Nessun dominio dovrebbe esistere nel rapporto uomo-donna e quindi nel rapporto unitario con la natura, ma poiché un dominio è avvenuto (quello dell’uomo) nel paradosso sarebbe stato meglio che le parti si fossero invertite, che la donna avesse avuto il “sopravvento” poiché ora, anche se un atteggiamento del genere può essere ugualmente messo in discussione, non saremmo però ad una arida spiaggia senz’acqua in cui siamo invece approdati. Il rapporto unitario con la natura e il rapporto di interrelazione tra gli esseri umani sarebbe stato in ogni caso sicuramente migliore e sinceramente profondo!
Diamo spazio a Judith Plant che, nell’affrontare l’intimo rapporto tra ecofemminismo e bioregionalismo, evidenzia bene, tra l’altro, il dominio dell’uomo sulla donna (da AA. VV., 1994 pagg. 48-51): “L’ecologia è lo studio delle interdipendenze e dell’interconnessione di tutti i sistemi viventi.
E’ a partire dall’osservazione delle gravi conseguenze ambientali che ne derivano, che gli ecologisti sono obbligati a porsi in posizione critica rispetto agli attuali comportamenti sociali.
Visto che il mondo naturale è pensato come risorsa, viene sfruttato senza riguardi per il suo ruolo di supporto a tutte le specie viventi.
L’ecologia sociale cerca di opporsi a questo atteggiamento dominante, indicando nell’armonizzazione fra la natura ed i bisogni vitali, cui la società deve far fronte, la via maestra per una società giusta.....
Nella cultura umana, l’idea di gerarchia è stata usata per giustificare la pratica della dominazione sociale; è stata poi proiettata nella natura, portando alla concreta affermazione di un atteggiamento di dominio anche nei suoi confronti.
La consapevolezza che in natura non esistono reali gerarchie, il riconoscersi nel valore della diversità e in una visione non gerarchica delle cose, sono punti strettamente condivisi da ecologisti e femministe.....
Storicamente, non abbiamo mai avuto potere sociale, al di là dei confini domestici, nè ruolo nella vita intellettuale.
Se l’ecologia parla a favore dell’altro, inteso come Terra, il femminismo parla invece dell’altro nella relazione ineguale uomo-donna.
L’ecofemminismo, così, parlando per entrambi gli altri originari, cerca di comprendere le radici comuni ad ambedue i tipi di dominio e sopraffazione e di indicare i modi di resistenza e di cambiamento.
Il compito assuntosi dall’ecofemminismo è quello di sviluppare la capacità di immedesimazione nell’altro, quando ci si trovi a considerare le conseguenze delle proprie azioni, e la consapevolezza di essere ognuno parte dell’altro......
Prima che il mondo venisse meccanizzato e industrializzato, la metafora per spiegare il Sè, la Società ed il Cosmo era l’immagine dell’Organismo.
Questo in ragione del fatto che la maggior parte della gente era quotidianamente in contatto con la terra e viveva un’esistenza basata su di essa.
La terra era vista come una femmina sotto due aspetti: uno passivo, di madre nutrice; l’altro, selvaggio e incontrollabile.
Queste immagini avevano la funzione di archetipi culturali. La terra era viva, sensibile, e perciò era contrario all’etica usarle violenza.....
Nel momento in cui la società iniziò il suo mutamento (...) l’immagine di una terra passiva, gentile, svanì.
La collera, la furia della natura, sempre vista come donna, ne divennero i nuovi tratti-simbolo, da cui la ‘necessità’ del dominio. E grazie alle nuove tecnologie, l’uomo, si pensava, sarebbe stato in grado di sottometterla veramente. (...)
Le battaglie per la vita della natura ... diventano temi femministi, se posti all’interno della prospettiva che abbiamo assunto: partecipando a queste lotte contro coloro che si arrogano il diritto di dominare il mondo naturale, contribuiamo a creare una coscienza della dominazione in atto a tutti i livelli.
Ma l’ecofemminismo crea anche interessi comuni fra donne e uomini.
Noi siamo state, sì, paragonate alla natura, ma anche educate dalla società a pensare in maniera dualistica: così, esattamente come gli uomini, ci sentiamo alienate.
Il sistema sociale non è buono, né per noi né per i maschi.
E’ dunque necessario individuare un campo comune da cui muovere per creare una coscienza critica, che renda possibile influenzare le strutture profonde della relazione società/ambiente. Le forme di resistenza non violenta - come la disobbedienza civile - contro lo scempio ambientale, possono promuovere, sostenere e sviluppare una vita culturale, che esalti le molte diversità presenti in natura e ne tragga le conseguenze sul piano dei rapporti interpersonali.....
La donna e la natura, ma bisognerebbe dire l’umanità e la natura, hanno bisogno di essere viste sotto una nuova luce, in base alla quale sia possibile ricucire i legami smagliati fra gli individui, e fra questi e la Terra... “.

“Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della Donna selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.....
La fauna selvaggia e la Donna Selvaggia sono specie a rischio.
Nel tempo, abbiamo visto saccheggiare, respingere, sovraccaricare la natura istintiva della donna. Per lunghi periodi è stata devastata, come la fauna e i territori selvaggi. Per alcune migliaia di anni, e basta guardarsi indietro perché la visione si rappresenti, resta relegata nel più misero territorio della psiche....
Non a caso le antiche lande selvagge del nostro pianeta scompaiono a mano a mano che svanisce la comprensione della nostra intima natura selvaggia.....
Dunque la parola selvaggio qui non è usata nel suo senso moderno peggiorativo, con il significato di incontrollato, ma nel suo senso originale, che significa vivere una vita naturale, in cui la creatura ha la sua integrità innata e sani confini.... “ (Pinkola Estés, 1993).
Occorre ricordare che non a caso in questo libro quando si cita la parola “uomo” ci si riferisce quasi sempre al significato letterale del termine escludendo quindi volutamente la donna. Il mondo umano anche nella terminologia è purtroppo essenzialmente volto al maschile! Facciamo un piccolo esempio al riguardo. Se si scrive un libro sul lupo e si intitola “La lupa” chiunque interpreterebbe l’argomento su una trattazione della vita della femmina del lupo anche se la pubblicazione intenderebbe approfondire la vita della specie nella sua interezza. Questo la dice fin troppo lunga. E’ palesemente evidente che anche nella semplice terminologia il mondo tende “razzisticamente” al maschile. Questa non è una supposizione ma un crudo fatto reale, assolutamente unilaterale, ma assolutamente ingiusto. Eppure la natura ci ha insegnato una ben altra universalità!!
Chi scrive si scusa se nella trattazione non ha ben evidenziato sin dal primo momento questa grave discrepanza.


Manifesto per la Terra
Ted Mosquin & J. Stan Rowe
Traduzione di Guido Dalla Casa
Un contributo alla diffusione del messaggio


Premesse

Molti movimenti artistici e filosofici hanno pubblicato un proprio Manifesto, in cui venivano esposte verità che per gli autori erano evidenti come le cinque dita della mano. Anche questo Manifesto riporta verità di per sé evidenti, così ovvie per noi come le cinque parti del meraviglioso mondo che ci circonda – terra, aria, acqua, fuoco/luce solare e organismi – e in cui viviamo e ci muoviamo: da esso alimentiamo il nostro esistere. Il Manifesto è centrato sulla Terra: viene messo a fuoco il valore centrale spostandolo dall’umanità all’Ecosfera che la comprende – quella rete di processi e strutture organiche/inorganiche/simbiotiche che costituiscono il Pianeta Terra.

L’Ecosfera è la matrice che avvolge tutti gli organismi e dà loro la Vita, è intimamente intercollegata con essi nella storia dell’evoluzione fin dal principio del tempo. Gli organismi sono formati dall’aria, dall’acqua e dai sedimenti, che a loro volta portano in sé le formazioni e le tracce organiche. La composizione dell’acqua del mare è mantenuta stabile dagli organismi, che pure mantengono in situazione stazionaria un’atmosfera che sarebbe altrimenti di composizione improbabile. Piante ed animali hanno plasmato le rocce calcaree i cui sedimenti formano le nostre ossa. Le false divisioni che abbiamo fatto fra vivente e non-vivente, biotico e abiotico, organico ed inorganico, hanno messo a rischio la stabilità e il potenziale evolutivo dell’Ecosfera.

L’esperimento dell’umanità, vecchio di diecimila anni, di adottare un modo di vita a spese della Natura e che ha il suo culmine nella globalizzazione economica, sta fallendo. La ragione prima di questo fallimento è che abbiamo messo l’importanza della nostra specie al di sopra di tutto il resto. Abbiamo erroneamente considerato la Terra, i suoi ecosistemi e la miriade delle sue parti organiche/inorganiche soltanto come nostre risorse, che hanno valore solo quando servono i nostri bisogni e i nostri desideri. E’ urgente un coraggioso cambiamento di attitudini e attività. Ci sono legioni di diagnosi e prescrizioni per rimettere in salute il rapporto fra l’umanità e la Terra, e qui noi vogliamo enfatizzare quella, forse visionaria, che sembra essenziale per il successo di tutte le altre. Una nuova visione del mondo basata sull’Ecosfera planetaria ci indica la via.

Dichiarazione di convinzioni

Ciascuno cerca un significato nella vita, e di appoggiarsi su convinzioni che prendono varie forme. Molti si rivolgono a fedi che ignorano o tolgono ogni importanza a questo mondo e non si rendono conto in senso profondo che siamo generati dalla Terra e sostenuti da essa durante tutta la vita. Nella cultura industriale oggi dominante, la Terra-come-comunità non è una percezione di per sé evidente. Pochi si soffermano giornalmente a considerare con un senso di meraviglia la matrice avviluppante da cui siamo venuti e verso la quale alla fine tutti ritorneremo. Poiché noi siamo un prodotto della Terra, l’armonia delle sue terre, mari, cielo e dei suoi innumerevoli bellissimi organismi porta ricchi significati raramente compresi.

Noi siamo convinti che, finché non viene riconosciuto che l’Ecosfera è l’indispensabile terreno comune di tutte le attività umane, la gente continuerà a mettere al primo posto il proprio interesse immediato. Senza una prospettiva ecocentrica che mantenga saldamente valori e scopi in una realtà ben più grande di quella della nostra sola specie, la risoluzione dei conflitti politici, economici e religiosi sarà impossibile. Finché la ristretta focalizzazione sulle comunità umane non viene ampliata fino a comprendere gli ecosistemi della Terra – le situazioni locali e regionali in cui viviamo – i programmi per modi di vivere sostenibili e in buona salute sono destinati a fallire.

Un attaccamento fiducioso all’Ecosfera, un’empatia estetica con la Natura circostante, un sentimento di riverente meraviglia per il miracolo della Terra Vivente e le sue misteriose armonie, è un’eredità umana oggi in gran parte non riconosciuta. Se vengono di nuovo emotivamente riconosciute, le nostre connessioni con il mondo naturale incominceranno a colmare il vuoto che si è formato vivendo nel mondo industrializzato. Riemergeranno importanti scopi ecologici che la civilizzazione e l’urbanizzazione hanno nascosto. Lo scopo è il ripristino della diversità e della bellezza della Terra, con la nostra specie ancora presente come componente cooperativa, responsabile, etica.

PRINCIPI DI BASE

1 – L’Ecosfera è il Centro di Valore per l’Umanità.

2 – La Creatività e la Produttività degli Ecosistemi della Terra dipendono dalla loro Integrità

3 – La Visione del mondo centrata sulla Terra è confermata dalla Storia Naturale

4 – Un’Etica Ecocentrica si basa sulla Consapevolezza del nostro Posto in Natura

5 – Una Visione del mondo Ecocentrica dà valore alla Diversità degli Ecosistemi e delle Culture

6 – Un’Etica Ecocentrica supporta la Giustizia Sociale.

PRINCIPI DI AZIONE

7 – Difendere e Preservare il Potenziale Creativo della Terra

8 – Ridurre la Dimensione della Popolazione Umana

9 – Ridurre il Consumo Umano di Parti della Terra

10 – Promuovere un Modo di Governare Ecocentrico

11 – Diffondere questo Messaggio

Perché questo Manifesto?

Questo Manifesto è centrato sulla Terra. In particolare è ecocentrico, che significa centrato sul complesso, piuttosto che biocentrico, che significa centrato sugli organismi. Il suo scopo è di estendere e approfondire la comprensione dell’Ecosfera e dei valori primari del Pianeta Terra, che dona e sostiene la vita. Il Manifesto consiste di sei Principi di Base che ne stabiliscono la ragione fondamentale, più cinque Principi di Azione che ne derivano ed evidenziano i doveri dell’umanità verso la Terra e verso gli ecosistemi geografici che la Terra comprende. Il Manifesto viene offerto come guida al pensiero, al comportamento e alla politica sociale etici.

Nel corso dell’ultimo secolo c’è stato qualche miglioramento nelle attitudini scientifica, filosofica e religiosa verso la Natura non-umana. Apprezziamo gli sforzi di coloro la cui sensibilità verso una Terra in rapido degrado ne ha fatto ampliare la visione verso l’esterno, fino a riconoscere il valore intrinseco delle terre, degli oceani, degli animali, delle piante e delle altre creature. Tuttavia, a causa della mancanza di una comune filosofia ecocentrica, molta di questa buona volontà si è sparsa in cento direzioni diverse. È stata neutralizzata e resa inefficace da un unico, profondo, dato-per-certo credo culturale che assegna il primo valore assoluto all’Homo sapiens sapiens e poi, in sequenza, agli altri organismi in base al loro tipo di relazione con il primo.

La recente conoscenza profonda che la Terra, l’Ecosfera, è qualcosa di valore supremo è derivata dagli studi cosmologici, dall’ipotesi Gaia, dalle foto della Terra dallo spazio e specialmente dalla comprensione dell’ecologia. La realtà ecologica centrale per gli organismi – circa 25 milioni di specie – è che sono tutti Figli della Terra. Nessuno esisterebbe senza il pianeta Terra. Ciò che chiamiamo Vita, che costituisce un mistero e un miracolo, è inseparabile dalla storia evolutiva della Terra, dalla sua composizione e dai suoi processi. Perciò la priorità etica deve spostarsi dall’umanità alla Terra, che la comprende. Il Manifesto è una traccia di ciò che consideriamo un passo essenziale verso una relazione sostenibile fra la Terra e gli umani.

PRINCIPI DI BASE

Principio 1. L’Ecosfera è il Centro di Valore per l’Umanità.

L’Ecosfera, il globo della Terra, è la sorgente che genera la creatività dell’evoluzione. Dagli ecosistemi inorganici/organici del pianeta si sono generati gli organismi: in principio le cellule batteriche e infine quei complessi sistemi di cellule che sono gli esseri umani. Pertanto, gli ecosistemi dinamici, che si esprimono in modo complesso e intercollegato in tutte le parti dell’Ecosfera, hanno un valore e un’importanza maggiori delle specie che contengono.

La realtà e il valore dell’essenza ecologica ed esterna di ciascuna persona hanno avuto scarsissima attenzione in confronto al pensiero filosofico dedicato all’essenza interiore dell’umanità, una focalizzazione individualistica che ha allontanato l’attenzione dalle necessità ecologiche e ha fatto trascurare l’importanza vitale dell’Ecosfera. Esteso alla società come interesse soltanto per il benessere della gente, questo omocentrismo (antropocentrismo) è una dottrina di egocentrismo-di-specie che porta a distruggere il mondo naturale. Il biocentrismo che estende l’empatia e la comprensione oltre la razza umana fino a comprendere gli altri organismi costituisce un avanzamento etico, ma il suo scopo è limitato. Non riesce ad apprezzare l’importanza dei “dintorni” ecologici globali. Senza l’attenzione centrata sulla priorità della Terra-come-contesto, il biocentrismo rischia di diventare facilmente uno sciovinistico omocentrismo, perché chi fra tutti gli animali è comunemente considerato il migliore e il più saggio? L’Ecocentrismo, enfatizzando l’Ecosfera come il sistema primario che dà la Vita piuttosto che un semplice supporto per la vita, fornisce il modello cui l’umanità deve richiamarsi come guida per il futuro.

Noi umani siamo espressioni coscienti delle forze generative dell’Ecosfera, la nostra “vivibilità” individuale è sperimentata come inseparabile dall’aria riscaldata-dal-sole, dall’acqua, dalla terra e dal cibo che gli altri organismi ci forniscono. Come tutti gli altri esseri viventi generati dalla Terra, siamo stati “messi in sintonia”, attraverso una lunga evoluzione, con le sue risonanze, i suoi cicli ritmici, le sue stagioni. Il linguaggio, il pensiero, le intuizioni – tutte provengono direttamente o metaforicamente dal nostro essere fisico sulla Terra. Oltre l’esperienza conscia, ogni persona incorpora un’intelligenza, un’innata saggezza del corpo che, senza alcuna partecipazione cosciente, la rende adatta a partecipare come parte simbiotica degli ecosistemi terrestri. La comprensione della realtà ecologica che gli umani sono Figli-della-Terra sposta il centro dei valori dall’omocentrico all’ecocentrico, dall’Homo sapiens al Pianeta Terra.

Principio 2. La Creatività e la Produttività degli Ecosistemi della Terra Dipendono dalla loro Integrità

“Integrità” si riferisce alla totalità, alla completezza, alla capacità di funzionare pienamente. Il modello è dato dagli ecosistemi della Natura che ricevono energia dal Sole, quando non sono danneggiati; come esempi, un tratto produttivo della piattaforma continentale marina o una foresta pluviale temperata nel tempo precedente lo sfruttamento, quando gli umani erano soprattutto raccoglitori. Sebbene questi tempi siano al di là del ricordo, gli ecosistemi di quel periodo (per quanto è dato conoscerli oggi) ci forniscono ancora gli unici modelli di sostenibilità per l’agricoltura, per la silvicoltura e per la pesca. Gli attuali gravi problemi in tutte tre queste attività industrializzate ci mostrano gli effetti del deterioramento dell’integrità; in particolare, perdita di produttività e di richiamo estetico parallelamente al progressivo scombussolamento delle funzioni vitali degli ecosistemi.

La creatività evolutiva e la produttività continuativa della Terra e dei suoi ecosistemi regionali richiedono la continuità delle loro strutture di base e dei processi ecologici. Questa integrità interna dipende dalla conservazione delle comunità con le loro innumerevoli forme di cooperazione evolutiva e di interdipendenza. L’integrità dipende da intricate catene alimentari e dai flussi di energia, da terreni non degradati dall’erosione e dai cicli di elementi essenziali come l’azoto, il potassio, il fosforo. Inoltre, le composizioni naturali dell’aria, dei sedimenti e dell’acqua sono essenziali per i processi e le funzioni della Natura. L’inquinamento di questi tre elementi, insieme con l’estrazione e lo sfruttamento di costituenti organici ed inorganici, indebolisce l’integrità degli ecosistemi e il funzionamento normale dell’Ecosfera, che è la fonte della Vita in evoluzione.

Principio 3. La Visione del mondo centrata sulla Terra è confermata dalla Storia Naturale

La Storia Naturale è la storia della Terra. I cosmologi e i geologi ci descrivono l’inizio della Terra più di quattro miliardi di anni fa, la comparsa di piccole creature marine nei primi sedimenti, l’emergere degli animali terrestri dal mare, l’Era dei Dinosauri, l’evoluzione, attraverso influenze reciproche, degli insetti, delle piante con fiori e dei mammiferi da cui, in tempi geologicamente recenti, sono venuti i Primati e quindi l’umanità. Noi condividiamo il materiale genetico e un’origine comune con tutte le altre creature che fanno parte degli ecosistemi della Terra. Queste conoscenze di cui disponiamo pongono l’umanità nel contesto naturale.

La storia della Terra che si svolge attraverso gli eoni ci mostra la nostra coevoluzione con miriadi di organismi compagni attraverso l’accordo, e non solo attraverso la competizione. Tutti gli esempi di coesistenza organica rivelano i ruoli importanti del mutualismo, della cooperazione e della simbiosi nella grande sinfonia della Terra.

I miti delle varie culture e le storie che plasmano i nostri atteggiamenti e i nostri valori vogliono dirci da dove veniamo, chi siamo, e dove stiamo andando in futuro. Queste storie sono state irrealisticamente omocentriche e/o ultraterrene. Invece, lo svolgimento, basato sull’evidenza e rivolto verso l’esterno, della storia naturale dell’umanità – fatta di polvere di stelle, dotata di grande vitalità e sostenuta dai processi naturali dell’Ecosfera – è non soltanto credibile ma anche più meravigliosa dei tradizionali miti centrati solo sull’umano. Poiché mostrano l’umanità-nel-contesto come una componente organica del globo planetario, le storie ecocentriche rivelano anche un proposito funzionale e uno scopo etico; più precisamente, con la parte umana al servizio della più grande totalità della Terra.

Principio 4. Un’Etica Ecocentrica si basa sulla Consapevolezza del nostro Posto in Natura.

L’Etica riguarda quelle azioni e quegli atteggiamenti non-egoici che provengono da valori profondi; cioè, dal senso di quello che è veramente importante. Un apprezzamento profondo della Terra ha come conseguenza un comportamento etico verso di essa. La venerazione per la Terra nasce facilmente con le esperienze infantili all’aperto e, nell’età adulta, viene rafforzata dal “vivere nel proprio luogo”, in modo che le forme della terra e dell’acqua, le piante e gli animali diventano familiari come conoscenti vicini. La visione del mondo ecologica e l’etica che trova i suoi primi valori nell’Ecosfera derivano la loro forza dal vivere nel mondo naturale e semi-naturale, in un contesto rurale piuttosto che in un contesto urbano. La consapevolezza della nostra condizione in questo mondo è fonte di meraviglia, di religiosa ammirazione e di una decisa intenzione a ripristinare, conservare e proteggere le antiche bellezze dell’Ecosfera e quelle modalità naturali che hanno resistito per lunghissimi periodi alla prova del tempo.

Il Pianeta Terra e i suoi svariati ecosistemi con i loro elementi essenziali – aria, terra, acqua e mondo organico – circondano e nutrono ciascun individuo e ciascuna comunità, ciclicamente dando la vita e riprendendosi il dono. Una consapevolezza di sé come essere ecologico, alimentato dall’acqua e dagli altri organismi, e come un animale immerso nell’aria che vive nell’interfaccia produttiva e scaldata dal sole dove l’atmosfera incontra la terra, ci dà un senso di connessione e riverenza per l’abbondanza e la vitalità della Natura sostenitrice.

Principio 5. Una Visione del Mondo Ecocentrica apprezza la Diversità degli Ecosistemi e delle Culture

La maggiore rivelazione della prospettiva centrata-sulla-Terra è la sorprendente varietà e ricchezza degli ecosistemi e delle loro parti organiche/inorganiche. La superficie della Terra presenta una diversità, di notevole attrattiva estetica, di ecosistemi artici, temperati e tropicali. All’interno di questo mosaico globale le diversissime varietà di piante, animali e umani sono dipendenti dalla variegata mescolanza circostante di forme terrestri, suoli, acque e climi locali. In tal modo la biodiversità, la diversità degli organismi, dipende dal mantenimento dell’ecodiversità, la diversità degli ecosistemi. La diversità culturale – una forma di biodiversità – è il risultato storico di umani che hanno adattato le loro attività, i loro pensieri e il loro linguaggio a ecosistemi geografici specifici. Pertanto, qualunque cosa che degrada o distrugge ecosistemi è un pericolo e una disgrazia sia biologica che culturale. Una visione del mondo ecocentrica dà valore alla diversità della Terra in tutte le sue forme, sia non-umane che umane.

Ciascuna cultura umana del passato ha sviluppato un linguaggio unico che ha radici estetiche ed etiche nelle visioni, nei suoni, negli odori, nei sapori e nei modi di sentire di quella particolare parte della Terra in cui è fiorita. Tale diversità culturale basata sull’ecosistema era vitale, poiché faceva sviluppare modi di vivere sostenibili nelle diverse parti della Terra. Oggi il linguaggio ecologico dei popoli aborigeni, e la diversità culturale che rappresentano, sono in grave pericolo come le specie delle foreste tropicali, e per le stesse ragioni: il mondo sta per essere omogeneizzato, gli ecosistemi stanno per essere semplificati, la diversità è in declino, la varietà si sta perdendo. Un’etica ecocentrica si oppone alla globalizzazione economica di oggi che ignora la saggezza ecologica incorporata nelle culture diverse, e le distrugge per un profitto a breve termine.

Principio 6.-Un’Etica Ecocentrica Supporta la Giustizia Sociale.

Molte delle ingiustizie della società umana provengono dalla disuguaglianza. Costituiscono un sottoinsieme delle più grandi ingiustizie ed iniquità compiute dagli umani sugli ecosistemi e le loro specie. Con il suo concetto esteso di comunità, l’ecocentrismo enfatizza l’importanza di tutte le componenti interattive della Terra, comprese molte le cui funzioni sono in gran parte sconosciute. In tal modo viene affermato il valore intrinseco di tutte le parti dell’ecosistema, organiche ed inorganiche, senza proibirne un impiego attento ed oculato. “Diversità con Uguaglianza” è una legge ecologica basata sul funzionamento della Natura che fornisce una guida etica per la società umana.

Gli ecologisti sociali criticano a ragione l’organizzazione gerarchica nelle culture, che costituisce una discriminazione nei riguardi di chi non ha potere, specialmente verso le donne e i bambini, che sono svantaggiati. L’argomento che la strada verso un vivere sostenibile sarà impedita finché il modello culturale ridurrà le tensioni che derivano dall’ingiustizia sociale e dall’ineguaglianza fra i sessi, è certamente corretto almeno fino ad un certo punto. Ciò che non viene preso in considerazione è che l’attuale rapida degradazione degli ecosistemi della Terra aumenta le tensioni fra gli umani mentre preclude la possibilità di un vivere sostenibile e impedisce l’eliminazione della povertà. Le questioni di giustizia sociale, per quanto importanti, non possono essere soddisfatte finché non viene fermata la distruzione degli ecosistemi ponendo fine a filosofie ed attività omocentriche.

PRINCIPI DI AZIONE

Principio 7.- Difendere e Preservare il Potenziale Creativo della Terra

I poteri creativi dell’Ecosfera si esprimono attraverso i suoi resilienti ecosistemi geografici. Perciò, come priorità principale, la filosofia ecocentrica richiede la conservazione e il ripristino degli ecosistemi naturali e delle loro specie componenti. A parte la remota possibilità di collisioni con comete e asteroidi, in grado di quasi distruggere il pianeta, l’inventiva evolutiva della Terra continuerà per milioni di anni: viene impedita soltanto dove gli umani hanno distrutto interi ecosistemi sterminando specie o avvelenando sedimenti, acqua ed aria. Le continuate e pericolose estinzioni tolgono fili dalla trama della vita, diminuendo la bellezza della Terra e la possibilità che emergano in futuro ecosistemi unici con organismi correlati, forse di sensibilità e intelligenza più grandi di quelle umane.

“La prima regola del racconciare è salvare tutti i pezzi.” (Aldo Leopold – Almanacco di un mondo semplice, 1997). Le azioni che mettono in pericolo la stabilità e la buona salute dell’Ecosfera e dei suoi ecosistemi devono essere identificate e condannate pubblicamente. Fra le più distruttive delle attività umane vi sono il militarismo e le sue spese enormi, l’estrazione di materiali tossici, la produzione di veleni biologici in tutte le forme, il modo industriale di condurre l’agricoltura, la pesca e lo sfruttamento delle foreste. Se non vengono arrestate, tali tecnologie letali, giustificate come necessarie per proteggere specifiche popolazioni umane ma che in realtà servono al profitto di grosse compagnie commerciali e a soddisfare desideri umani di possesso piuttosto che bisogni, porteranno a disastri ecologici e sociali sempre più grandi.

Principio 8. Ridurre la Dimensione della Popolazione Umana

Una causa primaria della distruzione di ecosistemi e dell’estinzione di specie è l’esplosione della popolazione umana che già oggi supera largamente ogni livello ecologicamente sostenibile. La popolazione mondiale totale, oggi di 6.5 miliardi, sale vertiginosamente e inesorabilmente di 75 milioni di unità all’anno. Ogni umano in più è un “consumatore” ecologico su un pianeta le cui capacità di mantenere tutte le sue creature è quantitativamente limitata. In tutti gli angoli della Terra la pressione numerica umana continua a minare l’integrità e la capacità di generazione degli ecosistemi terrestri, marini e di acqua dolce. La nostra monocultura umana sta sovrastando e distruggendo le policulture della Natura. Nazione per nazione, è necessario diminuire la popolazione umana riducendo il numero di concepimenti.

L’etica ecocentrica che dà valore alla Terra e ai suoi sistemi in evoluzione, al di sopra delle specie, condanna l’accettazione sociale di una fecondità umana illimitata. L’attuale esigenza di ridurre il numero di umani è maggiore nei Paesi ricchi dove è più grande l’uso pro capite dell’energia e delle risorse della Terra. Un obiettivo ragionevole è la riduzione ai livelli di popolazione esistenti prima della diffusione dell’impiego dei combustibili fossili; cioè a un miliardo di unità o meno. Questo accadrà o con l’attuazione di politiche intelligenti o inevitabilmente con epidemie, fame, guerre.

Principio 9.- Ridurre il Consumo Umano di Parti della Terra.

La minaccia principale alla diversità, alla bellezza e alla stabilità dell’Ecosfera è la sempre crescente appropriazione dei beni del pianeta per usi esclusivamente umani. Tale appropriazione ed uso eccessivo, spesso giustificati dall’aumento della popolazione, rubano i mezzi di sostentamento agli altri organismi. La visione omocentrica ed egocentrica che dà agli umani un diritto su tutti i componenti dell’ecosistema – aria, terra, acqua, organismi – è moralmente condannabile. A differenza delle piante, noi umani siamo “eterotrofi” (mangiatori di altri) e dobbiamo uccidere per alimentarci, vestirci e coprirci, ma questo non ci dà licenza di rapinare e sterminare. Il consumo accelerato di parti vitali della Terra è una ricetta sicura per la distruzione dell’ecodiversità e della biodiversità. Le nazioni ricche armate di potente tecnologia sono la causa principale dei guai: esse sarebbero in grado di ridurre i consumi e condividere i beni con le nazioni il cui livello di vita è il più basso. Comunque, nessuna nazione è innocente.

Bisogna rinunciare all’ideologia mercantile della crescita perpetua, come pure alle perverse politiche industriali ed economiche basate su di essa. La tesi dei Limiti dello Sviluppo è da seguire. Un passo razionale verso la fine dell’espansione economica di sfruttamento è la soppressione dei sussidi pubblici a quelle industrie che inquinano l’acqua, la terra o l’aria e/o distruggono organismi e suoli. Una filosofia di simbiosi, di vita in modo conforme alla posizione di membro delle comunità della Terra, assicurerà il ripristino di ecosistemi capaci di produzione evolutiva. Per le economie sostenibili, le linee-guida sono qualitative, non quantitative. “Conserva la salute, la bellezza e la stabilità di terra, acqua ed aria, e la produttività ne sarà la naturale conseguenza.” (E.F. Schumacher – Piccolo è bello).

Principio 10.- Promuovere un Modo di Governare Ecocentrico

Le concezioni omocentriche di governo che incoraggiano il super-sfruttamento e la distruzione degli ecosistemi della Terra devono essere sostituite da quelle che privilegiano la sopravvivenza e l’integrità dell’Ecosfera e dei suoi componenti. È necessario che ci siano validi difensori delle strutture vitali e delle funzioni dell’Ecosfera nelle posizioni di membri influenti delle strutture di governo. Questi “ecopolitici”, dotati di buone conoscenze sui processi della Terra e sull’ecologia umana, daranno voce a chi non ne ha. Negli attuali centri di potere, “chi parla per il lupo?” e “chi parla per la foresta pluviale temperata?”. Queste domande hanno un significato ben più che metaforico; esse rivelano la necessità di salvaguardare legalmente le molte componenti essenziali non-umane dell’Ecosfera.

E’ necessario promulgare un corpo di leggi ambientali che conferisca valore legale alle strutture e alle funzioni vitali dell’Ecosfera. Nazione per nazione, devono essere elette o nominate nelle strutture governative persone ecologicamente responsabili. Opportuni avvocati-custodi saranno i difensori degli ecosistemi e dei loro processi fondamentali quando sono minacciati. Le questioni saranno esaminate sulla base della conservazione dell’integrità degli ecosistemi, non del perseguire un guadagno economico. Al trascorrere del tempo, come conseguenze pratiche della filosofia ecocentrica, si evidenzieranno nuove visioni e dottrine nella legge, nella politica e nell’amministrazione, e avranno come conseguenza modi di governare ecocentrici. L’implementazione avverrà necessariamente con lentezza passo dopo passo sul lungo termine, via via che la gente proverà le modalità pratiche per rappresentarsi e assicurare il benessere delle parti non-umane essenziali della Terra e dei suoi ecosistemi.

Principio 11. –Diffondere il Messaggio

Coloro che sono d’accordo con i principi elencati hanno il dovere di diffonderli attraverso l’istruzione e la guida. Il compito iniziale più urgente è far prendere coscienza a tutti della loro dipendenza funzionale dagli ecosistemi della Terra, così come dei loro legami con tutte le altre specie. Ne consegue uno slittamento di importanza dall’omocentrismo all’ecocentrismo, e questo porta ad un regolatore etico esterno per le azioni umane. Tale spostamento ci segnala cosa dobbiamo fare per conservare il potenziale evolutivo ininterrotto di un’Ecosfera meravigliosa. Questo rivela la necessità di partecipare alle attività della saggia comunità della Terra, dove ciascuno gioca un suo ruolo personale nel sostenere la splendida realtà che lo circonda.

Questo Manifesto Ecocentrico non è anti-umano, tuttavia respinge l’omocentrismo sciovinistico. Promuovendo la ricerca di valori permanenti – una cultura di condiscendenza e simbiosi con questo unico Pianeta Vivente – fa sviluppare una visione unificante. La prospettiva opposta, che guarda verso l’interno senza la comprensione dell’esterno, è sempre un pericolo, come dimostrano chiaramente le religioni, le sette e le ideologie umanistiche, in continuo conflitto fra loro. La diffusione del messaggio ecologico, che pone l’enfasi sulla realtà esterna condivisa dall’umanità, apre una via nuova e promettente verso la comprensione internazionale, la cooperazione, la stabilità e la pace.


Etica della terra


“Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi un torrente turbolento piegava a gomito. Vedemmo quello che pensammo fosse una cerva guadare, immersa fino al torace nell’acqua bianca spuma. Quando si arrampicò sulla sponda dalla nostra parte e scosse la coda ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò dal folto dei salici, radunandosi per dare il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente. Insomma, un vero e proprio mucchio di lupi si agitava e ruzzolava allo scoperto proprio sotto il nostro masso.
A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco, con più eccitazione che precisione.......
Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai dimenticato, che c’era qualcosa di nuovo per me in quei occhi, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo era giovane e mi prudeva il dito sul grilletto; pensavo che meno lupi significasse più cervi, e quindi niente lupi equivalesse al paradiso dei cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista......
Forse è proprio questo che significa il detto di Thoreau: ‘La salvezza del mondo si trova nella natura selvaggia’. Forse questo è il significato nascosto nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono” (A. Leopold, 1949-1997).
Nella società contemporanea per una reale conservazione degli spazi naturali e per poter adempiere ad uno sviluppo sostenibile della comunità umana è necessario mettere in gioco molteplici atti pratici, ma che prendano le mosse dall’acquisizione di una nuova mentalità che ormai, pur se in forma ancora embrionale, serpeggia in una qualche misura nel mondo. Ecco dunque affacciarsi la necessità di esprimere al meglio e con la massima chiarezza una nuova etica della terra in cui, la sommatoria di svariati aspetti, deve portare al radicamento di una conoscenza che può palesarsi nella realtà effetttiva delle cose. Non è infatti sufficiente parlare di conservazione della natura o di un nuovo stile di vita disquisento solamente su ciò che si dovrebbe fare, ma è fondamentale portare alle luce numerose questioni che riguardano soprattutto la politica, la società, la filosofia più profonda. In altri termini se non si radica nella mente del genere umano una visione olistica del tutto, ogni discorso avulsamente inalberato per affermare la giusta via, non trova nessuna base concreta di attuazione. “Che cosa ha a che fare la filosofia con i problemi ecologici? Non è forse meglio che parlino la chimica, la biologia, la geografia, l’ingegneria oppure la sociologia e la politologia? L’incombere della catastrofe ecologica provoca reazioni di rassegnazione o di cinico edonismo e trova le sue radici nella frammentazione del sapere e delle sue tecniche che sta anche alla base della crisi filosofica attuale. Il compito della filosofia appare allora quello di domandarsi come l’uomo sia arrivato a minacciare l’intero pianeta e che senso abbia, in questa prospettiva, l’idea tradizionale di progresso. Ma non solo: la filosofia deve individuare nuovi valori e categorie per reimpostare il rapporto uomo-natura in modo da formare esseri umani in grado di affrontare la crisi. Ecologia è, letteralmente, dottrina della casa. Ma oltre la dimora materiale, la Terra, è necessario ricostruire la dimora spirituale (e con essa una nuova idea della politica) che garantirà la sopravvivenza della casa planetaria” (quarto di copertina in Hosle, 1992).
A questo punto appare fondamentale ricordare i concetti, più volti citati in questo lavoro, che espresse Aldo Leopold (simbolicamente la sua presa di coscienza partì proprio dal giorno che vide spegnersi quel “fuoco verde” degli occhi della lupa). Infatti nella sua “Etica della terra” contenuta nel suo capolavoro “A Sand County Almanc”(1949, 1997), un libro che rappresenta una pietra migliare per la mentalità conservazionista, Leopold va oltre l’antropocentrismo ed elabora l’“etica della terra”; tutte le etiche si basano su un’unica premessa: che l’individuo è un membro di una comunità di parti interdipendenti ... una volta che si riconosce questo è difficile negare i diritti alle varie parti ... l’uomo essendo membro della comunità biotica della terra non può negare a questa i suoi diritti. Una decisione è giusta quando tende a preservare l’integrità, la stabilità, la bellezza della comunità biotica. E’ sbagliata quando tende all’opposto (Pagano, 2001). Con questo semplice ed acuto ragionamento Leopold è considerato la fonte più importante del biocentrismo moderno e dell’etica olistica. Scrive sempre Pagano (2001): “….. la natura non era solo un oggetto di cui l’uomo poteva disporre a piacimento. Leopold capì che rimanendo ancorati alle banalità quotidiane il pensiero diventa incapace di percepire la grandiosità della natura……. Nessuna, fino ad allora, aveva pensato ad un’etica che operassse a livello di specie, habitat e persino a processi ecosistemici. In quel breve ragionamento Leopold sostiene che l’etica umana impone dei limiti al singolo uomo in quanto parte di una comunità di parti interdipendenti: la società umana. Ma, allargando il ragionamento, se la specie umana riconosce il suo ruolo di parte integrante delle comunità ecologiche deve anche, automaticamente, riconoscere i diritti della natura. La consapevolezza di essere ‘compagni di viaggio’ degli altri essseri naturali implica che la natura ha un valore proprio indipendente da quello che gli dà l’essere umano. Scrive a tal proposito Leopold:’In breve, un’etica terresstre modifica il ruolo dell’Homo sapiens da conquistatore della terra a semplice membro e cittadino della sua comunità’”.
Ma come abbiamo accennato poc’anzi, l’affermazione di una nuova etica della terra deve confrontarsi, per poter essere realmente metabolizzata, con numerosi eventi sociali, politici e filosofici. “Il problema non è più se i problemi ambientali siano meglio risolvibili attraverso l’azione etica o l’azione politica, bensì se questi problemi siano risolvibili attraverso un’azione complementare a entrambi i livelli.
Perché questo duplice approccio alla soluzione dei problemi ambientali possa funzionare, come lo stesso Leopold vedeva chiaramente, lo Stato democratico deve educare i cittadini a quei valori ambientali che sono necessari sia per l’azione etica sia per quella politica……..L’obiettivo dell’insegnamento dei valori non deve essere l’indottrinamento, ma il chiarimento…..” (Hargrove, 1990).
Il concetto di chiarimento è molto importante perché pone la questione su un punto fondamentale: un’etica della terra biocentrica ed olistica non deve tanto essere insegnata come qualcosa partorita da un atteggiamento filosofico e metafisico avulso dalla realtà, ma semplicemente come qualcosa che è già in essere, sin dalla formazione del pianeta terra, un qualcosa che solo nel corso dei millenni il cammino dell’uomo l’ha smarrito dalla sua dimensione e che ora non lo vede più o al massimo lo percepisce molto debolmente. In altri termini non si deve affermare qualcosa di inventato da una nuova visione della vita, ma bensì “chiarire” che i precetti non antropocentrici sono già in essere nella realtà della madre terra sia a livello biotico che abiotico. Ecco dunque l’appello affinché la nuova etica della terra (occorre dire nuova perché se un tempo era presente, cammin facendo, come detto, l’abbiamo completamente smarrita), si riappropri del proprio essere e rientri trionfante nella visione del tutto da parte del genere umano.
Il compito di questo chiarimento non è affatto semplice, anche se stiamo parlando di qualcosa che esiste già, perché l’uomo contemporanea si è gettato a capofitto verso precetti che lo vedono sempre più al centro delle cose con la pretesa che ogni elemento è di sua esclusiva proprietà e lo utilizza a suo libero, ma insensato piacimento. “Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.
L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne”. (Guido Dalla Casa).
Un riassunto schematico sui principi basilari di una reale etica della terra sono simili a quelli esposti nel capitolo sull’ecologia profonda, ma per una maggiore chiarezza e completezza è bene riesporli con ulteriore aggunte e precisazioni (da Devall & Sessions, 1989, modificato):

1. Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall’utilità che il mondo non umano può avere per l’uomo.
2. La ricchezza e la diversità delle forme di vita contribuiscono alla realizzazione di questi valori e sono  inoltre valori in sé.
3. Gli uomini non hanno alcun diritto di impoverire questa ricchezza e diversità a meno che non debbano soddisfare esigenze vitali.
4. La prosperità della vita e delle culture umane è compatibile con una sostanziale diminuizione della popolazione umana: la prosperità della vita non umana esige tale diminuizione.
5. L’attuale interferenza dell’uomo nel mondo non umano è eccessiva e la situazione sta peggiorando progressivamente.
6. Di conseguenza le scelte collettive devono essere cambiate. Queste scelte influenzano le strutture ideologiche, tecnologiche ed economiche fondamentali. Lo stato delle cose che ne risulterà sarà profondamente diverso da quello attuale.
7. Il mutamento ideologico consiste principalmente nell’apprezzamento della qualità della vita come valore intrinseco piuttosto che nell’adesione a un tenore di vita sempre più alto. Dovrà essere chiara la differenza tra ciò che è grande qualitativamente e ciò che lo è quantitativamente.
8. Le culture religiose antropocentriche devono mutare radicalmente la loro visione e diffondere il pricipio ecocentrico della terra.
9. Le forze che devono promuovere una visione olistica del tutto devono operare con sinergia e coinvolgere una multitudine di settori: sociologia, politica, economia, filosofia, scienza, ecc.
10. Il concetto del valore vita non deve essere riferito nelle dissertazioni solo nella sfera umana, ma deve comprendere ogni forma di essere vivente.
11. Nell’attuale diffusione della globalizzazione occorre universalizzare concetti di valore olistici ed ecocentrici e non solo aspetti di utilità economica e liberalistica. Occorre inoltre diffondere a livello mondiali precetti di sobrietà, parsimonia ed semplificazione dello stile di vita.
12. I parametri fondamentali di uno stato non devono essere misurati solo dal punto di vista economico (la cosiddetta crescita illimitata, lo sviluppo, il PIL, ecc.), ma soprattutto dalla qualità ambientale, sociale e dalla più assoluta preservazione degli spazi naturali.
13. Occorre pensare che i dovuti cambiamenti devono cominciare dal singolo e non solo dalla società nella sua interezza, altrimenti con la scusa che in generale nulla cambia, anche il singolo non opera in nessun campo. Si riccorda che la moltitudine è fatta dalla somma di tante singole unità.
14. Ricordarsi sempre di proteggere e sviluppare al massimo la biodiversità sulla terra. 
15. Chi condivide i punti precedenti è obbligato, direttamente o indirettamente, a tentare di attuare i cambiamenti necessari.

L’etica della terra deve dunque celebrarsi non secondo pricipi relativistici e incasellati in archetipi dogmatici scanditi da visioni unilaterali e miopi, ma occorre mettere in campo una larga gamma di modelli che portano con estrema chiarezza a quel chiarimento che potremmo tradurre anche con il termine “consapevolezza”. E’infatti fondamentale rendere consapevoli i cittadini del mondo per ricondurli, sia pure per gradi, verso quei valori etici e pratici che una volta erano insiti nella visione del quotidiano. Unire le forze, moltiplicare gli sforzi, ma ogni azione deve tendere con fermezza all’affermazione di una olistica etica della terra. Forse il compito e gli intenti potranno sembrare ardui e quasi utopistici, ma almeno un tentativo occorre farlo prima che il mondo degeneri nella catastrofe che è già in essere ed è ad un passo da essere completata!
“Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di ‘visioni del mondo’ sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di ‘visioni del mondo’ ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola” (Dalla Casa, 1996).
Disse una volta WA-SHA-QUON-ASIN:“Questa non è la voce di Gufo Grigio che parla, ma la voce di un esercito potente e che aumenta in continuazione: i difensori della fauna selvaggia, le cui voci dovranno essere ascoltate. Che le vostre orecchie stiano aperte” (Dickson, 1999). E poi, come già citato in questo libro, per concludere, una sua bellissma quanto eloquente affermazione: “ Voi siete stanchi di questi anni di civilizzazione. Io vengo, e cosa vi offro? Una singola foglia verde”.

Appendice

Riflessione di Albert Schweitzer su etica ed il rispetto per ogni forma di vita

Dott. Albert Schweitzer (1875-1965)
Missionario e statista, Premio Nobel per la pace nel 1952
In Here's Harmlessness: An Anthology of Ahimsa, compilato da H. Jay Dinshah (fondatore della Società Vegana Americana) si trovano citazioni da Schweitzer, inclusa la seguente: “Sono conscio del fatto che mangiare carne non concordi con i sentimenti più nobili dell’animo umano e per questo evito di farlo ogni volta che posso”.
Da The Vegetable Passion, di Janet Barkas (New York, 1975): “...Schweitzer considerava il vegetarismo come una sorta di rispetto reverenziale per la vita e si doleva del fatto di non poter raggiungere pienamente quell’obiettivo, almeno non come avrebbe voluto. Durante i suoi ultimi anni di vita divenne un vegetariano più coerente: pare che Barkas ricevette queste informazioni da “Anita Daniel, la quale condivise molti pranzi e molte cene con Schweitzer, nella sua residenza del villaggio di Gunsbach, in Alsazia”.
Citazioni:
L’uomo non troverà la pace interiore finché non imparerà ad estendere la propria compassione a tutti gli esseri viventi. - The Philosophy of Civilisation
La coscienza tranquilla è un’invenzione del diavolo. - The Philosophy of Civilisation
Verso la fine del terzo giorno, nel momento stesso in cui, al tramonto... mi balenò alla mente, inattesa e repentina, la frase: “Rispetto reverenziale per la vita”.
Un uomo è etico solo quando la vita, in quanto tale, è sacra per lui, quando rispetta la vita di piante ed animali, così come quella del suo prossimo, e solo quando dedica tutto se stesso all’opera di sostegno di tutte quelle forme di vita che necessitano di aiuto.
Qualsiasi religione, o filosofia, non basata sul rispetto per la vita non è una vera religione o una vera filosofia. - Lettera ad un’organizzazione animalista giapponese, 1961
Ciò che più di tutto fa di un essere umano un vero uomo è la sua empatia per tutte le creature viventi.
Quando aiuto un insetto in difficoltà non faccio altro che cercare di espiare una parte delle colpe dovute ai crimini [degli esseri umani] contro gli animali.
Questa è la mia formica personale. Ti riterrò responsabile se le romperai le zampe (ad un bambino di dieci anni).
La felicità? Un’ottima salute e una pessima memoria, niente di più.
Non si può permettere che qualcuno consideri leggero il peso delle proprie responsabilità. Finché vengono perpetrati tanti maltrattamenti ai danni degli animali, finché i gemiti degli animali assetati, imprigionati in vagoni merci, continuano a non essere ascoltati, finché tanta brutalità ha la meglio nei nostri mattatoi... siamo tutti colpevoli. Ogni essere vivente è prezioso proprio perché vive, perché rappresenta una delle manifestazioni evidenti di quel mistero che chiamiamo vita.
Secondo il pensiero europeo moderno stiamo vivendo una vera e propria tragedia: i legami originari tra un atteggiamento positivo nei confronti del mondo e l’etica si stanno lentamente ma irreversibilmente allentando e alla fine verranno troncati del tutto. - Out of My Life and Thought
Lo spirito dell’uomo non è morto. Continua a vivere in segreto... È giunto a credere che la compassione, sulla quale si devono basare tutte le filosofie morali, può raggiungere la massima estensione e profondità solo se riguarda tutti gli esseri viventi, e non solo gli esseri umani. - Discorso tenuto alla consegna del Premio Nobel per la pace: The Problem of Peace in the World Today.
La nostra civiltà non ha sentimenti umani. Siamo uomini troppo poco umani! Dobbiamo riconoscerlo e cercare di trovare una nuova spiritualità. Abbiamo perso di vista questo ideale, occupati come siamo a pensare agli affari degli uomini, anziché al fatto che la nostra bontà e compassione dovrebbero estendersi a tutte le creature. La religione e la filosofia non hanno insistito abbastanza sul fatto che dovremmo essere buoni e compassionevoli con tutti gli esseri viventi.- Letter to Aida Flemming, 1959
Nostro dovere è prendere parte alla vita e averne cura. Il rispetto reverenziale per tutte le forme di vita rappresenta il comandamento più importante nella sua forma più elementare. Ovvero, espresso in termini negativi: "Non uccidere". Prendiamo così alla leggera questo divieto che ci troviamo a cogliere un fiore senza pensarci, a pestare un povero insetto senza pensarci, senza pensare, orribilmente ciechi, non sapendo che ogni cosa si prende le proprie rivincite, non preoccupandoci della sofferenza del nostro prossimo, che sacrifichiamo ai nostri meschini obiettivi terreni. - Reverence for Life
Affermare la vita significa rendere più profonda, più interna la voglia di vivere ed esaltarla. Allo stesso tempo l’uomo, divenuto un essere pensante, si sente obbligato ad accordare a tutti gli esseri dotati di voglia di vivere lo stesso rispetto reverenziale di cui investe la propria esistenza. Percepisce la vita altra come simile alla sua. Comprende ciò che è bene: preservare la vita, valorizzare al massimo la vita in grado di svilupparsi; e comprende ciò che è male: distruggere la vita, nuocere alla vita, reprimere la vita in grado di svilupparsi. Questo è il principio assoluto, fondamentale, della morale ed è una necessità del pensiero. - Citato in A Treasury of Albert Schweitzer, ed. Kiernan.
Brani vari tratti da 'Memoirs of Childhood and Youth':
Ricordo di aver sempre sofferto a causa della grande miseria che vedevo nel mondo. Non ho mai conosciuto la gioia di vivere spontanea propria della fanciullezza e penso che molti bambini si sentano così, anche se spesso, visti dall’esterno, sembrano completamente felici e senza preoccupazioni.
Ciò che mi faceva più soffrire era vedere dei poveri animali costretti a sopportare così tanto dolore e tante privazioni. La vista di un cavallo vecchio e zoppicante trascinato da un uomo mentre un altro lo colpiva con un bastone mentre veniva portato al mattatoio di Colmar mi perseguitò per settimane.
Era una proposta terribile [che Albert, di otto anni, passasse il tempo con un amichetto ad uccidere gli uccelli con una fionda]... ma non osai rifiutare, perché avevo paura che avrebbe riso di me. Andammo quindi vicino ad un albero, ancora quasi del tutto spoglio, dove gli uccellini cantavano allegri al mattino e non avevano per niente paura di noi. Poi, come un indiano curvo sulla preda, il mio compagno mise un sasso nella fionda e tirò. Obbedendo al suo sguardo autoritario, feci lo stesso, non senza spaventosi rimorsi di coscienza, giurando solennemente a me stesso che avrei sparato quando lo avesse fatto anche lui. Nello stesso istante le campane della chiesa iniziarono a suonare, fondendosi in un’unica melodia con il canto degli uccelli sotto il sole. Era la campana di avviso, che suonava mezz’ora prima della campana vera e propria. Per me era come una voce proveniente dal paradiso. Buttai a terra la fionda, facendo fuggire gli uccelli, che erano così al sicuro dalla fionda del mio compagno e fuggii a casa. Da allora, ogni volta che le campane della Settimana Santa suonano tra gli alberi senza foglie, sotto il sole, ricordo con immensa gratitudine il modo in cui, allora, risuonò nel mio cuore il comandamento Non uccidere.
Solo una parte irrilevante delle immense crudeltà commesse dagli uomini può essere ascritta ad istinti crudeli. La maggior parte di esse è dovuta a superficialità o ad abitudini consolidate. Le radici della crudeltà, quindi, sono più diffuse di quanto non siano forti. Ma verrà il giorno in cui l’inumanità, protetta dalle abitudini e dalla superficialità, soccomberà di fronte all’umanità difesa dalla riflessione. Lasciateci lavorare per far sì che questo giorno arrivi.
Brani vari tratti da 'Civilization and Ethics'
Qual è la natura di tale degenerazione, imperante nella nostra civiltà, e perché si è creata? ... Ciò che rende la nostra civiltà un disastro è il fatto che sia molto più sviluppata materialmente che spiritualmente. C’è uno squilibrio... Ora i fatti ci invitano a riflettere. Ci dicono con parole terribilmente crude che una civiltà che si sviluppa solo dal lato materiale e non nella propria sfera spirituale... si avvia al disastro.
L’etica del rispetto reverenziale per la vita ci spinge a condividere quanto ci turba e a parlare e agire insieme senza paura per alleggerire la responsabilità di ciò che proviamo. Ci mantiene uniti nella ricerca di un’opportunità per aiutare in qualche modo gli animali, per risarcirli dell’immensa miseria arrecata loro dagli uomini e così per un momento fuggiamo dall’incomprensibile orrore dell’esistenza.
Devo interpretare le vita che mi circonda nello stesso modo in cui interpreto la mia. La mia vita è molto significativa per me. La vita che mi circonda deve essere significativa per se stessa. Se mi aspetto che gli altri rispettino la mia vita, io devo rispettare quella degli altri, per quanto strana mi possa sembrare. E non solo la vita umana, ma la vita di tutti gli esseri: le forme di vita di livello superiore al mio, se esistono; quelle di livello inferiore, che so che esistono. L’etica, come viene intesa nel mondo occidentale, è stata finora limitata ai rapporti tra uomini. Ma questa etica è limitata. Abbiamo bisogno di un’etica più vasta, che includa anche gli animali.
L’uomo è veramente etico quando rispetta l’obbligo di aiutare tutte le forme di vita che è in grado di aiutare, e quando, per evitare di danneggiare un essere vivente, cambia i suoi progetti. Non chiede in che misura questo o quell’essere vivente meriti simpatia, né se questo sia capace di provare sentimenti. Per un uomo etico la vita è sacra per se stessa. Se, dopo un temporale, quest’uomo esce in strada e vede un verme smarrito, penserà sicuramente che quel verme morirà disidratato al sole se non penserà a dargli immediatamente del terreno umido dove poter strisciare, perciò lo porta via dal mortale selciato di pietra e lo deposita nell’erba verde. Se, passando, dovesse vedere un insetto caduto in una pozza, perderebbe un po’ del suo tempo a cercare una foglia o uno stelo su cui l’insetto potrà arrampicarsi e così salvarsi.
L’uomo, divenuto un essere pensante, sente il dovere di dare ad ogni voglia di vivere lo stesso rispetto reverenziale per la vita che dà a se stesso. Percepisce tale vita altra nella propria.
L’uomo pensante deve opporsi a tutte le pratiche crudeli, per quanto profondamente radicate nella tradizione e circondate da un’aureola di santità. Nel momento in cui abbiamo la possibilità di scegliere, dobbiamo evitare di causare tormento e danno alla vita altrui, perfino quella della più piccola creatura; fare altrimenti significa rinunciare al nostro essere uomini e sobbarcarci una colpa ingiustificabile.

Destino di ogni verità è quello di essere oggetto di ridicolo la prima volta che viene pronunciata. In passato venne considerato pazzesco supporre che gli uomini di colore fossero esseri umani come gli altri e che dovessero essere trattati come tali. Ciò che in passato era una follia ora è una verità riconosciuta. Oggi proclamare il rispetto costante per tutte le forme di vita, nell’ambito di una richiesta seria di un’etica razionale, viene considerata un’esagerazione. Si sta però avvicinando il giorno in cui la gente sarà stupita che la razza umana sia vissuta tanto tempo prima di capire che nuocere distrattamente alla vita è incompatibile con una vera etica. L’etica è, nel senso più vasto del termine, un senso di responsabilità esteso a tutto ciò che ha vita.

L’etica della terra
di Guido Dalla Casa

Premesse
Oggi sappiamo abbastanza bene che cosa è l’uomo: è un animale, fa parte in tutto e per tutto dei cicli naturali, si nutre, si sviluppa, si riproduce e muore come gli altri mammiferi. Anche il suo comportamento è qualitativamente riconducibile a quello degli altri animali più simili. La differenza di informazione genetica rispetto a uno scimpanzé è di poco superiore all’uno per cento.
La percezione dell’appartenenza della nostra specie alla Natura avrebbe dovuto  essere accolta con grande serenità; era come liberarsi da un peso inutile. Invece non è stato così, o forse non ancora, almeno nella cultura occidentale. Nel linguaggio corrente, nell’etica, nel diritto, l’uomo è ancora considerato in contrapposizione con l’idea di animale. Per inciso, quanto sopra detto non significa necessariamente che l’uomo sia soltanto un animale.
Nella cultura occidentale, e quindi ormai in tutto il mondo, ancora oggi la nostra specie non è di fatto considerata una parte della Biosfera, ma come un elemento esterno rispetto al quale si misura ogni valore. Tanto è vero che l’espressione “l’ambiente” sottintende spesso “l’ambiente dell’uomo”, che resta l’unico riferimento per tutte le considerazioni etiche. Anche i cosiddetti ambientalisti parlano di solito di “tenere pulita la nostra casa”, conservare il “patrimonio di tutti”, consegnare la Terra in buono stato alle generazioni future. Il riferimento costante, considerato ovvio, è l’uomo. Oggi invece sappiamo che l’uomo non è nella posizione di “abitante di una casa”, ma è come un gruppo di cellule di un Organismo, da cui dipende totalmente. Infatti l’ecosistema globale è un Organismo e non “l’ambiente dell’uomo”: questa posizione della nostra specie deve ancora essere recepita dalle correnti filosofiche occidentali, oltre che da tutte le istituzioni. 
La posizione “esterna” dell’uomo, esportata in tutto il mondo sull’onda della tumultuosa espansione dell’Occidente, è il sottofondo di pensiero che ha provocato i grossi guai in cui ci troviamo. Considerare l’uomo al di sopra o al di fuori dell’ecosistema ha causato anche il drammatico aumento di popolazione umana e la spaventosa crescita dei consumi che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli.



Il funzionamento della Biosfera 
Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, un essere vivente è un sistema che si mantiene in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico. In altre parole, vive finché un flusso di energia lo attraversa continuamente senza che si alterino le sue condizioni generali, se si trascurano le piccole oscillazioni attorno ai valori standard. Il vivente è un sistema omeostatico, cioè è in grado di mantenersi nelle condizioni vitali autocorreggendo le variazioni accidentali non troppo grandi attraverso interazioni fra tutti i suoi sottosistemi, componenti e flussi energetici.
La Biosfera nel suo complesso si comporta come un sistema vivente, anche se in generale su tempi più lunghi. Si noti che questo discorso è indipendente dalle considerazioni, di natura metafisica, se sia un essere vivente (Gaia), se sia sede di fenomeni mentali e -in tal caso- fino a che punto sia cosciente.
Anche un ecosistema, ad esempio una porzione abbastanza grande ed inalterata di foresta pluviale equatoriale, si comporta come un sistema stazionario lontano dall’equilibrio, cioè come un essere vivente.
Quando uno di questi sistemi perde le sue capacità di omeostasi per un intervento esterno troppo drastico, si ha la morte dell’essere vivente, o comunque la fine del sistema in quanto tale. I tempi e la gravità degli interventi in grado di provocare fenomeni di questo tipo sono naturalmente molto diversi a seconda del sistema interessato.  
La cultura occidentale, considerando l’uomo al di fuori della Biosfera, ha reso possibile l’aggressione alla Natura che è iniziata da un paio di secoli, cioè da quando  si è data il potere tecnico per farlo. A causa del modo di funzionare di questo modello culturale che sta invadendo tutta la Terra, le capacità omeostatiche complessive del Pianeta non sono più in grado di riportarlo in condizioni stazionarie. Inoltre molti ecosistemi vengono distrutti e non possono essere sostituiti con altri “artificiali”, perché questi ultimi dipendono spesso da interventi permanenti esterni per essere mantenuti in condizioni vitali. Come esempio, non possiamo illuderci che la riforestazione riporti in vita la foresta originaria: è meglio di niente, ma non può sostituire la ricchezza di vita e di spiritualità di una foresta naturale. 
In realtà la Terra è stazionaria solo se si considerano tempi dell’ordine di decenni, o secoli, non lo è più se consideriamo tempi dell’ordine di milioni di anni: il problema sta nel fatto che le modifiche causate dalla civiltà industriale nei cicli naturali hanno velocità dieci-centomila volte più grandi di quelle normali, che consentono alla vita di adattarsi gradualmente alle nuove situazioni. Usando un linguaggio non rigoroso, in natura è come se si passasse da una situazione stazionaria ad un’altra, senza  transitori “pericolosi”. Comunque, agli effetti delle considerazioni qui esposte, è come se la Terra vivesse in situazione realmente stazionaria.
Oggi ci troviamo durante un transitorio “veloce”: il modo di procedere attuale non può durare a lungo. Quindi è probabile che molti parametri che caratterizzano ora il sistema globale non possano essere mantenuti se la Terra si riporta in situazione vitale. In particolare è abbastanza evidente che l’attuale popolazione umana esistente sul Pianeta è eccessiva per consentire alla Biosfera di funzionare, con un livello medio di consumi pro-capite pari a quello attuale. 

Sistema economico e popolazione umana
Il sistema economico, cioè il processo di produrre-vendere-consumare, si può ricondurre ad un’unica variabile, il denaro. Il sottosistema economico non può funzionare in un sistema complesso e stazionario lontano dall’equilibrio, come la Biosfera, che dipende da un gran numero di variabili. In sostanza il processo economico impedisce l’omeostasi della Biosfera: il sistema complessivo cessa di essere stazionario. In un  vivente questo corrisponde alla morte dell’organismo. Se poi consideriamo che il sistema economico attuale per mantenersi deve essere in crescita, a maggior ragione risulta chiaro che è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte.
Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un transitorio, un fenomeno patologico nella Biosfera, che porta necessariamente verso un punto “di catastrofe”. Questo è un elemento di ottimismo: il vero pessimismo è prevedere la continuazione degli andamenti attuali, che portano ad un mondo degradato, alla scomparsa  della biodiversità, a psicopatie e criminalità, alla fine della varietà e della bellezza del mondo. 
L’uomo non evita mai le catastrofi, ma ne guarisce: speriamo che sia vero. 

È sorprendente notare che esistono ben poche ricerche su un problema come quello del numero massimo di umani che la Terra può sopportare: ad esempio, nello studio riportato nel libro Assalto al pianeta di Pignatti e Trezza (Bollati Boringhieri, 2000) si parla di una popolazione ammissibile inferiore ai due miliardi di individui, in accordo con i valori di una ricerca effettuata all’Università Cornell. In una delle proiezioni ipotizzate nel famoso rapporto I limiti dello sviluppo si perveniva ad una situazione stazionaria solo stabilizzando la popolazione mondiale attorno al 1975, il che corrispondeva ad un numero di umani di poco inferiore a quattro miliardi, con un livello di consumi medio pro-capite minore di quello attuale. Sei miliardi di umani possono stare sul pianeta solo per tempi molto limitati, perché vivono e consumano “divorando” la Terra.
Al di là di considerazioni numeriche, è comunque abbastanza evidente che, se si vogliono aumentare i consumi pro-capite, è necessario diminuire la densità di popolazione umana.
Potrebbe essere un compito della scienza valutare se un prodotto può essere realizzato e in quale quantità senza mettere in pericolo il funzionamento vitale della Terra. Come esempio, è presumibile che, se si vogliono costruire e far circolare auto private con motore a scoppio, la popolazione mondiale debba essere molto inferiore al miliardo di abitanti, ipotizzando un’auto per famiglia. 


Competizione e selezione
Una delle concezioni di fondo della nostra società è l’idea che competizione e selezione siano una specie di “molla del progresso”, anzi siano addirittura il modo di evolversi della vita. Quando, verso la metà dell’Ottocento, comparve l’idea dell’evoluzione biologica, furono messe in grande evidenza, come fattori quasi esclusivi dell’evoluzione, la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto. Invece la novità principale era l’appartenenza della nostra specie alla Natura, con tutte le conseguenze che questo comporta. L’idea della sopravvivenza del più adatto come fattore di “progresso” non era una constatazione biologica, ma un bisogno della nascente civiltà industriale. I recenti studi di Lynn Margulis hanno evidenziato che l’evoluzione biologica è stata in gran parte frutto della cooperazione e della simbiosi fra organismi unicellulari durante almeno un miliardo di anni.
Con questo non si vuol dire che la competizione in natura non esista: è un fattore fra tanti.


La sacralità della Terra
Assieme all’operazione di essersi tirato fuori dalla Biosfera, ponendosi “al di sopra” di essa, l’uomo occidentale ha tolto l’anima al mondo. Ma oggi, anche senza uscire dalla nostra cultura, alcuni pensatori hanno ampliato il concetto di mente fino a renderlo indipendente dal supporto di un sistema nervoso centrale: la mente sarebbe semplicemente frutto di una certa complessità (Gregory Bateson). Anche lo psichiatra junghiano James Hillmann insiste spesso sull’idea di “Anima del mondo”. Da vie diverse ricompare la mente nella Natura, anche se per ora si tratta di idee con scarsa diffusione, sempre limitandosi alla cultura occidentale.
Ricordiamo che, oltre alle filosofie di spiriti più o meno isolati, ci sono le religioni, che hanno un’influenza ben maggiore sulle moltitudini.
Uno dei compiti principali delle religioni potrebbe essere quello di fornire una visione del mondo in cui inquadrare i fenomeni e di dare prescrizioni morali che non riguardino qualche problema immediato o a breve termine o solo questioni umane,  ma che preservino la salute della Terra, in quanto bene in sé: questo compito non può essere affidato né alla politica, né ad istituzioni “pratiche”.
Le religioni, più che pensare a quale sia “la verità”, potrebbero diffondere sentimenti di empatia e di amore verso tutti gli esseri senzienti, cioè verso tutte le entità naturali. 
A questo riguardo le tradizioni filosofico-religiose che maggiormente si sono preoccupate del bene  del  complesso naturale a tempo indefinito sono state alcune tradizioni di origine orientale (Buddhismo, Jainismo, Taoismo) e alcune culture animiste, soprattutto quelle native del continente americano. Spesso la percezione che si trattava di prescrizioni “ecologiche” non era molto evidente, almeno agli europei. 
Ho citato prima alcuni pensatori di formazione occidentale, a cui aggiungerò il biochimico e filosofo Rupert Sheldrake, che scrive: 
Che cosa cambia se consideriamo la Natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basata. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana. Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura. (La rinascita della Natura, Ed. Corbaccio, 1993).

Mi sono limitato agli scritti più recenti: si tratta di casi isolati, che non hanno avuto in pratica molto seguito, ma che comunque esistono.
Se non altro, riescono a mettere in evidenza che, perché sia presente il senso del sacro, non è assolutamente necessario postulare l’esistenza di un Dio personale ed esterno al mondo e che si occupa esclusivamente degli umani, come nelle tradizioni originarie del Medio Oriente e diffuse nella cultura occidentale.
Per quanto riguarda questi fondamenti religiosi dell’Occidente (anche della parte laica), una modifica positiva dell’atteggiamento verso il mondo naturale si avrebbe se venisse riconosciuta la matrice indiana-buddhista, e non giudaica, dell’insegnamento di Cristo.




Conclusioni
Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.
L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne.

Se poi invece della logica sistemica vogliamo ascoltare la voce del cuore o dell’anima, ecco un’espressione di una cultura nativa del continente americano (etnìa Wintu, che si trovava nel nord-ovest degli attuali Stati Uniti):

Quando noi indiani uccidiamo, la carne la mangiamo tutta. Quando estraiamo le radici facciamo piccoli fori: quando costruiamo case facciamo piccoli buchi nel terreno. Non abbattiamo gli alberi: usiamo solo legno già morto. Ma quest’altra razza di uomo ara il terreno, abbatte gli alberi, uccide tutti gli animali. L’albero dice: “Non farlo. Mi fai male. Non ferirmi”.  Ma l’uomo bianco lo abbatte e lo taglia in pezzi. Come può lo Spirito della Terra amare quest’uomo? Dovunque egli ha toccato, la Terra ne è rimasta ferita.

        

Visione olistica del mondo
di Guido Della Casa


Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.

Premesse
Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali incompatibile con il sottofondo culturale ebraico-cristiano e con il dualismo di Cartesio:

- Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono al centro di qualcosa: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito. Non c’è nessun centro di alcun tipo.

- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre. Quindi il presunto “re del Creato” sarebbe arrivato un po’ tardino, mentre il suo cosiddetto “regno” lo stava aspettando con scarsa impazienza.
Inoltre, ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.

- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli; evidentemente si può vivere anche senza questa idea fissa.
La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra. Si noti poi che si usa chiamare “storia” ciò che è accaduto negli ultimi cinquemila anni alla civiltà occidentale e viene liquidata con l’unica etichetta di “preistoria” tutta la Vita della Terra, cioè quattro miliardi di anni e cinquemila culture umane.

- Il funzionamento mentale essenziale, il comportamento, sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.

- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto.

Da questo quadro rinasce una concezione antichissima e assai diffusa: l’animismo. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume, del bisonte.
C’è un’altra leggenda da sfatare, quella della cosiddetta neutralità della scienza, o indipendenza della scienza dalle concezioni metafisiche. La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera “ovvio” ed “acquisito”. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza macroscopica, o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero “ripetibili”.
Le gravi difficoltà della fisica provengono dalla disperata insistenza nel volere inquadrare le conoscenze moderne nel paradigma cartesiano.
Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto. Ma il primato del razionale sull’emotivo e sull’intuitivo è solo un pregiudizio della cultura occidentale odierna.

Gli opposti
La cultura occidentale vede tutto spaccato in due: questo è già motivo di ansietà; non solo, ma considera “opposte” le due parti e le vive in modo schizofrenico, non le considera due poli indivisibili, due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa cosa.
Pensa che un “polo” sia migliore e pretende di far sparire l’altro polo.
Alcuni scienziati stanno perfino cercando disperatamente il “monopòlo” magnetico, cioè vogliono “scoprire” un polo nord senza il polo sud, cosa risultata finora impossibile. Ma forse anche il monopòlo sarà una creazione della mente. Perfino nel magnetismo sembra che qualcuno consideri il polo nord “un po’ più bello” del polo sud.
Se vogliamo usare la terminologia del Taoismo, l’Occidente vuole un Universo solo Yang: lo Yin deve essere abolito; come se questo avesse senso. Comunque, in tal modo si causa solo angoscia. L’Occidente vuole il sereno senza la pioggia, il tempo unidirezionale e non quello ciclico, vuole la competizione, la supremazia, l’affermazione dell’ego, il progresso verso il futuro come una semiretta. Vuole la vita senza la morte, l’Essere senza il Nulla, l’attività senza la passività, il fare senza il meditare, la crescita senza la diminuzione.
I giornalisti del mondo economico arrivano a non nominare neppure la diminuzione, vogliono esorcizzarla chiamandola “flessione”, che invece è un’altra cosa. Come se fosse possibile avere le montagne senza le valli.
Questo vedere il mondo come complementarietà di Yin e Yang e non come inseguimento di un polo solo è in fondo la filosofia per la quale era ben difficile che in Cina potessero nascere il progresso tecnologico e la civiltà industriale mille anni prima che in Occidente.

Per quanto riguarda la morte, vediamo come è venuta.
Due o tre miliardi di anni orsono, la Terra era popolata di microorganismi che si riproducevano dividendosi in due: quindi non morivano.
C’era a disposizione un patrimonio genetico che poteva rinnovarsi solo con molta lentezza attraverso qualche mutazione. Era assai difficile creare organismi nuovi.
Per consentire il sorgere di varietà, bellezza e spiritualità nella vita bisognava avere tante forme e organismi nuovi: quindi mescolare il tutto in modo molto più rapido e creativo.
Perciò la Natura - che potete chiamare anche Dio - inventò il sesso e la morte.
Ecco perché, da allora, si è resa utile e necessaria la morte per consentire la Vita. La morte è solo l’altra faccia della vita.
Oggi imperano le immagini nate dal computer, che alcuni salutano come non-meccaniche, come olistiche. Ma anche se introducono le idee non-meccaniche di informazione e di relazione, si basano – a livello elementare – su una logica binaria, ancora su un dualismo SI-NO o pieno-vuoto, quindi su una contrapposizione. Inoltre perpetuano la divisione cartesiana, ribattezzata hardware e software.
Ben difficilmente una visione di questo tipo può essere un punto di partenza per fondere o integrare le cosiddette due culture, o un approccio per integrare gli opposti.
La fisica quantistica invece ammette una logica “SI e contemporaneamente NO”, “vuoto e contemporaneamente pieno”, e può accettare posizioni non-quantitative e non-meccaniche. Con l’indeterminazione universale si possono integrare gli opposti vedendoli come complementari e compresenti. Non si tratta di una logica trinaria SI-NO-NON SO ma di una possibilità multipla indeterminata. Anche distinzioni come reale-immaginario, scoperta-invenzione, e così via, perdono significato. Con il nuovo approccio si potrebbe uscire dall’intrico delle innumerevoli particelle che vengono via via “scoperte”: altrimenti si finirà con trovare tutto quello che si cerca, pur di cercarlo in un certo modo, cioè si potranno inventare-scoprire chissà quante altre “particelle” in una sequenza senza fine. Ormai tutte queste “entità” hanno un contenuto mentale a malapena celato dal linguaggio matematico.
Con una eventuale rifondazione concettuale non-cartesiana, non si avrebbe più soltanto una “fisica” nel senso materialistico o prequantistico, ma qualcosa di più, rendendosi sempre più evanescente anche la distinzione fra fisica e metafisica, fra conoscenze “materiali” e “spirituali”. Soprattutto, in questo senso, la nuova fisica può essere il ponte per collegare le cosiddette “due culture” e portare a una progressiva scomparsa della loro distinzione.

Visioni del mondo
Fra le tantissime “visioni del mondo” presenti nell’umanità è assurdo che esista quella “vera” o “giusta” perché questo costituirebbe una inspiegabile asimmetria.
Pertanto l’idea della “verità” è una caratteristica che discende dalla visione cartesiana del mondo “oggettivo” o “reale” che “è” in un certo modo.
Le visioni del mondo sono tutte equivalenti e reali in quanto tali e in quanto manifestatesi in qualche sistema di pensiero. Non può esserci quella più “vera” o più “giusta” delle altre. Altrimenti, come potevano manifestarsi tante visioni diverse e inoltre variabili continuamente nel tempo?
Anche le religioni (componenti essenziali della visione del mondo) sono tutte ugualmente vere o non-vere. Costituiscono il nostro rapporto con l’Invisibile.
Abbiamo già accennato al concetto di verità. Le domande sono assai stimolanti, le cosiddette risposte “definitive” portano solo guai. Non si tratta di chiedersi “Non avrà ragione l’altro?” perché questo presuppone che esista una “ragione”. Non si tratta neppure di “essere sempre in dubbio” perché ciò presuppone qualcosa di sicuro e reale su cui dubitare, significa che si è in dubbio su qualche “verità”.
Il concetto di dubbio presuppone quello di verità. Diverso è abolire l’antitesi vero-falso, considerando i due termini come complementari e compresenti. Così la distinzione fra “i fatti” e “le opinioni” è illusoria, perché quelli che vengono chiamati “fatti oggettivi” sono soltanto le opinioni di un modello culturale umano: nel nostro mondo vengono chiamati fatti reali le opinioni della cultura occidentale. In ogni cultura si forma una verità, che però vale quanto qualsiasi altra.
Comunque il concetto di “verità assoluta” e la conseguente necessità di “scoprirla” possono essere assimilati a una gabbia, a un’oppressione.
L’universale appare come spirito o come materia, a seconda di cosa si cerca. Come il fisico trova particelle o onde a seconda di cosa cerca, così le culture materialiste trovano materia, le culture animiste trovano spiriti.
Ogni disputa su quale sia l’interpretazione “giusta” è priva di significato: è questo dualismo, creato da noi, che fa nascere il problema, altrimenti inesistente.
Solo in assenza del concetto di verità si può vedere qualcosa di assoluto, o non-differenziato. La verità è mutevole e sfuggente, mentre la variabilità è universale e incessante.
Cartesio ci ha condannato alla verità, ma già quattro secoli orsono Montaigne aveva scritto: Il concetto di certezza è la più solenne scemenza inventata dall’essere umano.
Del resto queste non sono neppure novità, se si pensa ad antiche affermazioni, quali ad esempio:

- “Il Tao che può essere spiegato non è il vero Tao” (Lao-Tse);

- “Quello che ho da insegnare non può essere insegnato” (Buddha);

- Infine, alla domanda di Pilato: “Cosa è la verità?”, Cristo rispose con il silenzio.

Per quanto riguarda l’integrazione di opposti del tipo “colui che agisce” e “la materia su cui si agisce”, si noti che le stesse lingue europee ci impediscono di pensare a un processo che avvenga spontaneamente, che abbia in sé la sua ragione d’essere.
Pensiamo sempre a “qualcuno” che agisce, a qualcosa di “esterno” che causa gli eventi. Non siamo psichicamente attrezzati per concepire l’immanenza; così pure traduciamo a volte come non-azione il termine taoista wu-wei, che significa “azione spontanea secondo la natura delle cose”.
Ogni verbo deve avere un pronome per soggetto, un agente: così siamo abituati a pensare che una cosa non sia al proprio posto se non c’è qualcuno o qualcosa che le assegna quel posto, se non c’è un responsabile. L’idea di un processo che avviene totalmente da solo quasi ci spaventa: ci sembra che manchi l’autorità. L’idea del Dio dell’Antico Testamento e il dualismo cartesiano ricompaiono ovunque.

Stabilità e movimento
L’antica divergenza metafisica fra Eraclito e Parmenide, cioè il contrasto fra il divenire e l’essere, è anch’essa una questione di visioni complementari. Apparentemente, con il fluire perenne e imprevedibile, con il divenire e le leggi del caos, la disputa sembra “risolta” a favore di Eraclito, dopo 2500 anni. L’universo appare un fluire incessante se teniamo il tempo come una variabile autonoma.
Adottando un approccio quadridimensionale, cioè comprendendo il tempo come variabile intercollegata a quelle spaziali, ci troviamo in un quadro diverso, che appare “immobile”. In un universo di Minkowsky – direbbero i matematici – il mondo sembra parmenideo, “immutabile”.
Ma non si tratta di visione giusta o sbagliata.
Il dilemma è insolubile, in quanto intrinsecamente inesistente. Si tratta di modalità complementari che si attirano a vicenda, non di posizioni contrarie.
In uno dei frammenti dello stesso Eraclito, si trova scritto che il mutamento incessante presuppone uno sfondo immobile senza il quale non si potrebbe apprezzare il movimento.

Conclusioni
Proviamo ad abbozzare qualche conclusione.
Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.
Il fisico fa riferimento continuo alle particelle elementari, il biologo al DNA, il sociologo all’individuo, sperando di ridurre il complesso al semplice, e così viene fatto per gli ecosistemi.
Ma la recente nozione di complessità è diversa. Il tutto vale di più della somma delle parti, perché ci sono le mutue correlazioni. Non solo, anche il modo di scegliere i componenti (che singolarmente non hanno alcuna realtà autonoma) è arbitrario, perché presuppone una cornice concettuale preconcetta, un pregiudizio.
Il riduzionismo nasce dal paradigma dominante dell’Occidente, cioè dall’idea che sia possibile scomporre qualsiasi cosa, o evento, in parti separate.
L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più.
Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.

Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:

- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;

- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;

- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;

- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;

- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;

- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.

Poiché è sparita l’idea di “realtà oggettiva”, i concetti di verità e di certezza diventano inutili: con tutto in continuo dinamismo, il concetto di verità tende a coincidere con quello di Natura e quindi, in una visione panteista, con l’idea della divinità.
E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure “di attesa”. In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente.
Nel torrente non ci sono mai due istanti in cui passa la stessa acqua, che è continuamente in movimento. I sassi sono là in mezzo: non vengono aggrediti o spaccati, ma lasciati dove sono. L’acqua li aggira, passa ugualmente e scende verso il piano e il mare.
Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale delle cose, secondo la Natura. Così si può continuare a fare oscillare un pendolo colpendolo ritmicamente, purchè i colpi siano sincroni con la sua frequenza.
Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema.
Nella nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale; con altro linguaggio, si tratta di recuperare l’aspetto “femminile” del mondo…...
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o “lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette, magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea di non-lotta è comunque un’azione.

Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere” qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”: si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare, partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola), ne risulterà una situazione molto più “povera” di Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.

Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.

Le origini culturali del problema ecologico
di Guido Dalla Casa



Premesse
Normalmente i problemi di natura ecologica vengono trattati come distinti e separati gli uni dagli altri: ad esempio si parla del problema dell’energia, di quello dell’acqua, dell’effetto serra, dell’inquinamento dell’aria, della deforestazione, e così via. 
Non potrebbe essere diversamente, dato che questo tipo di frazionamento è il modo normale di procedere della nostra cultura. Inoltre si cerca di solito di suggerire qualche “rimedio” ai singoli problemi, cioè di proporre soluzioni, anche per l’opportunità di dare un taglio pratico alle singole trattazioni dei problemi relativi all’ecologia. 
In realtà, ciò significa semplicemente che si propongono soluzioni a breve o medio termine, di solito senza porre la questione se per caso il problema ecologico non sia un problema unico, insolubile a lungo termine, a meno che non si accetti di mettere in discussione uno dei fondamenti della nostra attuale civiltà, cioè l’idea che sia indispensabile perseguire la crescita continua dei beni materiali, presi come indice del benessere, o della “felicità” umana.
Se si esaminano a fondo le soluzioni normalmente proposte alle singole questioni, ci si accorge che consistono spesso nello spostare gli inconvenienti da un ambiente all’altro, di solito con diminuzione anche notevole delle conseguenze negative, il che rende comunque utili e accettabili alcune soluzioni. Tuttavia quasi mai si sentono proposte che costituiscano -anche solo in linea teorica- una soluzione del problema ecologico, cioè la realizzazione di processi che lascino inalterato, o in condizioni stazionarie, il mondo naturale, di cui facciamo parte integrante a tutti gli effetti.
Se si esamina il problema ecologico nella sua globalità e con gli ordini di grandezza che lo rendono evidente, ci si accorge che nasce dal fatto che una cultura umana -la civiltà industriale, che è l’espressione attuale della cultura occidentale- ha iniziato a funzionare con processi di tipo aperto, cioè a prelevare qualcosa di fisso dall’esterno (le risorse) e a riversarvi ancora qualcosa di fisso (i rifiuti); ha cessato cioè di funzionare come il resto della Natura e come gran parte delle altre culture umane. Ciò corrisponde in certa misura all’avere creato il concetto di “ambiente” dell’uomo, autoproclamandosi “al centro” di qualcosa. Come se non bastasse, tale modello ha iniziato a funzionare in modo da considerare non solo auspicabile, ma addirittura necessaria, una crescita indefinita di processi di quel tipo. 
Infatti la Natura ha un tipo di funzionamento che si può definire dinamico ma stazionario, almeno se non si considerano tempi lunghissimi. In altre parole, la civiltà industriale ha dimenticato di far parte di un Organismo molto più vasto.
In un fiume non corre mai la stessa acqua, e quindi si tratta di un fenomeno dinamico: tuttavia, se la sua portata resta fluttuante attorno a valori medi stabili, è un fenomeno stazionario. La civiltà industriale è un processo non-stazionario; vuole essere come un fiume la cui portata cresce per sempre.
È facile rendersi conto che il problema ecologico esisterà sempre, e porterà prima o poi alla cessazione del fenomeno civiltà industriale come sopra definito, fintanto che non ci si riporterà in condizioni stazionarie.
In altre parole, la crescita economica continua è un fenomeno impossibile sulla Terra.

Ottimismo e pessimismo
Le considerazioni esposte nelle premesse sono in generale considerate come esempio di pessimismo, ma solo perché si ritiene ovvio che l’intera umanità aspiri allo sviluppo economico, cioè in sostanza all’incremento senza fine dei beni materiali, che darebbero un maggiore benessere, cioè aumenterebbero la “felicità” umana.
Ciò deriva dal considerare “naturali” i valori della civiltà occidentale attuale.
Ma non è possibile fare considerazioni che non risentano dei “pregiudizi” della cultura in cui viviamo che costituiscono quella griglia, quella lente deformante attraverso la quale siamo costretti a fare ogni considerazione. In questo senso la cultura in cui si vive è quel sottofondo di idee, viste come evidenti, che è stato chiamato “l’elefante invisibile”. È appena il caso di ricordare che in questo caso il termine pregiudizi non ha alcuna connotazione negativa.
Se però cambiassero le premesse culturali da cui si è sviluppato il desiderio dei consumi, non ci sarebbe più alcun bisogno della spirale produrre-vendere-consumare, e il problema ecologico cesserebbe di esistere. Ciò significa che dovrebbe modificarsi il modo di vivere, come conseguenza di una profonda modifica del modo di pensare.
Allora non ha più senso parlare di pessimismo, perché si può vivere anche con una scala di valori molto diversa dall’attuale, senza inseguire quella spirale dell’eterno desiderio che costituisce l’alimento della civiltà industriale sempre-crescente. Cinquemila culture umane vivevano con scale di valori del tutto diverse, e -in analogia con la diversità biologica- potevano convivere in simbiosi con il resto del Pianeta.

Un esempio: il problema dell’energia
Il problema energetico viene normalmente impostato come la ricerca del modo meno dannoso per produrre l’energia necessaria a coprire il fabbisogno mondiale dei prossimi anni, assumendo detto fabbisogno come una variabile indipendente, una necessità da soddisfare ad ogni costo. Ciò equivale a dire che il modo di vivere di tutto il mondo sarà quello della civiltà industriale, considerata a priori come desiderabile.
Bastano poche considerazioni quantitative per accorgersi che, se impostato in questo modo, il problema diventa comunque insolubile nel giro di alcuni decenni: anche se fosse risolvibile, la produzione di simili quantità di energia porterebbe tali catastrofiche conseguenze sul Pianeta da causare poi comunque l’arresto del processo.
Se si escludono le cosiddette fonti rinnovabili, qualunque modo di produrre energia accumula rifiuti da qualche parte. Ma anche le fonti rinnovabili non costituiscono un ciclo veramente chiuso, a meno che non si riciclino anche tutti i componenti usati per costruire gli impianti. Bisogna ricordare inoltre che un riciclaggio completo è impossibile, esistendo una specie di entropia della materia.
Resta comunque in piedi un’altra questione: dove va a finire tutta questa energia? Ad alimentare altri consumi, costruzione di altri impianti, scomparsa di risorse e accumulo di rifiuti. Strade, macchine, città, al posto di paludi, foreste e praterie. Se saltasse fuori la famosa fusione nucleare, cosa potrebbe più arrestare questo processo? 
È la crescita dei consumi la causa dei problemi: senza toccare questo tabù, si può solo guadagnare tempo, che è comunque un risultato di grande utilità, perché può consentire di arrivare ai tempi lunghi necessari per il cambiamento dei fondamenti culturali sopra accennato.
Solo come esempio, facciamo un piccolo esercizio: supponiamo che la produzione industriale e i consumi di energia aumentino con legge esponenziale con un tempo di raddoppio di venti anni.
Facciamo poi l’ipotesi di ottenere un risultato eccezionale, cioè di diminuire il consumo di energia per unità di prodotto del 50%: ciò significa consumare la metà di oggi per ottenere la stessa produzione industriale. In tal caso per venti anni il consumo energetico resta lo stesso, e poi riprende a salire con un nuovo rapporto rispetto al prodotto industriale, ma con lo stesso andamento di prima. Abbiamo soltanto guadagnato venti anni per ritrovarci con gli stessi problemi. La vera causa dei guai è il tabù della crescita. Si noti che non abbiamo preso in considerazione il fatto che anche tutte le industrie che fabbricano i componenti relativi al mercato dell’energia hanno fatto i loro bravi piani di espansione e forse si troverebbero in difficoltà in quei vent’anni, in cui dovrebbero chiudere.
I vari protocolli di Kyoto, di Rio o di altri convegni internazionali, pur animati dalle migliori intenzioni, non potranno mai essere rispettati. Se diminuiscono le emissioni di anidride carbonica, crescerà qualche altro inquinamento o qualche altro guaio se non vogliamo toccare la crescita! Siccome nessun governo parlerà mai in tal senso, quegli impegni non potranno essere rispettati anche se vengono presi in buona fede. È infatti evidente che un governo che non inneggia allo ”sviluppo economico” non resta in carica neanche un’ora.
Il problema energetico non consiste nella ricerca delle fonti più opportune per soddisfare i fabbisogni imposti dal modello ma è uno dei segni dell’impossibilità di persistenza nel tempo del modello industriale sempre-crescente.

Quello dell’energia è solo un esempio: è evidente che le stesse considerazioni si possono fare per i fabbisogni di acqua, per l’accumulo dei rifiuti, per la distruzione delle foreste, e così via. Si noti che abbiamo evitato considerazioni morali.

Origini della crisi ecologica
Fino a qualche secolo fa esistevano sulla Terra circa cinquemila culture umane; quasi tutte mantenevano condizioni dinamiche e stazionarie nei confronti della Terra stessa.
Ben poche avevano ai primi posti della loro scala di valori l’incremento indefinito dei beni materiali; in presenza di un valore di questo tipo non è possibile mantenersi in equilibrio dinamico con l’ecosistema terrestre. Per inciso, anche l’aumento del tempo libero e la diminuzione del lavoro fisico sono fenomeni illusori propagandati da questa civiltà perché si confronta solo con il suo stesso passato: ora che il lavoro fisico è notevolmente diminuito, siamo costretti a “divertirci” a pagamento nelle palestre. Si tratta di un modo per aumentare i consumi, giustificato solo da motivi psicologici.
In molte culture vernacolari o tradizionali non si dedicavano più di tre o quattro ore al giorno ad attività inerenti alla sopravvivenza materiale. È forse superfluo ricordare che le culture chiamate vernacolari o tradizionali sono di norma etichettate come primitive.
L’origine della civiltà tecnologica è da ricercarsi nella forma di pensiero che si è diffusa nelle masse di cultura occidentale alcuni secoli orsono: non è nata da scoperte di tipo tecnico, che ne sono state la conseguenza. È da un sottofondo filosofico che nasce un modo di vivere. In Cina molte scoperte c’erano già, ma la civiltà industriale sempre-crescente non poteva svilupparsi in un mondo ispirato al Taoismo, dove l’universale è visto come azione di forze complementari e non opposte, dove non esiste il polo giusto e quello sbagliato. Volere la crescita senza la diminuzione sarebbe stato considerato come volere le montagne senza le valli.
È stata la diffusione in Occidente delle idee di pensatori come Cartesio, Bacone, Locke ed altri che ha fatto nascere la civiltà industriale: erano necessarie le idee del mondo-macchina e del dominio esclusivo dell’uomo sulla natura, considerata inerte e al servizio della nostra specie, per arrivare senza alcun problema ad uno sfruttamento illimitato. Per il filosofo francese solo la mente umana è res cogitans; tutto il mondo, vivente e non vivente, è res extensa, perciò si può manipolare a piacimento senza problemi, tanto non vale niente. E Bacone, nell’affermare che lo scopo dell’uomo è quello di dominare la natura piegandola ai suoi voleri, dimenticava semplicemente che noi siamo Natura.

L’obiezione principale che viene di solito avanzata alle idee che criticano lo sviluppo, è che “anche i Paesi del Terzo Mondo vogliono arrivare al nostro livello”; ma non dimentichiamo che questa affermazione ha senso solo dando come scontate le concezioni e la scala di valori dell’Occidente: già l’idea di nazione e il concetto di “Terzo Mondo” sono quasi-esclusivi della nostra cultura. Per il fatto che ci sono Paesi e governi vuole già dire che siamo nell’ambito della cultura occidentale, cioè di quel modello che ha iniziato ad invadere completamente il Pianeta attorno al sedicesimo secolo, concludendo l’opera ai giorni nostri. Anche l’idea che si voglia “arrivare al nostro livello” sottintende già tutti pregiudizi di un modo di pensare, perché il concetto di un livello cui arrivare comporta la necessità dell’accettazione di una data scala di valori, considerata quella “buona”. Ma nessuna scala di valori può essere assoluta.
Più che preoccuparci di aumentare i consumi, dovremmo renderci conto che sei miliardi di umani in condizioni stazionarie non possono stare sulla Terra, almeno a tempo indefinito.
Anche l’idea che si debba essere in una continua competizione, che sarebbe una specie di “molla del progresso”, non è una caratteristica generale dell’umanità. 
Concludo con una citazione (J. Servier, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973):
Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità dell’Occidente in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo sotto il nome di “civiltà” o di “tenore di vita”, che ha l’unico scopo di far lavorare le nostre fabbriche.




Che cos’è lo sviluppo
Analisi di un mito
di Guido Dalla Casa


Premesse
Vediamo che significato si dà di solito al termine sviluppo, soprattutto nel linguaggio corrente e nei mezzi di comunicazione di massa.
Il concetto espresso con questa parola è di norma l’aumento del fluire dei beni materiali attraverso il processo produrre-vendere-consumare. È evidente che, con questo significato, lo sviluppo richiede l’aumento dei consumi. In altre parole, il termine sviluppo significa oggi la crescita economica, come dimostra anche la traduzione inglese più frequente (growth). Gli abituali indicatori dello sviluppo sono sostanzialmente quantitativi.
In genere si pensa che questa crescita aumenti il benessere dell’umanità, indipendentemente dai valori e dalla cultura che li esprime. Inoltre, fino ad oggi non si è mai presa in considerazione la possibilità che l’aumento dei consumi sia incompatibile con il funzionamento della Biosfera, anche perché è mancata la percezione che l’uomo fa parte integrante della Biosfera stessa.
Le discussioni sulla differenza fra crescita e sviluppo hanno senz’altro un significato profondo, ma di fatto i due termini sono impiegati come sinonimi dal mondo ufficiale e dalle componenti economiche, politiche, industriali e sindacali.

La Biosfera
Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, un essere vivente è un sistema che si mantiene in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico. In altre parole, vive finché un flusso di energia lo attraversa continuamente senza che si alterino le sue condizioni generali, se si trascurano le piccole oscillazioni:  la Biosfera nel suo complesso si comporta come un unico organismo vivente, anche se in generale su tempi molto lunghi. Se si considerano tempi dell’ordine di decenni, o secoli, e non geologici, la Terra è stazionaria: il problema sta nel fatto che le modifiche causate dallo sviluppo economico nei cicli naturali hanno velocità dieci-centomila volte più grandi di quelle normali, che consentono alla vita di adattarsi gradualmente alle nuove situazioni.
La crescita economica continua è un processo che impedisce il funzionamento della Biosfera perché ne disarticola i cicli: è quindi un fenomeno impossibile. Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un transitorio, un fenomeno patologico che -se non arrestato rapidamente- porta necessariamente verso un punto “di catastrofe”. 
Anche l’idea che lo sviluppo costituisca sempre un miglioramento non ha validi fondamenti: è probabile che, se si potesse disegnare un diagramma che riporta l’andamento del benessere psicofisico (anche soltanto umano, o di una particolare cultura) in funzione dei consumi materiali o degli oggetti a disposizione, non si avrebbe una funzione sempre-crescente, ma una specie di curva a campana. Ad una certa quantità di beni materiali la funzione raggiunge un massimo: il corrispondente valore di consumi è già stato abbondantemente superato in tutto il mondo occidentale. Un ulteriore aumento peggiora la qualità della vita. Se poi mettiamo in conto anche la bellezza del mondo e il benessere degli altri esseri senzienti, la situazione si aggrava ulteriormente. 
Ci si può rendere conto di questo fatto se si pensa a una qualunque località rivisitata a distanza di qualche decennio: la si troverà inesorabilmente peggiorata, sia sul piano naturale, sia dal punto di vista estetico ed umano. La varietà dei viventi è sempre diminuita.
È forse superfluo ricordare il totale fallimento sul piano ecologico dello “sviluppo di Stato” un tempo perseguito nell’Est europeo, in cui il materialismo era addirittura portato al rango di metafisica ufficiale.

Lo sviluppo sostenibile
Recentemente è stato formulato il concetto di sviluppo sostenibile, definito dalla Commissione Bruntland dell’ONU come “lo sviluppo che soddisfa le esigenze del presente senza compromettere la possibilità, per le future generazioni, di soddisfare i propri bisogni”.
Successivamente il concetto di sostenibilità è stato ulteriormente analizzato e suddiviso in due posizioni diverse (K. Turner e D. Pearce - Economia Ambientale):
- Una sostenibilità debole, che si realizza quando, a fronte di un deterioramento ambientale, si ottiene una compensazione uguale o superiore in altre forme di capitale.
 - Una sostenibilità forte, dove si richiede che il capitale naturale non decresca mai, mentre le altre forme di capitale possono crescere o restare costanti.
Queste definizioni della sostenibilità sono decisamente insufficienti: inoltre danno per scontata un’assoluta centralità della nostra specie, su cui si possono avere fondati dubbi sul piano scientifico-filosofico: già la definizione di “capitale” data al Complesso dei viventi, o alla Biosfera, o alla Terra stessa, denota la posizione di partenza, anche nella sostenibilità “forte”. Mi sembra invece che si possa definire sostenibile solo una forma di sviluppo che consente a tempo indefinito la vita della Biosfera, cioè ne mantiene le condizioni stazionarie complessive.
In sostanza, se non modifichiamo profondamente il significato del termine, la locuzione sviluppo sostenibile è contraddittoria e non ha alcun senso. L’unico “sviluppo” che può durare a tempo indefinito è un processo di tipo stazionario.  
Se poi facciamo anche considerazioni morali o filosofiche, lo sviluppo è finora sempre partito dall’idea dogmatica che l’unico soggetto di diritti e l’unico essere in grado di provare “benessere” sia l’uomo, relegando gli altri esseri senzienti, gli ecosistemi e tutto il mondo naturale al rango di “materia” a nostra disposizione.
Oggi invece sappiamo che l’uomo non è nella posizione di “abitante di una casa”, ma è come un gruppo di cellule di un Organismo, cioè l’ecosistema globale, da cui dipende totalmente: questa posizione della nostra specie deve ancora essere recepita da tutte le istituzioni.
Riassumendo, come fenomeno complessivo visto “dall’esterno”, lo sviluppo -nel significato del mondo ufficiale- appare come un processo che:
- sancisce la sopraffazione della nostra specie su tutte le altre specie viventi, sugli ecosistemi e in genere sul mondo naturale: distrugge la diversità biologica;
- impone a tutta l’umanità di vivere secondo il modello occidentale;
- sostituisce materia inerte al posto di sostanza vivente; mette strade, macchine, impianti, dove c’erano foreste, paludi, savane.

L’etica del lavoro e l’etica della Terra
Di solito nel nostro mondo si è formata l’idea che il lavoro sia sempre qualcosa di positivo, da premiare indipendentemente da ogni altra considerazione.
Così si pensa che chi lavora di più debba automaticamente guadagnare di più, che in sostanza sia più bravo di chi lavora di meno: il lavoro ha acquistato un valore etico in sé, anche se si tratta di lavoro che danneggia l’intero Organismo terrestre o contribuisce a qualche patologia della Biosfera. Solo recentemente si è cominciato a considerare negativa almeno la produzione di sostanze inquinanti, limitando però l’esame ad ogni singolo processo locale, come se fosse possibile isolarlo.
Non si è mai tenuto come valore etico il mantenimento in condizioni vitali della Biosfera terrestre, oppure degli ecosistemi di cui il processo fa parte. Non si è neppure considerato il danno, se non in tempi recentissimi e limitatamente a specie “rare”, arrecato ad altre specie viventi o a processi naturali. In sostanza, è mancata la percezione della non-separabilità di ogni processo lavorativo umano dall’ecosistema globale.
È invece indispensabile avere sempre presente questa percezione, tenere come primo valore l’etica della Terra.

I consumi 
Oggi si assiste in modo macroscopico, anche senza più giri di parole, ad un fenomeno che rende  evidente la natura di quello che viene chiamato sviluppo: tutto il mondo economico-industriale-sindacale fa il possibile per fare aumentare i consumi. Si è arrivati a distribuire, anche se indirettamente, denaro ai potenziali consumatori per invitarli a “comprare”. Se per caso questa continua pressione non dovesse avere  esito, sarebbe proprio l’unico segnale positivo: se i consumi non aumentano, può essere che cominciamo ad averne abbastanza di oggetti materiali che in realtà non portano alcun miglioramento. Forse siamo stanchi di consumi, malgrado un intollerabile bombardamento pubblicitario che investe tutti i momenti della vita. Il mondo ufficiale è arrivato a propagandare gli acquisti, anche senza dire che cosa si debba acquistare! Si invita a “rottamare”, cioè a buttare in montagne di rifiuti apparecchi perfettamente funzionanti! 
Pochi giorni dopo un evento terroristico della gravità del crollo delle Torri Gemelle, il presidente USA ha pubblicamente invitato i cittadini americani a riprendere i consumi, ad aumentare gli acquisti il più possibile!
Nelle città non si gira più, la mobilità diminuisce all’aumentare del numero di macchine, l’aria è irrespirabile, e il mondo ufficiale non sa escogitare altro che “il rilancio dell’auto”. Inoltre, gli inviti alla sicurezza stradale difficilmente avranno gli esiti sperati quando tutti i mezzi di informazione sono una continua esaltazione -anche inconscia- della velocità come valore. Nel mondo occidentale le prime cause di morte fra i giovani sono gli incidenti stradali e i suicidi, ma la massima preoccupazione  dei responsabili è il Prodotto Interno Lordo.
Forse è davvero venuto il momento di diminuire i consumi materiali e di pervenire ad un’economia stazionaria. Naturalmente si deve svincolare l’occupazione dalla crescita, ma questo è un problema che riguarda solo il sistema economico e non le leggi naturali del Pianeta: dovrebbe quindi essere risolvibile.
Qualcuno obietterà che lo sviluppo porta miglioramenti “a chi non ha”, ma basta fare la considerazione che la forbice fra “ricchi” e “poveri” si è sempre allargata: con la crescita economica, il solco aumenta e non diminuisce. Per inciso, i concetti di ricchezza e povertà sono spesso solo un’esportazione dell’Occidente.
È inoltre abbastanza chiaro che il discorso vale in termini complessivi: in linea teorica potrebbero aumentare i consumi pro-capite a condizione che diminuisca in proporzione il numero di consumatori.

Qualche citazione
Dal libro La Terra scoppia di G. Sartori e G. Mazzoleni (Ed. Rizzoli, 2003):
Per le persone di normale buonsenso il problema è che la Terra è malata di sovraconsumo: noi stiamo consumando molto più di quanto la natura può dare. Pertanto a livello globale il dilemma è questo: o riduciamo drasticamente i consumi, oppure riduciamo altrettanto drasticamente i consumatori.
Si noti che Sartori e Mazzoleni partono da posizioni completamente antropocentriche e non si pongono il problema della liceità morale della distruzione di ecosistemi e dei danni agli altri esseri senzienti. Infatti usano i termini uomo e natura come se fossero distinti o in contrapposizione, fatto abituale nella nostra cultura. Anche così i due Autori non hanno alcun dubbio sul fatto che è assolutamente necessario ridurre i consumi.

Nel libro Assalto al pianeta di S. Pignatti e B. Trezza (Ed. Bollati Boringhieri, 2000) viene evidenziato il sorpasso, avvenuto a cavallo del 1970, dell’energia di origine tecnologica rispetto a quella della fotosintesi, ma “Non si tratta soltanto di una questione di quantità: infatti l’output del processo fotosintetico è costituito da ossigeno e molecole biologiche, completamente compatibili con i processi dei viventi e riciclabili. L’output derivante dall’uso dell’energia industriale, invece, è formato da scorie e da inquinanti atmosferici. La produzione di energia tecnologica continua ad aumentare secondo il modello esponenziale.  
Un capitolo dello stesso libro è dedicato ai rischi che comporta l’accettazione del mito dello sviluppo sostenibile. A pag. 267 si legge: “Trattare la sostenibilità come un problema di risorse scarse è dunque un’impostazione fuorviante che, potendo venire facilmente confutata, può addirittura venire utilizzata come alibi da chi vuole negare il problema”. Il libro contiene un’accurata analisi dell’impossibilità della continuazione del processo di sviluppo, in quanto disarticola i cicli vitali della Terra.

Da un articolo di Guido Ceronetti, pubblicato su La Stampa del 9 marzo 1993:
... La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta; la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba...
      
Dal libro di Edward Goldsmith Processo alla globalizzazione (Ed. Arianna, 2003):
Lo sviluppo economico, nonostante i suoi devastanti effetti sulle società e l’ambiente, resta il principale obiettivo delle agenzie internazionali, dei governi nazionali e delle corporazioni transnazionali che sono naturalmente i suoi principali sostenitori e beneficiari. Ciò viene giustificato col fatto che solo lo sviluppo, e ovviamente il libero commercio globale che alimenta, può sradicare la povertà. Oggi quasi nessuno di coloro che occupano posizioni di comando sembra disposto a mettere in discussione questa tesi, sebbene non sia sostenuta da prove teoriche né empiriche, né serie.
Tanto per cominciare, si consideri che poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il commercio mondiale e lo sviluppo economico erano davvero in atto, quello è aumentato di diciannove volte e questo non meno di sei volte – una performance senza precedenti. Appare evidente che se questi processi fornissero veramente la risposta alla povertà mondiale, allora questa dovrebbe ormai essere stata ridotta a poco più di un vago ricordo del nostro barbarico e sottosviluppato passato. Invece, è vero il contrario. 
Seguono numerosi dati quantitativi a sostegno di queste affermazioni.
Si noti che anche questo libro non esce da posizioni antropocentriche.

Dal Giornale di Fisica n. 2, 1979 (Energia e stabilità di Luigi  Sertorio):
I pregi di un’economia stazionaria sono stati illustrati con parole che oggi appaiono molto affascinanti forse per il linguaggio un po’ arcaico (1858) sereno e profondo, da John Stuart Mill. Tale bellezza naturalmente ha colpito rari spiriti isolati, mentre il resto dell’umanità, se è stato in grado di farlo, proprio a partire dall’epoca del positivismo, è partito sulla strada della growth economy.

Conclusioni
Lo sviluppo economico continuo è un fenomeno impossibile sulla Terra, perché incompatibile con il suo funzionamento. L’unico “sviluppo” che consente la vita della Biosfera è un processo completamente non-materiale, qualcosa che significhi l’evolversi di cultura, arte, spiritualità, pensiero, informazione, e così via. Ma in tal caso, visto che il significato attuale del termine è consolidato ormai da un paio di secoli, sarebbe meglio cambiarlo.
Sintetizzando al massimo, due sono le cause dei guai del mondo: l’eccesso di popolazione umana e l’eccesso dei consumi. Entrambi i fattori non possono restare in crescita ancora per molto tempo.
Ma cosa può succedere? Proviamo a formulare qualche ipotesi:
- Lo sviluppo economico prosegue ad oltranza: in tal caso si arriva ad un mondo    terribilmente degradato, con gli ecosistemi naturali scomparsi, migliaia di specie estinte o degenerate, le foreste distrutte, l’atmosfera irrespirabile, fino a manifestazioni macroscopiche di impossibilità di vita; 
-  Lo sviluppo economico prosegue fino a un punto “di collasso”, dopo il quale si ha la rinascita di culture umane con valori diversi da quelli attuali;
-  Lo sviluppo economico si arresta gradualmente per la progressiva quasi-scomparsa della filosofia che ne costituisce il fondamento (il materialismo).
L’ipotesi più pessimista sembra la prima, quella più probabile la seconda; resta la speranza che si verifichi la terza.

Nel mondo moderno lo sviluppo è visto come un tabù intoccabile, una divinità, ma proprio per questo è opportuna qualche considerazione in controtendenza.

Dopotutto, nella seconda metà dell’Ottocento, i “sacerdoti” dello sviluppo erano convinti che la crescita economica avrebbe fatto terminare la fame e le guerre, che un'era di prosperità senza fine si stava aprendo all’umanità e che la criminalità sarebbe presto diventata un ricordo del passato. Quindi mi sembra che non ci siano dubbi perlomeno sul fatto che c’è qualcosa che non va in questo “sviluppo”.


Il riduzionismo scientifico 
e il problema ecologico
di Guido Dalla Casa


Premesse

Il problema ecologico è nato dalla visione del mondo che si è andata affermando in Occidente nel diciassettesimo secolo, che -innestandosi sulla tradizione giudaico-cristiana che costituisce il fondamento della cultura occidentale- ha dato origine alla cosiddetta scienza moderna, che, nella sua versione ufficiale, resta ancorata alla visione cartesiana-newtoniana da cui è nata. Infatti in questa visione la nostra specie è al di sopra della natura, che è completamente al nostro servizio. Tutto l’universo -compresa la natura vivente sulla Terra, che ne è una parte- è assimilabile a una gigantesca macchina smontabile e ricomponibile: questo è quello che viene chiamato in due parole il riduzionismo scientifico. Come conseguenza, la natura è priva di ogni rilevanza morale. Da qui è nata l’aggressione alla Natura, e quindi il problema ecologico.
Per inciso, è solo per questa visione e per il forte influsso del pensiero di Bacone che -nell’immaginario collettivo- la scienza è praticamente identificata con la tecnica e tenuta ben distinta dalla filosofia.
Per evidenziare la visione cartesiana-newtoniana che domina la scienza ufficiale e accennare ad una sua possibile modifica nascente, in correnti per ora minoritarie, è stato immaginato un colloquio fra la scienza dominante e il metodo scientifico, in forma di dialogo “divertente”, per non appesantire troppo la trattazione.
Per quanto detto sopra, è evidente che mettere in discussione e riuscire progressivamente a modificare su vasta scala questa visione del mondo cartesiana avrebbe un forte impatto positivo sul problema ecologico.

Riporto dal libro di Roberto Germano Fusione fredda (Ed. Bibliopolis, 2000):

Il problema è la visione del mondo meccanicistica che, malgrado tutto, risulta purtroppo ancora imperante. Dalla nuova Fisica non emerge una visione del mondo come costituito da oggetti separati che interagiscono urtandosi più o meno forte, ma una visione del mondo, invece, che scopre come grazie alla “sintonia” e all’interrelazione, alla cooperazione, si possano “evocare”, quasi magicamente, correlazioni inusitate, potenzialità finora inimmaginabili.

DIALOGO FRA IL SIGNOR M. S. (metodo scientifico) E LA SIGNORA S. U. (scienza ufficiale) CHE SI INCONTRANO OGNI TANTO 
NELL’ARCO DI TRE SECOLI

S.U.  Partiamo insieme alla scoperta di come è fatto il mondo. Cominciamo a fare esperimenti e in base a questi costruiremo teorie che ci aiuteranno a farci sempre più un’idea di come funziona la natura. Se gli esperimenti successivi smentiscono una teoria, la scarteremo e la sostituiremo con un’altra. Davanti a noi sta la natura: esploriamola.

M.S. - Fai attenzione: stai già partendo da qualcosa che non è accettato da tutta l’umanità, ma solo da una determinata cultura umana. Se pensi di poter essere accettata da tutti, devi partire da qualcosa di certo, di universale. La maggior parte delle culture umane non pensa affatto che ci sia una natura esterna che noi possiamo “esplorare”.
Poiché non c’è nulla che sia accettato da tutti, dovrai partire completamente da zero.

S.U. - Ma come si fa a partire da zero? Da uno zero esce solo uno zero! E poi parto da qualcosa di ovvio ed evidente.

M.S. - Ciò che consideri ovvio ed evidente è soltanto il sottofondo filosofico della cultura in cui ci troviamo. Se parti da queste basi non potrai mai trovare qualcosa di universale. Però possiamo fare così: partiamo da quanto mi hai detto, ma ricordati sempre che si tratta solo di ipotesi di lavoro: devi essere pronta ad abbandonarle non appena trovi qualcosa che le contraddica. Non devi sforzarti per far rientrare quanto troveremo nel tuo quadro di partenza, che è fatto soltanto di ipotesi che non danno alcuna garanzia
Partiamo quindi dall’ipotesi che esista un mondo costituito di materia-energia indipendente da qualunque fattore non-materiale, se esiste. Supponiamo anche che questo mondo proceda secondo leggi sue proprie; poi prendiamo provvisoriamente per buone l’impenetrabilità dei corpi (cioè il dualismo vuoto-pieno) e la logica che “A non è non-A”. Inoltre fai attenzione prima di suddividere ogni problema, ogni cosa, ogni processo in parti, perché qualunque suddivisione risente di qualche “pregiudizio” e non può essere neutrale e valida per tutti.
Poi ci ritroveremo fra qualche tempo a fare il punto della situazione.

S. U. - Hai visto quante belle cose ho trovato! Ho princìpi sicuri e leggi universali: Ho il principio di conservazione dell’energia, conosco la struttura della materia, il funzionamento del corpo, e così via. So abbastanza bene come funziona la natura e proseguo attivamente il mio lavoro.
Inoltre, come certamente ricordi, all’inizio abbiamo trovato insieme che la Terra gira attorno al Sole e non viceversa.

M.S. - Quanto a quest’ultima scoperta, sai bene che ci stiamo facendo l’occhiolino, perché entrambi sappiamo che si tratta semplicemente di un cambio del sistema di riferimento: in un sistema di riferimento solidale con la Terra, è il Sole che gira. L’unica differenza è che, nel sistema solidale con la Terra, la descrizione del moto degli altri pianeti è mostruosamente complicata e praticamente ingestibile. Si è trattato quindi soprattutto di una faccenda di eleganza e comodità di calcoli. Il sistema solidale con il Sole è molto più comodo e più “bello”. Ma allora avevamo fatto un bel colpo.

S.U. - D’accordo, ma dovrai ammettere che il principio di conservazione dell’energia-materia è un principio universale della natura ed è stato confermato da innumerevoli prove.
Le teorie che contraddicono questi princìpi provati vengono inesorabilmente eliminate come impossibili. Tutto è controllato rigorosamente in laboratorio.

M.S. - Veramente mi sembra che tu abbia chiamato energia proprio l’entità che si conserva e che, per far tornare i conti, tu abbia inventato il concetto di energia potenziale. Si tratta senz’altro di un artificio molto comodo, che ti ha semplificato i conti e dato altri vantaggi, ma mi sembra eccessivo considerarlo un principio universale
Inoltre, ti sembra corretto prendere a prestito energia dal vuoto, anche se la restituisci entro breve tempo? Se il tempo è infinitamente piccolo, il prestito può essere infinitamente grande. Per un principio universalmente valido, si tratta di una forzatura: mi sembra piuttosto una convenzione, anche se comoda.

S.U. - Ho però al mio attivo un buon quadro della struttura della materia. Verifico sempre tutto in laboratorio: tutto ciò che non è confermato da prove ripetibili e sempre riuscite viene scartato, e magari deriso. Così imparano a tentare di imbrogliarmi. 
Ho già scoperto qualche centinaio di particelle-onde, e la ricerca non è finita.

M.S. - In realtà hai scartato tutti i fenomeni che contraddicevano la nostra ipotesi di lavoro iniziale! Il fatto che non li puoi ripetere in laboratorio in condizioni rigidamente controllate è un pretesto, perché parti dall’ipotesi indimostrabile che l’installazione delle apparecchiature di laboratorio non influenzi le possibili cause dei fenomeni che non appartengano al mondo energetico-materiale, cioè continui a considerare un dogma invalicabile quella che era soltanto un’ipotesi di lavoro! Continui a ripetere gli esperimenti finché non ti danno i risultati che ti attendi, almeno quando si tratta di questioni di base.
Inoltre, se ripeti molte volte un esperimento che ti dà certi risultati in nove prove su dieci, scarti quella che non ti piace considerandola un evidente errore di qualche strumento.
Per quanto riguarda la struttura della materia, ho visto che hai descritto qualche particella-onda mediante matrici con numero infinito di righe e di colonne: mi sembra una delle tante interferenze di natura mentale. È proprio venuto il momento di rivedere le ipotesi di partenza. Non riesci più a nascondere, neppure con il linguaggio matematico, il contenuto mentale di tutte le tue cosiddette particelle.
Mi sembra che uno dei tuoi problemi sia di non riuscire a trattare le entità non quantificabili e non misurabili: quindi sei costretta a negarle. Ma non eravamo d’accordo così: dovresti darti degli strumenti per trattarle. Hai tutto il tempo per farlo, o perlomeno provarci.

S.U. - Hai visto quante scoperte ho fatto sul funzionamento del corpo? E quanti farmaci ho trovato per guarire le malattie? Hai visto quanto é aumentata la vita media umana?

M.S. - Anche questo è un punto interessante. In realtà riesci a fare un’ottima terapia d’urgenza, cominciando col salvare la vita a chi è in pericolo imminente. E così hai allungato la vita media umana. Ma non hai ottenuto molto per guarire i mali ”cronici” (la distinzione -come al solito- non è netta e serve solo per intenderci). Inoltre ti rifiuti di esaminare o prendere in considerazione tutti i metodi di cura, che si basano su cause non-materiali, soprattutto per questi mali cronici. Anche se queste cure funzionano, più o meno quanto le tue medicine, non ti piace esaminarle, forse perché non hai gli strumenti necessari. Ultimamente hai fatto il grande sforzo di tollerare qualcosa, battezzandolo medicina psico-somatica, termine ancora abbastanza rassicurante per salvare le tue premesse, ma consideri questo campo con grande sospetto. 

S.U. - Sai che i farmaci che io fornisco sono tutti rigorosamente provati in laboratorio. 
Tutto il resto è privo di dimostrazione. 

M.S. - I farmaci che produci vengono provati spesso a prezzo di terribili sofferenze ad altri esseri senzienti. Dopo tutto non hai nessuna prova che la sofferenza non resti impressa nell’inconscio (o nella mente) per generare successivamente nuova sofferenza. Già, dimenticavo che il termine inconscio, specie se non legato ad un individuo, per te non ha a priori alcun significato. Non parliamo poi del termine anima.
Per caso non continuerai a trattare così gli altri esseri viventi per un eccesso di fiducia nel tuo vecchio maestro (Cartesio)? Se ben ricordi, pare che abbia gettato un gatto dalla finestra per dimostrare la sua convinzione che “non poteva soffrire”. Konrad Lorenz ha ampiamente dimostrato l’assoluta infondatezza del pensiero cartesiano dell’animale-macchina. Gli altri animali soffrono, provano emozioni, pensano. 
Comunque, la vita media umana è aumentata, ma non é affatto migliorato il grado di salute medio. Come spieghi il vertiginoso e continuo aumento delle malattie di tipo psichico (depressioni e suicidi) e di tipo degenerativo (cancro) anche in persone in giovane età? 

S.U. - Solo come esempio, prendiamo la medicina omeopatica. Ma lo sai che in molte medicine omeopatiche non resta neppure una molecola del farmaco? E’ impossibile che abbiano qualche effetto! 
E i meridiani dell’agopuntura non corrispondono ad alcun “canale” materiale o energetico!
Per quanto riguarda le depressioni, si tratta di carenze di sostanze nei neurotrasmettitori, o nei neuroni, o comunque di altre cause materiali nell’individuo.

M.S. - Ma davvero pensi che milioni di persone continuino a curarsi con acqua fresca? 
E che i cinesi si siano divertiti per tremila anni a prendere il corpo per un puntaspilli? Dovresti esaminare le cose con più serenità e meno superbia. È ben poco probabile che l’umanità sia stata sempre scema (in cinquemila culture umane diverse) e sia diventata improvvisamente intelligente in una sola cultura nel diciassettesimo secolo.
Inoltre eravamo d’accordo di non usare il termine impossibile, come segno di cautela.
Mi sembra che anche e soprattutto in medicina sia venuto il momento di abbandonare l’ipotesi di lavoro che il corpo abbia un funzionamento suo proprio indipendente dalla mente. Tale ipotesi è ormai ampiamente smentita, anche dalla psicoanalisi. Le cure che hai etichettato come non-scientifiche sono spesso basate sullo studio del complesso mente-corpo-società-natura e talvolta danno buoni risultati, soprattutto nei mali “cronici”.
Anche la faccenda delle “molecole” potrebbe essere rivista: nulla è certo e immutabile. Dopo tutto le tue varie “particelle” si sono poi rivelate come costituite da altre cosiddette particelle che si risolvono infine nel vuoto quantistico, cioè in un tutto-niente.
Mi risulta che esiste una teoria recente sulla coesione della materia, che spiegherebbe sia la memoria dell’acqua (farmaci omeopatici), sia la fusione fredda. Non ti sembra che andrebbe almeno esaminata e sottoposta a quelle che tu chiami “prove”? In tale teoria, per spiegare la coesione della materia, vengono prese in considerazione più le equazioni di Maxwell che la legge di Coulomb: quindi sempre materiale a te ben accetto.
E, per le depressioni, come fai a spiegare l’enorme aumento numerico nello stesso periodo -cioè negli ultimi decenni- di tante cause materiali che dovrebbero manifestarsi in ciascun sistema nervoso individuale, in modo indipendente una dall’altra? Non vorrai “spiegare” tutto con il caso. Le probabilità sono praticamente zero. È molto più logico pensare che siano malate la mente collettiva, o l’anima del mondo.
Inoltre i tuoi farmaci servono solo nella fase acuta, dopo costituiscono una specie di mantenimento, ma non risolvono il problema, evidentemente di natura non-materiale.

S.U. - È mia costante preoccupazione non uscire dal mio campo. Del resto sai bene che mi sto dedicando a fondo al problema mente-cervello, che è comunque molto difficile.

M.S. - Il fatto che vuoi limitare lo studio del dualismo mente-materia al solo problema mente-cervello è un’ulteriore dimostrazione di attaccamento alle idee di Cartesio, che poneva in una ghiandola presso l’encefalo il suo preteso unico punto d’incontro fra quelli che lui considerava due mondi ben distinti e separati: ma tale limitazione non è giustificata da niente altro. Tra l’altro, per lui ciò avveniva soltanto nel cervello umano. E tu stessa hai trovato che le differenze di funzionamento con gli altri viventi sono minime e di natura quantitativa. Senza contare che sono passati tre o quattro secoli.
Solo di recente e con grande sforzo hai cominciato a parlare di problema mente-corpo, non più inteso soltanto come cervello. È una piccola estensione, alla quale opponi una certa resistenza, ma é meglio di niente.
Dovresti però fare almeno un altro passo, perché la questione é ben più vasta. È proprio giunto il momento di rivedere le ipotesi di lavoro iniziali, che stanno vacillando da tutte le parti. Ti faccio un altro esempio.
Esistono numerosi esperimenti rigorosi (non idee di qualche filosofo indù!) da cui risulta che, anche isolando e schermando al loro interno gruppi di termiti di un termitaio da tutti i campi conosciuti possibili, quegli insetti sono in grado di realizzare la struttura del termitaio con precisione ultramillimetrica, da ogni parte degli schermi. È come se esistesse un unico piano ben preciso, non supportato da nessun campo energetico di alcuna natura. Inoltre ogni termite percepisce istantaneamente qualunque turbativa venga data al termitaio a qualunque distanza si trovi e al di là di qualsiasi tipo di schermatura. E ciò accade anche se le singole termiti provengono in origine da termitai diversi, purché, al momento dell’esperimento, il nuovo termitaio -come entità- sia già stato costituito. L’ipotesi più logica è semplice: il termitaio ha (o è) una mente -o, se preferisci, un’anima. In altri termini: le termiti di un termitaio sono emotivamente collegate da continui scambi telepatici istantanei. Detta così, la cosa ti irrita, ma si tratta soltanto di parole diverse. Hai tentato inutilmente altre spiegazioni che salvassero la nostra ipotesi di lavoro iniziale, trasformata quindi in un dogma, poi hai relegato tutti questi esperimenti nel campo dell’impossibile e hai messo l’etichetta di misticismo a tutte le teorie che non ti piacciono.
Non eravamo d’accordo così quando abbiamo cominciato!
Il termitaio è solo un esempio che puoi applicare a tante altre entità (o forse tutte), come una società, una cultura, una specie, un ecosistema, una cellula, un albero, la Biosfera,e così via.
Occorre darsi strumenti per trattare queste entità, che possono essere menti, il che non significa necessariamente che siano coscienti, almeno ad un certo livello.
Il vero problema è che non vuoi neppure sentir parlare di mente, di psiche o di anima se non in strutture legate ad un sistema nervoso individuale.

S.U. - Si tratta di una materia in evoluzione, ma non voglio uscire dal mio campo, dal campo che mi sono data inizialmente.

M.S. - In questo caso devi perlomeno rinunciare all’universalità e all’idea di considerarti “oggettivamente valida”: devi riconoscerti semplicemente come fenomeno nato in una sola cultura umana in un determinato momento della sua storia.
Non sarebbe ora invece di riesaminare le ipotesi di lavoro iniziali? Dopo tutto la logica “A non è non-A” e l’impenetrabilità dei corpi (dicotomia vuoto-pieno) sono naufragate nel vuoto quantistico. I fenomeni non ripetibili potrebbero avere spiegazioni considerando anche cause non-materiali: naturalmente dopo aver elaborato gli strumenti cui ti ho accennato prima. E non dimenticare il tacchino di Popper.
Gli esperimenti di laboratorio provano soltanto il fatto che tu li consideri a priori uno strumento sempre valido: ma quando installi le apparecchiature, hai già in mente cosa vuoi provare o non-provare! Le domande che poni all’esperimento non sono mai neutrali, perché non possono esserlo, ma presuppongono già il tipo di risposta che deve saltar fuori.
Non puoi “dimostrare” che le concezioni di Galileo sono migliori o “più vere” di quelle di Alce Nero impiegando le conseguenze delle idee di Galileo! In quel modo hai già in mente che le idee di Galileo sono quelle “buone”!
Se poi introduci delle scale di valori, ti poni automaticamente in una posizione relativa.
Eravamo partiti considerando come punto di forza l’umiltà, cioè la disponibilità a mettere in discussione qualunque ipotesi, non appena si manifestassero dubbi sulla sua “validità”, cioè a non considerare come “certi” neppure i punti di partenza. Ora mi sembra invece che tu consideri “acquisite” e quindi dogmaticamente valide alcune premesse; in sostanza ti sei comportata come gli altri campi di attività di cui cercavamo di limitare le pretese.
È ormai ora di rivedere le basi senza pregiudizi, cercando di imparare qualcosa da tutte le culture umane, finché ne resta ancora qualche traccia.
Spero che potremo rivederci presto.


Noi e gli altri animali
di Guido Dalla Casa


- L’ uomo e gli altri animali
     L’idea di umanità è stata “costruita”, nella nostra cultura, in antitesi con l’idea di animalità, e questo è insostenibile sotto tutti i punti di vista, soprattutto quello scientifico.
Anche il linguaggio abituale è improprio, perché l’uomo è un animale.
    Siamo animali a tutti gli effetti, anche facilmente classificabili: questo non significa necessariamente essere materialisti. Comunque siamo una parte integrante dell’Ecosistema, della Biosfera, della Terra.  
    La nostra cultura si ispira a un racconto “della Creazione” che ci fa “metafisicamente” diversi: sulla Terra sono esistite, fino a un secolo fa, circa cinquemila culture umane, e ciascuna aveva un proprio “mito delle origini”. Non ha senso basarsi su uno solo di questi miti.

     -   Posizione della nostra specie in Natura. 
   La posizione antropocentrica, che dà valore a qualunque cosa solo in funzione umana, è la più diffusa nella nostra cultura. Invece una visione del mondo biocentrica assegna “valore in sé” a tutte le entità viventi, una visione ecocentrica dà valore a tutte le entità naturali e alle loro relazioni.  
   Gli umani, le loro culture, le relazioni fra di esse, sono indubbiamente entità naturali, e quindi anch’esse degne di “valore in sé”.
   L’uomo sta alla Natura come la parte al Tutto, come un tipo di cellule sta all’Organismo psicofisico di cui fa parte. Un gruppo di cellule ha maggior “valore in sé” se lo si vede come parte integrante di un Organismo più grande di quanto ne abbia se considerato isolato. 
Dare un valore “in sé” a tutte le entità naturali e alle relazioni che le legano vuol dire attribuire un profondo significato alla Vita e al mondo, accettarne e comprenderne la spiritualità immanente.
   Gran parte delle posizioni attuali della cultura occidentale derivano dalle religioni che si sono originate nella regione medio-orientale ed hanno invaso il mondo, spesso con la violenza, diffondendo ideologie mostruosamente antropocentriche. Le istituzioni che le rappresentano continuano quest’opera: a parte le amenità sul concetto di “anima”, anche sul piano pratico si agitano non poco per quattro cellule surgelate (purchè umane) e non dicono una parola sulle spaventose sofferenze inflitte a tanti esseri senzienti. Il pensiero materialista non ha cambiato nulla mantenendo l’uomo “al centro” attraverso una specie di “merito selettivo”, che gli ha conservato l’esclusiva mentale-spirituale. A tutte queste ideologie è mancata totalmente la percezione che la nostra specie è strettamente collegata dall’interno a tutto il resto del mondo naturale.
   In effetti queste religioni hanno cercato di perpetuare l’idea che l’uomo è metafisicamente diverso dagli altri viventi ed hanno sempre mostrato un totale disinteresse (nella migliore delle ipotesi) per il mondo naturale. Ma la differenziazione drastica o la contrapposizione uomo-animale sono oggi scientificamente insostenibili. 

- Il libero arbitrio
   La posizione tradizionale della nostra cultura, di derivazione giudaico-cristiana ma ulteriormente rinforzata dalla visione cartesiana-newtoniana, cioè che l’uomo è dotato di libero arbitrio mentre il mondo naturale (compresi tutti gli altri animali!) è soggetto alle immutabili “leggi fisiche”, non ha più alcun significato. 
   Anche il determinismo totale tipo Laplace, gradito alla scienza “ufficiale”, è largamente superato.
   Ogni entità naturale, ogni processo, ogni sistema complesso, ha un pizzico di libero arbitrio, potendo scegliere la via da prendere ad ogni biforcazione-instabilità. Infatti, attribuire “al caso” la via presa dopo la biforcazione in ogni sistema complesso e a “una libera scelta” quando c’è di mezzo il cervello umano, è un puro pregiudizio culturale.
   Solo la “quantità” di tale facoltà è diversa da caso a caso. Secondo la visione detta “del cane al guinzaglio”, tutte le entità (uomo compreso)  hanno un guinzaglio, più o meno lungo, in mano alle forze sistemiche, che non sono soltanto “fisiche” o energetico-materiali, ma anche mentali. 
     Il cane può talvolta far cambiare completamente direzione a chi tiene il   guinzaglio, se a un bivio si dirige da una parte piuttosto che dall’altra.
   Le possibilità di scelta di animali come mammiferi e uccelli sono piuttosto evidenti: in ogni caso le differenze con le scelte umane sono soltanto quantitative.
   Inoltre il grado di imprevedibilità che si manifesta in diverse comunità di insetti, di mammiferi o di uccelli, non è molto diverso da quello dei gruppi umani. Inoltre le società di molte specie sono notevolmente strutturate. 

- Etica e diritti degli altri animali
   Se c’è qualche differenza fra umani e altri animali, è solo di natura quantitativa. L’uomo è un animale: anche l’etica deve        tenerne conto quando si occupa degli altri esseri viventi, e senzienti.
    Non sono bastati gli studi di Konrad Lorenz, e di numerosi altri scienziati, per riconoscere una profonda vita soggettiva agli altri animali. Altre recenti idee, per ora di minoranza, attribuiscono una mente immanente a tutti i sistemi complessi e quindi a tutte le entità naturali.
   Gli altri animali soffrono, amano, sono coscienti. Qual è la facoltà che consente di attribuire dei “diritti soggettivi”? Se fosse qualche forma di coscienza o consapevolezza, non si capisce con quale logica si riconoscono diritti alle persone in coma o agli embrioni umani e non si considera degno di considerazioni morali soggettive un essere consapevole e senziente come un orango, un delfino o un lupo.

  
CITAZIONI

"Nessuna verità sembra a me più evidente di quella che gli animali sono dotati di pensiero e di ragione al pari degli uomini. Gli argomenti sono a questo proposito così chiari, che non sfuggono neppure agli stupidi e agli ignoranti".          
      (David Hume)

Ho conversato a lungo, su questi argomenti, con Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna. Alla domanda se anche gli animali siano consapevoli, con il tono passionale e affascinante che lo distingue, risponde: “Nessuna persona seria dovrebbe dubitare di questo. Sono pienamente convinto, dico pienamente, che gli animali hanno una coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una vita interiore soggettiva”. E aggiunge che l’uomo è troppo presuntuoso, troppo preso di sé. Naturalmente, dice ancora il grande scienziato, il fatto che gli animali abbiano una coscienza “solleva dei problemi”. Forse l’uomo ha paura di fare altri passi in questa logica: riconoscendo una vita interiore agli animali, sarebbe costretto a inorridire per il modo con cui li tratta.
 Lorenz mi ha parlato anche dell’infallibilità con cui gli animali conoscono subito le intenzioni di chi sta loro di fronte. Ma non c’è bisogno di scomodare tanta autorità, per commentare l’episodio del gorilla in questione. Solo una mente rozza o malata di dogmatismi, potrebbe dubitare delle buone intenzioni dell’animale. E i cani di Vienna, compresi quelli di Lorenz, non sono mai minacciosi per istinto o perché capiscono che la gente li ama e non farebbe loro mai del male?
 In fondo l’etologia va confermando quello che Giordano Bruno aveva intuito con il suo genio filosofico, e cioè che tutti gli esseri viventi sono fenomeni diversi di un’unica sostanza universale. Traggono dalla stessa radice metafisica e la loro differenza è quantitativa non qualitativa o, per usare il linguaggio di Kant, fenomenica non noumenica. L’intelletto, che serve a intuire la relazione delle cose tra di loro, è comune, sia pure proporzionato ai bisogni, a tutti gli esseri viventi. Questo insegnano i grandi pensatori, a incominciare da Schopenhauer, e questo sostiene, in ultima analisi, Lorenz.
 Sarebbe pura cecità considerare l’uomo come qualche cosa di completamente avulso dal resto del regno animale. La scoperta che gli animali mentono - per esempio i gracchi alpini e corallini, ma Lorenz mi ha parlato anche di altri animali - e quindi sono capaci di astrazione ha fatto cadere perfino il dogma che solo l’uomo avesse la facoltà di riflettere in abstracto.
 La filosofia occidentale è troppo impregnata di teologia. Lo riconosceva perfino Nietzsche, che pure parlava e predicava come un prete capovolto. Il male è già all’inizio: “Crescete e moltiplicatevi, e popolate la terra, ed assoggettatevela, e signoreggiate i pesci del mare e i volatili del cielo, e tutti gli animali che si muovono sulla terra.”  Signoreggiate, cioè opprimete, tormentate e uccidete tutti gli altri esseri viventi: parla così, un Dio? E non poteva anche risparmiarsi queste parole, dopo aver creato un essere malvagio come l’uomo? Lorenz, sia pure dopo una disamina di carattere storico, definisce “satanico” un simile comandamento.
   Quale penoso contrasto con le sublimi parole che Buddha rivolse al suo cavallo quando lo lasciò libero: “Và! Anche tu, un giorno, sei destinato al nirvana”.
 Questo episodio faceva tremare di commozione Schopenhauer e Wagner, ma non impressiona minimamente la corteccia cerebrale dei nostri filosofi-teologi. A loro è più congeniale Cartesio, che considerava gli animali delle semplici macchine.
 Vicino a Lorenz si respira meglio sia scientificamente che moralmente. Proprio perché ha scandagliato come nessun altro la vita interiore degli animali, sa anche quale responsabilità morale questo comporti…
(Anacleto Verrecchia, La Stampa, 8 settembre 1986)


Un omaggio alla memoria di Grey Owl 
(WA-SHA-QUON-ASIN)


“Gufo Grigio, indiano della tribù Ojibway, affascinò il mondo con il suo messaggio in difesa della natura e delle tradizioni del popolo indiano. In America, come in Europa, folle incantate lo seguivano quando parlava dell’antica armonia e della marea distruttrice della civiltà.
Ma solo dopo la sua morte, nel 1938, che si scopre la sua vera identità.
Il suo nome di battesimo è Archibald Belaney. Cresciuto nella rigida società inglese di fine secolo ottocento, incapace di accettarne le dure costrizioni, Archibald fugge in Canada a 17 anni per poter finalmente coronare il suo grande sogno: vivere tra gli indiani d’America. Rinnega le sue origini, diventa più indiano di un indiano, prende il nome di Gufo Grigio. Con al suo fianco la giovane Anahero (che svolse un ruolo molto importante per la visione fortemente conservazionistica di Grey Owl - N.D.A.) trova infine la sua vera missione: difendere la natura dall’aggressione dell’uomo bianco.
La storia della vita di Gufo Grigio è più affascinante di un romanzo. E ci porta un messaggio profondo di libertà e di rispetto per la vita......Gufo Grigio era un poeta. Dalle sue parole scaturivano visioni di foreste lontane, laghi blu, colline verdi e cieli puri dove gli animali vagavano liberi e gli uomini conoscevano ancora l’armonia del tutto” (dalla presentazione del libro sulla vita di Gufo Grigio di L. Dickson, 1999).
Questo breve capitolo è un breve ricordo di Gufo Grigio, un uomo che dedicò la sua esistenza alla conservazione del mondo selvaggio e ad un coerente stile di vita perfettamente in sintonia con lo spirito di natura. Buona parte del brano che segue è tratto dalla presentazione del suo libro più noto “Pellegrini della foresta” (Pilgrims of the Wild) edito in Italia nel 1940 la cui nota fu egregiamente e profondamente curata da Mario Ghisalberti (ed. Corticelli, Milano). 
“Gufo Grigio morì il 13 aprile 1938........
La storia di Gufo Grigio consiste nello sforzo di un uomo per raggiungere l’unità spirituale, la pace interiore, l’armonia fra se stesso e il mondo.
Fanciullo, a Hastings, è già un solitario, uno straniero. La casa, la città lo soffocano. Non sogna che le immense distese vergini delle colonie, il contatto con la Natura incontaminata in tutte le sue manifestazioni. A sedici anni, con cinque sterline in tasca, s’imbarca per il Canada. La sua sete di avventura ha di che abbeverarsi. Diventa vogatore di canoa sui fiumi rapinosi e sugli immensi laghi, cacciatore di animali da pelliccia per le profonde foreste nevose, portatore, guida, in un paese sconfonato, dove le distanze si contano a centinaia di chilometri, e l’uomo è solo col suo coraggio, come una bestia selvatica, di fronte alla Natura vergine e ostile.
Ma Gufo Grigio è poeta, anche se non ha ancora preso in mano la penna. L’ambiente grandioso, l’asperità del clima, le marce massacranti, le solitudini, le privazioni, le violenze, l’incertezza continua del domani che bisogna guadagnarsi con la propria destrezza fisica e mentale, invece di abbatterlo, agiscono sulla sua fantasia, la esaltano, si compongono in un mito epico, che egli si limita a vivere tumultuosamente, in attesa del giorno, in cui contemplando dal punto fisso della sua raggiunta coscienza di sé, lo canterà come poeta. E’ l’afflalto pànico della Foresta, l’unità della Vita in tutte le sue forme, che lo investe: quella Foresta col l’F maiuscolo che divdenterà il tema conduttore di tutta la sua opera, il Selvatico in cui non v’è nulla di di gretto né di meschino, nemmeno nei suoi delitti, sia esso concentrato in un abete gigante, o nel ruggito d’una cascata, o in una bestia, o in un indiano che aggattona la preda.
La Guerra lo richama in  Europa. Quando ritorna alla Foresta, la sua salute è minata dalle ferite. Trascorre cinque anni insieme con una tribù di Indiani Ojibway che lo adottano e gli impongono il nome di Wa-Sha-Quon-Asin, Gufo Grigio, perché egli ama viaggiare di notte.
Il lungo intimo contatto con questi veri figli della Foresta determina in lui la crisi risolutiva.
Dalla civiltà anglossane...... si sente sempre più lontano. Conclude che non sempre il Progresso si identifica con la civiltà, né la Prosperity tanto decantata col benessere comune, e neppure l’abbondanza con la ricchezza  tutta interiore dello spirito. L’esistenza eroica e semplice di quei suoi compagni primitivi gli sembra più vicina alla pace interiore, all’agognato accordo tra l’individuale e universale, che non gli isterismi e i mostruosi sussulti di una civiltà che a furia di adorare la macchina s’è meccanizzata essa stessa, s’è sollevata in una torre di rigido acciaio perdendo interamente il senso della terra senza con questo avvicinarsi al cielo d’un palmo. E, a torto o a ragione, si convince che l’indiamento dell’uomo meccanico, il far di lui una parte a sé dell’universo totalmente avulsa da tutto il resto, con potestà dispotica nel suo ambiente, superiore alle Leggi di Natura e all’Ordine Supremo, è un assurdo, una follia che potrà magari permettergli di trasferirsi in un batter d’occhio da un punto all’altro del suo dominio, di comunicare e vedere a distanze enormi, di costruire di sanare di sovvertire di uccidere con potenza impensata, ma non gli farà muovere un passo verso la felicità, l’armonia, la pace dello spirito, l’equilibrio al quale tende fatalmente ogni sforzo.
Per i suoi compagni invece, per questi cosiddetti selvaggi, l’uomo non è che una parte del tutto, un elemento di una compagine. Più modesti, e secondo lui anche più saggi, costoro non cercano di dominare il loro ambiente, ma di intonarcisi; sentono il ritmo della vita universa e su questo cercano di accordare la loro esistenza particolare. La legge del più forte vale per loro come per tutte le altre creature; soltando non pretendono che sia monopolio dell’uomo; passano con umiltà religiosa là dove gli altri irrompono con superbia demoniaca; adorano mentre gli altri bestemmiano; si profondano nello spirito mentre gli altri cozzano contro la materia.
Nel campo spirituale la scelta di Gufo Grigio è già fatta: i suoi fratelli sono costoro, anche se la sua pelle è bianca; la loro cultura è la sua.
Ma c’è di più.L’ambiente grandioso e selvaggio in cui questa vita ritmica può svolgersi ed ha perciò ragione di essere, la Foresta, sta scomparendo. La marcia del Progresso la distrugge. Incendi immani spianano la via alle traversine ferroviarie e alle fabbriche. Gli eroi primordiali, i mistici silvestri debbono diventare manovali e operai, o morire di fame. Incapaci di rinunciare ad un modo di vivere che è tipicamente loro e di adattarsi ad una mentalità che è agli antipodi della loro concenzione del mondo, gli Indiani si ritraggono, stentano la vita in isole più e più circoscritte di foresta, soggiacciono a malattie terribili, muoiono come mosche di tubercolosi e d’alcolismo, entrano in agonia insieme con l’ambiente cui davano e da cui suggevano la linfa vitale.
E allora, seguendo un impulso generoso, cui c’è da far di cappello più che a qualunque certificato di nascita, Gufo Grigio non s’accontenta più d’una mera fratellanza spirituale con le vittime: vuole anche una fratellanza di sangue, se ne cinge come d’una corona di spine, e divide con loro il martirio......
Il messaggio che “I Pellegrini della Foresta” ci recano consiste in questo Spirito della Foresta che è sul punto di scomparire per sempre. E’ l’invocazione, lanciata prima che sia troppo tardi, da una civiltà che ha ancora qualche cosa da dire e da insegnarci, e che scomparendo totalmente ci lascerebbe spiritualmente più poveri. E’ la protesta di Pan contro il prepotere artificioso di Hermes.
Questo libro non condanna soltanto l’estinzione spietata ed inutile di una specie di animali selvatici, né la rovina degli ultimi lembi di Foresta; bensì la distruzione del Principio universale, del patrimonio spirituale, degli assoluti che s’incarnano in codesti aspetti della Vita. Fa sentire, fra i fumi della benzina, il fresco profumo di qualche fiore selvaggio; addita, fra gli scatti geometrici dei congegni meccanici, l’armonia e la bellezza presenti nelle movenze di un animale selvatico o di un Indiano nel loro ambiente grandioso; mostra, fra squallide quinte di cemento e travature metalliche, fondali d’alberi secolari e montagne e laghi e fiumi, e silenzi verdi e bianchi, e orizzonti limpidi e sgombri, e uomini semplici e forti come eroi di leggenda........
..... Parlando di se come scrittore, Gufo Grigio dichiara: Per me il fucile ha sempre avuto più possa della penna. Il bordo della canoa contro l’anca, lo schizzare della schiuma in pieno viso, il ritmo della marcia con le racchette da neve, il richiamo di montagne e vallate lontane, la maestà della tempesta, la calma e taciturna presenza degli alberi che sembrano meditare nel loro silenzio, l’ingenua fiducia delle piccole creature viventi, la compagnia di uomini semplici: ecco la mia ispirazione e la mi guida...”.
Gufo Grigio testimonia anche lo sforzo e la forza del singolo per la salvaguardia del mondo selvaggio, cominciando a proteggere avidamente la vita dei castori vittime di cacciatori e bracconieri la cui specie stava rapidamente estinguendosi. Fu un vero e proprio precursore della conservazione della natura, un precursore che maturò spontaneamente questa necessità e che cercò di comunicare al mondo tutto sia con i suoi messaggi diretti (conferenze) che con bellissimi e partecipi scritti.
Non si potrebbe portare quasi a conclusione questo breve capitolo su Grey Owl senza citare due suoi bellissimi passi tanto eloquenti quanto profondamenti veri. Dal mondo dei castori il richiamo che sentì per la scomparsa di due suoi cari “amici”: “Talvolto lo sentiamo in mezzo alla bufera, o nel silenzio della sera, all’alba nel canto degli uccelli, o nel richiamo di una civetta, in lontananza nella notte. Risuona nelle cadenze di un canto indiano e si alza nelle note profonde di un organo suonato dalla leggera mano di un maestro, sussurra nel suono dei torrenti sonnacchiosi e mormora nel rumore del fiume, nell’incessante fragore delle onde contro la riva di un lago. Ognuna di queste è una nota della complessa armonia della Natura, sono corde suonate a caso dalla maestosa sinfonia dell’infinito che risuona per sempre nelle vaste sale del tempo”. 
E poi più in generale sul mondo selvaggio:“Una foresta ininterotta si stende da tutte le parti della capanna in cui scrivo, fluisce innanzi, in un cupo fiotto ondeggiante, verso settentrione, fino all’Oceano Artico. Nessuna ferrovia la traversa, per bruciare e distruggere, nessun colonizzatore la rovina col fuoco e con l’ascia. Da ogni eminenza, si possono contemplare leghe innumerevoli di Foresta, che non nutrirà mai le fauci affamate del commercio.
Questo è un posto differente, è un’altra giornata.
In nessun luogo qui la vista delle ceppaie e delle nobili vette abbattute offende l’occhio o rattrista lo spirito; nè la bellezza strana, selvaggia, inimmaginabile di questi tramonti nordici è sfigurata da filari e filari di alberi scheletrici ed orrendi......... Ritorno alle origini? Forse sì; ma ci hanno portato fortuna.
Tutti i sogni sono diventati veri, e anche più. Scomparsa è la paura assillante di una mano vandalica. La vita selvatica in tutte le sue  numerose varietà, animali ritenuti timidi ed elusivio ci passano ora quasi a portata di mano, e a volte si fermano presso la capanna, ed osservano. Ed uccelli, e bestie minute e grosse, e creature piccole e grandi, si sono raccolti qui intorno, e frequentano il posto, e volano e nuotano o camminano corrono secondo la loro natura.
Piomba la Morte, come deve pure talvolta, e sorge la Vita al suo posto. La natura vive e procede e fluisce tutto intorno nel suo assetto armonioso e metodico.
Le cicatrici degli antichi incendi pian piano scompaiono; gli alti alberi diventano ancora più grandi. Si riaffollano le città dei castori. Il ciclo continua.... “.
E nel rispetto dei sentimenti profondi che Grey Owl nutriva per i suoi castori, non possiamo non ricordare le gesta di McGinnis e McGinty, due castorini strappati alla morte e che furono all’origine della sua presa di coscenza e che lo portarono all’indefessa azione di tutela della specie. Un saluto anche a “Pellaccia”, all’amatissima Jelly Roll e, nell’insieme, a tutto il popolo dei castori poeticamente declamati da Grey Owl nella sua bellissima opera “Pilgrims in the wild”.
Addio e grazie Grey Owl e che il tuo messaggio risuoni negli spazi del tempo infinito. Quando morì a soli cinquant’anni la causa apparente sembrò essere la polmonite ma scrisse Dickson (1999)  “La causa della morte era la consunzione: consunzione delle speranze e degli scopi che nascono dall’immaginazione e che infine segnalano al cuore quando fermarsi”.
Disse una volta WA-SHA-QUON-ASIN:“Questa non è la voce di Gufo Grigio che parla, ma la voce di un esercito potente e che aumenta in continuazione: i difensori della fauna selvaggia, le cui voci dovranno essere ascoltate. Che le vostre orecchie stiano aperte” (Dickson, 1999). E poi, come già citato in questo libro, per concludere, una sua bellissma quanto eloquente affermazione: “ Voi siete stanchi di questi anni di civilizzazione. Io vengo, e cosa vi offro? Una singola foglia verde”.


Il ridimensionamento dell'antropocentrismo


“L’uomo è un fenomeno filosofico sorpassato. L’universo è fin troppo vasto perché solo l’uomo vi dimori” (H. D. Thoreau). E' triste doverlo ammettere, ma l'impatto che l'uomo esercita sul territorio è in drammatica contrapposizione con le esigenze dell'economia naturale. Sarebbe auspicabile pervenire ad una drastica riduzione della pressione demografica, ma un tale auspicio si colora purtroppo di folle utopia. "Ridurre drasticamente la pressione demografica: un grande atto di altruismo verso la natura"; è questo il precetto che ognuno di noi dovrebbe imparare a memoria, ma sappiamo bene che l'invocazione ha poche possibilità di essere ascoltata. E' inutile discutere sulla riduzione dei consumi, sull'inversione delle tendenze o sul controllo dell'inquinamento: sono solo parole che vanno via con il vento. La realtà è un crudo aut-aut, o si ridimensiona l'uomo o la natura. E' l'uomo che deve adattarsi alle esigenze della natura e non viceversa. La natura deve essere salvata e rispettata per il suo valore in sé, non per un nostro interesse, materiale, etico o spirituale che sia. Il binomio uomo-natura deve affrancarsi definitivamente dalla conflittualità che lo ha distinto nel corso dei millenni, e deve emendarsi dalla inveterata visione antropocentrica dell’universo, per dare finalmente luogo al ristabilirsi di un rapporto armonico e unitario tra uomo e natura e per riaffermare il valore in sé delle cose. Scrisse Aldo Leopold (1949 in Devall & Sessions, 1989) “.... siamo solo compagni di viaggio di tutte le altre creature nell’odissea dell’evoluzione.... . Acquisire una consapevolezza ecologica cambia il ruolo dell’homo sapiens da conquistatore a semplice membro e cittadino della comunità-terra. Questo implica rispetto per i propri compagni e anche per la comunità come tale”.
Tutti siamo colpevoli: chi scrive più degli altri. Con le nostre esigenze attuali anche la vita più tranquilla è distruttiva per la natura. 
Fin quando l'umanità persevererà nell'attuale modello di sviluppo, gli animali selvatici vedranno ridurre il proprio spazio vitale giorno dopo giorno per fare posto al "signore uomo" re del creato.
Scrive J. Passmore (1986): “.... penso che sia vero che gli uomini abbiano bisogno di una nuova metafisica genuinamente non antropocentrica..... L’elaborazione della nuova metafisica mi sembra che sia il compito più importante della odierna filosofia..... il sorgere di nuovi atteggiamenti morali verso la natura è quindi connesso al sorgere di una nuova filosofia della natura vista nella sua totale e onnicomprensiva globalità. Questo è l’unico fondamento adeguato di un’efficace sensibilità ecologica”. Completano bene il discorso Devall & Sessions quando dicono: “L’ideologia dominante è il sistema dei valori, opinioni, costumi e norme che formano la struttura di riferimento per una collettività, per esempio una nazione..... Raramente si tengono dibattiti sui presupposti generali della concezione del mondo. Per i problemi vari si trovano giustificazioni, mentre le posizione diverse non sono affrontate apertamente. Spesso si taccia di eresia chi ha messo in discussione le tesi basilari dell’ideologia dominante”. I nuovi eretici del XXI° secolo sono proprio quelli che mettono in discussioni le certezze delle ideologie dominanti antropocentriche. Nella introduzione alla sua ottima opera Dalla Casa (1996) scrive che: ”il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. E’ un problema filosofico, molto più che un problema pratico e tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento del tempo, pur utilissimi, di problemi insolubili. Perché si cambi una visione del mondo, cioè una cultura, si richiedono di solito tempi dell’ordine di un paio di secoli. Ma non si salverà la madre Terra senza un tale capovolgimento, cioè senza la fine della civiltà industriale, che è l’espressione attuale della cultura occidentale e l’applicazione pratica del materialismo. Invece, una volta scomparsa o modificata profondamente la visione del mondo dell’Occidente, il problema ecologico non esisterà più........
....... Una delle obiezioni che viene mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: è bene evidenziare ancora che le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e radicali”.
Giuseppe Acerbi, esploratore italiano del settecento, dopo l’esperienza di una lungo viaggio nel grande nord finlandese scrisse (in Francescato, 1988): “.... Non andrà colà per ammirare le opere dell’uomo incivilito; ma bensì per contemplarvi la natura, l’ordine, l’armonia prevalenti in tutte le produzioni della creazione, l’immutabile legame della catena delle cose.... con che disegno sono poste nell’economia della natura queste aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell’aria...; qué laghi, qué fiumi, quelle cataratte... fin tanto che si riterrà persuaso ch’egli è il re delle cose create e si abbandonerà all’idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per altro esistono che per esso lui....
è una verità provata dall’esperienza quotidiana, sia per gli individui che per intere società, che la loro felicità diminuisce in proporzione al loro allontanamento dalla natura”.
Solo la totale scomparsa dell'antropocentrismo salverà la vita sul pianeta terra! Ogni altro compromesso sarà destinato a fallire. Per dovere di chiarezza è bene riportare, sul termine “antropocentrismo”, quanto scrive Hargrove (1990): “Vi è inoltre molta confusione provocata dai due significati conflittuali del termine antropocentrismo usato nell’etica ambientale. Come si è già notato, la parola è spesso usata a significare ‘utilitaristico’, ma anche, altrettanto spesso, ‘umano’ o ‘concepito in termini di consapevolezza umana’. I non antropocentristi, da un lato, richiedono spesso il riconoscimento, o la scoperta, del valore non antropocentrico, così che le cose naturali non vengano più trattate in modo puramente utilitaristico. Gli antropocentristi, d’altro lato, che non vogliono trattare tutte le cose naturali utilitaristicamente e che definiscono il termine nella seconda accezione, rispondono che anche se attribuiamo valore non antropocentrico ad animali e a oggetti naturali, i valori saranno sempre antropocentrici o ‘umani’, in quanto sono sempre valori creati da uomini che valutano”. Noi crediamo che ciò è vero solo se ci dimentichiamo del “valore in sé delle cose”, valore indipendente ed autonomo che prescinde la percezione umana.
Scrive Dalla Casa (1996): “...Non è possibile pensare di salvare il mondo dalla catastrofe ecologica senza analizzare il concetto di sviluppo e senza ricordare che questo concetto è il prodotto di una sola cultura umana in un determinato momento della sua storia: la Natura viene distrutta dal dèmone del fare che divora l’Occidente e dalla sua smania di modificare il mondo.
L’Occidente, preda dei dèmoni dell’avere e del fare, ha dimenticato il vivere, il conoscere e l’essere...”.
I popoli nativi, come più volte espresso in questo lavoro, rappresentano un illuminato esempio di integrazione ambientale e di sviluppo spirituale ecocentrico, ben lontano dai concetti antropocentrici. Scrive J.D. Hugues (1983 in Devall & Sessions, 1989): “(...) I modelli culturali degli indiani d’America, basati su una caccia e una agricoltura attente e in accordo con le percezioni spirituali della natura, hanno effettivamente conservato la vita sulla terra e la terra stessa (...). La concezione indiana dell’universo e della natura deve essere esaminata seriamente come valido modo di relazione con il mondo e non come visione superstiziosa, primitiva e non evoluta.... Forse l’intuizione principale che può essere tratta dall’eredità indiana è il grande rispetto per la terra e la vita (...). E’ importante per noi imparare dalla natura come fecero i primi indiani d’America, tenendo l’orecchio al suolo, e riconquistare una nostra prospettiva sperimentando spesso un contatto diretto con il mondo non artificiale, con gli animali e gli spazi selvaggi.... Nella visione tradizionale degli indiani la gente, gruppo sociale interdipendente, vive in armonia con la natura (...)”.


L’errore antropocentrico
di Guido Dalla Casa

Premesse 
I movimenti che si ispirano a idee ecologiste più profonde di quelle usuali dei mezzi di comunicazione e delle Associazioni ambientaliste (risorse, rifiuti, pulizia, inquinamento, parchi, ecc.) si stanno fortunatamente moltiplicando. Come esempi: l’Ecologia Profonda, La Decrescita Felice, l’Ecopsicologia, il Bioregionalismo, lo studio delle culture native, la critica alla civiltà, la spiritualità al di fuori delle religioni organizzate, e altri.
Alcuni di questi movimenti non riescono a liberarsi completamente da un sottofondo di pensiero che per la civiltà occidentale è più che millenario: l’antropocentrismo. Tutto viene riferito all’uomo come unico depositario di valori. A mio parere, se non ci si libera da questa idea di base, l’azione ecologista è destinata a fallire.
Dei movimenti sopra citati, l’Ecologia Profonda ha come sottofondo l’ecocentrismo: l’abbandono dell’idea antropocentrica è la sua premessa fondamentale. Degli altri, qualcuno non si occupa in modo particolare del problema o non manifesta una piena consapevolezza dell’aspetto negativo dell’antropocentrismo.
Secondo la critica alla civiltà, l’umanità dei raccoglitori-cacciatori si vedeva spontaneamente in una rete interconnessa di viventi, con spazio per gli altri esseri senzienti pari a quello umano. Per quanto riguarda l’ecopsicologia, l’inconscio ecologico comprende l’umanità e la pone all’interno della comunità dei Viventi.
Questi due movimenti sono quindi consapevoli della necessità di una critica profonda all’antropocentrismo corrente.
Se ci riferiamo a istituzioni, documenti ufficiali o istanze di tipo politico, l’antropocentrismo è sempre presente, anzi è considerato ovvio.
Come esempio, diamo un’occhiata al testo della Commissione Europea L’economia degli ecosistemi e della biodiversità, che pure è un documento con le migliori intenzioni. Il linguaggio è strettamente economico. Alcuni esempi: “nostro stock di capitale naturale”, “capitale naturale della terra”, “ampliare il nostro concetto di capitale fino a includere il capitale umano, sociale e naturale”. Il concetto di capitale è ripetuto più volte, anche quello di capitale “naturale”!
L’idea sempre presente è la collocazione degli umani al di fuori del mondo della Natura: questa è un’assurdità da tutti i punti di vista. L’essere umano appare come un elemento estraneo, al di sopra di tutto: è lo scopo e l’utente finale di tutti i servizi.
Anche in documenti con intenzioni filo-ecologiste, si parla di “patrimonio dell’umanità”, non soltanto per qualcosa come le piramidi d’Egitto o un’opera d’arte, ma per le Dolomiti o il Grand Canyon del Colorado, che sono lì da centinaia di milioni di anni, mentre la nostra specie ha soltanto due o tre milioni di anni! Anche tenere in buono stato il mondo “per le generazioni future” è un’espressione fortemente antropocentrica.

La scienza
E’ ormai noto alla scienza, fin dai tempi di Lamarck, cioè da un paio di secoli, che l’uomo è una specie animale a tutti gli effetti, anche facilmente classificabile: Classe Mammiferi, Ordine Primati. La nostra specie partecipa completamente della vita del complesso ecosistemico, le nostre funzioni cellulari e fisiologiche sono le stesse degli altri mammiferi, anche il comportamento non presenta particolari eccezionalità qualitative. Gli altri animali, in particolare Mammiferi e Uccelli, soffrono, amano, ragionano, curano la prole, hanno una vita sociale strutturata, trasmettono cultura.
Quindi due secoli sono passati invano.
Le differenze genetiche fra un umano e uno scimpanzé bonobo sono dell’ordine dell’1%. Tuttavia la scienza “ufficiale” riduzionista-meccanicista-materialista-cartesiana dimentica le sue stesse conoscenze: per non dover parlare di rispetto per la Vita ed evitare le conseguenze sull’etica, ha sostituito il precedente “diritto divino” con una specie di “merito selettivo” ed ha non solo legittimato e continuato l’opera di sfruttamento del mondo naturale e di sterminio dei viventi, ma anche giustificato “esperimenti” che comportano terribili sofferenze a tanti esseri senzienti.
Recentemente è stato pubblicato in italiano un libro di uno scienziato olandese (R.Corbey – Metafisiche delle scimmie – Bollati Boringhieri, 2008), in cui, oltre ad altre considerazioni, si ricerca quali possano essere le caratteristiche che dividono l’umano dall’animale. In un recente passato si è sempre dovuto spostare questo confine, man mano che si accumulavano nuove scoperte e nuovi studi, ma infine il tentativo di mantenere comunque una divisione è fallito: il confine non esiste. Gli altri animali giocano, soffrono, amano, hanno emozioni profonde, tengono un comportamento del tutto paragonabile a quello umano. L’antropocentrismo è privo di qualunque base scientifico-filosofica.
Gli altri animali comunicano certamente fra loro. Se il criterio di divisione fosse la scrittura, dovremmo relegare “dall’altra parte” quasi tutte le culture umane, in cui le conoscenze sono trasmesse oralmente: ma oralità e scrittura sono solo modalità diverse di trasmissione, non c’è alcun “progresso” da una all’altra. Altrimenti saremmo costretti a descrivere la “storia” entro il solito paradigma che porta all’Occidente e poi alla civiltà industriale come al vertice del “progresso”, cosa ormai superata da tutti i punti di vista.
Ricordo benissimo di aver letto, una trentina di anni orsono, che uno scienziato aveva condotto un esperimento di fecondazione “in vitro” che interessava due gameti, di cui uno umano e l’altro di scimpanzé. In uno dei tentativi la fecondazione era riuscita e si era sviluppato un embrione in vitro, in fase molto iniziale. Non ho alcuna garanzia sulla veridicità del fatto, ma non mi sembrerebbe una cosa tanto strana. Comunque la civiltà occidentale non poteva sopportare una notizia simile: così non se ne è più sentito parlare. Era un’evidenza in più della nostra completa appartenenza alla Natura, se pure ce ne fosse stato bisogno.
Il tutto alla faccia del metodo scientifico, dell’illuminismo e della ragione.

Studi recenti
I brani che seguono sono riportati dall’articolo “Minds of their Own – Animals are smarter than you think” (La loro mente – Gli animali sono più intelligenti di quanto crediate) di Virginia Morell, pubblicato sul numero di marzo 2008 del National Geographic. L’articolo è una sintesi dei risultati di trent’anni di studi sulla mente, sul comportamento e sulle capacità di apprendimento di molti esseri senzienti non-umani da parte di Irene Pepperberg e altri scienziati. La Pepperberg iniziò il suo progetto nel 1977: si portò in laboratorio un pappagallo di nome Alex con l’intento di insegnargli la lingua inglese. Ma leggiamo qualche brano dell’articolo:

“Alex contava, riconosceva colori, forme e dimensioni, aveva un’elementare nozione del concetto di zero”.
“Gli scimpanzé, i bonobo e i gorilla sono capaci di apprendere il linguaggio dei segni e di utilizzare simboli per comunicare con noi. Il bonobo Kanzi porta con sé una lavagna piena di simboli che gli permette di “parlare” ai ricercatori, e ha inventato, per esprimersi, nuove combinazioni simboliche”.
“Azy (un orango) ha una ricca vita interiore. Oltre a comunicare i suoi pensieri con i simboli di una tastiera, Azy mostra anche una “teoria della mente” (cioè comprende il punto di vista di un altro), e fa scelte logiche che dimostrano una notevole flessibilità mentale”.
“Oggi un ampio numero di studi indica che l’intelligenza è una dote flessibile, e le sue radici nel mondo animale sono estese e profonde”.
“Non siamo i soli a saper inventare, a pianificare le nostre azioni, ad avere un’immagine di noi stessi; e neppure i soli a mentire e ingannare”.
“L’intelligenza è un albero dalle mille ramificazioni: non ha un tronco unico che punta solo nella nostra direzione”.
“Dotati di un grosso cervello e agili tentacoli, i polpi sanno bloccare le loro tane con delle rocce, e si divertono sparando acqua a bersagli come bottiglie di plastica o ai ricercatori”.
“Kanzi, un bonobo, da piccolo ha imparato a comunicare spontaneamente osservando gli scienziati che addestravano sua madre. A 27 anni, questo bonobo “parla” grazie a più di 360 simboli di tastiera, e capisce il significato di migliaia di parole dette a voce. Kanzi sa formulare delle frasi, eseguire nuove istruzioni, e fabbricare strumenti di pietra, cambiando tecnica a seconda della durezza del materiale. Crea strumenti come quelli dei primi umani”.
“Le ghiandaie sanno ragionare: sapendo di essere ladre, spostano le provviste di cibo se un’altra ghiandaia le osserva; pianificano i pasti futuri, e nel fare provviste tengono conto dei bisogni futuri piuttosto che della fame del momento”.
“I delfini hanno ottima memoria, estro creativo e capacità linguistiche; sono versatili, sia dal punto di vista cognitivo che comportamentale. Hanno un grande cervello generalista, proprio come noi. Modificano il proprio mondo per rendere possibili nuove cose”.

E’ anche evidente che si ragiona sulle medie: il più intelligente dei bonobo ha (o è) più mente-psiche-spirito del meno dotato degli umani.
Un altro ottimo articolo di Mary Roach (Almost Human: National Geographic, aprile 2008), riporta frasi come “Yet it is impossible to spend any time with chimpanzees and not be struck by how similar they are to us” (E’ impossibile trascorrere qualche tempo con gli scimpanzé e non restare colpiti dalla constatazione di quanto sono simili a noi): vi sono interessanti considerazioni sulle diverse culture degli scimpanzé, anche in un’area limitata, a seconda dell’habitat in cui si trovano a vivere.
Ancora dal National Geographic, ottobre 2010, ecco un’affermazione di Jane Goodall: “You cannot share your life with any animal with a well-developed brain and not realize that animals have personalities” (E’ impossibile vivere insieme a qualsiasi animale con un cervello sviluppato senza rendersi conto che ogni animale ha una personalità).
Se poi ci avventuriamo a studiare la mente di un termitaio o il comportamento degli esseri collettivi, ci accorgiamo ancora di più dell’assurdità delle concezioni meccanicistiche correnti.



L’ambiente
Viene usato assai spesso, quando si tratta di problemi collegati all’ecologia, la parola ambiente, termine fuorviante, perché trasmette l’idea che si tratti di un’entità inerte, “non viva”.
Si usa chiamare “ambiente” un complesso di:
- oltre venti milioni di specie di esseri senzienti;
- tutti gli ecosistemi che, secondo recenti teorie scientifico-filosofiche, si possono considerare pure esseri senzienti;
- sostanze in continuo scambio e movimento;
- relazioni fra tutti gli elementi e le entità interne al complesso.
Il termine deriva dall’idea di ambiente dell’uomo, cioè è impregnato dal fortissimo antropocentrismo della cultura occidentale. L’uomo resta l’unico punto di riferimento. In sostanza si usa chiamare “ambiente” un Organismo Totale vivente-senziente, come se fosse un “contorno” di alcune sue cellule (la nostra specie).
La Terra non è “il nostro ambiente” o “la nostra casa”, ma è l’Organismo di cui facciamo parte: siamo un suo tessuto, siamo come un tipo di cellule integrate in un organismo biologico, e che dipendono in modo totale dalle sue possibilità di omeostasi, cioè dalla capacità del Pianeta di autocorreggersi mantenendosi in condizioni stazionarie.

Le tradizioni religiose nate nel Medio Oriente
Riporto dalla versione cattolica della Bibbia pubblicata da Marietti nel 1970:

Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame, su tutte le fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi, 1/26).
...e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate dominio sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”. (Genesi, 1/28).
Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore di voi e il terrore di voi sia in tutte le fiere della terra e in tutto il bestiame e in tutti i volatili del cielo. Per quanto concerne ciò che striscia sul suolo e tutti i pesci del mare, essi sono messi in vostro potere”. (Genesi, 9/1-2).

Qui non c’è l’idea di “custodia” affidata al bravo amministratore, che sarebbe già una posizione fortemente antropocentrica, c’è ben di peggio.
Forse qualche istituzione vorrebbe ancora far credere che un pitecantropo, o un australopiteco, si è svegliato una mattina e si è accorto di avere qualcosa che prima non aveva (l’“anima”), oppure che un cucciolo di questi viventi sia improvvisamente nato “umano”. E il Neanderthal, che ha vissuto con il Sapiens in Europa per decine di migliaia di anni, “aveva” o “non aveva” l’anima? Spero che non si raccontino più simili amenità, neppure ai bambini! Forse è più facile pensare che tutti questi esseri senzienti sono sempre stati immersi nell’Anima del mondo, per usare un’espressione dello psichiatra junghiano James Hillmann.
Ma qualche idea diversa c’era in alcune culture umane, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani:

“Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”.

In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.

Il valore intrinseco della Natura
Le autorità, i governi, “le persone che contano” hanno tutti lo stesso dio: lo sviluppo, l’aumento indefinito dei beni materiali, che comporta l’aggressione al resto della Natura, considerata al nostro servizio e senza alcun valore “in sé”. Tutto in funzione umana, come cosa ovvia! Finché non ci liberiamo da questo sottofondo, ogni azione alla lunga sarà inutile.
Anche dire che la Natura (o un’entità naturale) è “patrimonio di tutti” o costituisce una risorsa sottintende una concezione fortemente antropocentrica; così pure dire di voler salvare un “ambiente naturale” per poterlo trasmettere “alle generazioni future”. Sono tutte espressioni che considerano la centralità dell’uomo come ovvia.
Secondo un tipo di pensiero degno di ogni considerazione anche se assai raro in Occidente, i valori non esistono solo nell'uomo, ma pure negli altri animali e nelle piante. Il punto di partenza più naturale per trovare i valori è di cercarli negli altri animali, che certamente hanno emozioni e sentimenti, oltre alla capacità di soffrire.
Per un lupo, l'alce ha un valore strumentale, come preda che sostiene la vita e il benessere del lupo. Lo stesso lupo può considerare i membri del proprio branco come esseri con un valore intrinseco, e non li tratta solo come strumenti. Gli altri esseri creano valori indipendentemente da ciò che l'essere umano pensa di loro.
Ci sono anche i valori delle piante. Tutti gli organismi hanno la propria “mente”: l'essere umano può sia promuovere che danneggiare questa qualità, che però rimane indipendente dall'uomo. Che una pianta di casa cresca rigogliosa o meno può dipendere dagli umani, però il suo benessere o malessere è una qualità propria della pianta. Il problema nasce dall'affermazione della mancanza d'identità nelle piante, affermazione priva di ogni fondamento.
Ci dobbiamo poi domandare se i sistemi, o gli “esseri collettivi”, possono avere valori non riconducibili ai singoli individui. La tradizione lega i valori agli individui e perciò non comprende che una montagna possa avere un valore intrinseco. Ci dobbiamo anche chiedere se la Natura come un tutto possa essere un soggetto con una mente, e se una montagna o un fiume possano provare esperienza. Le ricerche attuali sulla coscienza e sull'intelligenza artificiale potrebbero gettare nuova luce su questi problemi.
Sugli argomenti sopra accennati sono assai interessanti gli scritti e le considerazioni della studiosa finlandese Leena Vilkka, docente di filosofia all’Università di Helsinki.

Noi siamo la Terra
Siamo immersi nell’Anima del Mondo o, se preferite, nell’Inconscio collettivo, nell’Inconscio ecologico, la Mente della Terra: noi siamo la Terra! Questo è uno degli approcci soprattutto dell’ecopsicologia. Siamo la parte più “cosciente” della Terra, non c’è alcun distacco uomo-Natura. La repressione dell’inconscio ecologico è la radice profonda del male insito nella società industriale. Ritrovare l’accesso verso l’inconscio ecologico vuol dire ritrovare la via verso la salute psicofisica dell’individuo, della società e dell’ecosistema.
E’ necessario emancipare l’ecologia da semplice branca della biologia dalla quale è nata a una scienza delle relazioni e dell’insieme.
Siamo parte integrante del mondo in cui viviamo tanto quanto i fiumi e gli alberi, intessuti dello stesso intricato flusso di materia-energia e mente.

Il sentimento religioso è una prerogativa umana?
Lascio la parola a Jane Goodall, che ha trascorso 40 anni fra gli scimpanzé:

Nel profondo della foresta di Gombe c’è una spettacolare cascata. Talvolta, mentre gli scimpanzé si avvicinano e il rombo dell’acqua che cade si fa più intenso, il loro passo si affretta, i peli si rizzano dall’eccitazione. Quando raggiungono il corso d’acqua mettono in atto scene magnifiche, alzandosi in piedi, ondeggiando ritmicamente da un piede all’altro, sbattendo le zampe nell’acqua bassa e in corsa, raccogliendo e lanciando grosse pietre. A volte salgono sulle liane che penzolano dall’alto e fanno l’altalena fra gli spruzzi dell’acqua che cade. Questa “danza della cascata” può durare dieci o quindici minuti, dopodiché può accadere che uno scimpanzé si sieda su una roccia, con gli occhi che seguono il percorso dell’acqua. Che cos’è, quest’acqua? Continua ad arrivare, continua ad allontanarsi, eppure c’è sempre.
Probabilmente gli scimpanzé provano un’emozione simile a una meraviglia o ad un riverente rispetto. Se hanno un linguaggio parlato, se possono discutere delle emozioni che innescano queste magnifiche scene, ciò significa che hanno una religione animistica “primitiva”.
La cascata è sempre stato il luogo più spirituale di Gombe, e ora sappiamo che era considerata un luogo sacro dal popolo che vi viveva un tempo, un luogo in cui gli uomini-medicina eseguivano cerimonie una volta all’anno. Mi chiedo se non abbiano mai osservato, come rapiti, le danze selvagge degli scimpanzé. - Jane Goodall

Conclusioni
Se non usciamo dall’antropocentrismo, così radicato nella cultura occidentale e nella filosofia di fondo del pensiero di derivazione giudaico-cristiana-islamica, tutti i tentativi di reintegrazione nel mondo naturale sono destinati a fallire: sarà ben difficile ottenere la fine del mito della crescita e la salvezza della Terra continuando a pensare che tutto è fatto per l’uomo. Se insisteremo in quell’idea di fondo, sarà l’Ecosistema totale a provvedere a un ridimensionamento della nostra specie, probabilmente con un transitorio poco piacevole.
Dobbiamo perseguire il benessere dell’Ecosistema, perché se continuiamo nell’illusione del cosiddetto benessere dell’uomo senza tenere conto della Totalità ci comportiamo come cellule patologiche di un Organismo.
La visione ideologica che ci fa credere unici e inconfondibili fra tutti gli altri esseri viventi sul pianeta, è solo un delirio di grandezza.


E se provassimo a guardare 
il mondo alla rovescia?


La nostra esistenza è scandita da categorie spesso rigide ed immutabili basate su archetipi strutturali che possono appartenere alle più svariate origini: religiose, ligislative, mentali, culturali, tradizionali, ecc. Queste categorie collocano il nostro modo di vedere le cose in settori del tutto parziali perché sono sempre in riferimento a modelli “costruiti” dalle variegate ed artificiose convenzioni. Ma, una semplice analisi mostra subito ciò che regge tutto questo: la relatività del tutto. Per chiarire facciamo qualche esempio. Hannu (sono nomi fittizi) rimane affascinato quando vede un albero naturalmente seccatosi, contorto, senza foglie e in procinto di cadere. Poi arriva Karen che dice che le piante secche non gli piacciono perché per lei è bello osservare un grande albero rigoglioso che vegeta nello splendore di un bosco. Poi arriva Igor che dice che la sua vita è nella città e si trova molto bene perché ha gli amici, i luoghi in cui ritrovarsi e passare allegre serate. Poi arriva Arrigo che dice che per lui la città è insopportabile e vorrebbe fuggire in campagna in compagnia degli uccelli, delle messi e dei vigneti. Poi arriva Alfred che dice che tutto è stato creato da Dio e tutto è a disposizione dell’uomo per poterne goderne i frutti e raccoglierne le gioie. Poi arriva Dolores che dice di non credere in nessun dio e vuole che la sua vita sia libera dal suo alienante lavoro di operaia in una fabbrica di tessuti e gli piace molto andare in bicicletta. Poi arriva Alexander che afferma di non accettare che gli venga proibito di gridare per la strada contro il modo di fare degli altri. Poi arriva James che dice che per lui è molto bello guidare la macchina, mentre Sebastian afferma che lui odia la macchina e preferisce andare a piedi. Poi arriva Sigmund che ricorda che per una corretta morale pubblica ognuno dovrebbe contenersi in mille modi per il decoroso vivere “civile”. Poi arriva Francoise che attraversa un periodo di crisi e vede ogni cosa in salita ed insopportabile. Poi lo stesso Francoise, in ripresa psicologica, osserva che gli elementi che prima gli sembravano impossibili ora li vede di più facile approccio e non è poi tanto difficile affrontarli. Poi arriva….., poi arrivano molti altri, a centinaia, a migliaia che affermano altro….. questo è buono; no risponde Antoine, a me non piace…… Insomma  occorre fermarsi con gli esempi altrimenti potremmo coprire le pagine di una infinita enciclopedia. Inseriamo ora, per meglio rendere l’idea, un piccolo brano di Erasmo da Rotterdam tratto dalla sua celeberrima opera “Elogio della follia” (1994 – capitolo XLVII. La felicità… sta in quel che si crede): “….. Può capitare per esempio che uno vada matto per il pesce in salamoia andato a male, al cui odore tutti si turano il naso. Quell’uomo è senz’altro contento mangiando il suo pesce, ma non lo sarebbe se gli dessero dello storione, giudicato eccellente da tutti, che a lui però dà la nausea….. E se qualcuno acquista una crosta da quattro soldi, e se la rimira soddisfatto come se fosse un quadro di Apelle o di Zeusi, non è forse più felice di chi possiede davvero un’opera di tale fama, costata magari un patrimonio, ma non prova alcun vero piacere nel contemplarla?…”. 
Ma in tutto questo c’è qualcosa che non collima. Perché su tante argomentazioni anche similari c’è chi le vede in un modo e chi in un altro? Come detto in premessa, la risposta è sin troppo facile: sono le categorie di riferimento che guidano il giudizio e il pensiero di una circostanza, categorie personali o, più spesso, categorie artificiosamente costituite dalle comunità sociali. Ecco che allora tutto diventa relativo perché ogni cosa ha un valore solo se traslata verso qualche schema di riferimento, che sia codificato mentalmente ed accettato sino a diventare inconscio o che sia imposto, non accettato ma ugualmente applicato. In altri termini la categorizzazione di tutti gli elementi della vita, ed allora, se cade un parametro, cade a sua volta la visione della circostanza riferita a quel parametro. Siamo quindi tutti ingabbiati in schemi e credenze che ci fanno apparire la realtà in un determinato modo, la cui realtà con un altro schema potrebbe apparire ben diversa. Ed allora per una ulteriore comprensione è bene inserire qui un brano di Anna Corbella Ortalli nella sua presentazione nella citata opera ”Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam (1994): “ ‘Nessuna società e nessuna unione potrebbero esistere senza un pizzico di follia’. Guardare il mondo sempre dallo stesso verso non lo fa cambiare, anzi, rende dogmaticamente ostinati nel farlo a tutti i costi corrispondere alla rappresentazione che la sapienza umana ne ha dato. E, per quanto grande ed autorevole sia, si tratta sempre di una sapienza più piccola del mondo. Guardarlo allora alla rovescia, come fanno i folli, può rivelarne aspetti insospettati, sorprendenti, stimolanti, o quanto meno, rivelare l’unilateralità delle regole che disciplinano la convivenza tra gli uomini”.
Uscire dagli schemi dualistici del cartesianesimo è un passo fondamentale per strutturare una concezione olistica per ricomporsi fuori dalle dicotomie concettuali. Si tenta ad agire seguendo “schemi già precostituiti” non rendendoci conto che quei “concettti” non sono altro che artifici che hanno un valore assolutamente relativistico. Siamo mentalmente abituati ad accetarli ed a misurare le cose solo seguendo quei parametri. Se nel tempo ne fosssero nati altri ora staremo a disquisire su altri concetti. Ma anche in questo caso saremmo ingabbiati all’interno di una visione relativa e priva di universalità. Solo la compenetrazione degli opposti e l’annullamento delle visioni divisorie e dualistiche riporta nella giusta misura l’argomentare di cui ci occupiamo. Posizionandosi a vedere il mondo in una dimensione olistica ci colloca in una situazione senza sfaccetatture e punti definiti, senza aspetti dominanti di osservazione, ma semplicemente all’interno di una dimensione universale e priva di parametri di definizione. Ed in questo caso anche se guardassimo le cose alla rovescia saranno ugualmente valevoli come se lo facesssimo alla dritta, poiché sono diventate una sol cosa.


Wildness mind


…… i lupi selvaggi vanno via. Lo spirito del selvaggio va via. Il respiro del selvaggio va via. Foreste silenti e senza fine vanno via. Ogni cosa, libera e selvaggia sta andando via. Il tempo scorre e il selvaggio va via. La luce che illumina il selvaggio trascolora. Tutto ciò che fluisce senza tempo sta andando via. Forse lo stesso ricordo del selvaggio sta andando via. Stiamo perdendo la nostra vera essenza. Stiamo migrando nel vuoto della vita e stiamo, poco a poco, sommessamente spegnendoci. Siamo sempre più poveri della verità del selvaggio, siamo sempre più poveri della stessa vita, siamo ancor più poveri dell’ululato del lupo. Una lontana e flebile melodia vuole cantarci il mondo della wilderness, ma ci sta suonando note di infinita tristezza, perché ci siamo ritratti dinanzi all’assolutezza del selvaggio. Canta pure o melodia e sveglia l’anima assopita del nostro spirito che ormai non contempla più il mondo della natura. Addio lupo fiero e gentile, addio lupo fiero ed indomito, addio luci selvagge dello spirito che, nel dissolversi, portano il nostro cuore verso l’oscurità più tetra e, melanconicamente, verso una strada senza uscita e senza più anima né speranza. Le foreste ci osservano attonite mentre perlustriamo vanamente un mondo che è sempre meno selvaggio, scevro dalla verità dell’ululato del lupo. Io grido con forza contro tutto questo, perché so che perdendo il selvaggio, perdendo l’ultima frontiera della natura vuol anche dire perdere la vita e lasciarsi dietro alle spalle un mondo fatto di bellezze infinite e di silenti foreste. No, io non lo accetto! Il selvaggio deve tornare e, se potrà accadere, dovremo a quel punto riacquistarlo e riviverlo in tutto il suo splendore. Ma ora, dinanzi a questo baratro, sull’ululato del lupo potremo riflettere a lungo e scrivere tante parole e fors’anche diremo tante cose, ma la nostra retorica non ci porterà mai all’essenziale! E’ questo è proprio quello che ci manca: l’essenziale ed allora ci ritroviamo improvvisamente soli. Una solitudine che abbiamo voluto, fortemente voluto perché non abbiamo ormai più l’udito per ascoltare l’ululato del lupo. L’ululato del selvaggio……!

* * *

Un lago si dispiegava dinanzi alla vista del cuore. Un senso di vita albergava nell’aria, ma nel mio spirito sembrava mancare qualcosa, qualcosa di profondo che mi estraniava dal mondo circostante. Ero come un fantasma che si muoveva in una atmosfera stupenda ma per me quasi irreale ed opalescente.
Capivo che non era l’ambiente a determinare il mio profondo intimo, ma il mio spirito che ovunque vagasse portava con se qualcosa di oscuro e di incomprensibile. Sentivo tristezza, senso di non appartenere a nulla, di essere fuori dal mondo reale anche se così bello ed irripetibile.
Ero privo di vita interiore, non conoscevo più nulla, e tutto mi appariva senza senso e non vitale. Sentivo di amare la morte, ma in fondo di non volerla perché avevo un solo timore: perdere per sempre la possibilità di riuscire a calarmi nel mondo selvaggio.
Il giorno, alle prime luci dell’alba nordica, tutto continuava così. Ero vuoto, non riconoscevo la vita con la sua forza e pareva manifestarsi solo la tristezza e la melanconia. La mia mente vagava tra il nulla e il vuoto totale e niente sembrava appagarmi. Ero troppo triste ed interiormente solo. Nessuna cosa mi scuoteva e mi dinamizzava. Era pura follia mentale di non vita! 
Una piacevole passeggiata nella foresta alternata da laghi e paludi. Ma il mio spirito era altrove. Non sentivo il respiro della vita anche se l’ambiente ne diffondeva in abbondanza. Sentivo la mancanza di qualcosa di essenziale nel mio animo. Perché questa follia mentale? Forse non sapevo o forse ne ero consapevole appieno ma non volevo svelarlo a me stesso. Sentivo il respiro del mio corpo ma continuavo a respirare la non vita. Una brutta e vacua sensazione. Non vivere mentre si vive è qualcosa di allucinante e di indescrivibile.
Io probabilmente avevo dentro me il segreto di questa tristezza, di questa insanabile melanconia, ma nulla pareva scuotermi e vivificarmi. Vivevo da alieno, come se appartenessi ad un mondo non mio nel quale non riuscivo a adattarmi. Ma non parlavo di un mondo estraneo dal punto di vista esteriore, ma solo ed esclusivamente di un mondo interiore.
Vivere la vita è bellissimo, ma bisogna viverla veramente e consumarla. Non occorre morire dentro poco per volta e non sentire nulla. E’ meglio sublimarsi subito corporalmente, è meglio perire spiritualmente per annullarsi nel vuoto della vera ed inalienabile morte. Ti avevo sempre amato o vita ma purtroppo non ti vivevo ancora. 
Perché non sentivo il tuo respiro o il tuo pulsante cuore? Mi mancavi. Mi mancavi molto, troppo per continuare a vivere senza viverti. Sentivo così tanto l’inespresso mondo del selvaggio.
Il giorno dopo fu una giornata funesta. Tensione, iracondia, tristezza, asprezza. Una strana luce adombrava la mia giornata. Non c’era possibilità di armonia. Solo settorialità e meschine menzogne. Il vento alimentava la mia angoscia e nulla mi allietava se non il pensiero rivolto alla possibilità di connettermi con la wildness dell’anima. Sentivo un profondo amore e un inafferrabile senso di perdita. Sapevo che potevo perdere qualcosa di bello per sempre, per l’eternità e ciò era per me funesto ed inaccettabile. Cercavo una mediazione, una sana follia, ma non trovavo altro che cenere e i resti consunti delle cose. 
Non avevo la forza di reagire, di controbattere e lasciavo andare le cose così contrariamente al mio vero volere. Fu una ennesima giornata triste, densa e tetra che alla fine mi allontanò per l’ennesima volta dal mio vero io. Sentivo la follia, il senso della perdita e nulla poteva arrecarmi conforto, nulla, proprio nulla. Ma oh natura ispiratrice, dammi la forza di reagire, di ricostruire il mio essere, anche poco alla volta.
Siate felici o miei adorati lupi. Che ogni cosa vi sorrida sempre e che il malefico uomo con la sua scure vi sia lontano mille miglia. Ero felice per loro, mentre la mia vita si stava spegnendo! Non osavo pensare a loro, ma nello stesso tempo erano dentro di me. Mi faceva troppo male non poterli stringere simbolicamente tra le mie braccia perché stavano scomparendo poco per volta. Sentivo però la loro presenza occulta e ciò alleviava almeno un po’ la mia tristezza. Sentivo il loro profumo, il loro respiro e sentivo che il loro cuore, ignaro di tutto, batteva ricco di speranze. Le lacrime improvvise rigavano il mio volto, la tristezza si espandeva dentro me, ed ogni cosa si perdeva nella nullità della mia vacua esistenza. Forse questi erano i miei ultimi versi, ma una strana sensazione mi induceva a reagire e a sperare ancora. Ma ero ugualmente pessimista, non vedevo nulla intorno a me che potesse darmi la forza di reagire. Non appartenevo più a nulla, il vuoto intorno a me. Ero sempre assente, non ascoltavo nulla, e nulla sembrava  poter ascoltare me. Addio giornata triste, addio mondo girevole. Io volevo tanto uscire di scena, per sempre e con certezza.
Alcuni giorni dopo la giornata ancora iniziava con un’angoscia nel cuore dopo una notte costellata da incubi e da emozioni dal profondo. Ma forse mi sembrava che la fresca aria del mattino potesse portare un po’ di conforto e di “ottimismo”. Sarà vero? Lo avrei verificato più tardi.
L’angoscia, nella sera, ebbe invece il sopravvento, perché dovetti fare ciò che mai avrei voluto. Trovarmi dinanzi ad un bivio e dover scegliere quale strada percorrere. Non era assolutamente il momento adatto e forse non lo sarebbe mai stato. Preferivo trovare alterne vicende, anche disagevoli ma sempre su un unico sentiero da percorrere. Invece, il caso della mia vita sembrava riservarmi questa grave ambascia. Che dolore nel petto, nel profondo. Amare lacrime solcavano il mio viso e gocce di sangue uscivano dal mio cuore.
L’indomani fu una giornata a fasi alterne, ma la tristezza era sempre ancora padrona di me. Una bella escursione  tra i boschi non fu affatto sufficiente a sollevarmi almeno un po’.
Stavo ormai percorrendo un sentiero perché sia pure a malincuore probabilmente sembrava che lo avessi preferito ad un’altro. Quante belle cose sapevo di perdere per l’eternità. Non era certo una bella sensazione. E’ vero, probabilmente nessuna via porta a qualche parte, ma io ne soffrivo amaramente e bruciavo ardentemente nel mio profondo io. Sapevo che stavo perdendo per sempre qualcosa di “speciale”, qualcosa di irripetibile, eppure sembrava che lo stessi facendo e per di più per colpa mia. Stavo infatti perdendo l’unità con la natura, stavo perdendo per sempre lo spirito selvaggio. Ma mi rendevo conto che non avrei affatto dovuto scegliere. Che pazzia. Questa si che sarebbe stata la follia peggiore.
La luce d’intorno non mi illuminava minimamente, anzi dentro di me si incupiva sempre più.
L’angoscia era ancora la mia padrona, ma da una parte compresi un po’ il significato delle mie insofferenze. In fondo le meritavo perché nella mia vita il mio comportamento era stato troppo disarmonico con la natura e l’immagine che avevo dato ad altri esseri probabilmente non rispondeva affatto alla mia vera essenza. Non si può dalla vita prendere sempre le cose nel modo proprio e secondo  le proprie necessità “domestiche”. Avevo capito che se nascono dei rapporti con il mondo e con altri esseri era necessario attivare un comportamento più universale e meno egoistico.
Un giorno feci un’altra utile riflessione. Non è possibile vivere la vita proiettandola solo nel futuro. Camminare sempre spostato in avanti. Oppure fare le cose facendo finta di dimenticarne altre. Non serviva a nulla perché ad ogni angolo sarebbero riapparse sempre le angosce e le delusioni. Quanta insanabile tristezza invece era ancora dentro di me. Quanta sfiducia! Mi sentivo come un principe che prima aveva avuto molto, un molto però fatto di fantasticherie, rapporti inespressi, continui e ricchi pensieri; poi d’improvviso il vuoto ed ecco che il principe si ritrova povero e privo delle vere cose. Ero diventato veramente povero. Avevo perso o forse stavo perdendo i miei sogni, le cose più belle, le sensazioni più forti, la mia unica verità: il lato selvatico di se stessi. Stavo solcando probabilmente il sentiero sbagliato lontano dalla wilderness della vita.
L’ambiente intorno era per me fortemente in unisono con il mio io, almeno in apparenza, ma un disagio continuo mi attanagliava e la disarmonia mi struggeva il cuore. Non riuscivo a controllarla ed a non farla appartenere al mio spirito. Non sapevo fin quando sarebbe durata la mia vita, ma in quel modo era impossibile proseguirla. Non potevo farcela. No, non potevo farcela.
Anche quella giornata era dunque cominciata nella più nera negatività! 
Un giorno decisi di riflettere con più prospezione sul mio stato di essere.
Finalmente stavo forse reagendo un po’ positivamente per attraversare quel tunnel di negatività che ormai mi sembrava infinito.
La luce d’intorno mi appariva alquanto più chiara e un labile ottimismo sembrava presentarsi al mio cuore. Forse un sogno liberatore mi aveva aiutato ed in quei decisivi momenti riuscivo finalmente ad intravedere qualcosa. Si, in verità in quel giorno forse stavo riuscendo a risollevare il mio spirito. Sentivo il ritorno della verità e gli interessi per le cose, almeno in piccola parte. Sicuramente era il momento buono per cominciare a cambiare rotta e ad imboccare la via “maestra” della natura. Avrei visto le effettive conseguenze nei giorni successivi. Ero fortemente speranzoso. Un sicuro aiuto mi veniva certamente dalla tranquilla esistenza dei luoghi in cui mi muovevo anche se a tratti tutto mi pareva fortemente estraneo.
Dopo il cauto ottimismo di alcuni giorni mi tornò l’angoscia probabilmente a causa delle difficoltà non ancora superate sulla struttura del mio futuro interiore. Sentivo ancora la vita selvaggia sfuggirmi e nulla appariva chiaro e riposante. Ma non avrei dovuto tirare i remi in barca perché con un po’ di perseveranza e di pazienza forse ce l’avrei potuta fare. D’altra parte ormai era quasi normale che la sofferenza mi appartenesse e sapevo che se volevo costruire qualcosa di nuovo non avrei mai dovuto guardarmi indietro!
Un giorno giunse un momento cruciale. Mi ritrovavo di nuovo dinanzi ad un sentiero che d’improvviso cambiava rotta. E’ forse quello giusto e non è proprio questione di percorso?
Pensavo ai mie sogni del selvaggio e di leggerezza e un lupo dei boschi mi appariva dinanzi come un vanescente fantasma. Ne vedevo le sembianze, le leggiadre fattezze e perdevo a tratti la sua visione. Perché?
Le stelle cadevano nel cielo ed i miei desideri reconditi si moltiplicavano nella mente. Ascoltavo il silenzio mentre le mie sofferenti vestigie mi portavano compagnia. 
Un vuoto si diffonde nell’aria e trasmigra tra le anime dell’eterno. Ne odoro la volontà e ne recepisco la libertà......
Quando la luna apparve nel cielo tardivo fu una sera delle rimembranze, la sera della mia pacata certezza. Mi stavo forse allontanando da una insensata perdizione. La luna si rifletteva sul lago filtrata da una magica opalescenza delle nebbie. Il senso di calma e di mistero si rafforzava d’improvviso anche se perdevo il mio controllo emotivo......Le stelle cadenti venivano giù a grappoli ed io per ognuna di esse esprimevo sempre lo stesso desiderio……. In quel momento ero per così dire felice, gioioso ed avrei voluto fermare il tempo, ma cosa mi tratteneva?
Poi d’improvviso compresi finalmente qualcosa: non potevo chiudermi nelle mie sofferenze interiori, vivere nella natura, amarla, ma essere lontano perché ottenebrato da chissà quali lugubri pensieri, essere sempre timoroso di tutto e continuamente succube della mia mente prigioniera di se stessa, essere sopraffatto da un’angoscia partorita dalle vanescenti minacce esistenziali, dal non saper affrontare veramente le cose, dal non coltivare e riportare alla luce il mio lato selvatico, spegnermi poco alla volta di consunzione…..ma a questo punto non posso, in verità, procedere nel discorso perché il grande dilemma rimane: affronterò veramente la realtà della wilderness della vita? Mi farò governare dalla saggezza e dal giusto coraggio? Farò stupidamente prevalere il lato domestico a quello selvatico? Non so quello che farò, o meglio so quello che dovrei fare per essere in verità, ma solo se lo realizzerò potrò vederne i meravigliosi effetti positivi. Intanto ringrazio quel misterioso e sicuramente metaforico lupo dei boschi, per le sua essenza, la sua verità e per la sua bellezza; sarò con il suo spirito, in ogni caso, per sempre unito ed irrevocabilmente inseparabile! Il mio spirito non cesserà mai di sognarlo anche se egli sarà lontano da me. Il selvaggio se lo hai perso o lo hai sfuggente lo senti sempre dentro ugualmente, in ogni caso. 
Che io possa ritrovarti un giorno lupo solatario per poterti accarezzare la folta pelliccia così soffice per l’incipiente inverno, fosse pure in un’altra vita……

* * *

Mi trovo solo nella capanna. La neve cade copiosamente ed ogni cosa pare sublimarsi nella bellezza della materia e dello spirito. Sto scegliendo una vita diversa, ma devo impegnarmi a vivere e a respirare il nuovo. Non devo avere timore di cambiare e di unirmi al tutto. Devo trasfigurare me stesso in me stesso. Devo camminare nella notte, volare nella mente ed assaporare il significato recondito della verità naturale. Mi trovo solo nella capanna e devo attingere l’acqua dal pozzo e riscaldarmi con la legna che ho raccolto....... E’ proprio vero. E’ difficile ritornare semplici, è veramente difficile farlo e soprattutto sentirlo dentro. Mi inebrio delle luci interiori e trasfiguro nell’infinito, ma respiro a fondo e mi alimento con il mio nuovo pensiero. Sento a tratti la verità celata che poco a poco torna alla luce. La luce, una parola bellissima che si contrappone alle tenebre, non quelle della notte, ma quelle dello spirito quando è impegnato a ricercare l’effimero e il vacuo. La luce mi riporta alla vita, fors’anche unita alla morte stessa, ma la verità poco alla volta mi penetra nella solitudine e nella smarrita via. Mi trovo solo nella capanna. Il vento porta con sé turbini di neve, gelide sensazioni, ma trasferisce anche nell’aria il richiamo del selvaggio e limpide visioni che il frusciare delle fronde degli alberi amplifica teatralmente. Mi chiudo nel mio io, cerco di guardarmi dal mio interno e vedo i miei errori, le mie indecisioni, le mia fugacità e mi spingo oltre, oltre il mio limite e, con sorpresa, comincio ad intravedere la riva giusta dove ogni cosa è come deve essere e come sempre sarà. Caro lupo solingo, torna nella mia mente, aiutami ad aprimi al mondo selvaggio affinché possa ritrovarvi il carico di verità e di bellezza. Grazie spiriti dei boschi. La vostra voce annuncia la libertà, annuncia la giusta via ed io, in balia della vera vita, trasmigro lentamente verso l’assoluto, un assoluto che in forma opalescente ricordo che un tempo lontano era in me, in ogni essere umano poi...... la ‘magica’ parola civilizzazione ce lo ha portato via ed io mi sono stancato, è vero, mi sono stancato. Riconosco tutti i miei errori, uno ad uno e difficilmente cerco di trovarvi in mezzo qualche atto di saggezza. Poi d’improvviso ne trovo uno: la consapevolezza, l’essere consapevole di qualcosa. E’ un grande possesso, perché è il primo passo verso la giusta via. Ma a questo punto non devo più tornare indietro. E’ troppo bello per perderla di nuovo. Non me lo posso permettere. Perdonatemi tutti se un giorno lo potete. Mi sento meschino ed effimero, ma ho cominciato ad essere ora veramente consapevole ed ora non posso far altro che andare avanti per un illuminante ed onnipresente percorso. Sento ululare i lupi. Finalmente lo comprendo nel modo giusto ed indiscusso. Ma soprattutto ora lo vivo veramente. Esco dalla capanna e mi unisco a quel penetrante suono perché nel mio cuore finalmente sento che posso ricominciare, ricominciare davvero.

* * *

Nel pieno dell’inverno nordico mi trovo raccolto nella capanna circondato dall’infinita taiga che nell’apparente sonno ti dona la vita e il ‘respiro’ del sangue. Torna in me continuamente la sensazione della libera libertà, con il vigile sguardo metaforico del lupo selvaggio. Non comprendo più il peso delle falsità e delle maschere, sento la verità affiorare dalla mia pelle e nulla, proprio nulla può distrarmi da tale stato d’animo. Essere nella natura selvaggia significa essere sempre se stessi, messi a nudo con le proprie debolezze e con tutti i limiti che ogni esistente porta nel proprio fardello della vita. Ogni azione delle membra e dello spirito sono essenziali, ed ascoltare, saper ascoltare il silenzio e la solitudine è ormai una cosa da apprendere e non più da constatare. Nulla può toglierci il desiderio di respirare il vero, e nessuna cosa può impedirci di svincolarci dalle inutili catene che ci siamo progressivamente imposti. Ma dobbiamo voler farlo.
Ascoltare il silenzio, l’immoto silenzio che dona la riflessione, la calma e la vera serenità. L’alienazione di un uomo solo tra le mura della civiltà è forte e lo conduce pian piano verso la sua rovina e la sua perdizione. Si estingue da sé, si toglie il respiro da sé e non c’è cosa che lo possa svegliare dal profondo sonno del proprio spirito. Io ho imparato ad ascoltare, ormai molto bene, la calma e la voce della mia parte interiore che alla fine si compenetra perfettamente con il grande respiro dell’essenza della vita selvaggia.
Ero prigioniero e schiavo dell’angoscia e dell’ansia, e non ero affatto padrone di me stesso. Ero una sorta di burattino i cui fili erano mossi dalla brama della vita apparente, e non conoscevo più i segreti delle mie verità nascoste.
Mi sono recato, per farlo, ai margini del vorace grande cerchio della civiltà, che tutto assembla uniformemente e riduce ogni cosa simile ad una “macchina” che produce, guadagna e, soprattutto, consuma. Uscirne sostanzialmente fuori, o almeno porsi ai margini vuol dire aver compreso che dentro ogni vita pulsa qualcos’altro che non sia denaro, potere ed effimere chimere. La piccola e semplice socialità potrebbe condurre ad un rapporto multiforme, armonico e sapiente, ma la grande, globale e insensata socialità, o meglio ‘asocialità’, trasforma le cose difformemente anche se in apparenza le accomuna e conduce, direi, repentinamente verso l’abisso e la fine del saper ascoltare il ‘silenzio’.
L’interiore visione della vita non sembra più appartenere all’uomo contemporaneo, e vengono alla luce tutti i malanni di un tale stato. L’uomo dunque degenera credendo che con il suo operato stia facendo sempre meglio per ‘uscire’ progressivamente da una vita che gli sembrava insofferente e priva di cose ‘utili’. Sta cadendo dunque nel tranello di se stesso, in una trappola che alla fine può non consentire una via di ritorno. 
Io rifletto sul senso della mia vita e riconosco che essa non è una scelta, ma un dovere, un dovere che deve essere onorato nel migliore dei modi. Se annullo me stesso per trascorrere un’ esistenza senza significato è come se mi rifiutassi di vivere, e ciò non è bene. Devo reagire alle negatività che mi impongo o che a volte mi sono indirettamente imposte. Devo sprigionare la mia energia positiva per dedicarla alla qualità dell’esistenza. 
D’intorno la taiga sembra che dorma, ma mi ammonisce, mi risveglia il senso di me, e mi conduce direttamente verso la via dell’essenza. Così io prendo il mio spirito e lo lascio scorrere per il fiume della vita. Una vita di qualità e di essenza dove il vacuo e le nullità non trovano più posto. Ho finalmente compreso che il sogno e la realtà si fondono in un’unica muliebre sostanza dove la bellezza di ciò che è natura respira dentro me e dentro le cose.
Sento veramente nel mio essere la wilderness della vita, il richiamo del selvaggio. E’ inutile inalberare grandi discorsi se si uccide la natura. Ce ne andiamo tutti. Dobbiamo invece respingere il nostro egoismo ed accettare l’universa bellezza che il semplice ululato del lupo può già ben rappresentare. Perché ciò che offende il senso delle cose, il senso della natura, offende in un sol colpo la totalità del tutto. Sento di voler amare la vita con la natura, perché la natura è amore e vita stessa. Per me ogni cosa che offenda la natura era inconcepibile e da questo punto di vista la mia netta tendenza è, o tutto bianco o tutto nero. La mia mente non concedeva alcuna sfumatura all’opera distruttrice del mondo naturale  da parte dell’uomo.
Io mi ritrovo nella capanna nel cuore della taiga e scrivo queste righe, il racconto di ciò che ‘disse e non disse’ il lupo, il racconto dell’amore. E sento un canto, un canto di dolore, quando l’uomo per suo spontaneo volere toglie ed annienta ciò che crede non gli appartenega più. Canta il suo errore, il suo malefico errore, ed io provo a riconoscere il giusto, in armonia ed in pace. Ascolto poi il canto della natura e piango per la gioia che emana, ma piango anche per la mano che la offende. Oh uomo perché offendi tua madre? Io credo di capire il tuo gesto. Hai semplicemente perduto il senno della ragione e non hai più un’anima di universalità e di amore. Ed allora distruggi te stesso e le cose della natura che poi, alla fine, sono la medesima cosa.
Ma le parole sagge non sono ascoltate, non entrano minimamente nell’animo ormai indurito e nemmeno nelle membra. Non si ascolta, non si vede, non si sente. E’ non è cosa buona. Perché, o uomo, rifuggi la verità? Io me lo chiedo, lo domando e non ottengo mai risposta.
Nel mio trascorso, come ho già annunciato, ero anch’io cieco e sordo ed ero caduto nell’angoscia esistenziale e nella tristezza della vita. Ma lo spirito della foresta, lo spirito del Grande Nord mi hanno risvegliato, mi hanno fatto comprendere e mi hanno ridato la speranza dell’esistenza. Ho cominciato così ad allontanarmi dalle certezze non ‘certe’ della falsa vita quotidiana ed ho iniziato a prendere le distanze anche da quello strano malessere esistenziale. E piano piano, ascoltando anche l’ululato del lupo, ho ridato a me stesso ciò che mi apparteneva.
Quando finisce qualcosa non è importante ciò che finisce, ma quello che inizia. Tutte le cose sono unite, anche quando sono diverse. Sta alla propria saggezza capire quale strada seguire.
Il tempo sembra trascorrere lentamente, ma la taiga mi ha insegnato molte cose pratiche, e direi soprattutto quelle essenziali dello spirito. Il mio seguire a lungo la vita dei lupi mi ha confermato e nello stesso tempo svelato molte cose della loro arguta esistenza. Il branco è eccezionalmente compatto, netto, perfettamente adattato a sopravvivere in un ambiente che, soprattutto nel lungo inverno, è tutt’altro che facile. La dinamica dei suoi membri, estremamente attiva e multiforme, ispira moltissimo a resistere sempre nella vita, perché bisogna lottare fino in fondo. Non bisogna mai arrendersi e occorre penetrare, le incombenze della sopravvivenza, con lo stimolo della propria energia. Lo sguardo tagliente di un lupo o il suo vero, ma anche simbolico ululato, ci ricorda sempre che esiste ancora una natura indomita e selvaggia, anche se credo che noi non possiamo comprendere appieno tutti i messaggi, perché ci sono molte cose che non percepiamo poiché ci viene meno quello che i lupi non possono dirci direttamente! 
Ma comunque sia, noi non vogliamo più imparare, non vogliamo nemmeno ascoltare e non vogliamo ovviamente comprendere. Ora io mi chiedo: se non facciamo nulla di queste cose, chi reggerà il mondo? L’uomo vive continuamente a credito, ma sta finendo il suo fondo: la natura. Ci pensi bene prima di continuare……….

Lupa blanca


Quella mattina fu un risveglio traumatico. E pensare che la sera prima mi ero coricato pieno di fiducia ed ottimismo sapendo che l’indomani sarei dovuto partire per una lunga escursione.
Il risveglio fu traumatico perché la notte ebbi un sogno surreale di per sé estremamente bello e colmo di riflessioni, ma ricco di reconditi ed inspiegabili significati; queste furono infatti le prime sensazioni che percepii. Tale situazione mi portò, appunto al risveglio, ad una sorta di strana inquietudine che non mi davano, per così dire, pace.
Poiché come tutti i sogni con il trascorrere delle ore essi tendono, soprattutto nei particolari, progressivamente ad affievolirsi, decisi subito di annotarlo su un mio quaderno,“colorandolo”  inevitabilmente con le trasposizioni e le licenze che permette la scrittura, aggiungendo soprattutto le sensazioni che avevo provato all’interno della vicenda, senza però stravolgerne in nessun passaggio il suo sviluppo di base. Presa la giusta concentrazione, scrissi……..
“Fu come un’improvvisa folgorazione. Un sincero e profondo sentimento nacque per una sfuggente lupa selvaggia chiamata da me “Lupa blanca”, questo per l’indissolubile legame di simbolico amore che mi unì subito a lei dopo averla incontrata in una silente foresta a nord della mia capanna. La chiamai “blanca” perché il suo mantello ero candidamente bianco e, come in ogni essere non umano, il suo cuore era privo di maschere e di menzogne.  Si accese un amore speciale, direi indescrivibile e profondissimo. Forse fu la sua pura ed assoluta selvaticità, la sua continua nettezza, la sua amorevolezza, il suo elegante portamento, per tutto in blocco…. Non so. Quello che so è che in ogni caso mi appassionai perdutamente di lei. Lupa blanca era, per me, un essere unico, irripetibile che, con leggiadri balzi, svaniva tra le ombrose  foreste della taiga come per ricordarmi ognora l’evanescenza delle nostre effimere quanto false “certezze”. Emetteva una sorta di attrazione sublime. Sentivo un sincero legame che mi univa alla sua profonda anima. I giorni trascorsi con il suo spirito mi rimandavano continuamente al suo essere. Arrivai a volte ad “associare” a lei molti eventi, ritrovando, nei più disparati reconditi recessi della realtà, le sue fattezze e la sua amorevolezza. Giunsi a concepire il tempo in un’altra dimensione tanto che avevo l’impressione di averla sempre conosciuta e vissuta. Ero stato con lei in indescrivibili significativi momenti e non credo di cadere nella retorica se dico i più belli in assoluto. Fu tutto molto intenso, passionevole, infinito e c’era, tra noi, una sorta di affinità elettiva. Era per me qualcosa di non definibile. Lupa blanca era sempre nel mio spirito e, grazie al suo esistere, la mia vita poteva continuare il suo piacevole decorso.
Una sera, stando vicino ad un fuoco, Lupa blanca si avvicinò, si strinse a me con il suo candido mantello e mi trasmise una sorte di energia telepatica così intensa che mi causò un fervido brivido vitale. Poi girò intorno al fuoco, mi guardò, ululò brevemente e con un agile balzo superò il tronco in cui ero seduto e velocemente se ne tornò nella sua foresta. Quel grande amore per Lupa blanca mi stava insegnando molte cose, forse le più importanti della vita e portava il mio cuore ad innalzarsi alle più alte vette dei sentimenti. Riflettei a lungo, a tratti pensavo amaramente ciò che Lupa blanca voleva anche farmi idealmente capire. La distruzione della terra, la fine delle foreste, l’alienazione dei sentimenti di amore e di comprensione. Con il suo diretto esempio e con quelle che elettivamente mi trasmetteva cominciai poco a poco a comprendere meglio e più a fondo i molti segnali di avvertimento sulla distruzione della wilderness della terra.
Lupa blanca era la sublimazione assoluta della selvatichezza allo stato puro, e mi faceva anche percepire quell’armoniosa melodia che poteva vibrare tra lo spirito dei popoli, tra lo spirito unitario tra uomo e natura. Sembrava voler riconnettere un legame brutalmente reciso dall’uomo verso l’anima della vita. Lupa blanca creò con me un feeling indissolubile anche perché vi leggevo nei suoi profondi occhi una passione di grande verità e, quando mi sembravano lucidi, li immaginavo che si commuovevano anche per me. Era praticamente nato un indefesso amore transpersonale dove Lupa blanca recitava la parte dello spirito sensoriale del femminile e io, ovviamente, quello maschile, la cui sensibilità poteva solo essere presa in dono. Era proprio così infatti: l’anima femminile consente in genere di far trasmigrare in quella maschile quel senso di buono che può regnare nell’animo dell’essere.
Una sera, stanco e affaticato, dopo una lunga giornata di cammino e di lavoro, caddi esausto accanto al fuoco che ero riuscito, a mala pena, ad accendere per cucinare qualcosa; nella successiva dormienza ebbi un turbinio di sogni molti dei quali il giorno seguente non li ricordavo affatto, ma, alcune scene in cui io e Lupa blanca correvamo liberi e leggiadri nella foresta di abeti, me le ritrovai tutte nitide e scandite nella riposata mente del mattino e fu un tutt’uno recitare, entro me stesso, mentre il mio pensiero era sempre per Lupa blanca, un bellissimo canto d’amore Inuit che conoscevo da molti anni…..“Questa notte ti ho sognata. Nel sogno camminavi sui ciottoli della riva, e io camminavo con te. Ti ho sognata, e sembrava fossi sveglio: ti inseguivo, ti desideravo, e tu eri desiderabile...... Così ti ho sognata, così eri desiderabile”.
Trascorsero molte lune e, tranne qualche pausa, mi capitava spesso di incrociare lo sguardo di Lupa blanca, anche se a tratti gli eventi della vita ci portavano lontano o ci facevano cangiare i nostri sentieri altrimenti quasi sempre congiunti. Quando ci rincontravamo dopo qualche tempo i suoi balzi di gioia e le mie lacrime di giubilo erano gli istanti più esaltanti dell’incontro; poi spesso Lupa blanca prendeva a correre sulle rive di un lago o sembrava che giocasse a nascondino tra i colonnati dei secolari abeti della foresta. Io cercavo di seguirla, di osservarla, di gioire con lei e, ogni tanto, ad essere sinceri, anche in quei momenti di positività trasaliva nel mio dentro una sorta di mancamento perché mi veniva di pensare o meglio di ricordare che Lupa blanca era una lupa selvaggia e prima o poi avrebbe anche potuto prendere una sua strada che l’avrebbe condotta verso lidi lontani dai miei. Quegli attimi di improvviso dolore mi smarrivano non poco anche se comprendevo la reale possibilità dell’evento. Mi ricordo che un giorno, mentre la pioggia con gran forza veniva giù, Lupa blanca passò vicino alla mia capanna, annusò l’aria, si volse verso me che nel frattempo mi ero precipitato sull’uscio e, come per non farlo sembrare una sorta di addio, si allontanò senza rivolgermi nessuna attenzione. Ricordo i miei momenti di panico quando la vidi svanire nella foresta …… Mi girai intorno, gridai il suo nome, corsi nel bosco e Lupa blanca non c’era più…. Tornai sconsolato nella capanna e mi raccolsi in un intrinseco dolore. Pensai che non l’avrei mai più rivista. Non so il perché, ma ebbi quella sensazione. Passarono settimane di sofferenza, di triste tristezza, di abbandono di me stesso….. poi improvvisamente una notte, era una notte stellata, la sentii ululare non lontano dalla capanna. Uscii di getto, corsi quasi senza direzione e, sotto le grandi ombre degli alberi illuminati dalla limpida luce della luna, il biancore di Lupa blanca apparve come un angelo avvolto in un simbolico mantello fosforescente. Mi corse incontro, gli corsi incontro e, quando arrivò ad un metro da me, si sollevò con le zampe posteriori e poggiò quelle anteriori sulle mie spalle. Io l’abbracciai con tutta la forza che avevo e non mi fu possibile trattenere la commozione e lunghe righe di lacrime scesero sulle guance. Fu un altro ennesimo momento di gioia che Lupa blanca mi offriva nella più totale spontaneità.
Trascorse qualche settimana, poi un giorno ciò che da tempo sommessamente pensavo prese maggior vigore dentro il mio cuore. Pensavo: Lupa blanca è un essere libero, perché la tengo legata a me che forse non possiedo più il mio lato selvatico? Non era certo un legame di forza, era un “patto” di amore ma cosa gli davo io effettivamente? Nulla. Proprio nulla. Era Lupa blanca che dava tutto a me e da parte mia mai nulla. Entrai in un tunnel di profondo sconcerto, di pacata rassegnazione e pensai che forse era meglio che io sparissi da lei per lasciarla volare sulle ali della sua libertà. Era pur vero che la mia presenza era fortemente accettata dalla lupa che a suo modo certamente mi amava, ma lei chissà se in tutto questo trovava qualche sofferenza o impedimento nel dispiegamento dei ritmi della sua esistenza? Avevo dubbi, incertezze, contorsioni esistenziali….. poi però feci scemare il tutto anche perché era sempre Lupa blanca che spontaneamente si presentava a me.
Trascorse qualche settimana e furono molti gli eventi che accaddero. Un giorno Lupa blanca aveva catturato un gallo forcello e la trovai vicino al letto del fiume mentre tenacemente ne smembrava le carni. Io mi avvicinai e lei, ma, ignorandomi del tutto, proseguì il suo da farsi. Io per contrappasso, andai a prendere la canna da pesca e, raggiunto nuovamente il fiume, in meno di un quarto d’ora, catturai una trota di un paio di chili. La cucinai proprio sulla riva del fiume, mentre Lupa blanca, posta ad una decina di metri di distanza, avendo ultimato il suo pasto, si era coricata su un fianco, ed ogni tanto mi dava una occhiata. Quando la trota fu ben cotta e parzialmente affumicata, ne lanciai un pezzo alla lupa che senza troppo entusiasmo lo mangiò con estrema calma. Probabilmente era sazia o non voleva darmi la soddisfazione di divorare con solerzia un boccone offerto da me. Ovviamente questi erano pensieri scherzosi, ma non facevano altro che contribuire ad unire sempre più il nostro legame di particolare amicizia. 
Qualche giorno dopo accadde un fatto, tanto per cambiare, alquanto strano. Era mattina presto ed io ero vicino al lago ad osservare con il cannocchiale le strolaghe ed i cigni selvatici che arricchivano, con la loro amena e armoniosa presenza, le bellezze di quello specchio d’acqua, specchio d’acqua lambito in tutto il suo perimetro da una maestosa foresta fatta di pini i silvestri, abeti rossi, betulle ed ontani. Mentre era intento a quella piacevole incombenza, sopraggiunse Lupa blanca, con un andamento così felpato, tanto che non mi accorsi della sua venuta. Portava con la bocca un rametto di betulla adorno di gemme e, accostatasi a me, me lo depositò al mio fianco sinistro. Poi, allontanatasi di qualche metro per entrare nel sottobosco, raccolse una pigna di pino silvestre e fece lo stesso gesto. Quindi, rientrata nel bosco, dopo qualche minuto mi portò una pigna di abete. E fece sempre lo stesso gesto. Io tralasciai le mie osservazioni ornitologiche e, stupito per quel comportamento, chiamai a me Lupa blanca  e le chiesi, ovviamente fittiziamente (non pensavo proprio che potesse comprendere il mio parlare), che cosa volesse farmi capire. Come palesavo non manifestò nessuna reazione al mio dire e si coricò tranquillamente ad un metro da me. Io meditati qualche minuto, poi mi alzai, presi i tre “reperti”, ed istintivamente andai a sotterrarli ai margini del bosco. Ovviamente la mia interpretazione fantastica fu quella che il gesto voleva simboleggiare il rinnovarsi della vita della foresta e nel contempo la salvaguardia della sua esistenza. Mi venne spontaneo chiedermi come faceva Lupa blanca a concepire qualcosa del genere, ma facilmente approdai alla conclusione che tutti quei suoi gesti rituali, forse non significavano proprio nulla, ma a me piacque pensare che invece erano un monito, un avvertimento sottile, sulla distruzione delle foreste che procedeva, nel mondo, ad una ritmo incalcolabile. Ovviamente l’immensa taiga era a pieno titolo, come le foreste tropicali, soggetta a quella incontrollata annientazione e giorno dopo giorno, immoti giganti di quell’immenso mare verde, venivano giù sotto la “scure” dei moderni buldozer taglia alberi.
Fu una sensazione spiacevole, ma purtroppo sin troppo veritiera. Il mondo selvaggio non era da tempo più presente nella mente umana e, gli immensi doni che ci offriva la natura, erano visti solo come un qualcosa di esterno da sfruttare per le più infime necessità di una società squilibrata, una società che vedeva solo ed esclusivamente il cosiddetto “sviluppo”. La mente malsana dell’uomo lo concepiva sempre assolutamente in continua crescita, altrimenti il sistema sarebbe andato in blocco.
La mia, a quel punto, fu una doppia interpretazione. La prima, quella simbolica del comportamento di Lupa blanca, frutto probabilmente della mia fantasia, la seconda, quella realistica e purtroppo inarrestabile cui tendeva con estrema solerzia il genere umano, ormai ingigantito da una incommensurabile globalizzazione. Era nata, ormai già da tempo, una società unica, ma fortemente diseguale che non risparmiava nessuna parte degli esseri umani e dell’intero pianeta terra! 
Un altro piccolo evento catturò la mia attenzione. Stavo riscaldandomi la minestra della sera prima, quando sull’uscio di casa, sentii raspare la porta. Era Lupa blanca, probabilmente da tempo arrivata, ma con il mio affaccendarmi in cucina, non ne avevo scorto la presenza. Aprii la porta e, presa con me la gavetta colma di minestra fumante, mi andai a sedere sulla panca esterna, mentre Lupa blanca, dopo essersi avvicinata a me, si diresse verso il limitrofo punto fuoco dove aveva adagiato una lepre bianca, da poco catturata. Io la guardai, posai la gavetta e le dissi che ora voleva occuparsi anche del mio menù alimentare. Rimasi un po’perplesso, poi presi la lepre, la pulii come soleva farsi ed accesi il fuoco. Prima di cuocerla alla brace tagliai un bel trancio e la detti alla lupa. Non esitò un solo istante e con veemenza presa la sua meritata porzione. Io rinunciai alla mia minestra (mi sembrava uno sgarbo verso la lupa non accettare il suo pranzo)  e di buon grado mangiai quel prelibato boccone che mi era stato elargito.
Un altro bellissimo esempio di fraterna amicizia profusami da Lupa blanca, mi fu offerto un giorno quando sul calar del sole ella si presentò alla mia capanna con un fare dinamico e pieno di energia. In sé non vi sarebbe nulla di strano poiché la sua forza vitale era sempre palesemente espressa nel suo globale modo di agire. Ma il mistero fu che proprio quel giorno io mi sentivo profondamente melanconico, avevo dentro di me una sensazione angosciosa senza nessuna apparente causa scatenante. Stavo giù di corda e niente più. Lupa blanca, invece, arrivò con un piglio estremamente dinamico, più dinamico del suo normale agire. Mi girò più volte intorno e, ululando in tono interrogativo, pareva chiedermi cosa stesse succedendomi. V’era praticamente in atto tra noi una vera e propria connessione telepatica. Io rimasi immoto, osservandola con un misto di curiosità e di meraviglia. La lupa si avvicinò a me, mi tirò leggermente per i pantaloni come per invitarmi a seguirla. Io interpretai quell’evento a “scoppio ritardato”, tanto che dopo quel tentativo della lupa di scuotermi dal mio torpore, ella stessa esitò sul suo proseguo, visto che da parte mia non vi era nessuna reazione. Ma poco dopo lupa blanca insistette sul suo intento di “trascinarmi” da qualche parte e, alla fine, mi feci prendere dall’evento. La seguii lungo il breve sentiero che ci conduceva al lago e li si fermò bruscamente guardando verso l’altra sponda. Una palla di fuoco illuminava la zona di un rosso purpureo, mentre d’intorno si diffondeva un’aria fresca e cristallina. Io assistetti a quei due semplici eventi: Lupa blanca che guardava il sole al tramonto e la luce che pacatamente trascolorava. Lupa blanca incominciò ad ululare, mentre il sole si andava spegnendo dietro la “grande muraglia” degli abeti. Rimasi in quel momento senza pensiero, e le mie precedenti malinconie, forse perché distratto da quei particolari accadimenti, mi si allontanarono leggermente. Poi, quando il sole tramontò e Lupa blanca cessò di ululare, un gran silenzio sovrastò la scena, ma ormai il concerto cui era stato invitato ad ascoltare stava per manifestarsi in tutte le sue forme. Un improvviso anelito di vento, scosse la stasi immota degli alberi, mentre le strolaghe nel lago emettevano i loro interrogativi e lupini guaiti. La luminosità declinante rese il paesaggio sempre più opalescente e a quel punto la lupa si girò verso di me per poi rivolgere nuovamente lo sguardo verso il lago morente di luce. Rimanemmo in tale stato per circa una mezz’ora ed io stavo avvertendo una sorta di inquietudine, quando, come se fosse un’apparizione improvvisa, si unì al concerto estatico la pienezza della luna. A quel punto le cose mi divennero chiare: Lupa blanca voleva palesarmi che la vita è strutturata con un andamento variante e multiforme e non c’è momento che il cangiarsi delle situazioni non siano ricche di forme e contrasti forti e variegati. A similitudine, anche la vita del singolo aveva questi dinamici connotati e vi era un’unico spazio cui non era consentito entrare, perché era uno spazio che non poteva esistere: era quello della rinuncia al dinamismo della vita, era quello di essere melanconici e pessimisti, era quello di vedere le cose da un solo e opinabile punto di vista. Era un monito chiaro, fattomi palese da semplici e comuni eventi che ogni giorno si manifestano, rinnovati, nella vita.
Presi respiro, guardai Lupa blanca ed ancora una volta constatai la sua particolare sensitività nel carpire i miei a volte sin troppo frequente stati di abbandono e di pacata tristezza. Capii allora che nella vita, pur se sovviene un attimo di smarrimento o di perduta gioia, essa, la gioia appunto, è sempre dietro l’angolo e ci attende con il massimo del suo splendore. Venga pure il pessimismo, la tristezza o la rassegnazione, ma, se daremo ascolto al libero dispiegarsi della vita selvaggia, la gioia e la forza positiva del vivere avrà sempre il sopravvento. In natura, termini come melanconia, tristezza, pessimismo ed altri ancora, non trovano mai alcun spazio cui manifestarsi, perché sono in profonda ed incolmabile antitesi con il dono del quotidiano esistere. La forza del singolo si prova quando deve confrontarsi con un atto di coraggio e di robustezza. Lupa blanca mi aveva insegnato che ciò che di negativo a volte subentra all’interno dell’anima, è normalissimo, ma è solo un brevissimo istante di contrasto su ciò che è la vita vera e su ciò che è l’unico percorso da seguire. Con l’animo ristorato, nel colmo della notte, rientrai nella capanna.
Insomma, come detto, tutti questi piccoli eventi, pur se non spiegabili razionalmente, mi avvicinavano elettivamente sempre più alla cara Lupa blanca e mi pareva cosa estremamente remota, forse per una sorta di rimozione froidiana, che un giorno quella amena amicizia si potesse improvvisamente interrompere. Erano troppi i segni e gli insegnamenti che la lupa mi elargiva ed io cercavo di scorgere in ciascun atteggiamento, anche piccolo che fosse, quale significato vi era celato, se significato doveva esserci.
In un’altra occasione presi a camminare lungo il bosco con la lupa che mi seguiva come un mansueto cagnolino. Mi appariva sempre così strana quella sua confidenza, tanto che una volta feci una prova. Mentre procedevamo sul bordo di una palude distanziati una trentina di metri, mi fermai e la chiamai a me; subito, con una obbedienza militaresca, mi raggiunse prontamente e si fece accarezzare come niente fosse. Un vero e proprio apparente comportamento addomesticato. 
Nei meandri degli eventi un giorno arrivai alla fine a pensare che Lupa blanca non era una lupa selvatica, ma forse fuggita da qualche presunto “proprietario” che, avendola presa sin da cucciola, era ormai avvezza alla compagnia umana. Ma il suo modo di fare smascherava facilmente questo mio poco convinto pensiero. Era una abilissima cacciatrice, scompariva per settimane per riapparire improvvisamente a suo piacimento; manteneva, pur nella sua apparente docilità, un’espressione e un modo di agire che le davano tutti i connotati di essere selvaggio e, pur se mi sforzavo di descrivere il suo comportamento, nel profondo non trovavo mai i giusti attributi. Ero inevitabilmente limitato dai miei concetti di essere umano secolarmente addomesticato.
Insomma, i giorni trascorrevano alacremente ed io mi sentivo sempre entusiasta e fiero di me di avere come compagna, sia pure non costante, una lupa selvaggia. A volte infatti mi domandavo se il tutto era vero o il semplice frutto della mia “testarda” fantasia.  Di tanto in tanto mi chiedevo se Lupa blanca fosse una essere solitario, come la vedevo io, o apparteneva a qualche branco che frequentava quando spesso era assente dalla mia capanna. Probabilmente, vista la sua forza e il suo carattere era una femmina alfa e a suo volere decideva, quando ne aveva le opportunità, di allontanarsi dal suo gruppo per venire da me. Non sapevo, ma ero dubbioso sulla sua totale solitudine rispetto ai suoi simili. Ma, in ogni caso, non la vidi mai insieme ad altro lupo.
Tuttavia, nel suo complesso, quel mio tangibile legame con Lupa blanca, come già detto, in certi momenti mi sembrava estremamente strano e non vi scorgevo, lo ripeto ancora, il significato della situazione soprattutto da parte del comportamento della lupa.
Passarono ancora diverse settimane ed erano almeno sei mesi che Lupa blanca veniva spesso a stare con me. Ma con il tempo che trascorreva, pur se mi sentivo adagiato sugli allori, ricaddi nuovamente in quella crisi, forse ingiustificata, ma che in ogni caso pervadeva tutto il mio essere. Era veramente cosa buona che Lupa blanca stesse tutto quel tempo insieme alla mia mediocre domestichezza? I dubbi mi si concretizzavano sempre più pur non notando nulla di strano nel comportamento dell’amata lupa. Ma, dopo una sua assenza di cinque giorni, quando ella tornò mi trovò, in uno stato mentale fortemente assente, seduto sulla panca che contornava il punto fuoco. Lupa blanca, come era suo solito, mi girò intorno, emise un piccolo guaito seguito da un breve cenno ululante, come per dirmi di “svegliarmi” ed io, in quella circostanza, le dimostrai una sorta di freddezza, pur se il termine era un po’esagerato. Poi, forse colto da un profondo senso di colpa, non so, la guardai con l’intenzione di scacciarla violentemente, ma mi frenai, perché il mio spirito non se la sentiva di allontanarla…... Ma qualche tempo dopo, d’improvviso, in un giorno di primavera, allo sciogliersi delle ultime nevi, mentre Lupa blanca dopo un’assenza di due giorni veniva verso di me, in una specie di trans, le gridai contro, la intimorii, le brandii un bastone e le continuai ad urlare all’eccesso. La lupa ovviamente con meraviglia si spaventò non poco e, pur con un trotto non eccessivamente sostenuto, si allontanò, prendendo la direzione della foresta…… Il giorno successivo della lupa non v’era traccia ed allora approfittai per riempire la mia sacca da viaggio con l’intenzione di approdare, temporaneamente, in un luogo estremamente remoto dove Lupa blanca non poteva raggiungermi………. Il tempo avrebbe fatto il resto…...!”
Così si dissolse il sogno e questo è quanto annotai su di esso. Ma mi domandavo: perché rinunciai al selvaggio in quel bellissimo e nel contempo conturbante sogno? Perché mi sembrava che rifiutavo l’evidenza della fine della terra fattami comprendere da Lupa blanca? Perché al contrario degli eventi ora volevo ritrovare dinanzi ai miei occhi fantasticanti Lupa blanca e riabbracciarla con il massimo dell’amore e dell’unione? Fu forse la mia rinuncia all’ammissione di non potermi più riconnettermi con il mondo selvaggio? Mi ponevo questi ed altri quesiti, ma, dopo un indescrivibile conturbamento, preferii in conclusione di non pensare più a nulla e a lasciare sepolto nel mio inconscio quello che cercavo palesare. Pensai infatti che forse le cose migliori avevano il loro massimo splendore quando rimanevano inespresse.
E fu così che alla fine rimase tutto praticamente incompiuto, sperando che lo sviluppo della mia vita mi conducesse, nel suo decorso, a ritrovarla, a comprendere veramente, senza fallanze e forse senza averne coscienza, ciò che si celava dietro la leggiadra favola di Lupa blanca. “Amica mia, ora non posso credere che per causa mia il tempo per noi sia finito, no, perché non posso sopravvivere alla tua perdita. La mia anima ne muore……….. 
Ma mi ricordo che ogni fiore selvaggio, anche se appassisce in fretta, prima di morire dona al vento infiniti semi...”.


Il punto di ascolto per una 
spiritualità della natura


D’improvviso un giorno decisi di partire, ma forse fu più una viaggio della mente e della mia fantasia che una partenza fisica, non so; esso mi avrebbe dovuto condurre verso nuovi lidi, per aprimi le porte verso una realtà ben diversa, in parte inaspettata, ma da me inconsciamente voluta e forse già nota. Issai le “vele” e presi il largo anche se la navigazione si sarebbe potuta presentare tutt’altro che agevole. Avrei dovuto comporre un complicato puzzle senza averne l’immagine guida.
Trovavo delle luci cangianti, delle aurore musicali, delle voci inusitate e, alla fine, un lungo e indecifrabile ascolto di un qualcosa che si librava in alto tra le cime dello spirito.
Era cominciata la mia ricerca, una ricerca che era senza soggetto ne personaggi, una ricerca eterea dove il fluire delle silenti ed indissolubili anime conducevano ad un necrologio di vita.
Proseguivo a tratti con difficoltà, perché ciò che è profondamente vero non sempre è così facile. Aprii il mio cuore, spalancai i miei pertugi e ascoltai in silenzio ciò che non udivo. Le luci, dopo la loro scomposizione, si ricongiunsero, ma sembravano sfuggire come foglie mosse da un forte vento.
Attraversai dune alberate, superai massi disarmonici, camminai lungo un sentiero che non vedevo, ma alla fine giunsi ad una improvvisa ed amena radura: aprii il mio petto e lasciai che le lacrime se ne andassero fluenti senza porre ostacoli. Era il veleggiare senza vento, ma un duro, veritiero risvegliarsi delle membra.
Fu così che partii dentro me stesso per trovare ciò che restava della natura, una natura morente che stava per essere sepolta, ma che io volevo ancora vedere e soprattutto sentire prima che l’ultima manciata di terra fosse versata sui suoi resti. E, cosa di non secondaria importanza, volevo ancora capire e dire qualcosa. Avrei dovuto viaggiare a lungo, molto a lungo per riconnettermi con un mondo ormai perduto da cui io stesso, forse, ne volli essere escluso. Dovevo trovare un luogo, un punto di ascolto, dove sentire un “vento”, una spiritualità che probabilmente poteva insegnarmi qualcosa. 
Ero costretto a viaggiare con la mia mente perché il silenzio della primavera mi obbligava a farlo. Non un passo, non un fremito fendeva l’aria immota e nulla, nulla sembrava voler elargire parola.
Mi accostai ad un tronco caduto, ormai trasformato in humus, il pane della vita; un tronco millenario che racchiudeva nei suoi vanescenti resti la storia di un declino. Non il suo - quell’albero ne era stato solo un testimone - ma quello del nostro io che pian piano si spegneva con la volontà decisa di farlo.
Giunsi ad un bivio. Due sentieri quasi impercettibili, ma in fondo palesemente delineati. Ne scelsi uno a caso, ma il tragitto che pensavo alternativo fu breve. Solo un centinaio di passi ed i sentieri si sovrapposero d’improvviso. Era forse un monito ad una finta scelta dove l’obbligo del procedere pareva che regalasse un diversivo. Il segno era chiaro: il cammino doveva essere percorso in unico senso privo di deviazioni e scevro di corruzioni. Poi vidi un impronta nel fango, una impronta di un animale etereo, plastico, vanescente, sublime. Era passato da poco e in quel dagherrotipo di immagine scorsi agevolmente l’autore: un lupo. Vidi in quell’orma un mondo infinito, un mondo di ululati, fughe, corse a perdifiato e rigogli di gioie estinte. Mi soffermai, riflettei, fotografai col mio pensiero e poi compresi: quanti incontri avrei potuto fare nel mio viaggio e quale giusta via seguire senza una guida? Decisi così, in un sol fiato, di farmi “portare” spiritualmente dal quel simbolo della wilderness della terra. Presi quella guida, la nominai più volte nel mio io e fui così rinfrancato che avrei sicuramente trovato il mio luogo di ascolto! Ma il mio ascolto non era concepito solo come un udire qualcosa, ma soprattutto percepire dei messaggi, dei simboli, delle comprensioni eteree, delle sensazioni profonde che avrebbero travalicato lo spirito al di sopra di un meccanicismo palesemente tangibile.
Il mio viaggio era volto a settentrione, il grande nord della madre terra dove al freddo fisico che pungeva l’anima si contrapponeva la luce della limpidezza. Avevo ora almeno un punto di riferimento, un punto cardinale chiaro e definito. Ed avevo, soprattutto, la mia guida spirituale.
Sapevo di calpestare la mia ombra, ormai raggelata per la sua ineluttabile vanità. Calpestavo il mio dolore e la mia inerzia dinanzi al cangiarsi delle remote stagioni dell’anima. Seguivo intanto la pista del lupo e scorgevo, ai bordi del sentiero, le inevitabili devianze cui la mente tende. Distorsioni esistenziali, vacuità delle cose e, sopra ogni elemento, lo spirito fuggente che perde l’attimo per carpire il significato della terra. La nuda terra sotto i miei piedi e, dinanzi al chiaro vedere delle cose, l’oscura ombra di me stesso, intrisa di speranze egoistiche e centripete.
Il giorno fu lungo, il cammino incessante, ma la mia meta, il punto di ascolto nel grande nord, doveva essere raggiunta. Solo lì percepivo che avrei potuto ascoltare l’assoluto e l’inossidabile vento delle magie dove ogni parametro si sarebbe disgregato per ricomporsi nel giusto verso della spiritualità della natura in una affinità elettiva senza compromessi.
Ignare follie, tristezze certe, allucinazioni reali e, nel mezzo, la mia ombra ormai unificata a quella della mia guida. Il desiderio di avere, di possedere, calunniava ciò che c’era di più puro nella madre terra. Io, la mia ombra, il mio intero stava ben appollaiato da un lato e, distinta e allontanata, la natura sembrava che mi osservasse sgomenta perché da me “volutamente” disgiunta. Avevo reciso ciò che era indivisibile, avevo rimosso ciò che era inamovibile ed ero entrato, classicamente e con spavalderia, nella mia mente divisoria rinunciando a quell’unicum che era il flebile, ma incessante vento delle origini.
Ero una pietra, un sasso lanciato nel vuoto e traslavo tutta la mia pazzia verso il nulla della dualità. AVEVO SCISSO l’inscindibile, avevo sciolto l’indissolubile ed avevo gridato al mondo, forse ignaro del grave errore, il mio successo nel fare tutto ciò..........
Camminai molto, giorni e giorni, lasciando dietro alle mie spalle latitudini dopo latitudini. Cangiava ogni elemento, le foreste di conifere prendevano il posto a quelle delle latifoglie, e gli animali, sempre nuovi, mi guidavano verso settentrione. Un orso bruno nel fitto della foresta, un’alce da qualche parte, una grande diga di un castoro che implacidava l’andare delle acque e, la mia guida, il lupo, che, pur se non vedevo, mi indicava ognora la via. Ero a tratti stanco, ma sapevo che dovevo farcela.
Trascorsero molte lune e, giorno dopo giorno, guadagnai centinaia di chilometri. Non sapevo dove mi sarei dovuto fermare, ma fidavo nel mio senso interiore. Intanto nella mia mente si susseguivano velocemente le immagini della mia e soprattutto di tutta la vita dell’uomo con le sue “quiete disperazioni esistenziali” e con il suo procedere verso un luogo non definito, ma chiarissimo: la disintegrazione totale dell’ordine caotico della madre terra. Una disintegrazione che portava seco anche se stessi, ma, anche se non del tutto ignari, procedeva con estrema determinazione, come il fluire di un impetuoso tratto di fiume: “l’Occidente è una nave che sta colando a picco, la cui falla è ignorata da tutti. Ma tutti si danno da fare per rendere il viaggio più confortevole”.(Emanuele Severino) Quelle immagini mi scorrevano l’una dietro l’altra e tutte avevano un unico filo conduttore: recidere drasticamente il senso di unità con la terra. Era la stessa sensazione che avevo in me stesso, ma in questa occasione essa era traslata all’intera razza umana, almeno quella gran parte che rincorre il nulla e la divisione. Ma nel complesso, anche se in fondo non ci riuscivo, cercano con forza di non farmi soggiogare dal pensiero della sofferenza. Ricordai a tal proposito un bellissimo passo di un libro che ebbi la fortuna di scorrere qualche tempo prima: “Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. Io non solo vivo ogni interminabile giorno nel dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore.......”.(Lewis, 1990)
Cieli plumbei, crepuscoli dorati, aurore vanescenti e luci che nella loro intensità illuminavano a giorno il mio pensare.
Il grido del cuore, l’effimero innalzato, l’inutile arricchito e l’essenziale ignorato.
Il vento sulle guance, il fruscio delle foreste e, d’improvviso, il fragore del tuono dopo il fulmine.
Il mio procedere era rallentato perché sentivo che la mia guida ora progrediva non più linearmente, ma si fermava ad annusare l’aria, zigzagava a destra e a sinistra, come per dirmi che il momento di fermarmi era molto vicino. Ma non sarebbe stato certamente un fermarmi statico, ma fondamentalmente dinamico e soprattutto riflessivo e costruttivo perché per comprendere appieno l’essenza dei fatti, l’unico modo era quello di ascoltare la natura. Il segno mi sarebbe quando prima arrivato.
Mi trovavo in uno scenario quasi surreale: articolate colline sullo sfondo, un sinuoso e a tratti impetuoso fiume nelle vicinanze e, dappertutto, una grandiosa, millenaria foresta primigenia. Un ambiente che toglieva il respiro, che concedeva all’essere il più profondo senso della wilderness dei luoghi e dello spirito. Ero forse giunto al mio luogo di ASCOLTO, dove avrei probabilmente compreso il giusto esistere e avrei respirato nella mente l’aria dell’armonico vivere. Ascoltare, comprendere, riflettere........... Mi sovvenne a quel punto una riflessione che un tempo non la condividevo in pieno, ma ora forse vi scorgevo qualcosa di coinvolgente:“La vita va vista attraverso tutte le sue sfumature come i colori di un prisma. Occorre lasciarsi penetrare dalle mille luci che la attraversano, perchè poi alla fine del processo tornano a ricomporsi, basta non opporre resistenza; ci sono cose che vanno vissute con partecipazione, come il male e il bene, l'amore e la gioia. E’ necessario farsi attraversare da loro e guardarle, in modo distaccato ma presente, facendo capire a chiunque che sei tu il padrone di te stesso, della tua mente e del tuo corpo”.
Fu questa la mia prima sensazione di pensiero ora che mi toccava il compito più arduo. Ricomporre il mio dissidio con la natura attraverso la penetrazione nei più reconditi recessi del proprio cuore onde demolire poco alla volta tutto quel trascorso errato e tangibile, ma del tutto effimero di cui la mia mente, ben rappresentante di tutto il genere umano, era così fortemente incastonata. Era come dover lavorare in una miniera per rimuovere il superfluo e trovare la vena madre, la fonte di tutte le ricchezze.
Dovetti muovermi ancora per una decina di giorni, valicare numerose colline e guadare piccoli fiumi, ma alla fine mi resi conto che il mio procedere non aveva più senso. La pista della mia “guida” era infatti scomparsa. Avevo percorso un lunghissimo cammino ed ora mi accorsi che ciò che cercavo potevo scoprirlo in tutta la sua interezza. Dovevo semplicemente, per modo di dire, ripulire a fondo le incrostazioni del mio essere, togliere i tappi dalle orecchie e cominciare ad ascoltare la grande spiritualità della wilderness........

Con profonda umiltà decisi di non riprendere più il mio viaggio a ritroso dal“punto di ascolto”, solitario e silente luogo dove lo spirito rientrava nella natura. Il mio peregrinare e la mia meta, forse più mentale, surreale ed interiore che fisica, mi indusse a riflettere bene poiché ora era forte in me la piena consapevolezza dell’amaro destino cui il genere umano a grandi passi si dirigeva ormai da troppo tempo. La mia ormai completa presa di coscienza sulla “verità nascosta”, mi spinse ad argomentare e a scrivere un ultimo passo riflessivo…... 
“Il palese monito della comprensione rivolto al viaggiatore errante difficilmente verrà in sincerità compreso, soprattutto nella sua profondità. Infatti in ‘superficie’ si registrano molti segni di parziale consapevolezza, ma nel reale e nell’esecutivo i cambiamenti appaiono solo fittizi e ‘scenografici’. E’ come essere caduti nelle sabbie mobili: ci si aggrappa disperatamente  a qualcosa per uscirne fuori, ma quel qualcosa è un effimero filo d’erba che velocemente si distacca. Ed allora l’affondare sarà inevitabile!
L’ultima frontiera della wilderness sta svanendo ormai sempre più. Un crepuscolo che conclude un giorno particolare, il cui giorno rappresenta lo stadio ultimo della vita libera ed incorrotta che ora, con il sopraggiungere delle tenebre, non si sa se l’indomani nella soffusa luce potrà continuare ancora ad esistere. Anche le vie più lunghe e tortuose prima o poi giungono al termine o al limite confluiscono in altre, ma ormai anche le altre hanno già esaurito il loro tragitto. Il cui andare, quindi, non potrà più dispiegarsi verso una consueta meta al di là da venire e si giunge, nella più profonda mestizia, alla conclusione che ormai non c’è più via da percorrere. Fermi, attoniti, ci si guarda intorno e ovunque si scorgono ampie distese fumanti che oscurano la profondità dei sensi visivi ed allora gli animi, perduti nell’ignoto, non scorgono più la via che potrebbero intraprendere. Nel paradosso ci si illude, ma solo per qualche istante, che una via, da qualche parte c’è, ignari che il nostro precedente andare ci aveva progressivamente portati verso il capolinea. Ed ora che l’incedere non è più concesso, nella mente riappaiono, tutto in una rapido baluginare di eventi, gli errori compiuti e le distruzioni perpetrate quando, all’epoca, si era sicuri che la via non sarebbe finita mai. Per conservare l’abbondanza, quando essa è tale, occorre amministrarla con parsimonia e con armonia, e mai, dico mai al di sopra delle sue capacità sostenibili e autogeneranti. In questo vi sono tutte le cose che lo spirito selvaggio, in un certo senso, non ha mai espressamente ‘detto’ perché lo ha sempre esternato, ogn’ora, nell’intimo e sottile legame che nell’introspezione regge e unisce ogni affinità elettiva. Noi non abbiamo voluto ascoltare sia perché il nostro procedere ce lo ha sempre impedito e sia perché il nostro agire non voleva affatto percepire l’essenza delle cose. Per tutta l’esistenza siamo stati troppo ‘occupati’ nella pratica del saccheggio di ogni qual cosa ci venisse a tiro - noi stessi inclusi – senza la pur minima parvenza di coscienza e, alla resa dei conti: a cosa servono le lacrime più amare, lacrime che sigillano con il loro potentissimo materiale collageno, le luci ormai fattesi tenebre? E, nell’immenso baratro che si apre, sarà inevitabile il precipitare senza soluzione di continuità nel più profondo degli abissi; ma, cosa ancor più grave e come atto di perfidia finale, arrecando seco ogni cosa esistente, animata e non che era apparsa in quella che fu chiamata ‘madre terra’.
Quando, dunque, il ‘vento selvaggio’, la spiritualità della wilderness ci portava da sempre il monito degli errori, non abbiamo voluto in alcun modo percepirlo. Ma ora è forse troppo tardi per risalire dal profondo fosso, anche se eravamo stati fatti - parafrasando Rousseau - abbastanza forti affinché non potessimo cadervi. Quello che non poteva prevedersi è che noi abbiamo voluto rinunciare a quella forza!!”.

“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse incosciamente invidia.

Dopo questa mia ultima, triste, quasi disperata constatazione, mi raccolsi profondamente nel mio io mentre osservavo, melanconicamente, le luci che filtravano tra il fitto della foresta. A quel punto sapevo che una volta che si è rientrati nello spirito dell’ultima frontiera della natura, la “saggezza” ci dice di non tornare, in nessun caso, mai indietro. E, con estrema angoscia, scrissi “Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto (Cassandra di C. Wolf) - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, ci rincontreremo e se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo forse finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di spiritualità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”.


Uno spirito superiore, uno spirito diverso


“E’ beato colui che anche in seguito non avrà mai a pentirsi del suo attimo di vita” (J. G. Herder). Pochi esseri umani hanno trascorso la propria esistenza con verità, con intensità, con coerenza e senza compromessi rilevanti. Pochi esseri umani sono stati in grado di “ribellarsi” realmente allo status negativo delle ambiguità sociali o alle distruzioni verso la natura. Pochi esseri umani sono stati in grado di operare e di vivere senza utilizzare le situazioni a proprio vantaggio e a proprio interesse. Pochi esseri umani hanno guardato negli occhi la giustizia, la franchezza e la lealtà ed hanno gridato al mondo gli errori, i soprusi, le prevaricazioni e le distruzioni che il genere umano provoca di continuo a sé stesso e alla natura. Pochi esseri umani hanno universalizzato il proprio spirito e sono stati veramente liberi. Pochi esseri umani hanno avuto una visione unitaria dell’intero universo e finanche dell’infinito. Pochi esseri umani sono stati decisi nell’affermare il proprio pensiero e le proprie convizioni, giuste o sbagliate che siano state. Pochi esseri umani hanno detto “finché un uomo è in catene nessun essere umano è libero” (Che Guevara) oppure “...la cosa più viva è la più selvaggia. Non ancora sottomessa all’uomo....” (H.D. Thoreau). Pochi esseri umani hanno combattuto realmente l’infinita battaglia per la conservazione della natura e per una società migliore. Pochi esseri umani hanno respirato l’essenza della vita ed hanno affermato che nella natura selvaggia è la salvezza del mondo........ Pochi esseri umani si sono chiamati Grey Owl (WA-SHA-QUON-ASIN, l’uomo indimenticabile che camminava nella notte), John Muir, Henry David Thoreau, Robert Marshall, Aldo Lepold, Sigurd Ferdinand Olson, Arne Naess, Gary Steiner, Edward Goldsmith, Gregory Tah-Kloma, Dian Fossey, Chico Mendes, Pëtr Kropotkin, Lev Tolstoj, Rosa Luxburg, Vandana Shiva, Ernesto Che Guevara, ecc., più i nomi “sconosciuti” di coloro che hanno tributato la loro vita per la salvaguardia della natura e delle miserie umane (la lista di tutti coloro che hanno dato un senso alla loro vita ed un risvolto pratico verso le tematiche socio/ambientali, non è assolutamente completa ed esaustiva ma in ogni caso non sarebbe molto lunga).
“I mortali abitano in quanto accolgono il cielo come cielo. Essi lasciano al sole e alla luna il loro corso, alle stelle lasciano il loro cammino, alle stagioni dell’anno le loro benedizioni e la loro inclemenza, non fanno della notte giorno, né del giorno un affannarsi senza sosta” (Heidegger, 1976).
Pochi esseri umani ci hanno fatto rendere conto della nostra mediocrità fatta di piccolezze, di meschinità, di falsità, di superbia, di arrivismo e di vuote certezze. Scrisse Che Guevara in una lettera ai figli (in Bucellini, 1995, già citata nel testo):“Ai miei figli.
Carissimi Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto.
Se un giorno leggerete questa lettera sarà perché io non ci sarò più. Quasi non vi ricorderete di me: i più piccoli non ricorderanno nulla. Vostro padre è un uomo che agisce come pensa e sicuramente è stato leale con le proprie convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari......
Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario ...... “.
Forse l’infinita battaglia per la conservazione della natura è una battaglia già persa in partenza, ma nulla e nessuno ci impedirà, parafrasando Rousseau, di gridare al mondo che il fossato è troppo profondo per uscirne fuori, ma eravamo stati fatti abbastanza forti affinché non potessimo cadervi!

“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la barra sottovento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare la barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione ... “ (Laborit, 1990).

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Commiato


"La civiltà, non è altro che il distacco dell'uomo dalla natura. Quando l'uomo viene distaccato dalla natura perde l'innocenza naturale, perde la semplicità della vita e conseguentemente aumenta le proprie ambizioni e miserie..." (Lao-Tse).
“Mi sembra inconcepibile che un rapporto etico con la terra possa esistere senza provare per essa amore, rispetto e ammirazione, e senza un’alta considerazione del suo valore. Parlando di valore mi riferisco, naturalmente, a qualcosa di molto più vasto del semplice valore economico, intendendo quindi il termine in senso filosofico.
Forse il pericolo che minaccia più gravemente l’evoluzione di un’etica della terra è il fatto che i nostri sistemi educativi ed economici vanno nella direzione opposta a quella che li condurrebbe verso lo sviluppo di un’intensa consapevolezza della terra. L’uomo moderno è separato dalla terra da troppi intermediari e arnesi; non ha un rapporto vitale con essa e per lui ‘terra’ significa solo la spazio fra una città e l’altra, dove si producono i raccolti. Se lo si lascia libero un giorno in campagna, in un luogo che non sia un campo da golf o un belvedere, si annoierà a morte..... In poche parole, la terra ormai gli va stretta” (A. Leopold, 1949-1997).
La svolta filosofica, sociale ed economica impressa dall’Illuminismo al mondo occidentale a partire dal XVIIIº secolo, poi continuata col positivismo, è approdata nei nostri giorni nell’acritico trionfo del razionalismo tecnologico. Effetti così radicali, prodotti da una sì complessa “weltanschauung”, non possono essere contrastati che mediante una diversa filosofia. Ma è purtroppo vero che all’interno del pensiero filosofico di cui il mondo occidentale si è nutrito sin dal tempo dell’antica Grecia, si cercherebbe invano una visione della vita sottratta al determinante influsso dell’antropocentrismo espresso dal gruppo ed ispirata ad una concezione unitaria e paritetica del rapporto uomo-natura. Occorrerebbe eliminare dalla mente il “razionalismo eccessivo” ed uscire dalla simmetria degli elementi e degli eventi. Uno “status asimmetrico”, genererebbe continue variabili che, come detto in precedenza, favorirebbero la compenetrazione degli opposti fusi in un tutto unico all’interno della dialettica della natura. “E’ così triste vedere la gente cercare di uniformarsi agli altri. Per essere tutti la stessa cosa. Ebbene, noi siamo come i fiori della terra. Sarebbe davvero una noia uscire dalla propria casa e non vedere che pratoline, pratoline nere e bianche. Un popolo diverso, delle idee e delle credenze diverse: ecco ciò che rende la vita molto più interessante” (Cecilia Pitchell, Mohawk - in AA. VV., 1995).
Da qualche parte si è tuttavia pensato di poter individuare nel pensiero anarchico una costruzione filosofica che per i suoi stessi presupposti riesce ad affrancarsi all’idolatria del potere esercitato dall’uomo nelle sue varie forme associative, che vanno dalla famiglia, al clan, allo Stato. Occorre però chiarire senza indugio che le poche tendenze ambientalistiche inclini alle seduzioni dell’antica matrice anarchica, si rifanno soltanto all’anarchia intesa come costruzione filosofica, non certamente all’anarchia che, come movimento politico, ha fatto parlare a lungo di sé, attraverso la voce di William Godwin, Max Stirner, Michail Bakunin, Petr Kropotkin, e lo stesso Pierre Joseph Proudhon. Proprio lo Stirner, pur esponente della sinistra egheliana, si opponeva fermamente alle conclusioni del grande filosofo tedesco che vedeva dissolversi nella onnicomprensività dello Spirito infinito anche l’individuo, che è invece, per lo Stirner, l’unica realtà e l’unico valore.
All’interno della filosofia anarchica si sviluppa, per così dire, il dominio assoluto dell’individuo e della personalità singola, che per esprimere le sue esigenze primarie non ha bisogno di delegarle alla famiglia, al clan o allo Stato, in quanto può e deve esprimerle in prima persona, certo che la somma delle felicità individuali fanno la felicità dell’intera collettività. In tal modo si pensa di poter rovesciare il rapporto società-ambiente, nel senso che sono da ritenere inutili i precetti imperativi se ogni singolo individuo non regola liberamente sé stesso, così che sarà il singolo individuo a determinare il comportamento del gruppo, e non viceversa. In questo senso appare assai appropriato ed efficace quanto scrive Odin (in Boussinot, 1978): “Noi vogliamo che l’umanità sia felice. Ma l’umanità non è un’entità reale, solo gli individui che lo compongono sono delle entità reali. Quindi quando dico: voglio che l’umanità sia felice, voglio che gli individui siano felici. Contrariamente alle apparenze non si tratta della famosa felicità di ognuno grazie alla felicità di tutti, ma esattamente dell’inverso: puramente e semplicemente la felicità di ognuno (e tutti gli ognuno riuniti fanno effettivamente tutti). Questa felicità di ognuno ha ognuno come agente. La società deve quindi essere concepita in tale maniera da far sì che, nella più totale libertà indispensabile, ognuno sia l’agente della propria felicità.......Dato che ogni individuo è unico, insostituibile e incarna l’umanità intera, che faccia prima di ogni altra cosa la sua rivoluzione personale! Che si liberi per primo e che aiuti gli altri a liberarsi, uno dopo l’altro!”. Tuttavia, a proposito dell’anarchismo storico, occorre dire che esso, nelle grandi linee, non ha trasferito sulle problematiche ambientali le proprie idee sociali. Forse il periodo temporale dello sviluppo di quelle idee, la visione antropocentrica di fondo e la mancanza delle basi “naturali” della filosofia occidentale, possono aver causato un tale “silenzio”. Resta comunque il fatto che le idee anarchiche hanno in un certo qual modo contribuito a mettere in discussione le “certezze” della socialità borghese occidentale. La scuola anarchica contemporanea, probabilmente conscia della profonda crisi ecologica della sociatà attuale, ha però inserito nelle proprie argomentazioni libertarie il riferimento al mondo naturale. Ne è un vivido esempio Murray Bookchin più volte citato nel testo con la sua “ecologia sociale” e Paul Goodman che “elaborò la sua critica al sistema opponendo alla ‘civiltà tecnologica’ l’idea della natura e della realtà umana come un tutto funzionale e unitario, in cui domina l’interazione e la simbiosi tra l’individuo e l’ambiente. Ecco perché non è allo specialista che tocca pianificare la vita sociale: così si perderà di vista l’unitarietà del fenomeno con il  rischio perenne di distruggere la comunità originaria esistente” (Zanantoni, 1996).
Scrive Bookchin a proposito dello spirito rivoluzionario: “Per quanto inquinati, ideali di libertà continuano ad esistere fra noi. Eppure il progetto rivoluzionario non è mai stato così compromesso dall’’imborghesimento’ temuto da Bakunin nell’ultimo periodo della sua vita. Né si è presentato in termini tanto ambigui come oggi. Parole come ‘radicalismo’ e ‘sinistra’ sono diventate di significato misterioso, ed esiste il serio pericolo che perdano completamente di senso. Quanto oggi passa per rivoluzione, radicalismo e sinistra, solo un paio di generazioni fa sarebbe stato rifiutato come riformismo ed opportunismo politico. Il pensiero sociale si è lasciato attrarre così addentro le viscere dell’attuale società che le persone che si considerano ‘di sinistra’ (socialisti, marxisti o radical che siano) rischiano di venirne digeriti senza neppure accorgersene”. 
Riferendoci ancora a Murray Bookchin, scrive Berti (1998): “Portando all’estrema coerenza teorica i presupposti fondamentali del pensiero ecologico, di cui è stato un pioniere, Bookchin dimostra che il principio informatore di tutta la civiltà esistente - il principio del dominio - è la causa della rovina totale dell’uomo. Non si tratta di una rovina morale, o religiosa, o sociale, o culturale, o psicologica, ma di una rovina totale dal momento che la catastrofe ecologica finirà col disseccare le fonti stesse della vita umana. Se ne deve dedurre che la salvezza dell’umanità sta nel dissolvimento del principio su cui si fonda la civiltà esistente: il principio del dominio.
Secondo Bookchin solo l’idea anarchica riflette per intero una concezione ecologica coerente perché il suo principio è universale. Esso non è più espressione di un movimento storico-sociale, ma l’unico altro modo di intendere e di organizzare la vita umana. A fronte della civiltà del dominio sta contrapposta la civiltà della vita presa nella sua interezza. Ecologia radicale, ovvero consapevolezza teorica delle interconnessioni necessitanti che ‘tengono’ il sistema natura-uomo-società, ovvero assunzione etica dei diritti dell’esistente in tutta la complessità delle sue forme, che sono, in termini ecologici, la garanzia dell’equilibrio e quindi dell’infinità multiformità del reale. Con Bookchin ritornano le grandi intuizioni di Kropotkin, soprattutto quella difficile equazione secondo cui la forma culturale più alta della socialità è quella che (paradossalmente) riflette la forma più alta di autentica naturalità”.
Tra le nostre considerazioni non possiamo esimerci dal ribadire che la primaria soluzione dei problemi ambientali si fonda soprattutto su una revisione radicale o meglio in una ricostruzione ex novo del pensiero e conseguentemente del modello di vita personale e sociale, ed è con una siffatta convinzione che ci piace citare qui di seguito quanto scrive C.G. Jung con una saggezza spartana degna di essere imitata: “Ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il focolare e la stufa, e a sera accendo le vecchie lampade. Non ho acqua corrente, e pompo l’acqua da un pozzo; spacco la legna, e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice: e quanto è difficile essere semplici!”. La profonda riflessione di Jung ci apre una piccola speranza perché: “Le api vivono nell’ombra dell’alveare, ma ritrovano sempre la strada per la luce”
E sulle critiche di coloro che vogliono annullare il significato dei pensieri radicalmente opposti all’attuale modo di fare si riporta un passo molto significativo di Devall e Sessions (1989): “Inventare un futuro ecotopico ha un valore pratico. Ci aiuta a puntualizzare i nostri obiettivi, offre un ideale, che, se non si realizzerà forse mai completamente, mantiene sempre desta però l’attenzione verso la sua realizzazione. In base a questo ideale possiamo anche orientare le azioni personali e le decisioni di politica collettiva su controversie specifiche…… Grazie a quessta visione possiamo cogliere la distanza fra come la realtà dovrebbe essere e com’è oggi nella società industrial-tecnocratica”.

“Da qualche parte a est un lupo ululò in tono leggermente interrogativo. Riconobbi la voce perché l’avevo udita molte volte in precedenza..... Ma per me era una voce che parlava del mondo perduto un tempo nostro, prima che scegliessimo un ruolo in contrasto con esso; un mondo di cui avevo avuto un barlume e in cui era quasi entrato ..... soltanto per restarne escluso, alla fine, dal mio stesso io”(F. Mowat, 1973).



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Non potremmo concludere questi appunti soffusi di incolpevole pessimismo, con parole più appropriate di quelle che appaiono nel seguente scritto profetico di Leonardo da Vinci, intitolato Della crudeltà dell’omo. “Vedrassi animali sopra la terra, i quali sempre combatteranno infra loro e con danni grandissimi e spesso morte di ciascuna delle parte. Questi non aran termine nella loro malignità; per le fiere membra di questi verranno a terra gran parte degli alberi delle gran selve dell’universo; e poi ch’è saran pasciuti il nutrimento dei lor desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e paure e fughe a qualunque cosa animata. E per la loro ismisurata superbia questi si vorran levare inverso il cielo, ma la sperchia gravezza delle lor membra gli terrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra. o sotto la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e quella d’un paese remossa nell’altro; e ‘l corpo di questi si farà sepoltura e transito di tutti i già lor corpi animati. O mondo come non t’apri, e e’ precipita nell’alte fessure de’ tua gran balatri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e dispietato mostro.” (tratto da Simonetta, 1976).


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“L’uomo deve trovare la pace con se stesso per illuminare il proprio cammino”

“Se perderemo veramente il mondo selvaggio..... - parafrasando un famoso scritto (Cassandra di C. Wolf) - il dolore si impadronirà di noi. Ma grazie ad esso, dopo, e qualora un dopo ci sarà, ci rincontreremo e se dovessimo rivivere il selvaggio creeremo forse finalmente con esso un eterno rapporto di verità, di unione, d’infinito ed indissolubile rispetto.........”.


LATHE BIOSAS
(vivi nascostamente)

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BIBLIOGRAFIA


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AA.VV., 1987 (2-3). Pensare l’ecologia. Volontà, Milano.
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SOMMARIO

Presentazione di Guido Dalla Casa

Prefazione

PARTE PRIMA

Per un’ecologia sociale

Il contratto sociale
La globalizzazione e la sua vulnerabilità
Problemi del Sud del mondo
Le fonti energetiche
L’urbanesimo
L’Unione Europea: sono parametri economici?
L’assenza dei valori
La rivolta del ‘68
Ecologia della disoccupazione e l’economia in stato stazionario
La fisiocrazia
La zootecnia/agricoltura e il vegetarianesimo
La scelta vegana
Il concetto del consumo
La religione
L’uomo contemporaneo nella società contemporanea
Guerra e ambiente
Un piccolo omaggio ad un grande rivoluzionario e pensatore russo: Pëtr Kropotkin
Messaggio delle sei nazioni Irochesi confederate al mondo occidentale
La filosofia cinica

Per un’ecologia della conservazione

L’ecologia
Il noumeno naturale - Il valore in sé della natura
La filosofia della conservazione
L’estetica ambientale
La longevità “apparente” e la sovrappopolazione
La tecnologia e la pressione demografica
L’uomo da cacciatore/raccoglitore a uomo tecnologico
La caccia
La pesca
Turismo e ambiente
La grave minaccia del turismo
Il mercato dell’ecologia
Il naturalista/biologo contemporaneo
Lo “sviluppo” tecnologico e scientifico. Un mondo in antitesi alla natura
Lo stile di vita
Le aree protette
La gestione delle aree protette
La paura di perdersi
Il concetto di Wilderness
Per una Wilderness superiore
Wilderness: il "lato selvatico" e non conformista americano di Eduardo Zarelli
Vivere lo spirito della Wilderness di Franco Zunino
Una dedica ad alcune autorevoli figure dello spirito Wilderness





                                  PARTE SECONDA


L’ecologia profonda
L’Ecologia profonda di Guido Dalla Casa
Arne Naess, il filosofo dell'Ecologia profonda di Guido Dalla Casa
L’Ecosofia T di Arne Naess di Mariella Guaracci
L’ecologia di superficie di Guido Dalla Casa
Il bioregionalismo: il senso del luogo
Femminismo ed ecologia
Manifesto per la terra
Etica della terra
L’Etica della terra di Guido Dalla Casa
Visione olistica del mondo di Guido Dalla Casa
Che cos’è lo sviluppo – Analisi di un mito di Guido Dalla Casa
l riduzionismo scientifico e il problema ecologico di Guido Dalla Casa
Noi e gli altri animali di Guido Dalla Casa
Un omaggio alla memoria di Grey Owl
Il ridimensionamento dell’antropocentrismo
L’errore antropocentrico di Guido Dalla Casa
Le origini culturali del problema ecologico di Guido Dalla Casa
E se provassimo a guardare il mondo alla rovescia?
Wildness mind
Lupa blanca
Il punto di ascolto per una spiritualità della natura
Uno spirito superiore, uno spirito diverso
Commiato


BIBLIOGRAFIA



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